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Bueno y Malo

Managua, 6 marzo 1983, piazza 19 Luglio: Giovanni Paolo II subisce una forte contestazione di piazza, l'unica della sua storia di pontefice. Poche ore prima, alzando l'indice ammonitore, aveva rimproverato padre Ernesto Cardenal perché aveva assunto un incarico di governo nell'esecutivo di ricostruzione nazionale ispirato ai principi del socialismo voluto dal Fronte Sandinista, che quattro anni prima aveva cacciato con le armi il presidente-dittatore Somoza Debayle. Immagini e grida fecero il giro del mondo. La stampa parteggiò per il papa e raccontò con molta ampiezza tutti i particolari dell'offesa arrecata dalla folla che assisteva alla messa, mettendo anche in evidenza la "disubbidienza" di Cardenal che, in quanto sacerdote, non avrebbe dovuto mantenere una carica politica (ministro della cultura). A oltre 20 anni di distanza, Cardenal - poeta, sacerdote sospeso a divinis nel 1985 a causa di quella disubbidienza, dimissionario dal Fronte sandinista nel 1994 - dà la sua versione del vissuto di quel giorno in un libro, "La revolución perdida", pubblicato in Nicaragua (Aanama Ediciones), Spagna (Editorial Trotta) e Messico (Fondo de Cultura Economica), ma non in Italia (chissà perché...). Qui di seguito una traduzione dallo spagnolo delle pagine che ricordano gli avvenimenti di allora.


