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¡Somos los Grandes de la Mancha!




[Don Chisciotte]

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto
d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l'ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l'accetto, forza sellami il cavallo !
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l'ingiustizia giorno e notte,
com'è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte...


[Sancho Panza]

Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore...
E' la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini...
E' un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant'è vero che anch'io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza...


[Don Chisciotte]

Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri!
L'ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l'anima dell'uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fà d'ombra e s'ingarbuglia la matassa...


[Sancho Panza]

A proposito di questo farsi d'ombra delle cose,
l'altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com'è vero... che ora ho fame!


[Don Chisciotte]

Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...


[Sancho Panza]

Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il "capitale", oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al "potere" dare scacco e salvare il mondo intero?


[Don Chisciotte]

Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il "male" ed il "potere" hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare ad un po' di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà?


[Insieme]

Il "potere" è l'immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte:
siamo i "Grandi della Mancha",
Sancho Panza... e Don Chisciotte!

__________


[Don Quijote]

He leído así muchas historias de caballeros errantes,
de empresas y de victorias de los justos sobre los prepotentes
para todavía estar cerrado con mis libros en esta habitación
como un cobarde perezoso, sordo a cada sufrimiento.
En el mundo hoy más de ayer domina la injusticia,
pero de heroicos caballeros ya no tenemos noticia;
justo por este, Sancho, es sobre todo necesidad
de un salto generoso, fosos también un sueño loco:
¡veme a tomar la silla, que mi empeño valoroso
lo he prometido a la mía bonita, Dulcinea del Toboso!
Y a ti Sancho yo prometo que ganarás un castillo,
pero un rechazo no lo acepto, ¡fuerza me ensillas al caballo!
Tú serás mi escudero, mi sombra confortadora
y con este corazón puro, con mi escudo y Rocinante,
golpearé con mi lanza la injusticia día y noche,
como es verdadero en el Mancha que me llamo a Don Quijote...


[Sancho Panza]

Este loco no está bien, necesita un médico,
contradecirlo no conviene, no está nunca de buen humor...
Es la más triste figura que haya aparecido sobre la Tierra,
cavalier sin miedo de una solitaria guerra
empezado por amor de una mujer conocida
dentro de una posada a horas dónde hace la prostituta,
pero creyendo de haber visto a una verdadera princesa,
él ha querido a cada coste hacerle aquella su promesa.
Y así de días sólo tenemos patadas en sentarse,
no sabemos dónde somos, sin pan y sin beber
y este loco desatado que es el más ingenuo de los niños
justo ayer se ha truncado entre las palas de los molinos...
Es un testarudo, un idealista, demasiados sueños tiene en el cerebro:
yo que soy más realista me conformo con un castillo.
Me hará a Gobernador y tendré tierras en abundancia,
cuánto es verdadero que también yo tengo un corazón y que me llamo a Sancho Panza...


[Don Quijote]

¡Salta de pie, Sancho, es tarde, no querrás todavía dormir,
sólo los cínico y los cobardes no se se despiertan a la aurora:
por los primeros es indiferencia y desprecio de los valores
y por los demás es reluctancia respecto a los deberes!
La injusticia no es el solista mal que devora el mundo,
también el alma del hombre a menudo tocando el fondo,
pero tenemos que hacer pronto porque más que el tiempo pasa
al enemigo él fà de sombra y se enreda la madeja...


[Sancho Panza]

¿A propósito de éste hacerse de sombra de las cosas,
el otro día cuándo ha visto aquellas ovejas indefensas
las ha atacado como fueran un ejército de Moro,
pero que al final también nos mordieran más allá de los perros los pastores
estuvo claro como el día, mi Dios no es verdadero?
Yo seré un cobarde y duermo, pero no soy un traidor,
sólo creo en aquellos que veo y la realidad por mí sólo queda
el metro que poseo, como es verdadero... ¡qué hora tengo hambre!


