México en guerra contra el Chapas
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La bufera finanziaria, che ha scosso il Messico e colpisce il mondo intero con le sue onde d'urto, ha rivelato la fragilità di questo "mercato emergente", citato ancora ieri come un simbolo del liberalismo trionfante applicato al terzo mondo.
Per salvare il sistema ed evitare il fallimento degli imprudenti speculatori, la comunità internazionale ha concesso al Messico 50 miliardi di dollari, a condizioni durissime, tra cui la messa sotto tutela del suo petrolio. Ancora una volta, saranno i ceti medi e le fasce più diseredate della popolazione a pagare le spese di questi sconquassi.
La violenta offensiva condotta dall'esercito federale contro gli insorti zapatisti nel Chiapas testimonia la necessità impellente dei governi di ripristinare la "stabilità" indispensabile per il "ritorno della fiducia" degli investitori stranieri.
A qualche chilometro dal clima pesante di Las Margaritas, l'ultimo sbarramento dell'esercito federale messicano si apre su una pista sassosa. Dopo una svolta della strada in terra rossa sorge la prima postazione dei ribelli. Uniformi grigioverdi, facce a metà coperte dai paliacate (fazzoletti rossi), fucili di calibro rispettabile. Conciliaboli. Autorizzazione a proseguire.
I fari non mollano la pista, sempre più ripida e dissestata. Nelle tenebre, luci tenui e intermittenti, qualche capanna desolata. Allo sbarramento successivo, volti coperti da passamontagna, armamenti considerevoli. Verifiche cortesi ma minuziose. Un contadino rimasto in giro a quest'ora della notte subisce un controllo ancora più pignolo; è interrogato e perquisito in modo brusco, e si sforza di spiegare il suo caso.
Appelli radio nel buio. Sigarette accettate senza ritegno. Domanda quasi ansiosa: "Non hai per caso il giornale di oggi?" Alla luce delle torce elettriche leggono precipitosamente i titoli, scorrono le pagine interne, si bloccano su una parola...
Qualche metro più in là, una lontana voce femminile gracchia a tratti nella rice-trasmittente. Quando la radio tace appare una figura massiccia: "Potete proseguire". Non prima però di un'ultima supplica, diretta stavolta da dietro l'alone di un debole raggio di luce: "Non avresti per caso una o due pile per le nostre lampade?"
Un esercito tutt'altro che opulento, e certo non da operetta. Un esercito di contadini indios. Più avanti sorge Guadalupe Tepeyac, bastione avanzato, in piena foresta, dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln).
L'avvertimento era stato dato dal Comitato rivoluzionario clandestino indigeno-Comando generale dell'Ezln (Ccri-Cge) fin dal 6 dicembre 1994, in un memorandum inviato al governo, tenuto segreto fino al 19 dello stesso mese: l'insediamento al potere di Eduardo Robledo, fraudolentemente eletto a governatore del Chiapas nello scorso mese di agosto, sarebbe stato considerato come un atto di guerra. Gli veniva chiesto di dimettersi in favore del candidato dell'opposizione Amado Avendano, ritenuto il vero vincitore, sostenuto dal Partido revolucionario democratico (Prd) e da una parte della società civile.
La risposta è stata inequivocabile: il nuovo presidente della Repubblica Ernesto Zedillo si è recato a Tuxtla Gutierrez, capitale dello stato, per presenziare di persona all'insediamento di Robledo. Era la fine della tregua in vigore da undici mesi. A San Cristobal de las Casas, Avendano si autoproclama "contro-governatore". Dal canto suo, l'Ezln entra in azione: occupa, praticamente senza sparare un colpo, 38 municipios e annuncia la formazione di "comuni liberi e ribelli" dove saranno applicate le "leggi rivoluzionarie zapatiste".
Logica dell'escalation militare: tra il 21 e il 28 dicembre, 60.000 uomini dell'esercito federale riconquistano le località
occupate.
Tuttavia, anche stavolta i belligeranti evitano accuratamente lo scontro. Più che una guerra aperta, una grande partita a scacchi. A questo punto, forte del suo successo militare, Zedillo fa una concessione, sia pure obtorto collo: riconosce come interlocutore per il dialogo con gli zapatisti la
Commissione nazionale di mediazione (Conai) presieduta da mons. Samuel Ruiz, un vescovo che ha dedicato la vita alla difesa delle comunità indigene. Il prelato non è molto ben visto negli ambienti del potere, e neppure... in Vaticano.
Il 15 gennaio 1995, grazie agli sforzi della Conai si giunge a un accordo. Mentre le truppe federali si ritirano dalle zone già occupate dagli zapatisti e recentemente riconquistate, l'Ezln annuncia un cessate il fuoco unilaterale a tempo indeterminato.
Ribelli in abiti civili Da allora, e nonostante gli sforzi di Mons. Samuel Ruiz e della Commissione di mediazione, i negoziati segnano il passo: "Noi non vogliamo la guerra" ci confida a Guadalupe Tepeyac il maggiore Moises, uno dei capi militari della rivolta, "ma sembra che se una parte del governo vuole la pace, un'altra è su posizioni opposte. Sta a loro decidere quale soluzione dare a questo conflitto. Se scatenano la guerra, da una parte e dall'altra si subiranno gravi perdite, perché noi non ci arrenderemo. Ma se si potesse trovare una via d'uscita politica e pacifica, ben venga!".
Moises aspira il fumo della sua pipa con una certa civetteria (mimetismo con il celebre subcomandante Marcos?) e lo soffia dalla stretta apertura del suo passamontagna. A parte questo dettaglio, della sua faccia non si vede altro che due occhi da indigeno, occhi a mandorla, a tratti maliziosi.
Il giorno prima due aerei militari avevano sorvolato la zona. Se l'esercito federale non vìola, in senso stretto, gli accordi del 15 gennaio, rafforza però le sue posizioni circondando l'Ezln, e installa nuove basi. È presente in tutta la zona confinante con il Guatemala.
"Pensano che non saremo di parola, sbotta il maggiore Moises scuotendo la testa; eppure abbiamo sempre assicurato che non daremo il via a un'azione militare senza avvertire. Se non ci sarà una soluzione rapida, riesploderà tutto quanto".
Non molto tempo fa, il mitico subcomandante Marcos noto soprattutto per il suo ruolo di portavoce di notevole talento ha ricevuto dal Ccri il bastone di comando dell'Ezln. Non è un indigeno, come tutti sanno. Gli indigeni allora sarebbero guidati, o magari manipolati, da un rivoluzionario di professione?
Spiegazione del comandante: "Il Ccri conserva nelle sue mani il potere politico. Ma nelle situazioni di conflitto, dove si devono prendere rapidamente decisioni militari, queste non si discutono, e spettano al comando militare. Se domani si riprendessero i negoziati, il comando ritornerebbe al Ccri che consulterebbe la base in vista di un eventuale accordo". Nei momenti di massima tensione, un capo per la guerra. Ma in pace come in guerra, il movimento è indio.
Intorno a noi, con le armi a bandoliera, alcuni zapatisti dal volto scoperto (proibito scattare foto) passano a piedi, a cavallo, in bicicletta... Qualche contadino torna dai campo.
Dalle nubi basse scende una pioggia fine che avvolge Guadalupe Tepeyac. È il 4 febbraio 1995. Grossi villaggi e piccole città Bochil, El Bosque, Simojovel, Huitiupan fuori dalla zona controllata militarmente dagli zapatisti, sono stati dichiarati "territori autonomi"...
Miseria dovunque. "Non abbiamo da mangiare, non abbiamo soldi, non abbiamo niente" dice cantilenando un vecchio contadino dalla voce rauca. "Lavoriamo tanto, ma non c'è guadagno. Un po' di caffè, un po' di mais, un po' di fagioli, ma il lavoro non rende." A una domanda più precisa e dopo una certa esitazione risponde: "Gli zapatisti non ci danno fastidio. Sono compañeros".
Non dirà altro. Lo abbiamo chiesto dieci volte: "Prima del gennaio 1994 sapevate qualcosa della rivolta in gestazione?"
E per due volte assistiamo alla stessa scena. Gli indios si concertano nella loro lingua, ridono tra loro, poi uno risponde in spagnolo, serissimo: "No, no, noi non ne sapevamo nulla. Lo abbiamo appreso dalla radio!" Ma proprio nella comunità in cui abbiamo ricevuto questa risposta concertata da un gruppo di sindacalisti contadini abbiamo poi scoperto, nascosta, una ricetrasmittente con la quale è possibile comunicare con l'Ezln.
Un'ampia base sociale di ribelli in abiti civili.
Nella prima decade di gennaio, sulla scia dell'occupazione zapatista dei 38 municipios, i sostenitori del "contro-governatore" Amado Avendano hanno occupato altri sette municipi.
A Huitiupán la sede del comune è stata occupata fin dal 21 dicembre 1994: "Huitiupán è stata dichiarata zona autonoma; è stato nominato un presidente, perché quello che c'era non era costituzionale, non era stato eletto con il voto popolare". Una pausa di riflessione, poi il nostro interlocutore aggiunge: "Non so fin dove potremo arrivare per difendere il nostro governo (quello di Avendano). Non è molto chiaro. Ma la gente è pronta a lottare!".
Curioso governatore, questo Amado Avendano. Cooptato dall'Ezln, dal Prd, dalle organizzazioni popolari e indigene, asserragliato nei locali un tempo occupati dall'Instituto Nacional Indigenista (Ini) a San Cristobal de las Casas, senza denaro né mezzi di alcun genere dirige un "governo di transizione" che assomiglia piuttosto a un'Ong (organizzazione non governativa).
Nel suo minuscolo ufficio una vecchia macchina da scrivere, la bandiera messicana come unica decorazione scandisce: "Noi riteniamo di aver vinto le elezioni. Devono riconoscerci. Altrimenti continueremo a occupare i capoluoghi e le sedi dei municipi, finché lo stato sarà divenuto talmente ingovernabile che Robledo sarà costretto ad andarsene".
Quarantacinque capoluoghi nelle mani della "resistenza civile"; ne basterebbe qualcuno in più per portare al 50% i municipios del Chiapas nelle mani del movimento.
In queste sedi comunali ciascuno organizza l'autonomia a suo modo. Non si pagano più né le imposte né la corrente elettrica. Le strade sono bloccate, i funzionari dello stato non possono più circolare. Tuttavia, questa spettacolare avanzata non toglie al "contro-governatore" la sua
lucidità: "La nostra strategia è un po' avventurosa", ammette con una risata, "perché poggia in larga misura sulla pressione esercitata dagli zapatisti. Il governo federale mi tollera e parla con me in ragione dei rapporti di forza, ma mi dicono apertamente: Dovresti scomparire, oppure stare in galera!" [...]
Ci troviamo al disopra di Tilla, in una località denominata Revolución. I contadini hanno montato le loro chozas accanto alla minuscola chiesetta bianca. Tra i mulini da mais dove si sfiancano alcune donne invecchiate anzitempo - non hanno ancora trent'anni - sciamano folle di bambini.
Per terra hanno messo a essiccare del caffè. Un po' più in là, la prigione privata nella quale il padrone rinchiudeva arbitrariamente i braccianti. Più sotto, un'ignobile costruzione, retaggio di un altro secolo: un vastissimo capannone, spoglio. All'interno, nella semi-oscurità, due interminabili divisori in legno, su due piani. Qui vivevano, dormivano, si disperavano, ammucchiati nella più totale promiscuità, i trecento semi-schiavi tra cui non pochi stagionali guatemaltechi della finca Frontera. Più in alto, sulla vetta di una collina, sorge la confortevole abitazione del padrone, una vasta dimora circondata da verande.