Dopo i saluti di protocollo, compresi quelli della guardia d'onore e della bandiera, il papa chiese a Daniel Ortega [allora presidente del Nicaragua, ndt] se poteva salutare anche i ministri. Naturalmente gli fu detto di sì; così il papa si diresse verso di noi. Affiancato da Daniel e dal cardinal Casaroli cominciò a dare la mano ai ministri e, quando si avvicinò a me, io feci quello che, anche su consiglio del Nunzio, avevo previsto di fare se si fosse verificato questo caso: togliermi il basco e inginocchiarmi per baciargli l'anello. Ma egli non permise che glielo baciassi e, brandendo il dito come fosse un bastone, mi disse in tono di rimprovero: "Lei deve regolarizzare la sua situazione". Siccome io non risposi, tornò a ripetere la brusca ammonizione. E questo mentre eravamo inquadrati da tutte le telecamere del mondo.
Ho l'impressione che tutto questo fu ben premeditato dal papa. E che le televisioni fossero avvisate. Il fatto è che questa immagine fu diffusa nel mondo intero e che lo è tuttora: mi hanno informato che l'hanno ritirata fuori in occasione di recenti viaggi del papa.
In realtà, era ingiusta la reprimenda del papa, perché io avevo regolarizzato la mia situazione con la Chiesa. Noi sacerdoti che avevamo incarichi nel governo eravamo stati autorizzati dai vescovi, che avevano reso pubblica la loro autorizzazione (fino a quando il Vaticano ci proibì di mantenere tali incarichi).
E la verità è che ciò che più disgustava il papa della Rivoluzione del Nicaragua era che fosse una Rivoluzione che non perseguitava la Chiesa. Avrebbe voluto un regime come quello della Polonia, che era anticattolico in un Paese a maggioranza cattolica, e pertanto impopolare. Quello che neanche lontanamente avrebbe voluto era una Rivoluzione appoggiata massicciamente dai cristiani come era la nostra, in un Paese cristiano, e dunque una Rivoluzione molto popolare. E peggio ancora, la nostra era una Rivoluzione con dei sacerdoti!
Il governo fece tutto il possibile perché la piazza di Managua, per la messa del papa, si riempisse di gente; perché riempirla di gente avrebbe significato riempirla di Rivoluzionari.
Ci stupì che nel suo discorso all'aeroporto il papa parlasse di persone impedite a raggiungere il luogo dell'incontro, malgrado lo volessero. Lo ripeté varie volte durante la messa, e con un'enfasi perversa su ogni sillaba perché si capisse bene che erano molti quelli cui era stato impedito di arrivare lì. Ma potevano veramente giungere più delle 700.000 persone presenti? E visto che pronunciava discorsi scritti, e che erano stati scritti a Roma, com'è possibile che sapesse prima che a molti era stato impedito di raggiungere la piazza?
Le letture della messa non furono innocenti. Si vedeva bene che erano state scelte espressamente contro i sandinisti. Dell'Antico Testamento fu letto il passo della Torre di Babele, quello degli uomini che vollero rendersi uguali a Dio. Del Nuovo, quello del Buon Pastore: solo Cristo lo è; gli altri sono ladri e malfattori.
L'omelia papale fu sull'unità della Chiesa, il che significava un attacco alla cosiddetta "Chiesa popolare", o anche "Chiesa parallela", un'accusa ai cristiani rivoluzionari di distruggere l'unità.
Era evidente che il papa odiava la Rivoluzione sandinista, ed era venuto in Nicaragua per litigare. La cosa sconcertante era che ad ogni frase la piazza scoppiava in applausi ed evviva all'indirizzo del papa. Ci fu un momento in cui pensai che la Rivoluzione stesse venendo giù. Mi dissi che, se continuava così, tutti quelli che eravamo nella tribuna riservata al governo avremmo dovuto fare le valigie nella notte. Ma fu allora che cessarono i grandi applausi: rimasero ad applaudire solo i 50.000 portati lì da padre Carballo; il resto della piazza cominciò a protestare.
Seppi dopo che l'orientamento della Rivoluzione in tutto il Paese era stato quello di non dare nessuna consegna politica, ma solo di invitare a gridare viva al papa e ad applaudire le sue parole. Si pensava che avrebbe fatto un discorso di carattere pastorale; questo ci era stato assicurato ripetutamente da parte del Vaticano.
Rivedendo i video della messa si ha la prova che ci fu un cambiamento progressivo nella maggioranza della piazza, che prima smette di applaudire e poi protesta sempre più forte a mano a mano che capisce che il papa, parlando della Chiesa, sta parlando contro la Rivoluzione e contro i cristiani e i sacerdoti della Rivoluzione. E perciò non fu, come molti hanno detto in seguito, un attacco al papa premeditato dai sandinisti; fu il papa ad attaccare per primo la Rivoluzione, e il popolo rimase confuso e dubbioso per una ventina di minuti, poi reagì contro il papa.
Più volte il papa aveva detto che il Nicaragua era la sua "seconda Polonia". Fu un grande errore, perché il Nicaragua non era la Polonia. Credeva che ci fosse un regime impopolare, rifiutato dalla grande maggioranza dei cristiani e che la sua presenza combattiva avrebbe provocato una sollevazione del popolo contro i comandanti della Direzione Nazionale e della Giunta di governo presenti in piazza. Che sarebbe bastato che egli parlasse contro la Rivoluzione dei sandinisti per avere l'appoggio massiccio della piazza. Era venuto in Nicaragua per destabilizzare la Rivoluzione. Se il papa non si fosse sbagliato, la notizia mondiale di quel giorno sarebbe stata che il popolo nicaraguense rifiutava la Rivoluzione. E certamente questo sarebbe stato il crollo della Rivoluzione sandinista, come io giunsi a temere. Ma siccome il popolo difese la Rivoluzione e rifiutò il papa, la notizia mondiale fu "l'affronto fatto al papa in Nicaragua".
Il popolo mancò di rispetto al papa, è vero, ma prima il papa mancò di rispetto al popolo.
Prima le madri dei 17 ragazzi uccisi cominciarono a chiedere al papa una preghiera per i loro figli, ed egli non badò loro. Poi si avvicinarono all'altare e cominciarono a chiederlo gridando. Altri chiedevano una preghiera per la pace, e, quando diventarono molti quelli che in coro gridavano "Vogliamo la pace", ciò che fece il papa fu di rispondere alla folla gridando: "La prima a chiedere pace è la Chiesa"; e poco dopo, poiché le proteste del popolo erano un crescendo, prese il microfono e gridò a pieni polmoni: "Silenzio!".
La qual cosa irritò ancor più il popolo, che non era abituato a sentirsi gridare dai suoi dirigenti "Silenzio!". A partire da quel momento la mancanza di rispetto fu totale. Il papa voleva dire le parole della consacrazione, quelle del momento più solenne della messa, e non poteva per le grida della folla: "Vogliamo la pace!" e "Potere popolare!", "Non vinceranno!". C'erano evviva al Fronte sandinista mentre le migliaia di persone della destra che erano in fondo lanciavano evviva al papa. In uno dei video si sente una donna che grida: "Non è un papa dei poveri: guarda come si veste!". Per due o tre volte ancora il papa dovette gridare silenzio. Per la prima volta nella storia moderna, un papa era umiliato dalla folla. Nei video lo si vede sconcertato da quello che sta accadendo, e varie volte dà segno di vacillare e sta quasi per lasciare l'altare. Alla fine della messa poté appena dare la benedizione papale, dopo averla iniziata tre volte, ad una folla che già stava cantando l'inno del Fronte sandinista.
Quello che disse il Vaticano, quello che disse la stampa capitalista dell'intero mondo, quello che dissero molti vescovi fu che il regime marxista del Nicaragua aveva commesso un oltraggio contro il Sommo Pontefice; si parlò di sacrilegio e di profanazione della messa papale. E in altre città del Centroamerica, che egli visitò dopo, furono celebrate messe di riparazione.
Certamente per la Rivoluzione fu una perdita di credito a livello mondiale. Ma cosa sarebbe successo se il popolo avesse continuato ad applaudire? Mi sembra che fu una prova del fuoco per la Rivoluzione, che ne uscì trionfalmente. Perché era un popolo in maggioranza cattolico quello che era lì presente, e neanche tutto il prestigio e il potere spirituale del papa di Roma riuscì a farlo rivoltare contro i dirigenti. Piuttosto si rivoltò contro il papa.

