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Raging Bull

- Usted daba los dos primeros minutos de pelea de ventaja. ¿Por qué?

- Estaba tan acostumbrado a recibir golpes de la vida que luego, en el ring, no sabía reaccionar en frio. Por eso necesitaba que el rival me "calentara" primero para responder luego con rabia contenida. Y esta táctica no me fue tan mal, porque en toda mi carrera sólo me pusieron cinco veces k.o.; una de estas veces, ante Ray "Sugar" Robinson, al que me enorgullezco de haber sido el primero en derrotar sobre un ring.


Jake La Motta, entrevista por Miguel Vidal
____________

- Lei dava i primi due primi minuti dell'incontro di vantaggio all'avversario. Perché?

- Ero tanto abituato a ricevere colpi dalla vita che dopo, sul ring, non sapevo reagire a freddo. Per questo motivo avevo bisogno che il rivale mi "riscaldasse" prima, per poi rispondere con tutta la rabbia trattenuta. E questa tattica non mi andò tanto male, perché in tutta la mia carriera mi misero k.o. solo cinque volte; una di queste volte fu davanti a Ray "Sugar" Robinson, che ho l'orgoglio di essere stato il primo a sconfiggere su un ring.

Jake la Motta, interevista di Miguel Vidal


Paisà, io sono stato fortunato perché sopra il ring non mi sono mai fatto male, e perché tante donne mi hanno voluto bene.

Jake La Motta


Jake La Motta fra i grandi pesi medi non fu il più potente, né il più tecnico, né il più veloce, né il più bello a vedersi, qualcuno lo definì "un purosangue intrappolato nel corpo di un ronzino". Fu però il pugile dotato di maggior coraggio. La voglia di riscatto da una vita difficile fu la sua molla scatenante.
Nato a New York il 10 luglio 1921 da padre italiano (di origine siciliana) e madre ebrea (all'anagrafe il suo nome era Jacob), in un'intervista raccontò che a nove anni un gruppetto di coetanei era solito prenderlo di mira talvolta picchiandolo e che, per difendersi fu costretto a portar con sé un punteruolo: "Portai con me quell'arnese e lo tirai fuori tutte le volte che il gruppo di ragazzi cercò di aggredirmi, spaventandoli, finché un giorno lo scordai a casa e fui costretto ad usare i pugni... e non ebbi più bisogno di nessun punteruolo."
Debuttò fra i professionisti nel 1941 a 19 anni. Non aveva pugno, ma in compenso era di un’aggressività unica e non lasciava respiro agli avversari. Nei primi 20 mesi di attività disputò ben 34 incontri, scalando le vette delle classifiche mondiali. Il 2 ottobre 1942, a New York, gli fu data la possibilità di battersi con il grande Sugar Ray Robinson, dal quale fu battuto in 10 riprese, pur disputando un buon combattimento. La rivincita fra i due avvenne il 5 febbraio 1943 a Detroit, e stavolta Jake, a sorpresa, sconfisse Sugar Ray ai punti, dopo averlo atterrato all’8° round. Quella vittoria assume ancor più rilevanza se si pensa che Robinson da professionista non era mai stato sconfitto e che quella rimase l'unica sconfitta subita da Ray nei suoi primi 131 incontri.
Ma appena 21 giorni dopo, sempre a Detroit, Sugar Ray si aggiudicò la “bella” vincendo sempre sulla distanza delle 10 riprese. E poi battè ancora La Motta il 23 febbraio 1945 a New York e il 26 settembre dello stesso anno a Chigago.
Sebbene sconfitto più volte da Robinson, proprio quelle sfide rivelarono lo straordinario talento di La Motta, al quale tuttavia continuava ad essere negata una chance mondiale. Egli però continuò a vincere e ad incontrare avversari di grande valore come Fritzie Zivic, due volte vincitore di Henry Armostrong. Con il croato, Jack, fra il 1943 e il 1944, sostenne ben quattro combattimenti, vincendone 3 e perdendone 1. Tutti gli incontri si conclusero con verdetto ai punti, ma quelle battaglie fra il furioso La Motta e lo sporco Zivic, sono passate alla storia come i match più scorretti della storia della boxe.
A parte una battuta d’arresto con il fortissimo francese Laurent Dauthille, agli inizi del 1949, continuò a vincere sino ad ottenere di battersi con il campione del mondo dei medi Marcel Cerdan.
Il pugile francese aveva spodestato clamorosamente Tony Zale, ed anche per questo veniva dato favorito nei riguardi dello sfidante. L’incontro si svolse il 16 giugno 1949 a Detroit, e stavolta fu La Motta a sovvertire ogni pronostico. Riuscì infatti a battere il francese che nulla potè fare contro la furia di Ruging Bull e alla fine della nona ripresa il match venne sospeso.
Jake La Motta difese per la prima volta il titolo mondiale il 12 luglio 1950 a New York contro il triestino Tiberio Mitri. Fu un match a senso unico. L’italiano, buon tecnico, sembrava avere tutte le carte per mettere in difficoltà il campione, ma di fatto non riuscì ad imbrigliare la consueta grinta di La Motta, che si aggiudicò il match ai punti in 15 riprese. Appena due mesi dopo, La Motta si ritrovò di fronte il francese Dauthille, che lo aveva precedentemente sconfitto.
Fu un incontro molto combattuto, e Laurent Dauithille si rivelò più abile di La Motta, più determinato. Al 15° round lo sfidante era nettamente in vantaggio su Jake, ma commise l’errore di continuare ad attaccare, e questo gli fu fatale. Per un attimo La Motta tornò ad essere il Toro del Bronx, e martellando con ferocia Dauthille riuscì a metterlo K.O. e a conservare il titolo in extremis.
Ma sull’orizzonte di La Motta si materializzava di nuovo l’immagine del suo antico ed implacabile avversario: Sugar Ray Robinson. Il 14 febbraio 1951 a Chigago i due si ritrovarono l’uno di fronte all’altro per la sesta volta! Fu una lotta impietosa, crudele. Robinson, al meglio della forma, fece meraviglie e dominò il combattimento da par suo, ma La Motta fu grandissimo per coraggio, stoicismo, tenacia. Investito da una valanga di pugni resistette sino al 13° round, e si sarebbe fatto ammazzare pur di non cedere a Sugar Ray. Ma l’arbitro Frank Sikora sospese quello che poi sarebbe stato chiamato “Il massacro di San Valentino”, e rimandò all’angolo Jake, che dopo quell’incontro non fu più lo stesso.
Chiuse definitivamente con la boxe nel ‘54 dopo 102 incontri e con un record di 83 vittorie, 30 delle quali per ko, quattro pareggi e 19 sconfitte.
Per tutti è Raging Bull: Toro scatenato!



Dapprima ho pensato che nessuno è solo come Jake La Motta in quella scena.
E nessuno è bello come lui
...se un giorno mi accadrà di essere così solo, così pazzescamente solo, lo sarò come lui.
Io danzerò.
E sarò bellissimo.
E se mai scriverò una storia...vorrò che la gente la legga poi, e ci pensi della neve, dentro.
Io la neve non ce l'avrò messa, ma loro ce la vedranno.
Voglio neve, nei miei libri. senza metterecela.
Negli occhi della gente.