Ora trasuda disordine e puzzo di urina e di escrementi.
Il 19 febbraio 1994 i contadini hanno occupato pacificamente uno dei sei appezzamenti che costituiscono l'azienda agricola, di 1400 ettari in totale. Altri hanno preso possesso di un secondo appezzamento situato più a valle, nei pressi di Sabanilla.
"Eravamo in centocinquanta", racconta Antonio Martinez Cruz, "l'amministratore italiano non poteva certo resistere. Non gli abbiamo fatto niente; si è asserragliato in casa. L'8 maggio un elicottero dell'esercito è venuto a prelevarlo dalla finca. Ha lasciato però le guardias blancas (pistoleros) che aveva assoldato, e le armi. Da sei anni questi contadini chiedevano la terra, che è stata accaparrata illegalmente. I loro titoli di proprietà erano validi, ma non hanno ottenuto nulla dalle autorità e tanto meno dal proprietario, che rispondeva: 'Nel Chiapas non ci sono leggi'."
Una breve risata. "Ma in questi ultimi tempi i finqueros se ne sono andati tutti. Hanno fifa degli zapatisti!" Dopo l'amnistia e il cessate il fuoco in seguito all'insurrezione del gennaio 1994, incominciano, con molta disciplina, i "ricuperi" (o, viste dall'altra parte, le "invasioni"). Le terre
sono state occupate essenzialmente da contadini beneficiari di "risoluzioni presidenziali" mai applicate.
"È la tecnica burocratica", spiega André Aubry, un francese che da lunghi anni osserva la realtà del Chiapas: "I contadini presentano la loro domanda; seguono lunghe trattative, che possono durare anche dieci anni e sfociano alla fine in una risoluzione presidenziale, positiva o negativa. Ma anche quando le domande sono accolte, si lasciano marcire; a volte si aspetta anche dieci o quindici anni senza che una risoluzione venga attuata..."
A Chamula, il presidente Lopez Mateos aveva consegnato agli indigeni i loro titoli di proprietà nel 1972. Sono trascorsi 23 anni, e l'Istituto per la
Riforma agraria non ha ancora definito gli spazi che i nuovi proprietari dovrebbero poter occupare! Dopo le elezioni dell'agosto 1990, i "ricuperi" acquistano un significato diverso. Poiché il governatore Robledo non è credibile, non si tratta più di resistenza, bensì di un'escalation
dell'insurrezione civile (con alcuni eccessi, che riguardano però una piccola minoranza di casi).
Le proprietà occupate sono 600-700, nelle zone di Los Altos, nelle valli centrali, lungo la costa del Pacifico: a pelle di leopardo, le piccole zone autonome si moltiplicano ovunque. "Tutti coloro che avevano reclamato e non erano stati ascoltati hanno visto aprirsi uno spazio con l'insurrezione zapatista, e si sono affrettati a occuparlo".
Ma la reazione si organizza. A Sabanilla, nell'appezzamento della finca Frontera occupato da una trentina di famiglie, il 1° gennaio scorso le guardias blancas hanno distrutto quattro capanne, e si prevede che torneranno. "Se sarà necessario, combatteremo con i bastoni, con i sassi; ma loro sono armati. Chissà cosa succederà..."
Sulle colline circostanti, a Revolución, quattro pistoleros sono stati scoperti mentre si aggiravano nei paraggi. Una decina di contadini muniti di armi da fuoco vigilano in permanenza sulla comunità, ben decisi a picchiare duro se fosse il caso... Le guardias blancas non se ne sono andate, ma nella parte di giungla sotto il controllo dell'Ezln sono state "depistoladas", operazione che ha contribuito, anche se di poco, a fornire armi agli zapatisti. Ora però riappaiono in forze dovunque.
Le principali organizzazioni di ganaderos (allevatori), commercianti e imprenditori del Chiapas accusano il Prd e l'Ezln di fomentare la destabilizzazione sociale ed economica, ma se la prendono anche col governatore Robledo per la sua incapacità di farla finita con l'occupazione delle terre e con i municipios autonomi.
"Ascoltate bene, signori del governo" ha tuonato il 27 gennaio, davanti all'Assemblea nazionale dei proprietari rurali, Constantino Kanter, uno dei ganaderos più estremisti. "Non si tratta sulla legge, la si applica. E se per questo occorre chiamare l'esercito, che venga!". [...]
Il 15 gennaio 1995 Esteban Moctezuma, ministro dell'interno, incontra i dirigenti dell'Ezln. Il 29 gennaio la Conai annuncia un imminente secondo incontro tra l'esecutivo federale e l'Ezln.
Il 4 febbraio Ernesto Zedillo, presidente della Repubblica, esorta l'esercito zapatista a riprendere i negoziati e incita la Conai a dimostrarsi più attiva nei suoi sforzi di mediazione.
Cinque giorni dopo, il 9 febbraio, colpo di scena: dopo la scoperta di due depositi clandestini di armi a Città del Messico e nello stato di Vera Cruz, in un discorso alla nazione Zedillo rivela l'arresto di otto militanti dell'Ezln, seguito da confessioni che avrebbero consentito di scoprire
l'identità del subcomandante Marcos il cui vero nome sarebbe Rafael Sebastian Guillén e di altri quattro capi guerriglieri. "I dirigenti di questo movimento", scandisce il presidente, "non sono né popolari né indigeni, e neppure cittadini del Chiapas!". E annuncia che contro Marcos e i suoi quattro luogotenenti sono stati emessi ordini di arresto per "sedizione, ammutinamento, ribellione, cospirazione, terrorismo, porto e trasmissione di armi"...
Nelle ore che seguono, l'esercito scatena una vasta offensiva "per aiutare il ministero dell'interno a eseguire gli arresti".
Giornalisti e osservatori sono tenuti rigorosamente a distanza quando i militari penetrano nei bastioni zapatisti, compreso quello di Guadalupe Tepeyac. Quasi subito, nonostante l'embargo sull'informazione e le comunicazioni, si segnalano atti di brutalità, vessazioni, desaparecidos. E
contemporaneamente a San Cristobal viene esercitata su tutti gli esponenti della società civile, sui movimenti popolari, sulle Ong una forte pressione che presto assume tutte le caratteristiche di una caccia alle streghe.
Denunciati da presunte confessioni, presunti dirigenti dell'Ezln sono arrestati e il vescovo di San Cristobal, presidente della Conai, si ritrova sul banco degli accusati.
Cortine fumogene: con il pretesto di arrestare un "terrorista" (il subcomandante Marcos) che non è indio, come tutti sanno da tempo, e con il quale il ministro dell'interno dialogava fino a pochi giorni prima, si va invece diritti alla rottura dei negoziati. Con l'attacco contro Mons. Samuel Ruiz, (un suo familiare, Santiago y Santiago, è stato recentemente fermato) ci si prepara invece più surrettiziamente a squalificare la Conai, considerata troppo vicina agli indigeni. Non è escluso che tra qualche tempo il governo torni a parlare di negoziati; ma a questo punto ha dalla sua i successi militari, utili tra l'altro anche a dare soddisfazione ai generali umiliati da un cessate il fuoco che era stato loro imposto, e l'indebolimento, se non l'emarginazione di una Commissione di mediazione giudicata troppo indipendente: stavolta potrà quindi dettare le condizioni.
Hanno vinto i ganaderos che qualche giorno prima, davanti ai membri della Commissione legislativa nominata per trattare del problema del Chiapas, avevano dichiarato: "Il Messico ha bisogno di un presidente coi pantaloni!". E forse hanno vinto anche i grandi finanziatori, Stati uniti
e Fmi, accorsi in aiuto di un Messico economicamente esangue, ma preoccupati della sua instabilità.
E non sarà l'ultimo avvenimento le dimissioni "per un periodo di undici mesi" del governatore Robledo a modificare sostanzialmente la situazione, poiché a sostituirlo sarà chiamato l'economista quarantacinquenne Julio Fierro, membro del Pri, designato dal potere centrale dunque, eletto dal principe e non certo il candidato dell'opposizione Amado Avendano, che secondo ogni verosimiglianza doveva essere il vincitore delle ultime elezioni.
L'incognita che rimane è il rapporto di forze sul piano militare.
Di fronte all'offensiva dell'esercito, l'Ezln ha ripiegato senza combattere, non si sa se per volontà deliberata o perché condizionato da migliaia di civili in fuga davanti all'avanzata dell'armata federale, che si sono rifugiati sotto la sua protezione. La partita a scacchi continua, e l'ombra della
guerra plana di nuovo sul Chiapas.
Maurice Lemoine
Historias de guerrillas (1°pt)
Lo zapatismo e la rivoluzione messicana
1910: la rivoluzione incompiuta
Fino alla rivoluzione del 1910, che mise fine al regime di Porfirio Diaz, la situazione di ingiustizia sociale nel Paese era spaventosa. Il censimento del 1910 rivelava che il 97% dei contadini erano senza terra e che l’1% della popolazione possedeva il 96% delle terre. Paradossalmente l’ottenimento dell’indipendenza dalla Spagna fu un elemento che rafforzò ancor più il latifondo, espropriando le terre comunitarie (gli ejidos) dei contadini poveri.
Diaz, come rappresentante di un regime con forti rimanenze feudali, era considerato dalla borghesia nazionale come un uomo troppo dipendente dagli interessi del capitale straniero. La sollevazione di Chihuahua, diretta da Pancho Villa, portò così all’elezione di Francisco Madero, rappresentante di quella borghesia nazionale che rivendicava la propria fetta di potere e una maggiore presenza negli organismi governativi. Madero, promettendo la restituzione delle terre comunitarie al popolo (Plan de San Luis), ottenne un considerevole appoggio tra i contadini. Dopo sei mesi, con il popolo in armi e in un clima di insubordinazione, Diaz fu costretto a dimettersi e a fuggire all’estero.
Ma una volta sconfitto Diaz, la borghesia nazionale tradì le aspirazioni popolari e tentò di disarmare le truppe contadine a capo delle quali c’erano Zapata (al sud) e Pancho Villa (al nord). Madero non aveva alcuna intenzione di rispettare le promesse del Plan de San Luis. A quel punto Zapata propose di conquistare la riforma agraria per via rivoluzionaria.
Il Plan de Ayala di Emiliano Zapata prevedeva la requisizione di un terzo delle proprietà dei latifondisti e la nazionalizzazione delle terre, dei monti e dell’acqua. Madero, che vedeva mancare sotto i propri piedi il sostegno dei contadini, si rivolse agli esponenti e ai quadri del vecchio regime "porfirista" per conquistare una base d’appoggio; nel suo governo rimasero la maggioranza dei membri del vecchio gabinetto di Diaz, l’intero Parlamento non subì modifiche per oltre un anno e la metà dei senatori rimasero ai loro posti. Nell’esercito non ci fu alcuna epurazione nei piani alti, ma anzi ci fu un aumento degli effettivi per combattere le truppe rivoluzionarie di Zapata e Pancho Villa.
Il settore più ricco della borghesia che aveva dato il proprio appoggio a Madero era strettamente legato alla proprietà della terra. La borghesia industriale spesso coincideva con i latifondisti e questo spiega perché la classe dominante messicana fosse incapace di avviare una seria redistribuzione delle terre, portando a termine i compiti classici di una rivoluzione borghese.
Fecero una parvenza di riforma agraria gestita in modo assolutamente burocratico, che non poteva in nessun modo accontentare i contadini che continuarono a combattere.