padre Ernesto Cardenal




Cosa le disse il papa quel giorno?
Mi disse in tono di aspro rimprovero che dovevo regolarizzare la mia situazione. Il che era ingiusto, perché i vescovi nicaraguensi avevano dichiarato pubblicamente che i sacerdoti in cariche di governo erano autorizzati a ricoprirle per la causa del bene comune. Però non contestai il papa per questo, e chinai il capo, perché non volevo polemizzare con lui in pubblico, sotto l'attenzione dei media. Che dei sacerdoti facessero politica, non era affatto una novità nella Chiesa cattolica, e parlo anche di vescovi o papi; però era la prima volta nella storia che un sacerdote avesse a che fare con una rivoluzione. Tutte le rivoluzioni precedenti erano anticristiane o senza la partecipazione dei cristiani; questa invece era la prima rivoluzione con l'appoggio in massa dei cristiani stessi, e con addirittura dei sacerdoti coinvolti attivamente. Sentivamo come un nostro compito il fatto di dover partecipare ad essa. L'esempio del Nicaragua influenzò anche altre rivoluzioni successive ed in particolar modo l'evoluzione di quella cubana.

Perché per il papa era così importante prendere le distanze?
Il papa poteva capire una rivoluzione marxista anticristiana in un popolo cattolico perseguitato dalla rivoluzione, com'era successo in Polonia: quella in effetti fu davvero una rivoluzione impopolare. Il Papa poteva accettare una rivoluzione come antagonista della Chiesa. Non accettava il fatto che potesse esistere un'esperienza diversa, in cui Chiesa e rivoluzione potessero convivere pacificamente, e anzi darsi una mano l'una con l'altra.

Al di là della posizione personale di Giovanni Paolo II, quale fu l'atteggiamento del Vaticano?
Qualcuno scrisse che i principali avversari della rivoluzione in Nicaragua, e questo spiega la sua importanza sullo scenario mondiale, furono Reagan ed il papa. Una rivista cattolica degli Stati Uniti, il National Catholic Reporter, rivelò che per il caso del Nicaragua il Vaticano chiese informazioni alla Cia. Lo stesso vescovo di Detroit, Thomas Gumbleton, criticò pubblicamente il fatto che il papa si allineò con la Cia nel preciso istante in cui il governo degli Stati Uniti stava minando i porti del Nicaragua, in quella che fu definita una guerra di “bassa intensità” nei confronti del nostro Paese. Lo sbaraglio della rivoluzione in Nicaragua avvenne poco prima della caduta dei governi socialisti in Europa, però questa caduta, secondo la rivista Time, fu figlia di una santa alleanza tra Reagan ed il papa. Fu una lunga cospirazione, cominciata con la Polonia, per rovesciare i regimi comunisti in Europa. Questi regimi hanno commesso grandi errori, ma non morirono di una morte naturale.

Veniamo a lei. Come ha potuto coniugare la vocazione religiosa con l'impegno rivoluzionario?
In realtà le due cose sono sempre state per me come un'unica cosa. In verità, la mia vocazione naturale è sempre stata una terza rispetto alle due che ha detto lei, ovvero quella di poeta. Sono nato con essa. Durante la mia gioventù fui spesso innamorato, amavo molto le ragazze, ma la mia sete di conoscenza e la ricerca della bellezza furono la spinta che mi avvicinarono a Dio. La mia conversione avvenne a 31 anni e poi seguì subito il sacerdozio. Entrai in un monastero trappista negli Stati Uniti, dove avvenne per caso l'incontro col Maestro mistico nordamericano Thomas Merton.

Cosa imparò in quell'esperienza?
Nella formazione da lui impartita, la cosa più chiara era che l'essere “contemplativo” non significava essere indifferente ai problemi sociali e politici del proprio popolo. Infatti, dopo aver lasciato il monastero, quando visitai Cuba nel 1970, mi ritrovati ad affrontare questo secondo processo di conversione, la conversione alla rivoluzione. Per prima cosa ci fu la scoperta che il marxismo aveva fatto del bene, per le grandi trasformazioni che aveva portato a Cuba. Ma non potevo essere marxista, perché il marxismo era ateo. Però poco dopo capii, grazie alla teologia della liberazione, che l'ateismo non era un elemento indispensabile del marxismo, e che non esisteva in effetti una contraddizione tra il marxismo ed il cristianesimo.