Alessandro Baricco


La generazione dopo


Buona sera. In realtà ero venuto ad ascoltare, ma qui pare sia impossibile solo ascoltare. Io non voglio diventare Presidente del Consiglio, è tardi. Io avevo trent’anni, vent’anni fa. Il mio tempo è finito, le cose che volevo fare ho provato a farle. Avevo trent’anni, molte idee, molta volontà, molta rabbia. Sono uno dei responsabili del mondo che c’è là fuori. Devo ascoltare e basta. Dato che Matteo mi costringe a parlare, vorrei dire l’unica cosa che potrebbe essere utile, forse. Un ripasso di alcuni errori che abbiamo fatto noi, non fateli più voi. O almeno, gli errori che ho capito, perché ne ho commessi sicuramente, io e altri, che non abbiamo capito. Ma alcuni li ho capiti.
Uno è che noi ci siamo sempre mossi partendo dall’idea di lavorare in difesa dei deboli, degli emarginati, di quelli che non avevano voce, di quelli che erano vittime delle ingiustizie. Questo è uno splendido punto di partenza. E ogni volta che lo vedo perso, negli interventi che ho sentito, qualcosa mi dà fastidio. Ma voglio anche dire questo, che noi con l’alibi di questo e in nome di questo, abbiamo soprattutto allestito un sistema di tutele, di privilegi e di difese, di una zona un po’ scura e impenetrabile di questo paese, che sembrerebbe tristemente tenuta insieme soprattutto dalla mediocrità e da una certa vocazione al servilismo.
Non so come è accaduto questo, ma è accaduto. Non cambiate punto di partenza, è giusto, ma non arrivate a questo risultato.
Se cerco di capire dove è che abbiamo sbagliato, forse un punto vagamente mi è più chiaro. Pensavamo, della tutela dei deboli, che potessimo ottenerla solo bloccando in qualche modo il sistema, su una rete di diritti e di tutele ben stabile. Io come altri, oggi sappiamo che la cosa migliore che puoi fare per i più deboli, è concedergli un sistema dinamico, non un sistema bloccato. Non è vero che il rischio colpisce il debole, il rischio è una chance per il debole. Un sistema bloccato, blocca un paese, blocca la crescita, blocca l’entusiasmo, la speranza e le opzioni di rivalsa. Blocca la mobilità sociale, blocca la capacità, è un sistema asfittico. E il ricco patisce dell’asfissia, ma mica tanto. Il povero muore di asfissia.
Un altro errore che abbiamo commesso, non sapevamo pronunciare le parole che erano i nomi delle cose. Faccio un esempio: sapevamo che era meglio che a dirigere le cose fossero i migliori, ma non siamo mai riusciti a pronunciare la parola meritocrazia, perché brutta. Ma questo è il meno, non c’è mai venuta in mente un’altra parola, e quindi quella cosa non l’abbiamo fatta.
Credevamo che la scuola servisse a edificare uguaglianza, e sapevamo anche che dalla scuola dovevano venire fuori quelli che dovevano prendere decisioni in questo paese. Ma c’è una parola che non siamo riusciti a dire: classe dirigente. Non abbiamo trovato un’altra parola e non trovare una parola per una cosa, significa non farla.
Una delle esperienze che io ho raccolto qui spesso e che è mia personale, e che è una delle cose che deprimono questo paese è che quando tu poi ti ritrovi davanti a colui che decide, che fosse all’ufficio delle poste o al teatro lirico (perché devi lavorare) o al partito, tu ti trovi in fondo davanti a qualcuno a cui manca una scuola. Non sai perché è finito lì, ma certamente nessuno si è occupato di fare di lui una classe dirigente.
Un altro errore che abbiamo fatto è che per anni abbiamo mosso per secondi. Sono anni. La mia generazione ha giocato con i neri per tutta la vita; gli altri muovevano, noi rispondevamo. Io ho cercato mezza vita di non morire democristiano, e l’altra metà a cercare di non morire berlusconiano. Ma vi pare che è una vita? E la nostra partita? Quella che aprivamo noi? Quella in cui noi avevamo i bianchi e facevamo la prima mossa?
Non attardatevi ad aspettare che muova prima l’altro. Nel partito, nella vostra scuola, nella vostra famiglia. Muovetevi per primi, perché chi muove per secondo diventa costituzionalmente conservativo. Chi muove per secondo vuole fare la patta. E’ molto difficile che pensi di vincere. La cosa migliore che può fare è stoppare la partita. E noi, la mia generazione, è diventata conservativa. La sinistra in cui io sono cresciuto, oggi è ciò che di più conservativo c’è in questo paese.
Sapete perché muovevamo sempre per secondi? Sapete perché seduti al tavolo dicevamo: noi i neri grazie? Perché avevamo paura di perdere.
Guardate, ve lo dico proprio sinceramente. Io sono cresciuto in una sinistra che ha cercato di vincere a tavolino quasi tutte le partite. Non giocandole: a tavolino. E’ stato un po’ frustrante, ci siamo anche abituati a questa cosa che quando vince l’altro è perché ha barato. Sempre. Ma è possibile? Possibile che tutte le volte che vince bara? Ma oh! Statisticamente è impossibile, ogni tanto vince perché è più bravo sant’Iddio. Ma se è il nero, hai un po’ l’alibi. Avevamo, non so perché, avevamo molta paura di perdere, e quindi di rischiare. Se non c’è rischio, non vinci mai. Noi abbiamo rischiato molto poco. Ci sono alcune battaglie che io ho fatto con altri, io le ho fatte in un contesto che conoscevo meglio, che è il contesto della cultura, dei soldi per la cultura, di come noi decidiamo di gestire le risorse culturali di questo paese. Le risorse economiche applicate alla cultura di questo paese.
Adesso riguardo queste battaglie e ci vedo una lentezza. Ed è per questo che sono qui, perché voi mi sembrate più veloci. Volevo farmi una bella serata finalmente. C’era molta lentezza e se cerco di leggere dentro quella lentezza, non ci veniva mai in mente di saltare un passaggio, o due, addirittura tre o quattro passaggi. Io ho cercato di convincere della gente, sulla necessità di cambiare le cose, che neanche in una vita gliel’avresti cambiata questa testa, e mai mi era venuto in mente che quella gente non era da convincere, era da superare. Per cui, la paura di perdere e l’incapacità di rischiare l’abbiamo avuta già noi. Adesso voi potete andare tranquilli. Non abbiate mai paura di perdere, perché oltretutto porta anche un po’ sfiga. Grazie.

Alessandro Baricco

Kolekcionierius



Stebėdamas pasaulį ir žmones, pamažu įsitikinau, jog mūsų gailestis kitiems pagrįstas egoistiniais sumetimais. Ko gero, atmetus kai kurias išimtis, taip yra visada. Įsivaizduokim tokią situaciją. Jūs atsiduriate kieno nors laidotuvėse. Ruduo, apvytusios astros, karstas, kapo duobė, sužvarbę žmonės juodais rūbais ir nejauki nuotaika. Jūs stovite kitiems už nugarų, kiek nuošaliau, nes nepriklausot velionio artimųjų ratui ir atėjot grynai iš mandagumo, kadangi mirusįjį kažkada šiek tiek pažinojote. Taigi turite puikią progą žiūrėti į viską ir vertinti bešališkai. Štai karstas leidžiamas į duobę, groja liūdna atsisveikinimo muzika. Ir ką gi jūs girdite dar, be šios muzikos? Našlės raudą:
Ak, kaip aš be jo gyvensiu?! Mano vienintelis, mano brangiausias!
Ir taip toliau, ir taip toliau. Jaučiate? AŠ, MAN... Niekas, beveik niekas neverkia dėl to, kad žmogus mirė ir JAM bloga būti mirusiam. Ne. Tiktai "AŠ be jo negaliu!", "MES šito nepergyvensime!" ir panašiai. Argi ne keista bus po viso šito žiūrėti į raudantį prie karsto žmogų, ar neįžvelgsite jo ašarose nieko daugiau, tik susirūpinimą savimi? Tik tiek.
Jeigu jūs perkratysite savo jausmus, tikriausiai susiprotėsite: visi mes panašūs, ir jūs, ir aš. Tuomet jums lengva bus suprasti, kodėl aš nemėgstu ligonių. Man sunku lankyti net pačius artimiausius sergančius žmones, nes mane slegia jausmas, kad turiu jiems padėti, gal net išgydyti juos ir, svarbiausia, kad tik aš galiu tai padaryti.
Taigi šešiasdešimtųjų pavasarį ūmai susirgo artimas žmogus, gyvenęs vienui vienas, neturįs nei šeimos, nei giminaičių, kurie jį būtų galėję slaugyti. Mano nelaimė (ar laimė?), mus daug kas siejo, tad valgydinti ligonį, prausti ir šiaip prižiūrėti teko man. Būdamas protingas žmogus ir žinodamas mano požiūrį į sergančiuosius, jis nereikalavo, kad tomis valandėlėmis, kai jam tiesiogiai nesu reikalingas, sėdėčiau prie jo guolio, linksminčiau jį smagiomis istorijomis ir guosčiau. Tačiau vis tiek aš buvau priverstas kiurksoti kur nors netoliese, kad prireikus jis galėtų greit mane pasišaukti. Turėdamas šitaip leisti laiką, kartais aš norom nenorom, iš nuobodumo, perskaitydavau visus laikraščius, nes visuose namuose nebuvo nieko daugiau, tik techninė literatūra, o ši man yra nuobodi ir, atvirai kalbant, sunkokai suprantama.
Vieną rytą, padavęs draugui pusryčius, sėdėjau ir varčiau kažkokio dienraščio skelbimų skyrių. Tarp įvairių žinučių, informuojančių mane, kad parduodamas juodas pudelis, motociklo priekaba, miegamojo baldų komplektas arba kad mielai bus perkamas metalinis garažas ar vaiko vežimėlis, pasitaikė viena, pro kurią iš pradžių aš praslydau akimis, bet paskui sugrįžau prie jos ir perskaičiau įdėmiau, nes man pasirodė, kad joje yra korektūros klaida. Žinutė skambėjo šitaip:

Parduodama kolekcija. Saulėlydžiai.
Kreiptis adresu:... iki 19 val.