A quel punto, di fronte allo stallo sociale e l’incapacità di contenere l’avanzata degli eserciti contadini, la grande borghesia getterà la maschera organizzando un colpo di stato nel febbraio del 1913. Durante il golpe diretto da Victoriano Huerta, Madero perderà la vita. La nuova dittatura si caratterizzerà per la sua ferocia, al punto da provocare una reazione anche da parte degli strati inferiori della borghesia nazionale.
Al comando di Venustiano Carranza si organizzerà l’esercito che combatterà Huerta. Molti contadini verranno reclutati con la promessa che già Madero aveva tradito, quella di una vera riforma agraria. Ma nelle zone controllate dall’esercito ribelle, dove vennero espropriate delle fattorie per ripartirle tra i contadini, Carranza protesterà violentemente insistendo sul fatto che queste cose sarebbero diventate operative solo dopo la destituzione di Huerta.
Zapata e Villa lottarono a fianco dell’esercito di Carranza pur mantenendo la propria indipendenza; nei piani di Carranza c’era quello di eliminarli una volta che si fosse sbarazzato di Huerta, ma le cose precipitarono ancor prima; nell’agosto del ‘14 era già cominciata una guerra civile tra la borghesia nazionale e l’esercito contadino rivoluzionario.
Nel dicembre del 1914, Zapata e Villa entrarono trionfanti nella capitale e tentarono di organizzare il nuovo potere, ma non riuscirono a consolidarlo perché quasi subito furono costretti ad indietreggiare per la nuova offensiva di Carranza. Nell’agosto del ‘15 la situazione era radicalmente cambiata e le truppe di Carranza controllavano la capitale e la maggior parte del Paese. La vittoria di Carranza fu possibile perché riuscì a portare dalla sua parte la giovane classe operaia messicana.
Il peso della classe operaia a quell’epoca era ancora molto scarso, non esisteva né la coesione sufficiente né una direzione marxista in grado di dirigerla in un processo rivoluzionario. Tra i lavoratori più attivi dominavano le posizioni anarcosindacaliste. Due tra i principali dirigenti del movimento operaio erano i fratelli Flores Magòn, i quali rivendicavano che i mezzi di produzione, le terre, gli strumenti di lavoro, passassero sotto il controllo dei lavoratori, ma allo stesso tempo negavano la necessità di un potere rivoluzionario come strumento per organizzare la nuova società e combattere gli sfruttatori. Disgraziatamente nei momenti rivoluzionari la questione del potere non può essere ignorata, se non correndo il rischio di ritrovarsi nel campo della borghesia, il che fu precisamente quanto avvenne nel 1915, quando i dirigenti del movimento operaio, allettati da Carranza che promise loro il "controllo" dei sindacati sull’economia, furono utilizzati dalla borghesia per combattere i contadini.
I cosiddetti "battaglioni rossi" furono così scagliati contro le truppe di Villa e Zapata e contribuirono al soffocamento dell’ala più rivoluzionaria dei movimento contadino.
Una tragedia di proporzioni immani si era consumata. Quegli stessi lavoratori che rivendicavano la giornata lavorativa di 8 ore, migliori condizioni di lavoro ed il salario minimo, per colpa delle posizioni errate della loro direzione stavano schiacciando, armi alla mano, un esercito contadino con il quale avrebbero dovuto lottare assieme. Questa esperienza, per quanto lontana nel tempo è densa di insegnamenti e dimostra fino a che punto questioni teoriche, che a un occhio superficiale possono apparire irrilevanti, nei momenti decisivi possono condurre alla sconfitta un movimento rivoluzionario.
Realtà del Chiapas oggi
Nel 1917 la nuova Costituzione messicana, seppure in forma distorta, reintroduce l’inalienabilità delle terre degli ejidos. È del 1994 la modifica della Costituzione che cancella quel principio, una data che non a caso coincide con l’inizio della rivolta in Chiapas.
Tuttavia, per non parlare in astratto di terre comunitarie, è necessario analizzare anche la qualità e la gestione di queste terre. Sotto il regime dominato per ottant’anni dal Pri, le diverse riforme agrarie che si sono succedute hanno sempre avuto un carattere parziale oltre che ingiusto, e spesso assegnavano ai contadini poveri le terre più aride e meno redditizie. I latifondi non sono mai stati espropriati dallo Stato.
Tutti quei contadini che venivano espulsi dalle loro terre per debiti venivano invitati dal governo a emigrare verso le montagne aride del Chiapas, dove si creò un gigantesco bacino di manodopera di riserva che i latifondisti delle regioni del Centro, di Fraylesca e Soconusco utilizzavano nei periodi della raccolta. Quando la raccolta finiva i peones sopravvivevano a stento sulle poverissime terre comunitarie che venivano assegnate a esclusivo vantaggio dei grandi proprietari.
Non c’è bisogno di dire che le terre migliori e più fertili rimanevano sotto il controllo del latifondo. Fu così che 150mila contadini, quasi tutti indigeni furono costretti a mettere dimora nelle foreste e nelle montagne. All’inizio degli anni ‘80 ben l’80% degli ejidos erano costretti per sopravvivere a lavorare nelle aziende dei grandi proprietari e nelle periferie delle città. In queste periferie si annidava anche un sottoproletariato di contadini rimasti senza terra e senza lavoro.
Grazie a questa opera di supersfruttamento il Chiapas è diventato il primo esportatore di caffè e fra i primi tre stati messicani produttore di mais, banane, tabacco e cacao.
In realtà gli ejidos quando l’accordo del Nafta ne propose l’abolizione corrispondevano solo al 10% delle terre del Chiapas e la stragrande maggioranza di questi venivano gestiti in modo privatistico. Il 90% dei contadini delle terre comunitarie tutt’ora estraggono dalla terra un reddito giornaliero inferiore a un dollaro. Il Chiapas è la regione che genera più povertà nonostante sia piuttosto ricca considerando il suo prodotto interno, una delle poche dove la maggioranza della popolazione vive nelle zone rurali, il 30% degli abitanti sono indigeni e la quasi totalità sono contadini senza terra. In Ocosingo, Altamirano e Las Margaritas, su 225mila abitanti, il 48% della popolazione è analfabeta, l’80% delle famiglie vive sotto i livelli minimi di sussistenza, il 75% delle comunità non ha elettricità e oltre la metà non possiede acqua potabile.
Solo nel 1993, anno precedente alla rivolta, sono morti oltre 15mila contadini per malattie provocate dall’indigenza. Questo processo aveva basi materiali nell’economia: nell’89 c’era stato il crollo dei prezzi del caffè a livello internazionale con conseguenze devastanti sulle già deprecabili condizioni di vita dei contadini chiapanechi, la goccia che fece traboccare il vaso fu l’adesione del governo Salinas de Gortari al Trattato di Libero Commercio (Nafta) del 1992.
E sono queste le vere ragioni che hanno spinto i contadini del Chiapas ad organizzarsi nell’Ezln.
L’insurrezione del ‘94 e le origini dell’Ezln
Non è molto noto che l’Ezln ha una diretta discendenza dalle organizzazioni maoiste che a partire dagli anni ‘70 nacquero in Chiapas. A quell’epoca esistevano diversi gruppi progressisti di orientamento cattolico ma anche maoista che tentarano di organizzare la difesa dei diritti primari degli indigeni. Nel ‘75 prese vita la Union de Ejidos-Quiptic ta Lecubtesel, in lingua tzetzal, Nostra forza per la liberazione, che romperà con i maoisti di Linea Proletaria e costituirà nel 1980 la Uniòn de Uniones Ejidales y Grupos Campesinos Solidarios de Chiapas.
Le attività del gruppo erano orientate fondamentalmente alla ricerca di progetti produttivi per lo sviluppo della regione, progetti ai quali lo Stato non era interessato a dare sostegno. Questo aprirà una crisi nel seno dell’organizzazione che proprio in questa fase stabilirà vincoli con un gruppo minoritario di provenienza guevarista.
L’Ezln verrà fondata nel 1983 e in realtà fino all’89 non ebbe che un ruolo marginale. Ma nel corso dei primi anni ‘90 le comunità indigene giunsero alla conclusione che era necessario organizzare l’autodifesa armata contro le scorribande dei gruppi paramilitari sostenuti dal governo che garantivano gli interessi dell’industria agroalimentare e lo sfruttamento disumano dei contadini poveri.
L’Ezln venne "usata" in tal modo dai contadini fondamentalmente per ragioni di sopravvivenza, non fu un’adesione precisamente politica. Questo comporterà un mutamento della natura dell’organizzazione che da minoritaria diventerà di massa, ma che allo stesso tempo annacquerà i suoi riferimenti al maoismo e al guevarismo, complice anche la caduta dell’Urss.
Quell’organizzazione preparò l’insurrezione del 1° gennaio del 1994. Allora gli zapatisti pensavano che era solo l’inizio di un processo che si sarebbe esteso in tutto il Paese fino alla presa del potere.
Le cose non andarono esattamente così: "In termini molto semplici: l’Ezln era preparata per il 1° gennaio ma non per il 2 di gennaio (...) o l’annichilimento del primo gruppo di linea o il sollevamento di tutto il popolo per abbattere il tiranno; si presentò invece una situazione, che non solo non era intermedia ma che non aveva assolutamente niente a che vedere con le nostre aspettative." (Marcos nell’intervista con Monsivais, La Jornada, 8.1.2001).
Il 1° gennaio più di 4000 indigeni male armati, alcuni dei quali solo con bastoni, lanciarono un offensiva per la presa di San Cristobal de Las Casas, Ocosingo, Altamirano e Las Margaritas. L’insurrezione in termini militari fu un successo, però solo nelle regioni di influenza zapatista.
La maggior parte dei messicani seppero della rivolta dai media, per cui non solo era poco probabile, ma piuttosto impossibile che la ribellione si estendesse in tutto il paese, nonostante ci fossero tutte le condizioni materiali per questo. Ciò nonostante le masse fecero di tutto per dare il proprio sostegno alla lotta. In primo luogo a Città del Messico, dove si organizzarono riunioni con centinaia di attivisti e si cercavano affannosamente informazioni sulla rivolta con la proposta di azioni di solidarietà.
La pressione sociale sull’esercito era tale che, mentre l’Ezln indietreggiava nella selva, tra i soldati c’era un clima di insubordinazione con resistenze di ogni tipo a continuare la controffensiva, con casi di diserzione e altri in cui le truppe sbagliavano intenzionalmente la mira per non colpire i ribelli. Ma a fermare definitivamente l’esercito fu la gigantesca mobilitazione del 12 gennaio, che cambiò i rapporti di forza nel Paese costringendo lo Stato messicano a più miti consigli.
Sette anni di conflitti e di accordi con lo Stato
Nella prima dichiarazione dalla Selva Lacandona, dopo l’insurrezione, l’Ezln proponeva "...la lotta fino all’ottenimento dei bisogni primordiali e la formazione di un governo nel paese libero e democratico". Questa linea, che pure si basava su un’idea non socialista del paese "libero e democratico", infiammò il paese con manifestazioni di solidarietà in tutto lo Stato.
Salinas, l’allora presidente del Messico, dopo quella manifestazione fu costretto a ritirare temporaneamente l’esercito dal Chiapas e a proporre una "linea del dialogo" che era un modo per prendere tempo. Il governo tentò di smorzare il clima di mobilitazione che si generalizzava, dando alla rivolta un carattere locale e caratterizzando il tutto come un problema esclusivamente etnico.
Tra il 23 febbraio e il 2 marzo si tennero trattative nella Cattedrale di San Cristobal de Las Casas, dove il governo fece molte promesse sul piano economico che non vennero mantenute. L’obiettivo era quello di temporeggiare per disarmare successivamente l’Ezln.