Da cosa ebbe origine la sua conversione religiosa?
Dio mi si rivelò come Bellezza, una Bellezza infinita. Mi innamorai di Dio. E' come innamorarsi di un essere umano; l'oggetto è differente, ma l'esperienza d'amore è la stessa. Nessuno desidera restare separato da chi ama. Scelsi l'ordine trappista che è tra i più severi delle Chiesa perché desideravo star solo con Dio, senza che niente potesse interferire in questo rapporto. Fui molto felice per quei due anni trascorsi lì, ma purtroppo fui costretto a partire per motivi di salute. Merton, il mio Maestro di noviziato, mi consigliò di fondare una piccola comunità contemplativa nel mio Paese, invece di cercare un altro ordine religioso, e questo feci, già sacerdote, in un'isola del Lago di Nicaragua nell'arcipelago del Solentiname, dove rimasi per più di dodici anni.

Come diventò, invece, “rivoluzionario”?
Fu lì che con la mia comunità abbracciai la Rivoluzione sandinista, e quando trionfò la Rivoluzione fui nominato ministro della cultura. Sono sicuro sia stata la stessa volontà di Dio ad aver guidato la mia vita: prima portandomi in una prigione di assoluto silenzio in un monastero, poi con gli anni di solitudine su di un'isola, per passare infine all'attivismo come ministro della cultura. Esperienza, quest'ultima, dura e difficile perché contraria alla mia vocazione votata alla meditazione ed al silenzio, ma accettata per il fatto che avevo intuito come tutto fosse un disegno della volontà di Dio.

Come vede il futuro del mondo?
Lo vedo come un futuro socialista. Il vero socialismo contiene delle aberrazioni, come le ha avute il cristianesimo con le Crociate, l'Inquisizione, la corruzione dei papi rinascimentali, ma continuo ad essere cristiano. Allo stesso modo continuo ad essere socialista. Esistono solo due sistemi economici possibili: l'appropriazione delle ricchezze che la Terra offre oppure la loro condivisione. La vera cristianità sta dalla parte della condivisione di tutti questi beni. San Basilio disse: “Una società perfetta è quella che esclude tutte le proprietà private”. E San Clemente: “Tutto quello che esiste sulla terra deve essere di uso comune”. Mi sembra di essere in buona compagnia a pensarla così.

E la globalizzazione?
Credo nella globalizzazione della Rivoluzione
.


