Mat iškart aš pamaniau, kad žodis "Saulėlydžiai" reiškia adresą, kuriuo pirkėjai turėtų kreiptis. Na, pavyzdžiui, Saulėlydžių g – vė arba Saulėlydžių skr – vis. Tačiau apačioje, antroje eilutėje, buvo įrašyta kita gatvė. Aš nesupratau. Ką visa tai galėtų reikšti. Kokia tai kolekcija, ir kuo čia dėti saulėlydžiai? Tąkart nelaužiau ilgai galvos. Išplėšiau žinutę ir įsidėjau į kišenę. Šiaip sau. Neketindamas vėliau kada prie jos grįžti. Taip kaip žmonės daug negalvodami įsimeta kišenėn keistos formos akmenuką, nors jis niekuomet nebus jiems reikalingas.
Praėjo keletas mėnesių. Draugas pasveiko, ir aš gyvenau toliau kaip gyvenęs. Buvo vėlyvas ruduo, kai kartą, nebeprisimenu kokiu reikalu vedinas, atsidūriau tame miesto kvartale, kuriame buvo ir gatvė, skelbta laikraščio žinutėje. Jokios kolekcijos man nereikėjo, ir aš pagalvojau, jog tik pereisiu ta gatve ir įdomumo dėlei pasižiūrėsiu į namą, kuriame gyvena skelbimo savininkas.
Namą radau nesunkiai. Tai buvo medinis pastatas aukštais, maždaug žmogaus ūgio, pamatais, sumūrytais iš stambių akmenų. Matyt, senas statinys, nes cemento plyšiuose augo samanos ir žolė. Gatvėje stovėjo sunkvežimis, ir visas tarpas tarp sunkvežimio ir namo buvo nubarstytas laikraščių skiautėm ir senų žurnalų viršeliais. Ketvertas vyrų tamsiai pilkais kombinezonais stengėsi išnešti pro duris masyvią spintą. Jiems vadovavo daugmaž trisdešimties metų aukštas šviesiaplaukis vyras. Jam mostaguojant rankomis, atsagstyto švarko skvernai plaikstėsi. Vyras šypsojosi ir juokavo su krovėjais.
Keletą minučių aš stovėjau, žiūrinėdamas tą grupę, kol vyras su švarku pamatė mane. Jis priėjo artyn ir paklausė:
Jūs ieškote Grikonio?
Aš sumišau. Nežinojau, ką atsakyti, nes po teisybei nepažinojau jokio Grikonio ir apskritai vargu ar buvo galima sakyti, kad ko nors ieškau. Vyras skvarbiai ir tiriamai stebėjo mano sumišimą. Nejučia įkišau ranką kišenėn, ištraukiau laikraščio skiautę su skelbimu ir padaviau jam. Jis metė trumpą žvilgsnį į žinutę, paskui vėl pasižiūrėjo į mane.
Aa. Vadinasi, jūs iš tų...
Neturėjau jokio supratimo apie "tuos".
Atvirai kalbant, ne, – pasakiau.
Bet jis nepaisė mano žodžių ir, regis, toliau laikė mane esant iš ,"":
Jis mirė pereitą savaitę. Tikriausiai jautė, kad greit mirs, ir skubėjo parduoti. Aš jo sūnus, – jis padavė man ranką, aš paspaudžiau. – Nusprendžiau parduoti namą ir visus baldus. Matote,– jis mostelėjo ranka į krovėjus. – Viską iškraustom.
Paėmė mane už alkūnės:
Eime vidun. Parodysiu, kur šitai sudėta. Buvo prigrūstos visos spintos, tad mes sukrovėm viename kambaryje. Ketinau išmesti, todėl krovėm kaip pakliuvo. Jo buvo sudėta labai tvarkingai. Nemaniau, kad kam viso to prireiks. Jūs galit pasiimti. Pinigų man nereikia. Vis tiek būčiau išmetęs. Tik turėsit skubiai išgabenti. Dar šiandien.
Jo mintys šokinėjo, kalbėjo jis greitai, neleisdamas įsiterpti. Ūmai spustelėjo man alkūnę:
Žinot? Aš sugalvojau. Mes sumesim į šitą mašiną, nuvešim ir iškrausim pas jus. Nebijokit, tilps. Mašinoj dar daug vietos. Čia paskutinis reisas. Taip bus greičiau.
Kalbėdamas vedė mane per tuščius kambarius su nudriskusiais žydrais ir gelsvais sienų apmušalais. Kvepėjo cinamonu ir šlapiais voratinkliais. Grindyse buvo žymūs ilgai vienoje vietoje stovėjusių baldų pėdsakai. Vyras atidarė duris į nedidelį kambarėlį su vienu plačiu langu:
Štai jie.
Turiu pasakyti, kad tai, ką pamačiau, mane nuvylė. Nieko sąmoningai nesitikėdamas, vis dėlto širdies gilumoje laukiau išvysiąs šį tą įdomaus. Na, kokią nors kolekciją, tegul degtukų etikečių ar bent jau sagų. Bet tai, kas buvo suversta kambaryje, nė iš tolo nepriminė kolekcijos. Ten buvo krūvos sulankstytų skardinių nuo marmelado, patamsėjusių ir parudavusių senų kartoninių pakelių nuo kavos surogatų, juodo stiklo butelių (ant vieno perskaičiau: "Rašalas") ir tamsiu popieriumi apklijuotų stiklainių. Prie kai kurių buvo priklijuotos kažkokios etiketės, prie kitų nebuvo nieko, tik sukepusių klijų pėdsakas, liudijantis, kad ir čia etikečių būta.
Štai jie, – pakartojo vyras, stovėdamas man už nugaros ir žiūrėdamas į kambarį pro mano petį.
Kas?
Saulėlydžiai. Ei, vyrai! – šūktelėjo. – Sukraukit ir šitą! – jis atsainiai paspyrė vieną skardinę, ir ši, džengsėdama į grindis, nuriedėjo prie kitų. Sprendžiant iš garso, buvo tuščia.
Tikriausiai mano veidas rodė nusivylimą, nes išgirdau:
Tėvas nuolat skųsdavosi, kad trūksta taros. Visi kaimynai šitai žinojo ir nešdavo jam kiekvieną atliekamą dėžutę.
Krovėjai tuo tarpu glėbiais nešė ir krovė skardines ir stiklainius į sunkvežimį, o aš turėjau stovėti ir klausytis šito nepažįstamo žmogaus. Visas šlamštas užims ketvirtadalį mano buto. O kiek dar pastangų turėsiu padėti, kol išmesiu jį lauk. Juk negaliu samdytis krovėjų, kad šie išneštų šiukšles.
Nemažai, tiesa? – pasakė šviesiaplaukis, truputį didžiuodamasis. – Iš pradžių jis kolekcionavo saulėtekius, bet vėliau kažkaip susidomėjo saulėlydžiais. Žinot, jis pradėjo visu tuo domėtis gana vėlai, tad negalėjo skirti laiko ir vieniems, ir kitiems. Amžius nebe tas. Patys suprantate, vasarą saulė teka labai anksti, ir senam žmogui sunku keltis apyaušriu. Saulėlydžiai jam buvo patogiau. Kai dėl manęs, tai jūs galit pasiimti viską. Saulėtekiai sukrauti rūsyje. Beveik visi be etikečių. Vis vien reikės juos kur nors padėti. Man būtų patogiau, jeigu pasiimtumėte viską. Jis pasižiūrėjo man į akis:
Na kaip?
Jaučiau, kad raustu, bet nieko negalėjau padaryti.
Ne, dėkui, – pasakiau, – tai ne mano sritis.
Na ką gi.
Krovėjai baigė darbą, ir mes nuėjome prie sunkvežimio. Aš atsisėdau greta šoferio – turėjau parodyti kelią. Šviesiaplaukis įlipo į kėbulą. Po valandos likau savo bute vienas, apsikrovęs metalo laužu, makulatūra ir stiklainiais, tyliai keikdamasis ir neturėdamas nė menkiausio supratimo, ką veikti su visu tuo turtu, nukritusiu man, galima sakyti, iš dangaus. Paėmiau vieną dėžutę, pavarčiau rankose ir numečiau atgal į krūvą. Vienoje etiketėje lygiu, apvaliu, beveik vaikišku braižu buvo išvedžiotai ,"Žagarė, 1946, pavasaris". Pakėliau skardinę ir pajudinau. Vienu tarpu pasirodė, lyg kažkas skambtelėjo viduje, tačiau, vėl papurtęs, nebeišgirdau nė garso. Paprasta tuščia skardinė. Mačiau save veidrodyje su ta dėžele prie ausies. Atrodžiau kvailai.
Atsidusau, susiieškojau peilį, atidariau skardinę ir atšlijau. Kambarį užpildė sidabrinė šviesa. Daiktai ištirpo. Mačiau priešais save dangaus kraštą ir besileidžiančią saulę. Svetima, nepažįstama vietovė, nušviesta raudonų, bronzinių spindulių. Panašiai atsispindi, krosnies liepsna sidabriniuose induose. Keletas gelsvo porceliano debesų, sustingusių virš horizonto, avietinis saulės diskas dangaus dugne. Dangus, viršuje žalias kaip ką tik prasikalusi žolė, kiek žemiau prinokusių kriaušių spalvos, kuri skaidėsi į kažkokius žiburiuojančius atšvaitus nelyginant šviesos blyksniai krištolo stiklinėje su arbata. Oras tyras ir vaiskus, tačiau viskas apgaubta vos juntamo nuovargio. Vos vos.
Tai iš tiesų buvo saulėlydis. Jis truko neilgai, keletą minučių, kol saulė nusileido. Uždariau skardinę ir nusviedžiau žemėn. Buvau apkvaitęs, nelyginant užsirūkęs po ilgo laiko.
Po pusvalandžio, praėjus svaiguliui, ėmiau žiūrinėti kitas etiketes. Visose buvo data, vietovės pavadinimas ir metų laikas. Daugiau nieko. Aptikau keletą prieškarinių dėžučių, tris keturias karo laikotarpio, bet dauguma buvo dvidešimties paskutiniųjų metų. Sudėjau viską kiek įmanydamas tvarkingiau ir išėjau iš namų. Turėjau pasivaikščioti ir ramiai viską apgalvoti.
Visas dėželes man pavyko peržiūrėti maždaug per mėnesį. Daugiau kaip dešimt per dieną niekaip neįstengiau. Galva visai apsisukdavo, netekdavau nuovokos, kas aš ir kur esu. Dešimt buvo riba, kurios peržengti man nė sykio nepasisekė. Daug vėliau nusistačiau sau taisyklę: neatidarinėti daugiau kaip po tris dėžutes tą pačią dieną. Bet tai buvo vėliau. O tada aš buvau kaip pamišęs. Nelyginant žmogus, kuris vos nemirė dykumoje nuo troškulio ir dabar geria ir geria vandenį niekaip netikėdamas, jog vanduo nesibaigs. Negalėjau įsivaizduoti, kaip anksčiau nepastebėdavau saulės laidos. Ir dar: tas žmogus, Grikonis, sudaręs šią kolekciją, nuolat buvo su manim. Aš pažinau jį taip, kaip pažįstu save. Nors jis buvo miręs ir palaidotas, tarp mūsų nusidriekė tvirta auksinė gija. Bene tvirčiausia iš visų, kokios mane su kuo jungė. Aš sprendžiau apie jį iš to, kaip saulėlydžiai buvo parinkti, kokių spalvų, linijų ir nuotaikų. Kai kurie saulėlydžiai man nelabai patiko, kiti labiau, trečiais aš žavėjausi kaip tobulais kūriniais. Ir visa tai leido man pažinti Grikonį. Lig tol niekuomet nebuvau pagalvojęs, kad apie žmogų galima spręsti iš to, kokie saulėlydžiai jam patinka. Nežinodamas smulkmenų, galėjau išgyventi to žmogaus vienatvę kaip savo paties (pats aš niekados nepatyriau tokio jausmo), išgyventi jo jausmus ir rūpesčius, nuo kurių jis jau seniai išsivadavo visam laikui. Kai kada žiūrėdavau tą patį saulėlydį po keletą kartų, kol suvokdavau, kas gožė Grikonio mintis, kai jis pats stebėjo šitai. Atsitiktinių saulėlydžių ten nebuvo. Visi turėjo kažkokią prasmę. Reikėjo ją tik įžvelgti. Ilgainiui aš atsirinkau kokį dvidešimt saulėlydžių, kuriuos žiūrėdavau ir žiūrėdavau, kaskart atrasdamas vis kitokių nuotaikų ir jausmų. Likusius peržvelgdavau tik retkarčiais, jeigu būdavo kas nors neaišku kuriame iš dvidešimties.
Pasaulis man įgavo naują, neregėtą gylį ir erdvę. Vieną dieną nuvažiavau į tuos namus, nuo kurių viskas prasidėjo, slapta vildamasis, jog pavyks rasti ir saulėtekius. Durų ilgai niekas neatidarė, aš buvau jau besidžiaugiąs, jog ten niekas negyvena ir man pasiseks. Tačiau durys prasivėrė, ir pasirodė raukšlėtas nepatiklus senės veidas. Pasisakiau esąs senojo namų savininko draugas ir pasiteiravau, kur jis palaidotas. Tačiau senė nežinojo. Tuomet paklausiau, kur gyvena jo sūnus. Šito ji taip pat negalėjo pasakyti. Netekdamas vilties ką nors surasti, užsiminiau apie saulėtekius.
Kokius salėtekius? – senė išsigando.
Na... dėžutėse. Jie turėjo būti rūsyje.
Saulėtekius dėžutėse? Rūsyje? Beprotis! – senė užtrenkė duris man prieš nosį, ir girdėjau, kaip ji šūkavo viduje: – Tyčiotis iš senos moteriškės ! Ne! Aš iškviesiu miliciją! Aš šito taip nepaliksiu! Nunuodijo katę, o dabar tyčiosis! Nori išgyvendinti! Na, pažiūrėsim! Visus paduosiu į teismą!
Ir taip toliau... Daugiau aš ten nebėjau. Baudžiausi ką nors išsiteirauti iš kapinių sargo, bet ir jis nieko nežinojo. "Laidoja daug. Negi visus prisiminsi", ir viskas.
Ilgainiui man ėmė nebepakakti to, ką turėjau. Panorau turėti kažką savo. Savo paties. Vis dažniau ir dažniau pagalvodavau apie tai, kol, pats to nepastebėdamas, apsisprendžiau. Prisikroviau lagaminą tuščių arbatos skardinių, pasiėmiau keletą dienų nemokamų atostogų ir išvažiavau į tas vietas, kur, tikėjausi, saulėlydžiai bus labai gražūs. Pasirinkau pietų Lietuvos ežerus, nors niekad nebuvau ten buvęs. Ežerai man patikdavo nuo seno. Trys dienos buvo debesuotos, bet ketvirtoji išaušo visai nebloga, ir vakarop aš susiruošiau. Prisipažinsiu, jog labai baiminausi, ar man kas išeis. Ir iš tiesų pirmieji bandymai buvo nekokie, tačiau greit supratau, kur mano klysta. Reikia ne šiaip žiūrėti į besileidžiančią saulę. Reikia IŠGYVENTI. Visus savo jausmus ir mintis sukoncentruoti į vieną – į saulėlydį. Čia ir glūdi visa paslaptis, nes ne į kiekvieną saulėlydį gali taip įsijausti. Kitas sunkumas – kad per vieną dieną gali pamatyti tik vieną saulėlydį. Antrą sykį jis jau nebepasikartos. Tad jokių kelių mėginimų čia būti negali. Arba tau pavyko, arba ne. Ir viskas.
Nuo anų laikų praėjo penkiolika metų, ir galiu sakyti, jog mano viltys išsipildė. Metai iš metų aš kaupiau savo rinkini, kiekvieną laisvą dieną ieškodamas saulėlydžių. Atrinkinėjau, kai ką palikdamas, kai ką atmesdamas, kol mano asmeninė kolekcija tapo graži, tvarkinga ir kompaktiška. Galima sakyti, aš pasidariau šio kiek neįprasto dalyko virtuozas. Vos žvilgteliu į saulėlydį ir jau žinau, ko jis vertas, tiks ar netiks mano kolekcijai.
Štai jau dveji metai, kaip aš pensijoje, tad, patys suprantate, nebe už kalnų mano paties saulėlydis, kurį regėsiu tik syki, tačiau jo negalėsiu įtraukti į savo kolekciją. Dabar aš visą laiką važinėju ir vaikščioju po kraštą. Kai kuriose vietose mane jau pažįsta, ir vaikai siūlosi panėšėti skardinės. Jie nežino, kodėl aš vis čia, kas mane atgena į jų apylinkes, bet, galimas daiktas, kada nors aš jiems paaiškinsiu tatai. Turbūt paaiškinsiu ir papasakosiu visa, ką žinau apie saulėlydžius ir apie pasaulį. Kaskart sunkiau man eiti apsikrovus savo saulėlydžiais, nelyginant senovėje vaikščiojusiems po kaimus žiurkiagaudžiams, vadinamiems ,"vengrais". Sunkiau sulig kiekviena diena. Galimas daiktas, kad aš taip pat įsigeisiu parduoti kam savo kolekciją, nors greičiausiai padovanosiu tinkamam žmogui. Nenustebkit tuomet užtikę laikraštyje nedidelį skelbimą:

Parduodama kolekcija. Saulėlydžiai.

Tai būsiu aš.

Tomas Saulius Kondrotas


A furia di meravigliarmi del mondo e della gente, a poco a poco mi sono convinto che la nostra compassione per gli altri si fonda su calcoli egoistici. Probabilmente, a parte qualche eccezione, è sempre così. Immaginiamoci questa situazione. Voi vi trovate ai funerali di una persona. L’autunno, gli aster in fiore, la bara, la fossa per la tomba, la gente infreddolita negli abiti neri e un’atmosfera spiacevole. Voi siete in piedi alle spalle degli altri, un po' in disparte, poiché non appartenete alla cerchia dei parenti prossimi del defunto e siete venuti solamente per cortesia, dal momento che una volta l’avevate un po' conosciuto. Dunque avete un’ottima occasione per osservare tutto e valutarlo con imparzialità. Ecco che la bara viene calata nella buca, si suona una triste musica di commiato. E cos’altro sentite voi, a parte quella musica? Il lamento della vedova: - Ah, come farò io a vivere senza di lui ?! Mio unico bene, mio carissimo!
Eccetera, eccetera. Sentite? IO, MIO... Nessuno, quasi nessuno piange per il fatto che un uomo é morto e che PER LUI é male esser morto. No. Solo "IO senza di lui non posso!", "NOI non sopravvivremo a tanta disgrazia!" e simili. Non vi sembrerà strano dopo di ciò guardare uno che piange accanto al feretro, non sorprenderete nelle sue lacrime solo apprensione per se stesso? Si, solamente questo.
Se rovisterete nei vostri sentimenti, forse ne converrete: in fondo siamo tutti molto simili. Perciò vi sarà facile capire, perché non amo gli ammalati. Trovo difficile persino far visita alle persone che mi sono più care quando stanno male, perché mi opprime l’idea di doverle aiutare, forse addirittura curarle e, quel che é peggio, che solo io possa farlo.
All’improvviso, mentre correva la sua sessantesima primavera, s’ammalò una persona a me cara, vissuta sola soletta, senza famiglia né parenti che potessero essergli d’aiuto e conforto. Per mia fortuna (o sfortuna?) molte cose ci legavano, cosicché toccò a me imboccarlo, lavarlo e vegliarlo. Poiché era un uomo intelligente e conosceva il mio punto di vista intorno ai malati, non richiedeva da me che sedessi presso il suo letto a lisciarlo e intrattenerlo con storielle allegre anche in quelle ore in cui non era davvero necessario. Però ero pur sempre costretto a gironzolare nei dintorni in modo che all’occorrenza potesse chiamarmi. Dovendo spendere così il mio tempo, ogni tanto, volente o nolente, spinto dalla noia, leggevo da cima a fondo tutte le riviste, anche perché negli ospedali non si trovano altro che testi tecnici e quelli io proprio non li sopporto e per dirla tutta sono piuttosto duri da digerire.
Una mattina, dopo aver dato la prima colazione al mio amico, sedevo e sfogliavo le pagine degli annunci di un quotidiano. Tra le svariate notiziole che m’informavano sulla vendita d’un pentolone nero, del portapacchi d’un motociclo, d’una camera da letto o del fatto che si comprerebbe volentieri un box metallico e un passeggino per bambini, ne capitò una sulla quale dapprima lasciai scivolare gli occhi ma poi vi ritornai sopra e lessi con maggiore attenzione, perché mi pareva contenere un errore di stampa. L’annuncio suonava così:

Vendesi collezione. Tramonti.
Rivolgersi a.... fino alle 19

Dapprincipio pensai che la parola "Tramonti" indicasse l’indirizzo al quale gli acquirenti dovevano rivolgersi. Così come c’è viale dei Tramonti o traversa del Tramonto. Ma in basso, nella seconda riga, c’era scritta un’altra via. Non mi raccapezzavo. Che poteva significare tutto ciò, cos’era mai quella collezione e che c’entravano i tramonti? Lì per lì non ci rimuginai troppo.
Strappai l’annuncio e l’infilai nel taschino. Così, come spesso senza riflettere si mettono in tasca pietruzze di forma strana pur sapendo che non ci serviranno mai.
Passarono alcuni mesi. Il mio amico e io vivevamo come al solito. Era autunno inoltrato quando una volta, non mi ricordo per quale faccenda, capitai in quel quartiere della città dove si trovava la strada indicata nell’annuncio del giornale. Non avevo bisogno di nessuna collezione, ma decisi di passare per quella strada e per curiosità dare un’occhiata alla casa dove viveva l’inserzionista.
Trovai subito la casa. Era una costruzione in legno con profonde fondamenta, più o meno ad altezza d’uomo, murata con grosse pietre. Si vedeva che era un vecchio edificio perché nelle crepe della malta crescevano già erbette e muschi. Nella via c’era un camion in sosta e l’intero tratto tra l’automezzo e la casa era ricoperto con fogli di giornali e vecchie riviste sparpagliate a terra. Quattro uomini con tute grigio scuro si sforzavano di far passare dalla porta un grosso armadio. Li guidava un tizio alto e biondo, più o meno sulla trentina. A furia di gesticolare con le mani, gli svolazzavano i baveri della giacchetta abbottonata. L’uomo sorrideva e scherzava coi facchini.
Rimasi lì per qualche minuto osservando il gruppo finché il tipo con la giacca mi vide. Si fece vicino e chiese:
- Lei cerca Grikonis ?
Io restai interdetto. Non sapevo cosa rispondere perché in verità non conoscevo nessun Grikonis e nemmeno si poteva dire che cercassi davvero qualcuno. L’uomo penetrante e indagatore notò la mia confusione. Macchinalmente infilai la mano nel taschino, estrassi il pezzetto di giornale e glielo mostrai. Gli dette un rapido sguardo e di nuovo mi fissò.
- Aah. Ciò significa che lei é di quelli...
Io non avevo la più pallida idea di chi fossero "quelli".
- Per parlare francamente, no - dissi.
Ma lui non prestò attenzione alle mie parole e a quanto pare anche dopo mi considerò come uno di "quelli":
- E’ morto una settimana fa. Probabilmente sentiva che sarebbe morto presto e si é affrettato a vendere. Io sono suo figlio - mi tese la mano e io la strinsi. - Ho deciso di vendere la casa e tutti i mobili. Vede, - e mosse la mano verso I facchini - portiamo tutto fuori.
Mi prese per il braccio.
- Entriamo. Le farò vedere dov’è sistemata.
Gli armadi erano stracolmi e allora abbiamo trasportato tutto in una stanza. Ho in mente di gettarli, perciò abbiamo caricato come capitava. Lui aveva sistemato tutto con molto ordine. Non pensavo che a qualcuno sarebbero servite queste cose. Se le può prendere. Non chiedo nessun compenso. Me ne sarei disfatto comunque. Solo dovrebbe portar via tutto al più presto. Oggi stesso.
I suoi pensieri saltellavano, parlava veloce, senza permettere spiegazioni. Di colpo mi strinse il braccio:
- Sa una cosa? Ci ho pensato. Noi mettiamo tutto in questa macchina, lo trasportiamo a casa sua e scarichiamo. Non abbia paura, ci starà. Nella macchina c’è ancora molto posto. Questo é l’ultimo viaggio. Così faremo più in fretta. - Parlando mi conduceva per le stanze vuote con brandelli di carta giallastra e azzurro cielo attaccati alle pareti. Odoravano di cinnamomo e di ragnatele umide. Sui pavimenti erano ancor chiare le tracce di mobili da poco rimossi. L’uomo aprì una porta su una piccola cameretta con un’ampia finestra:
- Eccoli.
Devo dire che quel che allora vidi mi deluse. Senza, in coscienza, aspettarmi nulla, eppure nel profondo del cuore speravo di vedere qualcosa d’interessante. Si, una collezione, fosse pure di etichette, di fiammiferi o di spillini. Ma ciò che era ammonticchiato in quella camera da lontano non ricordava affatto una collezione. C’erano cumuli di scatolette di latta della marmellata, storte e arrugginite, vecchi pacchetti di cartone per surrogato di caffè pieni di macchie, bottigline di vetro nero (su una lessi "Inchiostro Pingvin") e barattoli di vetro ricoperti con carta adesiva scura. Alcuni avevano certe etichette, altri non recavano niente o delle tracce di colla sbruciacchiate a indicare che anche lì c’erano state le etichette.
- Eccoli - ripeté quell’uomo, ritto dietro la mia schiena, guardando la camera oltre le mie spalle.
- Cosa?
- I tramonti. Ehi, ragazzi! - strillò - caricate anche questa roba! - aprì con delicatezza una delle scatolette e quella, rimbalzando sul pavimento, rotolò verso le altre. A giudicare dal suono doveva essere vuota.
Probabilmente il mio viso mostrò delusione, poiché sentii dire:
- Il babbo si lamentava sempre che gli mancavano i contenitori e tutti i vicini allora gli portavano ogni tipo di barattoli che poi gli sono rimasti.
I facchini intanto trasportavano le lattine e i barattoli di vetro sul camion e io dovevo starmene lì, in piedi, e ascoltare quello sconosciuto. Quella robaccia occuperà almeno un quarto del mio appartamento. E quanta fatica dovrò ancora fare prima di riportarla tutta fuori di casa; non posso certo permettermi d’ingaggiare dei facchini.
- Mica poco, vero? disse il biondo con una punta d’orgoglio. - All’inizio collezionava aurore, ma poi, chissà come e perché, s’interessò ai tramonti. Sapete, cominciò ad occuparsi di tutto ciò assai tardi cosicché non poté dedicare molto tempo agli uni e alle altre. L’età non era più quella. Capirete da solo: d’estate il sole sorge molto presto e per una persona anziana non é semplice levarsi all’alba. I tramonti erano più comodi. Comunque per me lei può prendersi tutto. Le aurore sono stipate nello scantinato. Quasi tutte senza etichetta. Ma penso che in un modo o nell’altro occorrerà aiutarla. Per me sarebbe meglio se si prendesse tutto. Mi guardò negli occhi:
- E allora?
Avvertivo sul mio volto un certo rossore ma non riuscivo a farci niente.
- No grazie, - dissi - non é il mio campo.
- Ma come...
I facchini avevano finito il lavoro quando arrivammo presso il camion. Mi sedetti vicino al conduttore per indicare la strada. Il biondo salì in cabina. Dopo un’ora rimasi da solo nel mio appartamento, sovrastato da pezzi di metallo, stracci e barattoli di vetro; bestemmiavo sottovoce e non avevo la minima idea di come utilizzare quel tesoro cadutomi, é il caso di dirlo, dal cielo. Afferrai una di quelle scatolette di latta, la rigirai nelle mani e la gettai di nuovo nel mucchio. Sull’etichetta, a lettere rotonde, uguali e quasi infantili, lessi: "Zagare, 1946, Primavera". Sollevai la scatoletta e l’agitai. A un tratto mi parve che qualcosa risuonasse all’interno, ma dopo averla agitata ancora per un po', non udii più nulla. Una semplice latta vuota. Mi sorpresi nello specchio con quella scatoletta all’orecchio. Avevo l’aria di un imbecille.
Ebbi un sospiro, mi procurai un coltellino, aprii la latta e balzai all’indietro. La stanza fu invasa da una cortina di luce argentea. Le altre cose svanirono. Vidi davanti a me la linea azzurra del cielo e il sole che tramontava. Un luogo straniero, del tutto sconosciuto, illuminato da raggi rossi e color del bronzo. Similmente si riflette la fiamma della stufa sulle stoviglie d’argento. Alcune nuvole di porcellana giallastra, appena visibili all’orizzonte, il disco cremisi del sole nel fondo del cielo. Il cielo, in alto verde com’erba appena spuntata, un po' più in basso color della pera che marcisce, in un gioco di barbagli come i lampi di luce sul bicchiere di cristallo pieno di tè. L’aria pura e tersa, ma avviluppata da una stanchezza appena percettibile. Appena appena.
Ecco che il tramonto c’era davvero. Non durò molto, solo qualche minuto finché il sole scomparve. Aprii la latta e la gettai a terra. Rimasi stordito per un po', come chi riprende a fumare dopo tanto tempo.
Mezz’ora più tardi, svanita la vertigine, passai in rassegna tutte le altre etichette. Su tutte c’era la data, il nome del luogo e la stagione. Nient’altro.
Ne trovai alcune degli anni prima della guerra, tre o quattro degli anni della guerra, ma la maggior parte erano degli ultimi vent’anni. Ricomposi tutto con ordine quanto meglio potei e uscii di casa. Avevo bisogno di camminare e di riflettere con calma.