[Don Quijote]

Sancho me escuchas, te ruego, también he sido yo un realista,
pero ya hoy friego de ello y, aunque tengo una buena vista,
la apariencia de las cosas como ves no me engaña,
prefiero las sorpresas de este alma tirana
que transforma con sus tretas la realidad que tienes allí delante,
pero te abre nuevos ojos y te enciende los sentimientos.
Antes de hoy me aburrí y quise también morir,
pero ahora soy un hombre nuevo que no teme de sufrir...


[Sancho Panza]

¿Mi Dios, yo desaforadamente son un pobre ignorante
y de su discurso abstracto nos he entendido poco o nada,
pero también admitido que el ánimo me borra la pereza,
nosotros lograremos solo reconducir la justicia?
¿En un mundo dónde el mal es de casa y siempre ha vencido,
dónde reina el "capital", hoy más inhumanamente,
logrará con este penco y este inútil escudero
al "poder" jaquear y salvar el mundo entero?


[Don Quijote]

¿Me quieres decir, querido Sancho, que debería tirarme atrás
por qué el "mal" y el "poder" tienen un aspecto tan tétrico?
¿También debería renunciar a un poco de dignidad,
hacerme humilde y aceptar que sea este la realidad?


[Junto]

El "poder" es la basura de la historia de los humanos
y, aunque somos solamente dos románticas chatarras,
escupiremos el corazón frente a la injusticia día y noche:
somos los "Grandes de la Mancha",
Sancho Panza... ¡y Don Quijote!

Don Kişot



Ölümsüz gençligin şövalyesi,
ellisinde uyup yüreğinde çarpan aklına
bir temmuz sabahi fethine çıktı
güzelin, doğrunun ve haklının.
Önünde mağrur, aptal devleriyle dünya,
altında mahzun ve kahraman Rosinant'ı...

Bilirim, hele bir düşmeye gör hasretin halisine,
hele bir de tam okka
dört yüz dirhemse yürek,
yolu yok,
Don Kişot'um benim, yolu yok,
yel değirmenleriyle dövüşülecek.

Haklısın, elbette senin Dulsinya'ndır
dünyanın en güzel kadını,
elbette sen haykıracaksın bunu
bezirganların suratına
ve alaşağı edecekler
bir temiz pataklayacaklar seni.

Fakat sen, yenilmez şövalyesi susuzluğumuzun,
sen, bir alev gibi yanmaya devam edeceksin
ağır, demir kabuğunun içinde
ve Dulsinya bir kat daha güzellesecek.

Nazim Hikmet
_________

Il cavaliere dell'eterna gioventù
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.
Partì un bel mattino di luglio
per conquistare il bello, il vero, il giusto.
Davanti a lui c'era il mondo
coi suoi giganti assurdi e abietti
sotto di lui Ronzinante
triste ed eroico.

Lo so
quando si è presi da questa passione
e il cuore ha un peso rispettabile
non c'è niente da fare, Don Chisciotte,
niente da fare
è necessario battersi
contro i mulini a vento.

Hai ragione tu, Dulcinea
è la donna più bella del mondo
certo
bisognava gridarlo in faccia
ai bottegai
certo
dovevano buttartisi addosso
e coprirti di botte
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.

Nazim Hikmet

Siento bajo mis talones el costillar de Rocinante...