Il problema per il governo era che, a differenza di altre guerriglie che avevano perso legami di massa nella loro fase terminale, l’Ezln aveva in quel momento forti radici ed era il prodotto di un movimento contadino stanco di promesse, disgustato dalle manovre e dalle bugie dello Stato, con una capacità di resistenza enorme.
Non si raggiunse alcun accordo, ma la direzione dell’Ezln decise di non fare più appello a una sollevazione armata promuovendo la formazione di organizzazioni di combattimento, ma piuttosto di costruire una rete di esclusivo sostegno alla causa zapatista. Di fatto si trattava di formare gruppi di pressione per poter trattare con lo Stato da una posizione di maggior forza. Il comandante Tacho, una delle principali figure dell’Ezln ebbe modo di dichiarare: "Per essere sincero molti di noi erano disposti a prendere le armi, ci eravamo preparati per questo, ma non eravamo preparati per far politica... non avevamo mai pensato che quello che ci serviva era la lotta politica. Ad averlo pensato prima avremmo fatto altre cose... Ma non fu così, io partecipai alla milizia, divenni responsabile locale, poi responsabile regionale e i compagni vedendo il mio lavoro, mi diedero incarichi per cercare, per pensare, parlare di lotta. Così incominciò, ma non ero realmente preparato per la politica".
Si procedeva a tentoni. Nella Seconda dichiarazione dalla Selva Lacandona l’Ezln propose la "realizzazione di una Convenzione Nazionale Democratica (CND) sovrana e rivoluzionaria, che proponga un nuovo governo di transizione e una nuova costituzione che garantisca il compimento delle volontà popolare". La cosa generò un certo entusiasmo in tutto il paese, l’8 agosto 1994 più di 7mila persone si trovarono ad Aguascalientes.
Di fronte al sostanziale insuccesso della CND, nella Terza dichiarazione del gennaio ‘95 la questione dell’autonomia assunse un carattere sempre più centrale, anche se comparirà una proposta rivolta alle altre forze della sinistra messicana, in particolare al leader del Partido de la Revolucion Democratica (Prd) Cuahtemoc Cardenas, perchè fosse lui a dirigere un Movimento per la Liberazione Nazionale (MLN), come fronte ampio dell’opposizione: "La questione indigena non ha soluzione senza una trasformazione radicale del patto nazionale".
Il problema è che il capo del Prd aveva tutto in mente in quel momento, ma certo non di mettersi alla testa di un movimento con quelle caratteristiche.
La logica che sembrava prevalere a quell'epoca era: se il governo è illegittimo (le elezioni del ‘94 sono state piene di brogli elettorali) e non dà risposte, lo ignoriamo e agiamo come meglio crediamo. L’illusione pericolosa che si potesse "ignorare" lo Stato e il suo apparato militare verrà purtroppo smentita dalla nuova offensiva militare che l’Esercito stava preparando.
Gli accordi di San Andres e il massacro dell’Acteal
Il 9 febbraio del ‘95 l’esercito riprenderà l’offensiva militare occupando Guadalupe Tepeyac, luogo in cui si riuniva la CND, arrestando militanti e simpatizzanti dell’Ezln. La reazione delle masse costringerà il governo a fare nuovamente un passo indietro "tendendo la mano" agli zapatisti.
In realtà sottobanco continuava la guerra con altri mezzi e si finanziavano gruppi paramilitari che venivano reclutati tra i sottoproletari i quali generavano un clima di terrore in tutta la zona.
Nel gennaio del ‘96 appare la Quarta dichiarazione dalla Selva, che propone la formazione del Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale (FZLN). Di fatto, rispetto alla CND e al MLN, viene abbandonata completamente l’idea di un ampio fronte di lotta esteso alle altre organizzazioni operaie, contadine, studentesche e si fa un appello a costruire una forza politica di esclusivo orientamento zapatista.
Dietro questa proposta c’era l’intenzione di Marcos di preparare la strada a una fuoriuscita dall’illegalità, un percorso simile a quello che c’era stato in Colombia con l’M19 o in Salvador con il Flmn.
In realtà il Fzln realizzò la sua prima assemblea nazionale solo nel settembre del 1997, con la partecipazione di 1100 zapatisti a Città del Messico, quando la tregua col governo si era già rotta e dunque, anche se era stato concepito come uno strumento per l’entrata dell’Ezln nella vita legale, si rivelò inutile da questo punto di vista per ragioni non dipendenti dalla volontà di Marcos e compagni.
Ai negoziati di cui si iniziava a parlare dal settembre del 1995 il governo partecipava solo per guadagnar tempo.
Il 16 febbraio del 1996 si firmarono gli accordi di San Andres, mai rispettati da Ernesto Zedillo. Alla Cocopa (Commissione di concordia e pacificazione) venne affidato il compito di trasformare in legge gli accordi che, come si può vedere dal testo in appendice, erano piuttosto vaghi.
Il 29 novembre la Cocopa presenterà una proposta di legge che verrà accettata quasi subito dall’Ezln che la farà propria. Non la penserà allo stesso modo il governo che non aveva mai voluto sul serio un accordo dove si facessero delle concessioni sostanziali.
Vennero così rimessi in discussione una serie di punti: la norma del rispetto degli "usi e costumi" indigeni nella formazione dei municipi, l’esistenza di mezzi di comunicazione indigena (radiodiffusori), la concessione agli indigeni dello sfruttamento delle risorse naturali, ecc. Ogni pretesto era comunque buono per rompere e spingere di nuovo l’Ezln sulla via militare. Ogni possibile trattativa per la fuoriuscita dell’Ezln dalla illegalità si rivelò impraticabile e la tregua fallì. Zedillo in realtà era solo alla ricerca di un casus belli che giustificasse nei confronti dell’opinione pubblica internazionale una nuova offensiva, così il governo messicano tentò di servirsi della proposta di legge della Cocopa. Il governo pensava che l’Ezln non l’avrebbe mai accettata, ma così non fu.
A dimostrazione della strumentalità dei negoziati da parte governativa, l’offensiva militare riprese a freddo poco dopo. Il 14 marzo verranno assassinati 4 simpatizzanti dell’Ezln nel municipio di San Pedro Nixtaluicum. Il 22 dicembre del ‘97 un gruppo paramilitare (Mascara Roja) finanziato dal governo massacrerà nella comunità di Acteal 45 contadini indigeni. Nei giorni a seguire poliziotti, militanti del Pri e gruppi paramilitari deporteranno intere comunità indigene.
Il massacro di Acteal provocò un sentimento di ripulsa generale che coincise con una forte ripresa delle mobilitazioni della classe operaia messicana.
Nel giugno ‘98 nella Quinta dichiarazione verrà sancita definitivamente la svolta minimalista dell’Ezln che da tempo andava maturando. Tutto si ridurrà al "riconoscimento dei diritti del popolo indio e per la fine della guerra di sterminio.". Di fronte alla repressione l’Ezln risponderà con una linea pacifista: "Il nostro silenzio ha denudato il potente e ha mostrato quello che è: una bestia criminale". Leggiamo questo passaggio significativo della Quinta dichiarazione: "Dopo una lunga lotta per la democrazia, diretta dai partiti dell’opposizione, c’è nelle camere dei deputati e dei senatori un nuovo rapporto di forze che rende difficile l’arbitrarietà del presidenzialismo... Non ci sarà transizione alla democrazia, né riforma dello Stato, né soluzioni reali ai principali problemi dell’agenda nazionale senza i popoli indigeni".
Nei mesi a seguire gli zapatisti non risponderanno alle provocazioni dei militari, non perché impossibilitati, ma perché decideranno che la non risposta è il modo migliore per combattere l’esercito. Di conseguenza comunità intere si troveranno a far fronte disarmate alla violenza del regime.
L’elezione di Fox e la marcia su Città del Messico
Il 2 luglio verrà eletto presidente Vicente Fox, rappresentante del settore più reazionario della borghesia messicana. Non a caso il suo partito (il Pan) era stato fondato da Gomez Morin, simpatizzante del fascismo e del franchismo.
È il caso forse di rammentare la storia di questo partito, che per la prima volta in ottant’anni è riuscito a scalzare il Pri dal potere.
Il Pan affonda le proprie radici nelle diverse organizzazioni di impronta clericale che dopo la Rivoluzione del 1910 tentarono di opporsi alle misure che abolivano i privilegi della Chiesa Cattolica. Tra queste c’era il Partido Catòlico Nacional che, attraverso la Liga Nacional Defensora de la Libertad Religiosa, nel 1926 organizzò una rivolta dal carattere chiaramente controrivoluzionario, una sorta di Vandea messicana.
Sconfitta la rivolta, il settore più radicale della Liga diede forma a una legione di nome Base, un’organizzazione segreta che si proponeva di continuare la resistenza partecipando allo stesso tempo alla vita politica del paese. La Base era un’organizzazione fortemente gerarchica di tipo militare alla quale aderì anche il fondatore del Pan, Gomèz Morin.
All’interno della Base nel 1937 sorse il sinarquismo, un movimento che sull’onda della vittoria di Hitler in Germania e di Franco in Spagna si orientò apertamente al fascismo. Formalmente i sinarquisti non si dichiaravano pro-nazi ma si richiamavano al falangismo, le organizzazioni fasciste spagnole. Il loro programma chiedeva: "Il diritto alla proprietà privata e allo stesso tempo le condizioni per tutti i lavoratori di avere accesso alla proprietà" (il che ricalca la demagogia dell’attuale presidente Fox).
Nel programma sinarquista comparirà anche la seguente frase: "Di fronte al grido comunista ‘tutti proletari’ opponiamo il grido ‘tutti proprietari’. Condanniamo la lotta di classe e chiediamo con urganza l’unione tra il capitale e il lavoro che in un regime di giustizia sociale realizzi il bene del Messico". Insomma un programma corporativo di tipo fascista, che si proponeva di creare in Messico uno Stato teocratico. Da questa feccia reazionaria viene il Pan, il partito di Vicente Fox, che oggi si presenta col doppiopetto come uomo ragionevole e democratico!
Durante le elezioni presidenziali una delle tante promesse demagogiche di Fox fu proprio quella di mostrarsi "disponibile al dialogo", promettendo agli elettori che in caso di elezioni avrebbe fatto la pace con l’Ezln nel giro di 15 minuti.
La marcia della delegazione zapatista giunta a Città del Messico l’11 marzo 2001, con il comizio del Subcomandante e l’intervento di fronte al Parlamento della comandante Esther, di per sè non risolvono alcun problema reale e per certi aspetti sono congeniali al disegno di Fox, che tenta di rafforzare la sua immagine di uomo "democratico" e del dialogo. L’obiettivo dello Stato messicano è molto chiaro, rendere innocuo l’Ezln, trasformare la guerriglia in un movimento politico di tipo etnico, che sia innocuo e funzionale al potere.
La Cocopa e la legge approvata dal Senato
La legge della Cocopa, che Fox ha inviato alle Camere e che l’Ezln sostiene, vedeva presenti alcuni punti che il Senato ha respinto il 25 aprile, quando ha approvato il testo sulla riforma indigena.
Le modifiche principali riguardano:
1- lo sfruttamento collettivo della terra e delle risorse naturali nel circondario avrebbe dovuto comportare la definizione di un territorio all’interno del quale il popolo indigeno possedesse la proprietà. La legge approvata dal Parlamento al contrario ha riconosciuto il diritto allo sfruttamento delle risorse naturali, salvo quelle di proprietà di privati o che siano di esclusivo sfruttamento della nazione. dunque la legge approvata protegge le relazioni di proprietà esistenti attualmente e non prevede alcuna possibilità di espropriazione di latifondi.