Il Buono ...e il Cattivo

Teología de la Revolución



Ho detto molte volte che l'esperienza della rivoluzione cubana, al tempo della mia prima visita a Cuba, è stata la più importante della mia vita dopo la mia conversione religiosa, e che è stata come una seconda conversione. Senza Cintio Vitier e sua moglie Fina Garcìa Marruz, sarei rimasto certo molto impressionato dalla rivoluzione cubana, ma non avrei avuto questa cosa che ho chiamato conversione.
La parola biblica conversione in greco si dice “metanoia” che significa cambiamento di mentalità, e per me questo equivale a una rivoluzione. Gli indios misquitos del Nicaragua per dire rivoluzione dicono revolution (per l'influenza inglese) ma nella loro lingua hanno una parola specifica per esprimere un cambiamento ed è a stessa con cui si riferiscono al cambio di pelle delle bisce e degli altri rettili. Ed è la stessa cosa che intendeva Gesù quando disse a Nicodemo che bisognava nascere di nuovo.
In questo senso la mia prima visita a Cuba è stata un cambiamento e una conversione, perché è stato allora che sono diventato rivoluzionario. Roberto Fernàndez Retamar mi aveva invitato diverse volte a Cuba, ma le autorità ecclesiastiche non me lo permettevano. Retamar e Haydée Santamarìa furono persino in trattativa con l'ambasciatore di Cuba al Vaticano per far autorizzare il mio viaggio, e mi fu concesso, ma nonostante questo il mio vescovo non mi diede il permesso.
E allora nel 1970 me ne venni qui senza permesso. Lo feci incoraggiato da Cintio Vitier che si era già unito alla rivoluzione (e non l'aveva fatto prima solo perché cattolico). Con lui e Fina c'erano anche: Lezama Lima, Eliseo Diego, Octavio Smith e altri cattolici.
Fu così che mi identificai con la rivoluzione cubana, e a questa mi unii ancor prima di prendere parte alla rivoluzione del Nicaragua, perché allora in Nicaragua non c'era rivoluzione. Per un cattolico – e Cintio e Fina lo erano e continuano ad esserlo – a quei tempi era difficile – o impossibile – unirsi a una rivoluzione che si era dichiarata comunista e atea.
Su una sola cosa i cattolici e i comunisti concordavano, e si trattava di un errore: un cattolico non poteva essere comunista perché il comunismo doveva essere ateo. Lo stesso Camilo Torres a suo tempo non si era dichiarato marxista, si era limitato a dire che cristiani e marxisti dovevano lottare uniti per la stessa causa e rimandare a dopo le discussioni filosofiche. Lo scrittore spagnolo José Bergamìn era stato molto audace, perché, pur essendo cattolico, era diventato comunista nel periodo in cui Pio XII aveva dichiarato automaticamente scomunicato chiunque lo fosse diventato; ma lui diceva ai comunisti: “con voi vengo fino alla morte, non un passo di più”.
Fu con l'avvento della teologia della liberazione, nei primi Anni 70, che ci venne rivelata la verità evangelica secondo la quale tutti quelli che lottano per i poveri, credenti o atei, sarebbero stati uniti oltre la morte; e il regno di Dio, o Regno dei Cieli, e la società comunista perfetta sono la stessa cosa; e credere nell'immortalità, come disse nel mio paese José Coronel Urtecho, significa che la rivoluzione non finisce in questo mondo. E fu proprio qui a Cuba, durante la mia prima visita, che scoprii come il gesuita francese Padre de Lubac avesse trasformato la frase di Sant'Agostino “Ama e fai quello che vuoi” in “Ama e credi in quello che vuoi”.
Vorrei sottolineare che Fidel ci precedette tutti, perché lui aveva sempre detto che si poteva essere comunisti e cristiani al contempo, cosa che in genere a Cuba comunisti e cristiani non capirono. E non solo a Cuba ma da molte altre parti: io, per esempio, non lo capivo. Lo capii solo quando arrivò la teologia della liberazione. E, tra parentesi, credo che questa teologia della liberazione sia stata definita male e che dovrebbe chiamarsi "teologia della rivoluzione". Così nessuno si domanderebbe più, come molti fanno, cosa significa questa teologia, perché tutti quanti sanno cos'è la rivoluzione, sia i favorevoli che i contrari. E non domanderebbero perché il papa avversa questa teologia.
Quando venni per la prima volta a Cuba non c'era ancora la teologia della liberazione, ma fu Cintio, come ho già detto, ad aprirmi gli occhi sulla rivoluzione cubana. Come avrei potuto non capirla con quello che Cintio mi diceva. Per esempio una volta, mentre stavamo viaggiando in autobus, vedemmo in lontananza la fortezza de La Cabaña, e lui mi disse: “Lì sono morti fucilati tanti giovani idealisti. Morivano gridando Viva Cristo Re! Credevano di morire per Cristo e non sapevano di essere stati uccisi da agenti della Cia e dai seguaci di Batista. Questa era la cosa più triste”.
Cintio in quell'occasione era come un giurato del premio della Casa de las Américas, e così gran parte del tempo andammo in giro a visitare l'isola insieme ad altri giurati. Ricordo che una volta, mentre viaggiavamo in autobus in mezzo ai campi, mi mostrò una distesa di migliaia e migliaia di piante di agrumi, e mi parlò del massiccio rimboschimento in atto a Cuba. E un'altra volta mi parlò della campagna con cui erano state sradicate tutte le erbacce sull'isola. E un'altra volta ancora di come fossero riusciti a sconfiggere la poliomielite, i parassiti intestinali, la malaria e il tetano. “E questa non è propaganda, è verità”, mi disse (anche la nostra rivoluzione in Nicaragua avrebbe più tardi sconfitto la poliomielite e altre malattie endemiche, e tutto questo proprio come a Cuba, non fu propaganda).
E una volta Cintio mi disse: “Fidel ha molte cose in comune con Martí. Martí era impetuoso scrivendo, come Fidel lo è parlando. Martí diceva che per lui era una malattia scrivere articoli di giornale come fossero libri. Scriveva finché gli si gonfiava la mano. Fidel parla finché gli si arrochisce la voce. Tanto Martí come Fidel sono uomini della cui vita privata si ignora quasi tutto. Sono uomini di una causa. Non per nulla Fidel ha detto che Martí è l'autore di questa rivoluzione”.
Cintio mi ha più volte ricordato l'ingesso dei barbudos di Castro all'Avana: “C'era un grande contrasto tra la città con i suoi grattacieli, gli hotel di lusso e tutto quello splendore capitalista, e gli abiti laceri dei nuovi padroni. Perché figurati, arrivarono con i vestiti a brandelli, sporchissimi, i capelli lunghi. Fu una sorpresa, la gente son dapeva che i guerriglieri fossero così – fino a quel momento non li avevano mai visti – e nessuno poteva immaginare che si sarebbero presentati in quello stato.
E poi ci fu l'ingresso di Fidel all'Avana: un'apoteosi. Perché Fidel arrivò dopo, era passato trionfalmente per tutti i villaggi e tardò molto prima di entrare all'Avana. E quando vi giunse occupò l'hotel Habana Libre che allora era l'Habana Hilton e lo trasformò nel suo quartier generale. L'intero hotel occupato da lui e dai suoi guerriglieri: era uno spettacolo meraviglioso, e tutti i pomeriggi ci passavo davanti, per il gusto che mi dava vedere i barbudos al posto dei gringos ricchi. Per noi che li abbiamo vissuti, quelli furono i giorni più belli della nostra vita. E quei giorni furono come il Giudizio Universale perché a ciascuno veniva dato quanto gli spettava: ad alcuni castighi e ad altri premi. E tutto quello che era stato nascosto venne alla luce. Il bene e il male. Fidel aveva dell'autentico cristianesimo un'idea più chiara di quella di molti vescovi. Disse che il clero cubano, alleato dei ricchi, aveva prostituito l'essenza del cristianesimo primitivo
."
Ed era vero.