Alonso Chisciano, in arte Chisciotte, intorno alla cinquantina si mette per strada alla missione di contrastare ingiustizie, riparare torti. E’ finita da tempo l’epoca della cavalleria errante, ma lui non si arrende all’evidenza d’essere arrivato ultimo e a tempo scaduto.
Chisciotte non si arrende all’evidenza. Viene battuto, sconfitto, rovesciato e però non smette di riprovare ancora. Lui che non ha mai la meglio sui giganti che incontra, è l’invincibile. E' una specie di omaggio a quei seguaci delle cause perse che proprio in quanto tali sono in fin dei conti invincibili. Chi sconfitto sempre, mai rinuncia a battersi di nuovo è invincibile.
Invincibili sono i migratori, quelli che attraversano il mondo a piedi per raggiungerci e che non si fanno fermare da nessun campo di prigionia, da nessuna espulsione perché chi va a piedi non può essere fermato.
Anche quando la vita sembra una lotta contro i mulini a vento, eroe è colui che non si lascia fermare da disillusioni e delusioni. Invincibile non è chi sempre vince, ma chi mai si fa sbaragliare dalle sconfitte, chi mai rinuncia a battersi di nuovo.
La poesia diviene il modo di contrastare il mondo e le sue ingiustizie, i suoi disordini e le inerzie del quotidiano. Essa non è un modo per fuggire dalla realtà, così come Don Chisciotte non è un mero ideale libresco, ma un ideale di vita che appartiene a tutti gli uomini.
La parola, il suono, così come il pensiero non possono essere fermati da nessuna barriera; una volta espressi si librano nell’aria e si diffondono, vanno verso l’altro che ci sta di fronte, verso ogni Chisciotte ramingo per il mondo.
L'indifferenza non è semplicemente infischiarsene degli altri, ma, soprattutto, non riuscire a distinguere la differenza tra realtà e finzione, al punto di assistere, senza intervenire, a prepotenze e disgrazie che accadono sotto i nostri occhi. Chi, invece, interviene diventa un eroe, ma, anche, il capro espiatorio che si immola in nome dei peccati del mondo. Rimanendo spettatori, non distinguiamo la realtà dall’immaginazione, un po’ come Chisciotte. Solo che lui, sente i punti interrogativi che ci sono nei torti del mondo ed interviene sempre senza nessuna esitazione.
Varrebbe, allora, la pena di darci una sciacquata agli occhi con il suo collirio, per essere un poco meno spettatori e un poco più membri di quella sua cavalleria umana commossa e irritabile.
Noi bussiamo alla sua ombra perché si affacci ancora sul suo quadrupede asmatico a intimare la resa ai prepotenti.