Riuscii a passare tutte le scatolette nell’arco di un mese, ma non più di dieci al giorno. La testa mi girava, avevo perso la percezione di chi ero e di dove ero. Dieci era il limite che più di una volta non fui capace di superare. Molto più tardi mi imposi una regola: non aprire più di tre scatole nello stesso giorno. Ma ciò avvenne molto tempo dopo. Allora invece io ero come un folle. Come quell’uomo che nel deserto era quasi morto dalla sete e ora beve credendo che l’acqua non finirà mai. Non riuscivo a capire come avessi fatto prima a non notare i tramonti. E ancora: quell’uomo, Grikonis, che aveva messo insieme la collezione era costantemente con me. Io lo conoscevo così come conosco me stesso. Sebbene fosse morto e sepolto, tra noi si stese un resistente filo d’oro. Molto più resistente di qualunque altro che mi legasse a chicchessia. Ricavavo informazioni su di lui da come aveva selezionato i tramonti, con quali colori, linee e stati d’animo. Alcuni tramonti non mi piacevano affatto, altri così così, di altri ancora ero affascinato come da vere opere d’arte. E tutto questo mi faceva conoscere Grikonis. Fino ad allora non avevo mai immaginato che d’un uomo si può dire ciò che é dai tramonti che preferisce. Senza conoscerne i dettagli, potevo sperimentare la solitudine di quell’uomo come fosse la mia propria (io quella sensazione non l’avevo mai provata), riuscivo a esperire i sentimenti e le preoccupazioni dalle quali egli da tempo si era liberato per sempre. Talvolta guardavo e riguardavo lo stesso tramonto, finché percepivo cosa rodeva i pensieri di Grikonis quando anch’egli lo contemplava. Non c’erano tramonti casuali. Ognuno possedeva un significato, solo che bisognava saperlo cogliere. Col tempo selezionai una ventina di tramonti che guardavo e riguardavo ogni volta scoprendo sempre nuovi stati d’animo e sensazioni. Gli altri li guardavo solo di tanto in tanto, se mi restava qualcosa di oscuro in uno dei venti.
Il mondo acquistava per me nuove e mai viste profondità e dimensioni. Un giorno viaggiavo verso quella casa dove tutto aveva avuto inizio colla segreta speranza di riuscire a trovare anche le aurore. Da tempo nessuno aveva più aperto la porta. Io mi stavo già rallegrando del fatto che il luogo fosse disabitato perché così sarei riuscito nel mio intento. Ma la porta si aprì e apparve il volto raggrinzito e ingenuo di una vecchina. Dissi di essere un amico dell’ex proprietario della casa e mi informai su dov’era sepolto. Ma la vecchina l’ignorava. Allora chiesi dove abitava il figlio. Ma non seppe dirmi nemmeno questo. Mentre perdevo la speranza di trovare qualcosa, accennai alle aurore.
- Quali aurore? si spaventò la vecchietta.
- Sa... nelle latte. Devono essere nello scantinato.
- Aurore nelle latte? Nello scantinato? Lei é pazzo! - La vecchina mi sbatté la porta in faccia e sentii che strillava dentro: - Prendersi gioco di una donna anziana! No! Chiamerò la polizia! Non finirà così! Mi hanno avvelenato il gatto e ora si burlano di me! Mi vogliono buttare fuori di casa! La vedremo! Porterò tutto in tribunale!
E così via... Non indugiai oltre. Tentai d’ottenere qualche informazione dal custode del cimitero, ma anche questi non sapeva niente. "Ne seppelliamo tanti. Come si fa a ricordarseli tutti?", e basta.
Col tempo cominciò a non bastarmi più quello che possedevo. Volevo avere qualcosa di mio. Con sempre crescente insistenza ci rimuginavo su, finché, senza neanche accorgermene, presi la decisione. Riempii la valigia di scatolette vuote del tè, presi alcuni giorni di ferie non pagate e viaggiai nei posti dove immaginavo vi fossero i tramonti più belli. Anche se non c’ero mai stato prima d’allora, scelsi la zona dei laghi nel sud della Lituania. Quei posti mi attiravano già da tempo. Per tre giorni fu nuvoloso, ma il terzo già dall’alba si mostrò niente male e così mi preparai per il sud. Devo confessare che avevo molta paura di non riuscire. E infatti le prime prove non furono buone, ma compresi presto dov’era il mio errore. Non occorre semplicemente guardare il sole che cala. Bisogna invece VIVERE quella visione. Concentrare in uno - nel tramonto - tutti i propri sentimenti e pensieri. Qui é nascosto tutto il segreto perché non si può sentire così ogni tramonto. Un’altra difficoltà é che in un giorno si può vedere un solo tramonto. Esso non si ripeterà più una seconda volta. Perciò qui non può esserci alcun tentativo. O ti riesce oppure no. E basta.
Da quei giorni sono passati quindici anni, e posso dire che la mia speranza é stata soddisfatta. Anno su anno ho accumulato la mia raccolta, ogni giorno libero sono andato in cerca di tramonti. Ho selezionato, lasciando fuori o recuperando una cosa o l’altra, finché la mia collezione personale é diventata anch’essa bella, ordinata e compatta. Si può dire che sono diventato un virtuoso di quest’insolito genere di cose. Appena sbircio un tramonto so subito quanto vale e se si addice o no alla mia collezione.
Ecco, sono già due anni che sono in pensione e allora, lo capite da soli, non é più oltre le montagne il mio tramonto, che vedrei solo una volta senza poterlo inserire nella collezione. Adesso io viaggio di continuo per il paese, con ogni mezzo di trasporto e anche a piedi. In alcuni posti mi conoscono già e i ragazzini si offrono di portarmi le scatolette. Loro non sanno perché sono sempre qui, cosa mi spinge in questi paraggi, ma forse un giorno glielo spiegherò. Forse spiegherò e racconterò tutto ciò che so sui tramonti e sul mondo. E’ ogni volta più faticoso camminare col carico dei miei tramonti e non c’è paragone con quegli accalappiatopi, detti gli "ungari", che tempi addietro andavano per i villaggi. Ogni giorno é più dura. Non é da escludere che anche a me verrà il desiderio di vendere a qualcuno la mia collezione, sebbene preferirei donarla a una persona adatta. Non meravigliatevi perciò quando vi capiterà di vedere su un giornale questo piccolo annuncio:

Vendesi collezione. Tramonti.

Quello sarò io.

Tomas Saulius Kondrotas

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Il racconto di Tomas Saulius Kondrotas dal titolo "Kolekcionierius" (Il collezionista) è stato pubblicato nei "Racconti Lituani" contenuti nel cofanetto "Racconti dal mondo", una raccolta edita da Stampa Altenativa nel 1993 e ora introvabile.
Questa è una storia che può lasciare un po' spiazzati. Può sembrare un banale pezzo da due soldi, ma questa è una storia che ha bisogno di essere aperta proprio come i barattoli di cui parla, se si vuole scoprire qual è il sole che racchiude.
Il segreto è che qualunque cosa, se fatta con passione e dedizione, può dare l’occasione di raccogliere un tramonto.
Sono tramonti la musica che ascoltiamo, i libri che leggiamo, i versi delle poesie che recitiamo, i quadri che ammiriamo, i film che vediamo, le persone che amiamo...
La vita stessa, come l'arte tutta, è uno splendido tramonto. E così, senza rendercene conto, siamo circondati da tramonti tutti i giorni: ne ha uno il fruttivendolo sotto casa, ne ha uno il nostro miglior amico, ne hanno uno i nostri nonni, ne hanno uno le persone che abbiamo dimenticato e ne hanno uno perfino i nostri peggior nemici.
Ci sono tramonti belli e meno belli, ma tutti hanno diritto di essere visti e vissuti perché tramonto è qualsiasi segno un uomo decide di lasciare alle sue spalle. Purtroppo nessuno può indicarci dove e come, in tutto quel barattolame che ci sfiora quotidianamente, si nascondano i tramonti. E' per questo che c’è così tanta gente pigra che non ha voglia di cercare... e che non crede di aver bisogno di una collezione di tramonti.
Sono gli stessi che non si sforzano di creare niente, e che svaniscono nel nulla senza lasciare dietro di sè nemmeno una piccola scatola di latta, pensando che non sia importante. Invece, quando saremo lontani o abbandonati, dimenticati o scomparsi, saranno proprio quelle scatole la sola cosa che resterà di noi alle persone che ci hanno conosciuto o vorranno conoscerci. Catturare un tramonto per loro è un modo per poterle ringraziare o toccare.
Così l'augurio migliore che si possa fare, oltre quello di trovare la strada verso il proprio tramonto, è di non dimenticare di sbirciare anche dentro i barattoli - e i tramonti - degli altri.
Potremmo restarne sorpresi...