2- Rispetto all’elezione delle autorità locali, la legge originale prevedeva che queste si facessero secondo le tradizioni, le usanze e i costumi. La legge approvata precisa invece che tali elezioni si faranno rispettando le leggi che valgono per il resto del paese, il che significa nessuna concessione da questo punto di vista.
3- La legge originale indicava i popoli indigeni quali soggetti di diritto pubblico, il che significava che attraverso i loro rappresentanti potessero avere personalità giuridica. La legge approvata dal Parlamento non riconosce tutto questo, il che rappresenta un passo indietro anche rispetto alla precedente proposta di Zedillo, e persino della modifica costituzionale di Salinas de Gortari del 1991. Prima di questa legge i popoli indigeni erano soggetti di diritto pubblico, con la nuova legge smetterebbero di esserlo, e dunque sul piano legale non solo non migliora la loro condizione ma riesce persino a peggiorare. Sostanzialmente tutte le altre modifiche sono relazionate a questi tre punti che sono i più importanti.
Di fatto questa cosiddetta "riforma indigena" approvata dal Parlamento è come una legge speciale per indicare che alcune comunità o persone hanno i diritti che già sono segnalati in altre leggi, non solo non c’è niente di nuovo, ma almeno in un caso (quello segnalato al punto 3) toglie dei diritti acquisiti. È logico quindi che l’Ezln abbia rigettato la legge e rotto la tregua con il governo messicano.
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Appendice: gli accordi di San Andres
Riassunto degli accordi di San Andres firmati il 16 febbraio 1996. La fonte originale è il bollettino dell’organizzazione Xi’Nich, Palenque, Chiapas.
Gli accordi di San Andres sono un compromesso e proposte congiunte del Governo Federale e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) per garantire una nuova relazione tra i popoli indigeni del paese, la società e lo Stato. Queste proposte congiunte saranno inviate alle Camere per essere convertite in riforma Costituzionale...
Il Governo si impegna a discutere la sua proposta di riforma con l’Ezln, per questo si parla di proposta congiunta.
L’obiettivo centrale di questi accordi è chiudere con la situazione di subordinazione, diseguaglianza, discriminazione, povertà, sfruttamento e marginalizzazione politica dei popoli indigeni.
Per questo, si è proposto un nuovo quadro giuridico che contempla il riconoscimento costituzionale dei diritti dei popoli indigeni, non solo dei diritti individuali, della persona, ma dei diritti collettivi, di popolo (siano tzeltales, purépechas, nahuas, tarahumaras, huicholes, mixtecos o di qualsiasi altro popolo indigeno che viva nel territorio nazionale). I diritti da riconoscere sono i seguenti:
- politici: espressi con il riconoscimento dei governi propri e delle forme proprie di elezione delle proprie autorità;
- giuridici: per poter esercitare i propri sistemi normativi interni, le proprie forme elettive e le proprie autorità, le proprie forma di giustizia, riparare gli errori e decidere in materia di conflitti interni;
- sociali: per decidere le proprie forme di organizzazione sociale;
- economiche: per decidere la propria organizzazione del lavoro, lo sfruttamento delle proprie risorse e perchè si organizzi la produzione, l’occupazione, il soddisfacimento delle necessità dei popoli indigeni;
- culturali: per garantire la cultura del popolo indigeno.
I compromessi e le proposte congiunte che le parti si impegnano a promuovere sono le seguenti:
1) Riconoscimento del popolo indigeno nella Costituzione e dei suoi diritti a la libera autodeterminazione in un regime costituzionale di autonomia.
2) Ampliare la partecipazione e la rappresentanza politica, il riconoscimento dei suoi diritti politici, economici, sociali e culturali.
3) Garantire il pieno accesso dei popoli indigeni alla giustizia dello Stato, alla giurisdizione dello Stato e al riconoscimento dei sistemi normativi interni del popolo indigeno.
4) Promuovere le manifestazioni culturali dei popoli indigeni.
5) Assicurare l’educazione e il rispetto dei saperi tradizionali.
6) Soddisfare le loro necessità primarie.
7) Promuovere la produzione e l’occupazione.
8) Proteggere gli indigeni migranti.
Questa nuova relazione necessita di una profonda riforma dello stato, un nuovo patto sociale nel quale si rispetti l’autonomia dei popoli indigeni. Per questo, tutte le azioni, programmi e progetti di sviluppo che lo Stato promuova devono vedere il coinvolgimento attivo dei popoli indigeni, e come tale devono basarsi sui seguenti principi:
- Libera determinazione e autonomia: Lo Stato non potrà realizzare azioni unilaterali e dovrà rispettare le opinioni e i piani dei popoli, le comunità e le organizzazioni indigene.
- Partecipazione: I popoli e le comunità devono essere soggetti attivi nel disegno, la pianificazione, esecuzione e valutazione dei programmi che decidano, insieme al governo.
- Pluralismo: Questo principio vuole che si rispetti la diversità di tutti gli indigeni del paese. Basta con le discriminazioni.
- Sostenibilità: E importante che i progetti e i programmi non danneggino l’equilibrio ambientale, nè le risorse. Ci si propone con questo di rispettare la natura e la cultura dei popoli indigeni.
Marcos: kalashnikov e poesia
Bisogna essere duri, senza mai perdere la tenerezza.
Un’india piccolina, col fardello di un bimbo nel rebozo, altri due bimbi per mano, sbuca disperata dalla giungla e si mette a correre per la statale. Non so da cosa fugge o verso cosa corre, ma l’angoscia le distorce il viso fragile di madre bambina.
Mi passa accanto di corsa, trafelata, mi guarda, rallenta, mi mormora un rispettoso “¡Buenas dias, señor!” e riprende a correre a tutta velocità, i piedi scalzi sull’asfalto, con la sua angoscia che non conoscerò mai.
Una fitta di rabbia attanaglia perfino il mio vecchio cuore borghese: penso agli indios timidi e rispettosi, alle Guardias Blancas — le milizie private dei latifondisti — che passano arroganti sui loro pickup, ostentando minacciosamente i fucili a pompa. E ai ganaderos avidi, ai giudici corrotti, ai poliziotti complici, alle ragazzine violentate per cacciare i genitori dalle loro terre.
Penso al saccheggio del Chiapas, che dà al Messico l’81% del petrolio da esportazione, il 55% dell’energia idroelettrica, il 47% del gas naturale, il 31% delle banane, ed è in assoluto il più grosso produttore di caffè del Paese. In cambio, la maggior parte della popolazione indigena vive nella miseria. Ma una miseria nera: giudici corrotti hanno rubato ai contadini indios la terra che era legalmente loro per trasferirla agli allevatori, i ganaderos.
Oggi gli indios sono profughi nella giungla improduttiva del Chiapas. I bambini hanno ottime probabilità di morire prima del quinto anno di malattie curabili: influenza, morbillo, diarrea. E perfino i cani, nei villaggi indigeni, sembrano fantasmi scheletriti che vagano famelici in cerca di cibo.
Però siamo giusti: bisogna riconoscere che il governo messicano investe molto, in Chiapas. 11 milioni di dollari per il nuovo faraonico teatro di San Cristóbal de las Casas, (gli indios non hanno neppure le scarpe per essere ammessi, lasciamo stare i soldi del biglietto).
Ha costruito il nuovo aeroporto di Tuxtla Gutierrez. (In una pianura invasa 200 giorni all’anno dalla nebbia. No problem: i terreni appartenevano a un grosso notabile locale). L’importante è che il denaro giri, e che anche la più piccola briciola di mordida vada a finire nelle mani giuste.
Un governatore, il generale Castellanos, appassionato di pallacanestro, ha fatto costruire 3.700 campi da basket: uno sport da giganti per indigeni alti un metro e sessanta che vivono in villaggi senza scuole, senza ambulatori, senza fognature, senza acqua potabile.
C’è da dire che l’idea del generale era lungimirante: un campo da basket è perfetto per far atterrare un elicottero. E l’esercito qui di elicotteri ne ha trasferiti tanti. Perché il Chiapas è in rivolta. E altri focolai - Guerrero, Oaxaca, Veracruz, la stessa Città del Messico - si stanno accendendo, sotto la spinta della corruzione, della violenza e dell’indigenza di questa grande nazione eternamente in bilico tra Primo e Terzo Mondo.
Tanto per essere chiari: il Messico sta rischiando la guerra civile.
Ma questa rivolta che è nata nel Chiapas non è come le altre. Ha un contenuto di originalità del tutto particolare. E combatte con mezzi finora sconosciuti ai mercanti d’armi: l’ironia, la fantasia, la poesia.
E’ sempre troppo facile, troppo schematico, troppo pigro personalizzare un movimento riferendosi al suo leader. Però è quasi impossibile parlare dell’ Ejercito Zapatista de Liberación Nacional (EZLN) senza riferirsi al suo portavoce e comandante militare: il Subcomandante Insurgente Marcos.
Perché Marcos ha due qualità fondamentali per un leader: carisma e culo.
Il carisma se lo è guadagnato sul campo. Dodici anni fa si bruciò tutti i ponti dietro le spalle e andò nell’Alto del Chiapas con altri quattro compagni. Probabilmente addestrati in Salvador o in Nicaragua, il compito di questi guerriglieri di formazione marxista era quello di sollevare i sottoproletari indigeni secondo lo schema classico della guerriglia cubana, vietnamita o sandinista.
Ma nel frattempo è successo qualcosa. Qualcosa di grosso: la caduta del muro di Berlino, il lento declino di Cuba. E qualcosa di sottile: la vita quotidiana coi discendenti dei Maya, con la loro filosofia, il loro complesso sistema di simboli, la loro magia. Marcos scoprì che i discendenti dei Maya — i Lacandoni, gli Tzotziles, gli Tseltales, i Choles, i Tojolabales — lungi dal formare un Lumpenproletariat abbrutito dall’alcool e dalla miseria, sono gruppi sociali ben organizzati, con una democrazia semplice e molto funzionale, in cui le decisioni della maggioranza vengono fatte rispettare duramente. E che sono dotati di un gran senso dell’umorismo.
All’inizio gli indios prendevano in giro i guerriglieri venuti da Città del Messico che parlavano di marxismo e di rivoluzione. I primi compagni non ce la fecero: alcuni di loro morirono, altri tornarono alla città. Ma Marcos riuscì ad adattarsi alla vita durissima della montagna, lasciandosi pian piano compenetrare dalla cultura Maya e dai suoi simboli. Imparò a conoscere queste montagne sterminate, a sostenere marce durissime, a metter trappole, a sopravvivere mangiando topi e serpenti, a bere l’ orina per evitare la disidratazione. Imparò alla perfezione i quattro dialetti principali della montagna. Dimostrò agli indios che poteva fare tutto quello che facevano loro, e anche meglio.
E, pian piano, fu accettato: cominciò organizzando un gruppo armato di indigeni per proteggersi dalle violenze delle Guardias Blancas e arrivò ad essere il comandante militare della guerriglia indigena.
Queste montagne conservano una grande carica di magia. Sono ancora vivi i riti che nacquero nella notte dei tempi, quando i Maya regnavano in pace sul Chiapas, sul Nicaragua, sullo Yucatan, occupandosi di medicina e di astronomia, inventando lo zero, costruendo monumenti di straordinaria potenza che ancor oggi ci guardano muti e inquietanti.
Probabilmente Marcos, il sociologo che analizzava le rivendicazioni indigene secondo l’ottica rigorosa della lotta di classe, ha anche affrontato e superato (ma su questo lui non commenta) riti iniziatici e sciamanici.