padre Ernesto Cardenal




Escucha oh Señor

"Non conosciamo i nomi di coloro che inchiodarono Gesù alla croce. Ricordiamo a malapena i nomi di coloro che lo giudicarono falsamente e lo condannarono ingiustamente a morte. Il nome di Ponzio Pilato invece, l'uomo che si lavò le mani e rifiutò d'immischiarsi, vive nella mente di tutti. Gli esecutori materiali della condanna furono più brutali, i giudici più crudeli. In Pilato ci fu soltanto tiepidezza, timorosità e infine indifferenza. Nonostante ciò, è proprio il ricordo di lui che resta. La sua codardia, la sua mancanza di impegno personale si perpetuano nella storia. C'è una lezione in tutto questo. Dobbiamo condannare coloro che fanno il male, ma ancora di più coloro che avrebbero la possibilità di impedirlo e non fanno nulla. Il male è colpevole, ma l'indifferenza è ancora più colpevole. È questo che ci dimostra Pilato mentre continua, anche oggi, a lavarsi le mani."
Armando Fuentes Aguirre

Psalm 5

Escucha mis palabras oh Señor
Oye mis gemidos
Escucha mi protesta
Porque no eres tú un Dios amigo de los dictadores
ni partidario de su política
ni te influencia la propaganda
ni estás en sociedad con el gangster.
No existe sinceridad en sus discursos
ni en sus declaraciones de guerra.
Hablan de paz en sus discursos
mientras aumentan su producción de guerra
Hablan de paz en las Conferencias de Paz
y en secreto se preparan para la guerra
Sus radios mentirosos rugen toda la noche
Sus escritorios están llenos de planes criminales
y expedientes siniestros
Pero tú me salvarás de sus planes
Hablan con la boca de las ametralladoras
sus lenguas relucientes
son las bayonetas...
Castígalos oh Dios
malogra su política
confunde sus memorandum
impide sus programas
A la hora de la Sirena de Alarma
tú estarás conmigo
tú serás mi refugio el día de la Bomba
Al que no cree en la mentira de sus anuncios comerciales
ni en sus campañas publicitarias ni en sus campañas politicas
tú lo bendices
lo rodeas con tu amor
como con tanques blindados.

Ernesto Cardenal
__________

Salmo 5

Ascolta le mie parole o Signore
Senti i miei gemiti
Ascolta la mia protesta
Perché tu non sei un Dio amico dei dittatori
né sostenitore della loro politica
né ti influenza la propaganda
né stai in società col gangster.
Non esiste sincerità nei loro discorsi
né nelle loro dichiarazioni di guerra.
Parlano di pace nei loro discorsi
mentre aumentano la produzione di guerra
Parlano di pace nelle Conferenze di Pace
ed in gran segreto si preparano per la guerra
Le loro radio bugiarde latrano tutta la notte
Le loro scrivanie sono piene di piani criminali
ed espedienti sinistri
Ma tu mi salverai dei loro propositi
Parlano con la bocca delle mitragliatrici
le loro lingue rilucenti
sono le baionette...
Puniscili oh Dio
manda in malora la loro politica
confondi i loro memorandum
ostacola i loro programmi.
Nel momento della Sirena di Allarme
tu starai con me
tu sarai il mio rifugio il giorno della Bomba.
Chi non crede nelle bugie dei loro annunci commerciali
né nelle loro campagne pubblicitarie né nelle loro campagne politiche
sia da te benedetto
lo circondi il tuo amore
come carri armati blindati.