Erri De Luca

Los ojos y la conciencia de don Quijote



Nació en prisión esta aventura de la libertad. En la cárcel de Sevilla, "donde toda incomodidad tiene su asiento y donde todo triste ruido hace habitación", fue engendrado Don Quijote de La Mancha. El papá estaba preso por deudas. Exactamente tres siglos antes, Marco Polo había dictado su libro de viajes en la cárcel de Génova, y sus compañeros de prisión habían escuchado, y escuchándolo habían viajado.
Cervantes se propuso escribir una parodia de las novelas de caballería. Ya nadie, o casi nadie, las leía. Estaban pasadas de moda. La tomadura de pelo fue un esfuerzo digno de mejor causa. Y sin embargo, esa inútil aventura literaria resultó mucho más que su proyecto original, viajó más lejos y más alto y se convirtió en la novela más popular de todos los tiempos y de todas las lenguas.
Merece gratitud eterna el caballero de la triste figura. A don Quijote los libros de caballería le habían quemado la cabeza, pero él, que se perdió por leer, salva a quienes lo leemos. Nos salva de la solemnidad y del aburrimiento.
Famosos estereotipos: don Quijote y Sancho Panza, el caballero y su escudero, la locura y la cordura, el soñador hidalgo con la cabeza en las nubes y el labriego rústico de pata en tierra.
Es verdad que don Quijote se vuelve loco de remate cada vez que monta a Rocinante, pero cuando desmonta suele decir frases que vienen del más puro sentido común, y en ocasiones pareciera que se hace el loco sólo por cumplir con el autor o el lector. Y Sancho Panza, el ramplón, el bruto, sabe ejercer con ejemplar sutileza su gobierno de la ínsula de Barataria.
Tan frágil que parecía y fue el más duradero. Cada día cabalga con más ganas, y no sólo por la manchega llanura. Tentado por los caminos del mundo, el personaje se escapa del autor y en sus lectores se transfigura. Y entonces hace lo que no hizo, y dice lo que no dijo.
Don Quijote jamás pronunció la más famosa de sus frases. "Ladran, Sancho, señal que cabalgamos" no figura en la obra de Cervantes. ¿Qué anónimo lector habrá sido el autor?
Metido en su armadura de latón, montado en su rocín hambriento, don Quijote parece destinado a la derrota y al ridículo.
Este delirante se cree personaje de novela de caballería y cree que las novelas de caballería son libros de historia. Sin embargo, no siempre cae despatarrado en sus lances imposibles, y a veces hasta aplica honrosas tundas a los enemigos que enfrenta o inventa. Y ridículo es, qué duda cabe, pero entrañablemente ridículo. Cree el niño que una escoba es un caballo, mientras el juego dura, y mientras dura la lectura los lectores acompañamos y compartimos los andares estrafalarios de don Quijote.
Reímos de él, sí, pero mucho más reímos con él.
"No te tomes en serio nada que no te haga reír", me aconsejó alguna vez un amigo brasileño. Y el lenguaje popular se toma en serio los delirios de don Quijote y expresa la dimensión heroica que la gente ha otorgado a este antihéroe. Hasta el Diccionario de la Real Academia Española lo reconoce así. Quijotada es, según el diccionario, "la acción propia de un quijote" y Quijote es aquel que "antepone sus ideales a su conveniencia y obra desinteresada y comprometidamente en defensa de causas que considera justas, sin conseguirlo".
Dos veces pidió Cervantes empleo en América, y dos veces fue rechazado. Algunas versiones dicen que era dudosa su limpieza de sangre. Los estatutos prohibían viajar a las colonias americanas a quien llevara en sus venas glóbulos judíos, musulmanes o heréticos, que se trasmitían a lo largo de no menos de siete generaciones. Quizá la sospecha de algún abuelo o bisabuelo que fuera judío converso explica la respuesta oficial a las solicitudes de Cervantes: "Busque por acá en qué se le haga merced".
El no pudo venir a América. Pero su hijo, don Quijote, sí. Y en América le fue de lo más bien.
En 1965, el Che Guevara escribió la última carta a sus padres.
Para decirles adiós, no citó a Marx. Escribió: "Otra vez siento bajo mis talones el costillar de Rocinante. Vuelvo al camino con mi adarga al brazo".
En sus malandanzas, evocaba don Quijote la edad dorada, cuando todo era común y no había tuyo ni mío. Después, decía, habían empezado los abusos, y por eso había sido necesario que salieran al camino los caballeros andantes, para defender a las doncellas, amparar a las viudas y socorrer a los huérfanos y a los menesterosos.
El poeta León Felipe creía que los ojos y la conciencia de don Quijote "ven y organizan el mundo no es como es, sino como debiera ser. Cuando don Quijote toma al ventero ladrón por un caballero cortés y hospitalario, a las prostitutas descaradas por doncellas hermosísimas, la venta por un albergue decoroso, el pan negro por pan candeal y el silbo del capador por una música acogedora, dice que en el mundo no debe haber ni hombres ladrones ni amor mercenario ni comida escasa ni albergue oscuro ni música horrible".
Unos años antes de que Cervantes inventara a su febril justiciero, Tomás Moro había contado la utopía. En el libro de Tomás Moro, Utopía, u-topía, significaba no-lugar. Pero quizás ese reino de la fantasía encuentra lugar en los ojos que lo adivinan, y en ellos encarna. Bien decía George Bernard Shaw que "hay quienes observan la realidad tal cual es y se preguntan por qué, y hay quienes imaginan la realidad como jamás ha sido y se preguntan por qué no".
Está visto, y los ciegos lo ven, que cada persona contiene otras personas posibles, y cada mundo contiene su contramundo. Esa promesa escondida, el mundo que necesitamos, no es menos real que el mundo que conocemos y padecemos.
Bien lo saben, bien lo viven, los aporreados que todavía cometen la locura de volver al camino, una vez y otra y otra, porque siguen creyendo que el camino es un desafío que espera, y porque siguen creyendo que desfacer agravios y enderezar entuertos es un disparate que vale la pena.
Ayuda lo imposible a que lo posible se abra paso. Por decirlo en términos de la farmacia de don Quijote: tan mágico es este bálsamo de Fierabrás, que a veces nos salva de la maldición del fatalismo y de la peste de la desesperanza.
¿No es ésta, al fin y al cabo, la gran paradoja del viaje humano en el mundo? Navega el navegante, aunque sepa que jamás tocará las estrellas que lo guían.