Ed ecco che il suo linguaggio si trasforma, si ammorbidisce, diventa meno scientifico e più denso di contenuti tratti dal ricco immaginario collettivo dei Maya: “…qui, nelle montagne del Sureste messicano, vivono i nostri morti. Molte cose sanno i nostri morti che vivono nelle montagne. La loro morte ci parlò e noi ascoltammo… ascoltammo le parole delle cajitas parlanti …” E così via, passando per i mostri delle leggende Maya e i fantastici uomini-animale che corrono la notte nelle selve del Chiapas.
Così è nato l’EZLN: dopo aver fatto - sette anni prima di Lenin, nel 1910 - la prima rivoluzione del XX secolo con Pancho Villa ed Emiliano Zapata, il Messico ha dato vita al primo movimento rivoluzionario del terzo millennio.
Certo, gli zapatisti sono inquadrati militarmente, usano con molta decisione il Cuerno de Chivo (il “corno di capro”, il kalashnikov), hanno occupato alcune città del Chiapas, sparato e ucciso.
Ma, dopo un numero minimo di morti, si sono ritirati: con una serie di iniziative di grande intelligenza politica, di azioni altamente etiche e dimostrando una straordinaria capacità di comunicazione, hanno guadagnato un’autorità morale assolutamente sproporzionata alla loro reale forza militare.
Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza la seconda grande qualità di Marcos: il culo. La notte del 1° gennaio 1994 l’esercito zapatista, sotto il comando militare di Marcos, attaccò con le armi San Cristóbal de Las Casas, ex capitale del Chiapas, e altre cinque città, conquistandole dopo combattimenti sanguinosi. L’attacco era stato pianificato per il 1° gennaio del ‘93, ma qualcosa era andato storto e, con pazienza tutta india, Marcos aveva rimandato tutto di un anno. Ancora culo: il 1° gennaio ‘94 entrava in vigore il NAFTA, il trattato di commercio nordamericano: quale migliore data simbolica? Nel municipio di San Cristóbal crivellato di proiettili, con le carte degli archivi sparpagliate sulla piazza, i bossoli e l’odore degli spari ancora nell’aria, il portavoce designato dall’EZLN a parlare con i giornalisti era un comandante indigeno sulla cinquantina, un certo Felipe, che però parlava a malapena lo spagnolo.
La strategia era che il levantamiento doveva essere considerato un moto puramente indigeno. Ma alcuni turisti americani che avevano avuto la pessima idea di passare Capodanno a San Cristóbal, ansiosi e spaventati, avevano chiesto spiegazioni. Per sbaglio Marcos era lì in piazza (stava trasportando le armi sequestrate al comando di polizia). I compagni gli dissero: “Sup, senti un po’ che carajo vogliono questi, non ci capiamo una chingada.”
Lui, sornione dietro il passamontagna nero, cominciò a tranquillizzare i gringos in ottimo inglese, sbuffando lunghe boccate dalla pipa tra l’una e l’altra delle sue battute.
I giornalisti messicani e stranieri lo sentirono e si accodarono al gruppo. Ben presto nessuno si calcolò più il povero Felipe (che peraltro morì in azione un paio di mesi dopo): tutti erano affascinati dall’ottimo inglese e dal ricco castigliano del seduttore in passamontagna nero.
Erano le 8 del mattino. Stava nascendo — come spesso succede, per caso e senza alcuna premeditazione — una leggenda.
“Chi l’avrebbe mai detto?”, dice Marcos, “Prima del 1° gennaio ‘94 per andare sulla stampa bisognava almeno rapire qualcuno di importante […] non avremmo mai sperato che la stampa o la televisione, nazionale e tanto meno internazionale, fosse tanto aperta a ricevere un messaggio come il nostro. Tutto ciò ci ha colto ti sorpresa.”
Sempre sotto le righe, sempre autoironico: ha charme, il Subcomandante. Anzi, il Sup, come lo chiamano i suoi uomini, i comandanti indios che lo trattano con un misto di affetto e sfottò. E’ un verdadero grande encantador .
Quando ti guarda dritto in faccia con quegli occhi color miele, quando ti parla con quella voce armoniosa e profonda, quando cammina con quell’andatura da orsacchiotto, capisci perché le donne di mezzo mondo gli salterebbero addosso. Ma soprattutto perché è riuscito a conquistarsi l’affetto e il supporto della società civile messicana.
Cosa che, per ora, non sembra essere riuscito a fare l’ altro gruppo rivoluzionario, l’ERP (Ejercito Revolucionario Popular), che sta sollevando altre zone del Messico. Il suo comandante o portavoce, Francisco, non sembra avere l’intelligenza politica di Marcos, anche se cerca di copiarne i modi, dal farsi fotografare col volto mascherato all’indire conferenze stampa in mezzo alle montagne di Oaxaca.
Il fatto è che l’ ERP mantiene - almeno per ora - il vecchio obiettivo di prendere il potere, e a Huatulco ha ucciso sparando di sorpresa a poliziotti che dormivano. Nessuno dei beaux gestes che colpiscono tanto l’ immaginazione del Messico - e del mondo intero. Marcos ha tutto un’altro stile.
“Perché porto il passamontagna? Perché ho il naso grosso, e così le donne mi credono bello” dichiara ribaldo, buttandoti un’occhiata in tralice, ironica e beffarda. Ha il carisma dell’antieroe. Ma è quando parla seriamente, quando si appassiona su un mondo di eguali nelle reciproche differenze, un mondo in cui i bambini indios non muoiano più di malattie curabili, di una rivoluzione che non è interessata a prendere il potere, che gli occhi color miele mandano lampi. E allora capisci perché ha affascinato e convinto della sua buona fede indigeni ed europei, capitribù ed arcivescovi, sciamani e politici di Città del Messico.
Un nuovo Che Guevara? Forse. Ma, più ancora, un Lawrence d’Arabia: il bianco colto che si è fatto indigeno e — con le proprie doti personali e una passione che travalica qualsiasi riguardo per la propria persona — conquista una massa di disperati in gran parte analfabeti che oggi sono pronti a morire per lui.
Parliamoci chiaro: in questo momento, nel mondo, dalle Filippine al Brasile, dal Sahara alla Cina, dal Burundi a Timor, ci sono milioni di oppressi e di guerriglieri che si ribellano, che vengono incarcerati, torturati e uccisi.
Perché solo Marcos è riuscito ad imporsi così tanto all’opinione pubblica mondiale? Prima di tutto perché è un poeta. Ha l’istinto della comunicazione, della parola, del simbolo. Poi, come si diceva, perché ha un gran culo. Un esempio? La favola della “Guerriglia via Internet”, che tanti titoloni ha offerto ai giornali. Linus è il primo - almeno qui in Europa - ad essere in grado di sfatarla.
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Una sera fredda e piovosa, al campo zapatista di Oventic, facendo la fila per lavare il mio piatto e le posate, con gli stivali nel fango fino alla caviglia, mi metto a chiacchierare con uno studente dell’ Oregon, un biondino con gli occhialetti di metallo e la faccia da nerd: Justin Paulson.
Scoprendo ben presto una comune passione per i computer, gli ripeto il solito bla bla sul genio di Marcos per la comunicazione, e di come sia stata grande la sua idea di comunicare col mondo via Internet.
Justin fa un sorriso timido e mi dice: “Mah… veramente… Marcos non sa niente di Internet. Sono stato io a mettere i suoi comunicati sulla Rete.”
La verità? Justin, nei primissimi giorni del ‘94, fu affascinato dalla novità del movimento zapatista, dai suoi comunicati intrisi di ironia e di poesia, da gesti cavallereschi come la liberazione del Generale Castellanos.
Riconoscendo in questa rivoluzione qualcosa di fortemente innovativo anche dal punto di vista della comunicazione, cominciò a pubblicare su Internet i comunicati che uscivano ogni giorno su “La Jornada”. Ben presto, nel modo non lineare, misterioso e incontrollabile in cui funzionano i nuovi mezzi di comunicazione, le nuove idee zapatiste si sparsero come un virus, a una velocità possibile solo sulle rotte elettroniche.
In Inghilterra, in Germania, in Italia nacquero nuovi siti che rilanciavano i comunicati. Si mobilitarono i gruppi politici, sorsero comitati spontanei, si organizzarono manifestazioni di fronte alle ambasciate messicane di Parigi, Londra, New York. L’interesse per il levantamiento fece scoprire Zapanet. I giornalisti, che agli inizi del 94 erano in piena foia internettiana (la maggioranza di noi non ne capiva nulla, tendeva a sopravvalutare la Rete, e comunque la sola parola “Internet” faceva notizia) , lanciarono grandi titoli: “La rivoluzione via Internet”, “Il nuovo Che Guevara combatte sulla rete” e via sciocchezzando.
L’interesse per Internet, a sua volta, rilanciò e amplificò l’interesse per il movimento zapatista, producendo nuovi articoli. Un bellissimo esempio di giornalismo autoalimentante.
Il risultato fu una pressione internazionale che il governo non poteva ignorare, e che lo costrinse a venire a patti con quel pugno di straccioni armati di Cuernos de Chivo e di poesia. Così il Subcomandante col passamontagna e la pipa divenne famoso in tutto il mondo grazie alla Rete senza sapere nulla della Rete.
Certo: Marcos usa un personal computer per scrivere i suoi comunicati. Ma come potrebbe collegarsi a Internet? Nell’Alto del Chiapas non arrivano linee telefoniche. Potrebbe usare un telefono satellitare. Ma diventerebbe un bersaglio perfetto per i satelliti spia che girano sul Messico. Un missile lo incenerirebbe in trenta secondi, come è già successo in Cecenia.
“Beh” dico a Justin “sarai diventato molto amico di Marcos. Gli hai fatto un servizio della madonna”. Il giovane nerd abbassa la testa. Nella luce incerta della candela mi pare di vederlo arrossire: “Non l’ho mai incontrato di persona… ma spero che almeno stavolta me la dia un’intervista per il sito zapatista…”
“Vai, Justin, cerca di mettergli il sale sulla coda.”
Misteriosa complessità dei rapporti umani per via elettronica.
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Ovvio, non è tutto culo. Se i comunicati di Marcos hanno avuto tanto successo è perché erano scritti col cuore e coi cojones, , e parlavano direttamente al cuore ed ai cojones della gente.
Sentite come descrive la condizione indigena: “Eravamo come pietre, come piante che si incontrano per la strada. Non avevamo parola. Non avevamo volto. Non avevamo nome. Non avevamo domani.”
Oppure: “… noi non contavamo. Non producevamo. Non compravamo, non vendevamo. Eravamo un numero inutile nei conti del grande capitale…”
Questo linguaggio è a una distanza siderale dalla retorica populista dei movimenti rivoluzionari del XX secolo. E basta ricordare il linguaggio burocratico e funereo d e i comunicati delle Brigate Rosse per rendersi conto che siamo già nel Terzo Millennio.
I vecchi rivoluzionari cercavano di conquistare il potere abbattendo la classe borghese. Marcos e i suoi indigeni offrono un sogno. Il sogno di una rivoluzione che non vuole il potere. Che vuole vivere in pace, in una democrazia vera.
“Chi comanda può essere nero o bianco, però deve essere onesto […] gli indigeni non vogliono che il governatore del Chiapas sia necessariamente un indigeno, perché potrebbe essere lo stesso un figlio di puttana, un corrotto, un bastardo…può essere un meticcio, un bianco, un universitario, un professore, basta che risponda ai nostri interessi…” (“Yo, Marcos”)
“Io presidente del Messico? Lei è matto! Io sono un dirigente guerrigliero, un poeta, un sognatore! Ma se l’immagina? Sarei un disastro!” ha detto Marcos ad Andreas Oppenheimer (Premio Pulitzer, autore del fondamentale “Mexico - Bordering on Chaos”).