Wolves

The man directed him to his clothes. When he had dressed he made his way up to the road and he and the man sat on the bridge smoking. The sun felt good on his back. The man said that there was not enough water in the river to drown oneself and the blind man nodded. He said that in any case there was not enough privacy.
The blind man said that there was a church nearby, no? His friend told him that there was no church. That there was nothing at all anywhere in sight. The blind man said that he had heard a bell and the man said that he had had an uncle who was blind and he too often heard things which were not.
The blind man shrugged. He said he was only newly blinded. The man asked him why he thought the sound of bells must be from a church but the blind man only shrugged again and smoked. He asked what other sound a church would make.
The man asked him why he wished to die but the blind man said that it was not important. The man asked if it was because he could not see and he said that it was a reason among reasons. They smoked. Finally the blind man told him about his conjecture that the blind had already partly quit the world anyway. He said that he had become but a voice to speak in a darkness incommensurable with the motives of life. He said that the
world and all in it had become to him but a rumor. A suspicion. He shrugged. He said that he did not wish to be blind. That he had outlived his estate.
The man heard him out, they sat in silence. The blind man heard the faint hiss of the other's cigarette in the water beneath him. Finally the man said that it was a sin to lose heart and anyway the world remained as it had always been. That much was undeniable. When the blind man did not answer he told the blind man to touch him but the blind man was loath to do so.
Con permiso, the man said. He took the blind man's hand and placed his fingers on his lips. There the blind man's fingers lay. In the gesture of one adjuring another to silence.
Toca, the man said. The blind man would not. He took the blind man's hand again and he moved it upon his face. Toca, he said. Si el mundo es ilusión la perdida del mundo es ilusión también.
The blind man sat with his hand to the man's face. Then he began to move it. A face of no determinate age. Dark or fair. He touched the narrow nose. The coarse straight hair. He touched the balls of the man's eyes beneath the thin closed lids. No sound in the high desert morning save their breathing. He felt the eyeballs move under his fingers. Small quick movements like the movements in a tiny womb. He drew his hand away. He said that he could tell nothing. Es una cara, he said. Pues que?
The other man sat in silence. As if contemplating how to answer. He asked the blind man could he weep. The blind man said that any man could weep but what the man wished to know was could the blind weep tears from the places where their eyes had been, how could they do this? He did not know. He took a last draw from the cigarette and let it fall into the river. He said again that the world in which he made his way was very different from what men suppose and in fact was scarcely world at all. He said that to close one's eyes told nothing. Any more than sleeping told of death. He said that it was not a matter of illusion or no illusion. He spoke of the broad dryland barrial and the river and the road and the mountains beyond and the blue sky over them as entertainments to keep the world at bay, the true and ageless world. He said that the light of the world was in men's eyes only for the world itself moved in eternal darkness and darkness was its true nature and true condition and that in this darkness it turned with perfect cohesion in all its parts but that there was naught there to see. He said that the world was sentient to its core and
secret and black beyond men's imagining and that its nature did not reside in what could be seen or not seen. He said that he could stare down the sun and what use was that?
These words seemed to silence his friend. They sat side by side on the bridge. The sun shone upon them. Finally the man asked him how he had come by such views and he answered that they were things he'd long suspected and that the blind have much to contemplate.


The Crossing, Cormac McCarthy



L'uomo gli indicò la strada per arrivare ai vestiti. Quando fu rivestito si ridiresse verso la strada e i due si sedettero sul ponte a fumare. Il sole sulla schiena gli dava una sensazione di piacere. L'uomo disse che non c'era abbastanza acqua nel fiume per annegare e il cieco annuì. Disse che comunque non si era mai completamente soli.
Il vecchio domandò se ci fosse una chiesa vicino. L'altro gli disse che non c'erano chiese. Che non c'era niente da nessuna parte. Il cieco disse che aveva sentito una campana e l'uomo rispose che aveva uno zio cieco e anche lui sentiva troppo spesso cose che non c'erano.
Il cieco scosse la spalle. Disse che era diventato cieco da poco tempo. L'uomo gli domandò perché pensasse che il rintocco delle campane dovesse necessariamente provenire da una chiesa, ma il cieco si limitò ad alzare nuovamente le spalle e a fumare. Domandò che altro suono sarebbe potuto venire da una chiesa.
L'uomo gli domandò perché desiderasse morire, ma il cieco disse che non era importante. L'uomo allora domandò se fosse perché non ci vedeva e l'altro disse che era una ragione tra le tante. Fumarono. Alla fine il cieco gli espose la sua congettura circa il fatto che secondo lui i ciechi avevano comunque già abbandonato il mondo. Disse di essersi ridotto a una voce che parlava in un'oscurità incommensurabile con i motivi della vita. Disse che il mondo e tutto ciò che esso conteneva era diventato per lui un semplice mormorio. Un sospetto. Alzò le spalle. Disse che non voleva essere cieco. Che aveva vissuto più a lungo di quanto non gli fosse stato dato di vivere.
L'uomo lo ascoltò. Rimasero seduti in silenzio. Il cieco udì il lieve sfrigolio della sigaretta dell'altro che si spegneva nell'acqua sotto di lui. Alla fine l'uomo disse che era un peccato perdere il coraggio e che comunque il mondo restava così come era sempre stato. Quello era innegabile. Il cieco non rispose, e l'uomo lo invitò a toccarlo, ma il cieco si rifiutò.
Con permiso, disse l'uomo. Prese la mano del cieco e pose le dita sulle sue labbra e lì le dita del cieco si fermarono, come per ingiungergli di tacere.
Toca, disse l'uomo. Il cieco non voleva. Allora questi riprese la mano del cieco e la mosse sul viso. Toca, disse. Si el mundo es ilusión la perdida del mundo es ilusión también.
Il cieco rimase fermo con la mano sul viso dell'uomo. Poi cominciò a muoverla. Un volto senza un'età ben determinata. Scuro o chiaro. Toccò il naso sottile. I capelli dritti e ruvidi. Toccò gli occhi di quell'uomo sotto le palpebre chiuse e sottili. Al di fuori del loro respiro, non c'era altro suono in quel mattino nel deserto dell'altopiano. Sentí gli occhi muoversi sotto le sue dita. Movimenti quasi impercettibili e rapidi, come quelli di un piccolo ventre. Ritirò la mano. Disse che non era in grado di farsi un'idea. Es una cara, disse. Pues que?
L'altro rimase in silenzio. Come se pensasse alle possibili risposte. Domandò al cieco se poteva piangere. Il cieco rispose che chiunque può piangere, ma che quello che l'altro voleva sapere era se lui poteva piangere con le lacrime che scendevano dalle orbite in cui un tempo c'erano stati gli occhi, ma come era possibile? Non lo sapeva. Tirò un'ultima boccata dalla sigaretta e la fece cadere nel fiume. Disse nuovamente che il mondo nel quale si era fatto strada era molto diverso da quello che crede la gente, e che anzi è ben poco un mondo. Disse che chiudere gli occhi non significa niente. Niente di più di quanto il sonno dicesse a proposito della morte. Disse che non era questione di illusione o meno. Parlò dell'ampio barrial secco sul fiume, del fiume, della strada,delle montagne più in là e del cielo blu sopra di esse come di stratagemmi per tenere a bada il mondo, il mondo vero senza età. Disse che la luce del mondo era solamente negli occhi degli uomini perché il mondo in sé si muoveva nel buio eterno e il buio era la sua vera natura e vera condizione e che in questa oscurità girava perfetta coesione in tutte le sue parti ma che non c'era nulla da vedere. Disse che nel suo profondo il mondo era sensibile, segreto e buio al di là di ogni immaginazione umana e che la sua natura non risiedeva in ciò che si vedeva o non si vedeva. Disse che poteva guardare il sole dall'alto in basso e a che cosa sarebbe servito?
Alla fine l'uomo gli chiese come fosse arrivato a pensarla così ed egli rispose che erano cose che sospettava da lungo tempo e che i ciechi hanno molte cose su cui riflettere.