Eduardo Galeano


È nata in prigione quest'avventura della libertà. Nel carcere di Siviglia, “dove ogni scomodità ha il suo posto e dove ogni triste rumore crea intimità”, fu generato Don Chisciotte della Mancha. Il suo papà era in prigione per debiti. Esattamente tre secoli prima, Marco Polo aveva dettato il suo libro di viaggi nel carcere di Genova, e i suoi compagni di prigione avevano ascoltato, e ascoltandolo avevano viaggiato.
Cervantes si ripropose di scrivere una parodia dei romanzi di cavalleria. Nessuno, o quasi nessuno, li leggeva più. Erano passati di moda. La presa in giro fu uno sforzo degno di miglior causa. E tuttavia quella inutile avventura letteraria finì per essere molto di più del suo progetto originale, viaggiò più lontano e più in alto e divenne il romanzo più popolare di tutti i tempi e di tutte le lingue.
Il Cavaliere della Triste Figura si merita eterna gratitudine. A Don Chisciotte i libri di cavalleria avevano fuso il cervello, ma lui, che si perse a causa della lettura, salva noi che lo leggiamo. Ci salva dalla solennità e dalla noia.
Stereotipi famosi: Don Chisciotte e Sancho Panza, il cavaliere e lo scudiero, la pazzia e la saggezza, l'hidalgo sognatore con la testa fra le nuvole e il rozzo contadino con i piedi per terra.
È vero che Don Chisciotte diventa matto da legare ogniqualvolta monta su Ronzinante, ma quando smonta è solito dire frasi dettate dal più puro buon senso e, a volte, sembrerebbe quasi che fa il matto solo per obbedire all'autore o al lettore. E Sancho Panza, il volgarotto, il grezzo, sa governare con acutezza esemplare l'isola Barataria.
Sembrava tanto fragile ed è stato il più longevo. Ogni giorno cavalca con impeto sempre maggiore, e non solo per la pianura manchega. Tentato dai cammini del mondo, il personaggio scappa dall'autore e nei suoi lettori si trasfigura. E allora fa ciò che non ha mai fatto, e dice ciò che non ha mai detto.
Don Chisciotte non ha mai pronunciato la più famosa delle sue frasi. "Abbaiano, Sancho, è segno che stiamo cavalcando" non figura nell'opera di Cervantes. Quale anonimo lettore ne sarà stato l'autore?
Dentro la sua armatura di ottone, a cavallo del suo ronzino affamato, Don Chisciotte sembra destinato alla sconfitta e al ridicolo.
Questo folle si crede un personaggio da romanzo di cavalleria e crede che i romanzi di cavalleria siano libri di storia. Tuttavia, non sempre casca rovinosamente nei suoi combattimenti impossibili e talvolta dà persino una ragguardevole manica di botte ai nemici che affronta o s'inventa. Ed è ridicolo, non c'è alcun dubbio, profondamente ridicolo. Il bambino crede che una scopa sia un cavallo finché il gioco dura, e mentre dura la lettura noi lettori accompagniamo e condividiamo le strampalate avventure di Don Chisciotte.
Ridiamo di lui, sì, ma molto di più ridiamo con lui.
"Non prendere sul serio nulla che non ti faccia ridere", mi consigliò una volta un amico brasiliano. E il linguaggio popolare prende sul serio i deliri di Don Chisciotte ed esprime la dimensione eroica che la gente ha attribuito a questo antieroe. Perfino il Dizionario della Real Academia Española lo riconosce così. Quijotada, secondo il dizionario, è "l'azione propria di un chisciotte", e Quijote è colui che "antepone i suoi ideali alla sua convenienza e opera in modo disinteressato e impegnato in difesa delle cause che ritiene giuste, senza riuscirci".