Un’altra grande abilità di Marcos è nell’uso dei simboli. Forse è vero che il passamontagna è nato solo per proteggersi dal freddo o per proteggere la propria identità. Però è anche vero che, nelle antiche cerimonie di guerra, i Maya si tingevano il viso di nero, lasciando scoperti solo gli occhi. E che se ne fa un comandante guerrigliero che usa un mitra M-15 [Ndr l'arma usata dal Subcomandante Marcos non è - come detto nell'articolo - un M-15, bensì un Colt assault rifle M4A1] di una cartuccera per fucile a pompa? Assolutamente superflua, finché non si pensa che le cartuccere a tracolla ricordano immediatamente a ogni messicano i suoi padri fondatori, Villa e Zapata.
E attenzione: sul campo zapatista della Realidad non sventola la stella rossa in campo nero dell’EZLN: i Pilatus che passano a volo radente per intimorirci sorvolano il tri- colore messicano con l’aquila e il serpente. E, alla cerimonia di apertura, il primo inno non è “Ya se mira el horizonte, combatiente zapatista”. Il guerrigliero incappucciato sul palco intona“ Mexicanos al grito de guerra”, l’inno nazionale che l’esercito suona all’alzabandiera, e che TV Azteca, la Tv progovernativa (beh, quale non lo è?) diffonde alla fine della trasmissioni.
Ma anche l’inno di Villa e Zapata, scippato - come la bandiera - al popolo dalla nuova classe dominante. L’inno e la bandiera che l’EZLN vuole riconquistare a tutto il popolo messicano.
E’ con questo spirito aperto, non settario, che Marcos e i suoi comandantes indigeni si sono guadagnati la fiducia della società civile messicana.
E anche con gesti lungimiranti. Come il processo al Generale Castellanos: quello dei campi da pallacanestro, ex governatore del Chiapas, responsabile di estesi furti di terre, di violenze e uccisioni di contadini.
Il vecchio generale viene catturato nei giorni dell’insurrezione, processato e condannato all’ergastolo in un villaggio indigeno. Ma, immediatamente, la condanna viene commutata: “…nella vergogna di continuare a vivere con il peso del perdono di quelle stesse genti che aveva violentato, derubato, tradito e ucciso…”
Castellanos viene riconsegnato alla Croce Rossa e dichiara: “Mi hanno trattato benissimo … mi pareva di essere nella mia caserma.”
Un gesto cavalleresco, che ha guadagnato al Subcomandante il rispetto di quegli stessi militari che gli stanno dando la caccia nella giungla.
Ultimo in ordine di tempo, l’emozionante gesto del 12 ottobre scorso: Marcos viene invitato al Congresso Nazionale Indigeno di Città del Messico. Apparire nella capitale col passamontagna sarebbe una grande vittoria politica. Ma costringerebbe il presidente Zedillo a farlo catturare o a perdere la faccia: una scelta comunque rovinosa per il dialogo. Marcos dimostra il suo grande fiuto politico e sceglie la flessibilità. Ma non rinuncia al beau geste: invia Ramona, la comandante di 37 anni consumata dal cancro.
E Ramona, con gli occhi gonfi e cerchiati che spuntano – sofferenti e luminosissimi – dietro il passamontagna, parla al Congresso con voce tremante e piena d’ emozione, stringendo il tricolore messicano.
Roba da far sciogliere il cuore anche ai giganti di pietra dei toltechi. Se aggiungete il fatto che, per la fantasia popolare, Ramona è la donna di Marcos (le bamboline chamula vendute dagli indios per le strade di San Cristóbal sono sempre in coppia: Marcos e Ramona), potete valutare da soli l’ enorme carica simbolica di questo ennesimo successo di comunicazione.
Anche per questo stile, per questi gesti carichi di emozione e di pathos, Marcos ha un seguito enorme tra la società civile messicana, e i suoi figli: splendidi questi ragazzi, queste ragazze. Svegli, pepati, preparati. Lavorano per l’EZLN ma preparano l’FZLN, il Fronte zapatista, l’ala politica e pubblica del movimento.
Hanno capito da un pezzo che è caduto il muro di Berlino. Rispettano Fidel Castro ma non la sua “…rivoluzione ormai ingessata, la sua cultura intollerante e pietrificata, figlia di militari coi paraocchi, che non lascia alcuno spazio all’immaginazione” si infuoca Shazam, 17 anni, occhi da pantera e una cultura che spazia dai Toltechi a Noam Chomsky.
Ragazzi generosi, pieni di energie belle, di entusiasmo, di rigore morale. Passo una notte con una decina di loro in un appartamento sicuro, sperduto in un barrio periferico dell’infinita Città del Messico, a bere birra Sol, a cantare corridos revolucionarios e a parlare fino all’alba di politica, di guerriglia, di speranze, di futuro. E molto, moltissimo di poesia.
Trasportato dal loro entusiasmo, li guardo con struggimento. Penso ai “federali” con le loro uniformi stirate, i loro elmetti da nazisti, le loro faccette toste e feroci: indios addestrati a cacciare altri indios, l’eterna storia dei sottoproletari che si ammazzano tra di loro.
Certo, in questo momento, a Fort Bragg le unità speciali americane addestrate per le guerre a bassa intensità stanno studiando mappe del Chiapas, rilevamenti aerei e foto di
Marcos. Certo, in questo momento, i ganaderos e i poliziotti stanno organizzando nuove squadracce di Guardias Blancas a San Cristóbal, a Veracruz, a Oaxaca. Quanti di questi ragazzi verranno imprigionati, torturati, uccisi se il debole presidente Zedillo cederà alle pressioni dei falchi? Che ne sarà di Shazam, di Gloria dai larghi sorrisi, di Teresa detta ”Chica loca”, di Abraham detto “El Guero”, di Nadia dalla pelle scura e dagli occhi malinconici da india?
Speriamo di cuore che il Messico di domani sia il loro Messico. E sosteniamoli con ogni mezzo, perché ci fanno un regalo prezioso: questo mondo sempre più piatto e omologato ha un gran bisogno di lieviti. Ha un gran bisogno di ribelli. (Enzo G. Baldoni)
Es necesaria una cierta dosis de ternura para quitar de enmedio a tanto hijo de puta que anda por ahi. Pero a veces no basta con una cierta dosis de ternura y es necesario agregar... una cierta dosis de plomo!
E’ necessaria una certa dose di tenerezza per togliere di mezzo tanti figli di puttana che se ne vanno in giro. Però a volte non basta una certa dose di tenerezza ed è necessario aggiungere... una certa dose di piombo!
Subcomandante Insurgente Marcos
¡Ya Basta! ¡Ahora estamos viniendo de vosotros!
Il 3 e 4 maggio del 2006 a San Salvador Atenco, in Messico, si scatenò una battaglia tra contadini e forze dell'ordine. Il bilancio dello scontro e della terribile repressione fu di oltre 200 detenuti brutalmente picchiati, donne violentate, case distrutte e due giovani assassinati.
Fra mille tragiche storie di repressione e resistenza, forse questa vicenda di contadini in lotta sintetizza in maniera esemplare come si impone il Nuovo Ordine Mondiale neoliberista e come i popoli vi resistono.
Questa infatti è la storia di un governo servo di una grande multinazionale che, mostrando il feroce volto dittatoriale dietro la maschera democratica, impone con esercito e polizia l'apertura di un ipermercato Wal Mart in un paese della provincia messicana. Ma è anche la storia di fiorai indigeni che, organizzandosi dal basso e in forma autogestita, lanciano una lezione di dignità e resistenza. Per l'ennesima volta, dopo aver respinto nel 2001 il progetto di un aeroporto sulle proprie terre.
Il tempo trascorso non ha affatto cicatrizzato le ferite: dietro le sbarre ci sono ancora numerose persone, mentre i mandanti, gli assassini, i torturatori e gli stupratori in divisa che organizzarono ed eseguirono la mattanza di quei giorni, godono della più totale impunità.
La ragione per narrare di Atenco è perché lo scontro è ancora in atto e la Storia, quella che è memoria dei popoli, la si scrive dal basso.
Due settimane prima dell'aggressione poliziesca a San Salvador de Atenco e Texcoco, La Otra Campaña, nel suo itinerario per il Messico, fece tappa a Agua Caliente, nello stato di Guerrero, luogo di acceso contrasto a causa dell'imposizione del progetto di una centrale idroelettrica sulla Parota. In quell'occasione, per la prima volta, furono sanciti accordi chiari tra alcuni membri de La Otra Campaña, in questo caso l'EZLN e il Consiglio degli Ejidos e delle Comunità in opposizione a la diga della Parota (CECOP). Questi accordi, anche se indirettamente, avranno poi un'influenza importante nello sviluppo degli eventi che portarono all'attacco contro il popolo di Atenco.
La costruzione della diga La Parota , se portata a termine, causerà lo sgombero di 25.000 abitanti da cinque municipi nello stato di Guerrero; inonderà 17.300 ettari di terra; distruggerà 24 villaggi ejidali e annienterà specie animali e di piante endemiche e uniche del Rio Papagayo; prosciugherà le fonti sotterranee dell'acqua causandone l'assenza nella regione della Puerta de Acapulco. La conseguente desertificazione dell'area di bassa corrente della diga allontanerà altri 50.000 abitanti rurali e la sua riserva, 10 volte più grande della Puerta de Acapulco, produrrà gas greenhouse, contaminando l'agricoltura della regione. Posta inoltre nell'area del Messico più soggetta a terremoti, la diga costituirà un elemento in più di incertezza e pericolo.
Non offrirà benefici reali alle persone trasferite per il progetto della diga, e né al popolo messicano in generale. Unici beneficiari, il gran capitale: gli albergatori della costa, l'industria turistica, che vuole espandersi da Acapulco a tutta la costa di Guerrero, e le imprese multimilionarie che guadagneranno con gli appalti di costruzione di quella che perfino la Banca Mondiale ha definito un'impresa inutile. Alla testa della lista dei multimilionari, che sono coloro che approfitteranno della morte e della povertà generata dalla diga, si trova l'Impresa di costruzioni IDEAL (denominazione che sembra ironica), facente capo al gruppo CARSO, proprietà di Carlos Slim Helù, recentemente piazzatosi al terzo posto tra gli uomini più ricchi del mondo. Slim fece fortuna durante le riforme privatizzatrici di Carlos Salinas de Gortari, che convertirono il monopolio pubblico delle telecomunicazioni in una proprietà di fatto privata di Slim, generando così in Messico le tariffe telefoniche più care dell'emisfero occidentale.
Le buone notizie non finiscono qui, perché IDEAL e altri investitori privati saranno anche i padroni della diga e dell'elettricità prodotta nei prossimi 40 anni, tempo di vita utile per questo progetto idroelettrico. Al termine di questo periodo la diga della Parota sarà riconsegnata al demanio pubblico.
In questo contesto di voracità capitalista e brutalità governativa, si riunì il CECOP con il Fronte Popolare in Difesa della Terra (FPDT) di Atenco. La difesa del territorio che nel 2001 riusci a respingere il progettato Aeroporto Alternativo di Città del Messico, servì al CECOP come stimolo, a riprova del fatto che, anche se con una lotta violenta e con molte perdite, la possibilità di respingere la diga e mantenere l'uso collettivo delle terre era realizzabile. Entrambi i gruppi sono aderenti a La Otra Campaña e rappresentano ed esprimono due dei conflitti più "caldi" del Paese.