Oltre il confine, Cormac McCarthy








The boy did not know if he understood or not. The old man went on to say that the hunter was a different thing than men supposed. He said that men believe the blood of the slain to be of no consequence but that the wolf knows better. He said that the wolf is a being of great order and that it knows what men do not: that there is no order in the world save that which death has put there. Finally he said that if men drink the blood of God yet they do not understand the seriousness of what they do. He said that men wish to be serious but they do not understand how to be so. Between their acts and their ceremonies lies the world and in this world the storms blow and the trees twist in the wind and all the animals that God has made go to and fro yet this world men do not see. They see the acts of their own hands or they see that which they name and call out to one another but the world between is invisible to them.

The Crossing, Cormac McCarthy
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Il ragazzo non sapeva se capiva o meno. Il vecchio continuò dicendo che il cacciatore era diverso da quello che si credeva. Disse che gli uomini credono che il sangue degli animali uccisi non abbia conseguenze, ma i lupi ne sanno di più. Disse che il lupo è un essere di ordine superiore, che sa cose che gli uomini non sanno: che non c’è ordine nel mondo salvo quello imposto dalla morte. Alla fine disse che gli uomini bevono il sangue di Dio senza capire l’importanza di quello che fanno. Disse che gli uomini vorrebbero agire seriamente ma non sanno come fare. Tra i loro atti e le loro cerimonie c’è il mondo e in questo mondo scoppiano temporali e gli alberi si torcono al vento e tutti gli animali creati da Dio vanno e vengono, eppure gli uomini questo mondo non lo vedono. Vedono le azioni delle proprie mani, oppure vedono ciò che nominano e si chiamano per nome l’un l’altro, ma il mondo lì in mezzo per loro è invisibile.

Oltre il confine, Cormac McCarthy



They were running on the plain harrying the antelope and the antelope moved like phantoms in the snow and circled and wheeled and the dry powder blew about them in the cold moonlight and their breath smoked palely in the cold as if they burned with some inner fire and the wolves twisted and turned and leapt in a silence such that they seemed of another world entire. They moved down the valley and turned and moved far out on the plain until they were the smallest of figures in that dim whiteness and then they disappeared...

The Crossing, Cormac McCarthy
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Correvano nella pianura tormentando le antilopi che si muovevano come fantasmi sulla neve disegnando cerchi; tutt'intorno si alzava una polvere bianca al chiaro di luna e il fiato degli animali saliva pallido come fumo nell'aria fredda, come se dentro di loro ardesse un fuoco; nel silenzio i lupi volteggiavano, si contorcevano e spiccavano balzi e parevano appartenere a un altro mondo. Scesero nella valle, seguendone la curva e poi si allontanarono nella pianura finchè non furono che minuscole figure in quel biancore vago; poi scomparvero...

Oltre il confine, Cormac McCarthy

No es vida falsa, no es vida verdadera

Sai cos'è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un'orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. È come se non fosse mai passato nessuno. È come se noi non fossimo mai esistiti. Se c'è un luogo, al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. È tempo. Tempo che passa. E basta.

Oceano Mare, Alessandro Baricco






¿Sabes qué es lo más hermoso de aquí? Mira: nosotros caminamos, dejamos todas esas huellas sobre la arena, y ahí se quedan, precisas, ordenadas. Pero mañana, cuando te levantes, al mirar esta enorme playa no habrá ya nada, ni una huella, ni una señal cualquiera, nada. El mar borra por la noche. La marea esconde. Es como si no hubiera pasado nunca nadie. Es como si no hubiéramos existido nunca. Si hay un lugar en el mundo en el que puedes pensar que eres nada, ese lugar está aquí. Ya no es tierra, todavía no es mar. No es vida falsa, no es vida verdadera. Es tiempo. Tiempo que pasa. Y basta.

Oceano Mare, Alessandro Baricco

Te esperaba



Sera. Locanda Almayer. Stanza al primo piano, in fondo al corridoio. Scrittoio, lampada ad olio, silenzio. Una vestaglia grigia con dentro Bartleboom. Due pantofole grigie con dentro i suoi piedi. Foglio bianco sullo scrittoio, penna e calamaio. Scrive Bartleboom. Scrive.

Mia adorata,
sono arrivato al mare. Vi risparmio le fatiche e le miserie del viaggio: ciò che conta è che ora sono qui. La locanda è ospitale: semplice, ma ospitale. E' sul colmo di una piccola collina, proprio davanti alla spiaggia. La sera si alza la marea e l'acqua arriva fin quasi sotto alla mia finestra. E' come stare su una nave. Vi piacerebbe.
Io non sono mai stato su una nave. Domani inizierò i miei studi. Il posto mi sembra ideale. Non mi nascondo la difficoltà dell'impresa, ma Voi sapete - Voi sola al mondo - quanto io sia determinato a portare a termine l'opera che è stata mia ambizione concepire e intraprendere in un giorno fausto di dodici anni fa. Mi sarà di conforto immaginarVi in salute e in letizia d'animo.
Effettivamente non ci avevo mai pensato prima: ma davvero non sono mai stato su una nave. Nella solitudine di questo luogo appartato dal mondo, mi accompagna la certezza che non vorrete, nella lontananza, smarrire il ricordo di colui che Vi ama e che sempre rimarrà il Vostro
Ismael A. Ismael Bartleboom

Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo.
Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
- Ti aspettavo.
Lei aprirà la scatola lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere ad una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni - i giorni, gli istanti - che quell'uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell'uomo
- Tu sei matto.
E per sempre lo amerà.

Oceano Mare, Alessandro Baricco




De noche. Posada Alamyer. Habitación del primer piso, al fondo del pasillo. Escritorio, lámpara de petróleo, silencio. Una bata gris con Bartleboom dentro. Dos zapatillas grises con sus pies dentro. Hoja blanca sobre el escritorio, pluma y tintero. Bartleboom escribe. Escribe.

Mi adorada:
Ya he llegado al mar. Os ahorro las fatigas y miserias del viaje:lo que cuenta es que ahora estoy aquí. La posada es acogedora: sencilla pero acogedora. Está en la cima de una pequeña colina, justo delante de la playa. Por la noche se levanta la marea y el agua llega casi hasta debajo de mi ventana. Es como estar en un barco. Os gustaría.
Yo jamás he estado en un barco. Mañana empezaré mis estudios. El sitio me parece ideal. No se me oculta la dificultad de la empresa, pero Vos sabéis - Vos únicamente en el mundo - lo decidido que estoy a llevar a cabo la obra que tuve la ambición de concebir y emprender en un feliz día de hace doce años. Me serviría de consuelo imaginaros con salud y con alegría de espíritu.
En efecto, nunca lo había pensado antes, pero la verdad es que jamás he estado en un barco.En la soledad de este lugar apartado del mundo, me acompaña la certeza de que no queréis, en la lejanía, abandonar el recuerdo de quien os ama y siempre será Vuestro.
Ismael A. Ismael Bartleboom.

Deja la pluma, dobla la hoja, la mete en un sobre. Se levanta, coge de su baúl una caja de caoba, levanta la tapa, deja caer la carta en su interior, abierta y sin señas. En la caja hay centenares de sobres iguales. Abiertos y sin señas.
Bartleboom tiene treinta y ocho años. Él cree que en alguna parte, por el mundo, encontrará algún día a una mujer que, desde siempre, es su mujer. De vez en cuando lamenta que el destino se obstine en hacerle esperar con obstinación tan descortés, pero con el tiempo ha aprendido a pensar en el asunto con gran serenidad. Casi cada día, desde hace ya años, toma la pluma y le escribe. No tiene nombre y no tiene señas para poner en los sobres, pero tiene una vida que contar. Y ¿a quién sino a ella? Él cree que cuando se encuentren será hermoso depositar en su regazo una caja de caoba repleta de cartas y decirle
- Te esperaba.
Ella abrirá la caja lentamente, cuando quiera, leerá las cartas una a una y retrocediendo por un kilómetro hilo de tinta azul recobrará los años - los días, los instantes - que ese hombre, incluso antes de conocerla, ya le había regalado. O tal vez, más sencillamente, volcará la caja y, atónita ante aquella divertida nevada de cartas, sonreirá diciéndole a ese hombre
- Tú estás loco.
Y lo amará para siempre.

Oceano Mare, Alessandro Baricco


He entendido demasiado tarde



Poi non e che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. Così... Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito troppo tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri.
Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito.
Se le dai tempo ,alla vita, lei si rigira in modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi più desiderare qualcosa senza farti male. E’ lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce.
Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.

Alessandro Baricco
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Luego no y que la vida vaya como tú te la imaginas. Abre su paso. Y tú la tuya. Así... Yo no es que quise este no ser feliz. Quise... salvarme. Pero he entendido demasiado tarde de qué parte hizo falta ir: de la parte de los deseos. Uno se espera que sean otras cosas a salvar a la gente: el deber, la honestidad, ser buenos, ser justos. No. Son los deseos que salvan. Soy la única cosa verdadera. Tú estás con ellos y te salvarás. Pero demasiado tarde lo he entendido.
Si los del tiempo, a la vida, ella se da vueltas de modo extraño, inexorable: y tú te percatas que a aquel punto ya no puedes desear algo sin hacerte mal. Y' allí que salta todo, no hay verso de escapar, más te agitas más se enreda la red, más te rebelas más te hieres. No sale.
Cuándo fue demasiado tarde, yo he iniciado a desear. Con toda la fuerza que tuve. Me he hecho mucho de aquel mal que ti no puedes imaginartelo tampoco.

Alessandro Baricco