Ernesto Cardenal

¡Me vale verga!

Al perderte yo a ti tú y yo hemos perdido:
yo porque tú eras lo que yo más amaba
y tú porque yo era el que te amaba más.
Pero de nosotros dos, tú pierdes más que yo:
porque yo podré amar a otras como te amaba a ti
pero a ti no te amarán, como te amaba yo.

Tu e io abbiamo perso entrambi:
Io perchè tu eri quella che amavo di piu
E tu perchè io ero quello che ti amava maggiormente.
Ma tra di noi ,tu hai perso piu di me:
Perchè io potrò amare un'altra come amavo te
Ma nessuno ti potrà amare ,come ti amavo io.

Seguir viaje.
Y aquel viaje muy jodido.
La telefoneada inesperada de Managua
a la última isla de las Antillas:
"Ernesto, murió Laureano"
En el vuelo Trinidad-Barbados-Jamaica-Habana-Managua
mirando mar, y mar, no podía pensar en otra cosa.
Ya que hemos nacido desahuciados
lo mejor es morir Héroe y Mártir
como vos moriste.
Claro que hubiera sido mejor que no murieras nunca,
con tal que tu esposa y tus hijos y tus amigos y el mundo entero
no murieran nunca.
Cuando lo bauticé de 20 años en Solentiname
porque quería pasar de su protestantismo alienado de allí
a nuestro cristianismo revolucionario
no quiso tener un padrino y una madrina
todo el Club juvenil campesino fueron sus padrinos y madrinas.
Sobre todo su obsesión por la Revolución.
Fascinado con el marxismo pero sin querer nunca leerlo.
Muy inteligente, pero sin querer formarse intelectualmente.
La persona más mal hablada que he conocido.
Pero el que decía las "malas palabras" con más pureza.
Una vez, comentando el Evangelio en la misa:
"Esos magos la cagaron llegando donde Herodes".
O, sobre la Santísima Trinidad (su resumen):
"Los tres jodidos son uno solo".
La noche que me confesó frente a la calmura del lago:
"Ya no creo en Dios ni en ninguna de esas mierdas.
Creo en Dios pero para mí Dios es el Hombre
".
Pero siempre quiso ser mi monaguillo en la misa.
Nadie le podía quitar ese puesto.
Su expresión más frecuente: ME VALE VERGA.
Hijo mío y hermano Laureano,
hijo indócil y cariñoso
como todo hijo con su padre
y como además yo no era tu verdadero padre
fuiste sobre todo mi hermano
hermano bastante menor en años
pero sobre todo compañero
¿esa palabra te gusta más verdad?
La que más amabas después de la palabra Revolución.
Compañero Sub-Comandante Laureano,
Jefe de los Guarda Fronteras:
Digo junto con vos, que nos vale verga la muerte.
No quería hacer este pasaje.
Pero me dirías en aquel tu lenguaje poético de aquellas misas
traducido después a tantos idiomas, hasta el japonés
(les costará traducirte)
"Poeta hijueputa decí a esos jodidos mis compañeros de Solentiname
que me mataron los contrarrevolucionarios hijos de la gran puta
pero que me vale verga
".
Como aquel "que se rinda tu madre" de Leonel.
Siempre me decías allá que querías ya irte a la guerrilla.
Y yo: "Con tu indisciplina allí te fusilan".
Hasta que se cumplió tu sueño con el asalto a San Carlos.
"Aquí los vamos a joder a estos jodidos".
Las balas que te tiraban los guardias. Y tu relato después:
"¡pas! ¡pas! ¡pas! ¡Puta! Allí fue cuando me sentí muerto
".
Pendenciero, fiestero, mujerero,
rebosante de vida pero sin temer la muerte.
Poco antes de morir me había dicho tranquilo en Managua:
"Allí es encachimbado. Cualquier día yo puedo morir en una emboscada".
No has dejado de existir:
Has existido siempre
y existirás siempre
(no sólo en éste,
en todos los universos).
Pero es cierto,
una sola vez viviste,
pensaste,
amaste.
Y ahora estás muerto.
Es estar digamos como la tierra, o la piedra, que es lo mismo,
"la piedra dura porque ésa ya no siente".
Pero no, nada de piedra dura,
sí estás sintiendo,
más allá de la velocidad de la luz
del final del espacio que es el tiempo,
totalmente consciente,
dentro de la conciencia
vivicísima
de todo lo existente.
LAUREANO MAIRENA ¡PRESENTE!
El jodido avión retrasándose en cada escala.
Ya era muy noche en el mar. Yo no podía dejar de pensar...
Yo quisiera morir como vos hermano Laureano
y mandar a decir desde lo que llamamos cielo
"Rejodidos hermanos míos de Solentiname, me valió verga la muerte!"