"Avemmo una paura terribile quando decidemmo di prendere i machete, avevamo paura e per questo vogliamo adesso unire la nostra paura con la paura che hanno gli altri. Vogliamo trasformare quello che abbiamo vicino, vogliamo cambiare la nostra Nazione, attraverso l'unità. Questa è la nostra parola di sempre, stiamo uniti e siamo coerenti perché ci sono successe cose molto importanti. Sommiamo altri matti in questa follia, così come quelli di Atenco, approfittiamo di questa tregua per consolidare le nostre forze, e quando visitiamo altri popoli, uniamoci con loro. Dobbiamo prendere iniziativa e apprendere da ogni lotta...". Messaggio del FPDT alla riunione preparatoria delle organizzazioni politiche di sinistra, 6 agosto del 2005, Comunità di San Rafael.
Quello che è successo ad Atenco il 3 e il 4 maggio sarebbe potuto avvenire ad Agua Caliente. Vincente Fox dichiarò che la Parota era la priorità assoluta per la strategia energetica del Paese. Parlando agli oppositori della diga, Marcos così rispose direttamente a Fox: "Potrà farsi solo con una guerra nel sudest messicano. Se l'esercito attacca le vostre comunità, dovrà attaccare anche a noi, perché la considereremo come una aggressione all'EZLN".
Con queste parole La Otra Campaña incominciò a uscire dalla prima fase di conoscenza, di discussione, di confronto tra le persone dal basso. All'improvviso l'intesa per cui "se toccano uno, toccano tutti" non sembrava più una retorica di solidarietà dalle conseguenze lontane. In Guerrero, per la prima volta l'EZLN ha fatto un accordo chiaro con un'altra lotta, riconoscendola come propria. Si definì rapidamente una relazione chiara di casualità, un'azione che ora aveva conseguenze ben precise, e cioè l'EZLN avrebbe risposto militarmente a una aggressione alle comunità della Parota. D'un tratto il tono de La Otra Campaña suonò meno discorsivo e molto più reale.
Una catena di causa ed effetto cominciò a manifestarsi al posto delle istanze e petizioni: se il governo federale panista di Fox, insieme col governo statale perredista di Zeferino, avesse mandato la forza pubblica a sgomberare i territori della Parota, l'EZLN si sarebbe sollevata in Chiapas, provocando a sua volta una sollevazione nazionale.
Non è quello che è successo, chiaro. Piuttosto che una previsione, il discorso del Subcomandante Marcos a Agua Caliente fu però un prologo per quello che sarebbe successo dopo, con le aggressioni poliziesche del 3 e 4 maggio nello stato di Mexico. Si crearono insomma le fondamenta di solidarietà e consenso che avrebbero alimentato la resistenza alle violenze del governo e causato la sua estensione, finendo col generare una protesta e mobilitazione nazionale.
La capacità di mobilitazione de La Otra Campaña è ora comprovata. Mandare truppe alla Parota, in questo momento sarebbe buttare benzina sul fuoco, provocando una sollevazione ancora più grande, e questa volta in uno degli stati più conflittuali del paese, dove risiedono una serie di gruppi guerriglieri come l'ERP e l'ERPI, senza menzionare la polizia comunitaria (guardia popolare tribale, ndt), uno dei progetti di autonomia più grandi e sviluppati del Messico.
Tuttavia la vicenda della Perota ha già causato finora quattro morti, e non si può certo affermare che la questione sia definitivamente risolta. Adesso però si gioca a carte scoperte e tutti conoscono la posta in palio. La lotta continua.
Tutti siamo Atenco, tutti siamo la Parota: siamo noi.
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Tutto comincia dal 1994. Il 1994 fu un anno significativo per la storia del Messico. L'allora presidente Carlos Salinas de Gortari firmò il Trattato del Libero Commercio con gli USA e il Canada (TLCAN). Questa politica neoliberista, applicata in modo antidemocratico, era strutturalmente basata sul sovrasfruttamento della forza lavoro e delle risorse naturali in cambio di salari da fame. Beneficiava solo un gruppo ristretto di persone a livello globale mentre affliggeva la vita di migliaia di persone, tutte quelle che lavorano e producono quanto c'è in giro nei mercati.
Le reazioni contro tali politiche cominciarono a sorgere in ogni parte del mondo. In Messico l'insurrezione dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) è una prima battaglia contro il TLCAN e una denuncia per le condizioni di miseria e abbandono in cui, fino ad allora, erano mantenute le comunità indigene.
Ancora oggi trattati e organizzazioni come l'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) e la Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) continuano ad essere motivo di scontento, di discussione e di organizzazione di diversi settori della società civile alla ricerca di alternative che offrano un autentico benessere alla gente che col proprio lavoro quotidiano dà vita e impulso al reale sviluppo dei vari paesi di tutto il mondo.
A riguardo i problemi sono ogni volta di più. Non si tratta solo di accettare o negare i modelli politico-economici imposti, ma si tratta di far valere la libera autodeterminazione dei popoli e preservare il diritto all'autonomia e all'autogestione. Di fronte a questa lotta organizzata e quotidiana, lo scomposto desiderio dei governi di instaurare tali politiche neoliberiste è giunto a livelli dittatoriali, creando e modificando leggi (addirittura costituzionali!) a beneficio delle grandi multinazionali, le quali aprono bottega in qualsiasi posto, sfruttano il lavoro della gente in maniera irrazionale e saccheggiano le risorse naturali delle nazioni, degradando così l'ambiente e generando o aggravando lo squilibrio economico per i produttori locali, i piccoli commercianti e la società in generale. In questo modo colpiscono direttamente la vita e le relazioni interpersonali.
Niente è per caso. I fatti avvenuti negli ultimi mesi mostrano chiaramente la crisi economica, politica e sociale che attraversa oggi il mondo occidentale. Da un lato un crescente numero di persone si organizza per costruire una alternativa ai modelli capitalistici e dall'altro i detentori del potere che fanno un uso eccessivo della forza e violano ogni legge e diritto tentando di mantenersi in piedi.
A dimostrazione di questo ci sono i recenti avvenimenti in Messico. Azioni repressive alla fabbrica siderurgica di Lazaro Cardenas in Michiocan ( con 2 morti e 60 feriti nel tentativo di soffocare uno sciopero) e a San Salvador Atenco.
Il 3 maggio scorso la polizia municipale dello stato del Mexico impedì ai fiorai di Texcoco di tenere il mercato per vendere i propri prodotti motivando l'esproprio dell'area per ragioni di pubblica necessità ( la costruzione di una centrale di polizia), ma in realtà finalizzato alla costruzione di un ipermercato Wall Mart. Davanti alle minacce della “forza pubblica" i fiorai andarono a chiedere l'appoggio de La Otra Campaña. Gli insorti di Atenco solidarizzarono rapidamente e andarono ad appoggiare i fiorai. In primo luogo, come dimostrazione di lealtà; in secondo luogo, per ribadire come si sia tutti partecipi d'una medesima condizione; e terzo, che si è partecipi di qualcosa di più grande che si sta organizzando dal basso, oltre che subire passivamente lo sfruttamento, l'espropriazione e il disprezzo in cui si è tenuti dai potenti.
Questo sfruttamento, infatti, questa espropriazione, questo disprezzo, lo subiamo tutti noi, la maggior parte della popolazione umana e non umana che calpesta questo pianeta. Siamo quelli/e che servono le loro tavole e lavano le loro auto, quelli/e che gli accudiscono casa e gli fanno da mangiare; siamo quelli/e che lavorano nelle loro fabbriche e che sfruttano; noi, quelli/e che coltivano le loro terre, obbligandoci a inquinarle. Siamo quelli/e che facciamo le loro case e i loro mercati, quelli/e che dentro questi consumano senza rendersi conto di quanto ci viene nascosto. Adesso, infine, siamo anche schiavi di un'unica mentalità: la loro mentalità, quella del denaro! La vita già non è più nostra, ora la si vende in bottiglia da un litro al Wal Mart, come fosse un prodotto.
Tuttavia la nostra storia segue un altro calendario, non finisce quando smette di essere in TV. La storia di quelli e di quelle dal basso è la storia di tutti/e noi che lavoriamo perché loro si divertano, accumulino, distruggano, affinché loro tengano tutto e noi, che produciamo il mondo, non teniamo nulla. Così questa storia di spoliazione non cominciò il 3 maggio in Atenco, ma iniziò con le lotte che precedono di molto tempo i fatti recenti.
Nella zona di Atenco si mantiene ancora viva un'organizzazione comunitaria di convivenza collettiva, nelle festività e nei momenti rilevanti della vita e della morte nel villaggio.
Queste terre furono consegnate ottanta anni fa ai contadini (dopo la Rivoluzione Zapatista del 1910). Atenco è da allora un territorio dedicato alla coltivazione di fagioli, fave, mais, patate, carciofi e piante medicinali. Il 22 ottobre dell'anno 2001 il governo decretò l'espropriazione di gran parte delle terre del popolo di San Salvador Atenco e parte di Texcoco. Il governo di Fox prima, per mezzo dell'espropriazione per ragioni di pubblica utilità e delle menzogne, tentò di pagare i terreni la miseria di 5 pesos al metro quadrato. Di fronte al diniego dei campesinos il governo fece allora ricorso alla forza e alla repressione. Ancora una volta usarono la violenza per vincere la dignità di un popolo.
Il Potere mostrò in tal modo tutto il suo disprezzo e la noncuranza delle esigenze di vita delle persone. Il messaggio che il Potere neoliberale porta è: conquistare e depredare tutto quello che trova, fino a farsi padrone dell'intero pianeta. NOI, cioè tutti/e quelli/e che disobbediscono a questa macchina di morte e che credono nella parola e nell'accordo come forma di intendersi per camminare e resistere, vogliamo difendere la nostra storia e il nostro futuro, NOI siamo ribelli! Siamo ribelli che lottano per farla finita con lo sfruttamento, la spoliazione, il disprezzo e la repressione che il capitalismo e i capitalisti nascondono dietro il mercato, la televisione e la pubblicità, dietro le sue false elezioni dove i presidenti si scelgono come si sceglie il deodorante o lo shampoo "preferito". Siamo i/le ribelli che sono stati attaccati per difendere la terra e il diritto al lavoro che appartiene al popolo di Atenco e ai fiorai di Texcoco. I/le ribelli attaccati/e dall'invasione poliziesca pianificata dalla classe politica dello Stato e dalla classe corporativa imprenditrice del Messico e del mondo, nel municipio autonomo di San Salvador Atenco.
Tutti questi atti di brutale repressione furono pianificati da quegli stessi che firmarono il Patto di Chapultepec (un accordo siglato nella tenuta presidenziale de Los Pinos, fra ampi settori della società imprenditoriale, sportiva e industriale del Messico con le Istituzioni), persone che formano la classe politica e corporativa del nostro paese e che vendono la nostra terra e la nostra forza lavoro al miglior offerente nel mercato globale. Facciamo responsabile tutta questa gente e tutte le istituzioni che rappresentano di quanto accaduto e gli mandiamo un messaggio: ADESSO NO! ADESSO BASTA! ORA STIAMO VENENDO DA VOI! (E.Z.L.N.)
Es necesaria una cierta dosis de ternura para quitar de en medio a tanto hijo de puta que anda por ahi, pero a veces no basta con una cierta dosis de ternura y es necesario agregar... una cierta dosis de plombo!
Subcomandante Insurgente Marcos
E’ necessaria una certa dose di tenerezza per togliere di mezzo così tanti figli di puttana che se ne vanno in giro. Però a volte non basta una certa dose di tenerezza ed è necessario aggiungere...una certa dose di piombo!Subcomandante Insurgente Marcos