Due volte Cervantes chiese lavoro in America, e due volte fu rifiutato. Secondo alcune versioni, la sua purezza di sangue era dubbia. Gli statuti proibivano di recarsi nelle colonie americane a coloro a cui scorressero nelle vene globuli ebrei, musulmani o eretici, che si trasmettevano nel corso di non meno di sette generazioni.
Forse il sospetto di qualche nonno o bisnonno ebreo convertito spiega la risposta ufficiale alle richieste di Cervantes: "Si guadagni il pane da queste parti".
Lui non poté venire in America, ma suo figlio, Don Chisciotte, sì. E in America gli andò più che bene.
Nel 1965 Che Guevara scrisse l'ultima lettera ai suoi genitori. Per digli addio non citò Marx. Scrisse: "Sento un'altra volta sotto i miei calcagni le costole di Ronzinante. Mi rimetto in cammino imbracciando il mio scudo".
Nelle sue disavventure Don Chisciotte evocava l'età dorata, quando tutto era comune e non c'era il tuo o il mio. Poi, diceva, erano iniziati gli abusi, e per questo era stato necessario che i cavalieri erranti si mettessero in cammino, per difendere le donzelle, proteggere le vedove e soccorrere gli orfani e i bisognosi.
Il poeta León Felipe credeva che gli occhi e la coscienza di Don Chisciotte "vedono e organizzano il mondo non così com'è, ma come dovrebbe essere. Quando Don Chisciotte prende l'oste malandrino per un cavaliere cortese e ospitale, le prostitute sfacciate per bellissime donzelle, la locanda per un alloggio decoroso, il pane nero per pane bianco e il fischio del porcaro per una musica di benvenuto, dice che nel mondo non ci devono essere né uomini malandrini né amore mercenario né cibo scarso né alloggio fatiscente né musica orribile".
Alcuni anni prima che Cervantes inventasse il suo febbrile giustiziere, Tommaso Moro aveva raccontato l'utopia. Nel libro di Tommaso Moro, Utopia, u-topia significava non-luogo. Ma forse quel regno della fantasia si trova negli occhi di coloro che lo indovinano e in loro s'incarna. Diceva bene George Bernard Shaw: "ci sono coloro che osservano la realtà così com'è e si domandano perché, e ci sono coloro che immaginano la realtà come non è mai stata e si domandano perché no".
È noto, e i ciechi lo notano, che ogni persona contiene altre persone possibili, e che ogni mondo contiene il suo altro mondo possibile. Questa promessa nascosta, il mondo di cui abbiamo bisogno, non è meno reale del mondo che conosciamo e subiamo.
Lo sanno eccome, lo vivono eccome coloro che, bastonati, commettono ancora la follia di rimettersi in cammino, un'altra volta e ancora e ancora, perché continuano a credere che il cammino sia una sfida che ci attende, e perché continuano a credere che riparare offese e vendicare torti sia una pazzia degna di essere commessa.
Aiuta a far sì che l'impossibile divenga possibile. Per dirlo con la terminologia farmaceutica di Don Chisciotte: questo balsamo di Fierabrás è così magico che a volte ci salva dalla maledizione del fatalismo e dalla peste della disperazione.
Non è questo, in fin dei conti, il grande paradosso del viaggio umano nel mondo? Il navigante naviga, anche se sa che non toccherà mai le stelle che lo guidano.

Eduardo Galeano