Ernesto Cardenal

______


Continuare il viaggio.
E quel fottutissimo viaggio.
La telefonata inaspettata da Managua
sull'ultima isola delle Antille:
"Ernesto, è morto Laureano".
Sul volo Trinidad-Barbados-Giamaica-L'Avana-Managua
vedevo mare e mare e non potevo pensare ad altro.
Visto che siamo nati spacciati
è meglio morire da Eroe e da Martire
come sei morto tu.
Certo sarebbe stato meglio che tu non morissi mai,
purché tua moglie, i tuoi figli, i tuoi amici e tutti quanti
non morissero mai.
Quando l'ho battezzato che aveva 20 anni a Solentiname
perché voleva passare dal protestantesimo alienato di quelle parti
al nostro cristianesimo rivoluzionario
non ha voluto avere un padrino e una madrina
ma tutti quanti del Club giovanile contadino sono stati i suoi padrini e le sue madrine.
Innanzi tutto la sua ossessione per la Rivoluzione.
Affascinato dal marxismo ma senza voler leggerne una parola.
Molto intelligente, ma senza voler darsi una formazione intellettuale.
La persona più sboccata che abbia mai conosciuto.
Ma era anche quello che diceva le "parolacce" con la maggiore purezza.
Una volta, mentre commentavo il Vangelo durante la messa:
"Che stronzata i Re Magi, andare da Erode".
Oppure sulla Santissima Trinità (il suo riassunto):
"Quei tre dritti sono uno solo".
La notte che mi confessò davanti alla bonaccia del lago:
"Io non credo più in Dio né in nessuna di quelle merde.
Credo in Dio ma per me Dio è l'Uomo
".
Eppure voleva essere sempre il mio chierichetto a messa.
Nessuno gli poteva togliere quel posto.
La sua espressione più frequente: M'IMPORTA UNA SEGA.
Figlio mio e fratello Laureano,
figlio disubbidiente e affettuoso
come ogni figlio con suo padre
e siccome inoltre io non ero il tuo vero padre
sei stato soprattutto mio fratello
fratello parecchio più giovane di età
ma soprattutto compagno
quella parola ti piace di più, vero?
Era quella che preferivi dopo la parola Rivoluzione.
Compagno Sub-Comandante Laureano,
capo delle Guardie di Frontiera:
io dico insieme a te che c'importa una sega la morte.
Non volevo scrivere questo passo.
Ma tu mi avresti detto con quel tuo linguaggio poetico di quelle messe
tradotto dopo in tante lingue, perfino in giapponese
(faranno fatica a tradurti)
"Stronzo d'un poeta dì a quei merdosi dei miei compagni di Solentiname
che mi hanno ammazzato i controrivoluzionari gran figli di puttana
ma che m'importa una sega
".
Come quel "si arrenda tua madre" di Leonel.
Mi dicevi sempre che volevi partire subito per la guerriglia.
E io: "Con la tua indisciplina ti fucilano subito".
Finché si avverò il tuo sogno con l'assalto a San Carlos.
"Ora sì che li inculiamo questi stronzi".
Gli spari delle guardie contro di te. E il tuo racconto dopo:
"pum! pum! pum! Cazzo! Lì davvero mi son visto morto".
Attaccabrighe, festaiolo, donnaiolo,
esuberante di vita ma senza temere la morte.
Poco prima di morire mi aveva detto a Managua tranquillo:
"Lì è un casino. Un giorno rimango stecchito in un'imboscata".
Non hai smesso di esistere:
Sei esistito sempre
ed esisterai sempre
(non solo in questo qui,
ma in tutti gli universi).
Eppure è vero,
una sola volta sei vissuto,
hai pensato,
hai amato.
E adesso sei morto.
Ed è essere come la terra, o la pietra, che è la stessa cosa,
"la pietra dura ché essa non sente più".
Ma no, macché pietra dura,
tu sì che senti,
al di là della velocità della luce
della fine dello spazio che è il tempo,
totalmente cosciente,
dentro la coscienza
vivacissima
di tutto ciò che esiste.
LAUREANO MAIRENA, PRESENTE!
Il fottuto aereo fa ritardo in ogni scalo.
Era notte inoltrata sul mare. Io non potevo smettere di pensare...
Vorrei morire come te fratello Laureano
e da quello che chiamiamo cielo mandare questo messaggio:
"Superstronzi fratelli miei di Solentiname, la morte m'importò una sega!"

Ernesto Cardenal