No Struggle No Development

"Ora, molte persone si sono irritate perché abbiamo detto che l'integrazione era irrilevante quando iniziata dai neri, e che in effetti era un sotterfugio, un insidioso sotterfugio per il mantenimento della supremazia bianca.
Adesso noi diciamo che negli ultimi sei anni questo paese si è nutrito con una talidomide dell'integrazione, e che alcuni negri hanno camminato lungo una strada di sogni parlando di sedersi accanto ai bianchi; e che questo non ha iniziato a risolvere il problema; che quando siamo andati nel Mississippi non ci siamo andati per sederci accanto a Ross Barnett; non ci siamo andati per sederci accanto a Jim Clark; siamo andati là per toglierli dalla nostra strada; e che la gente dovrebbe capire questo; che noi non abbiamo mai combattuto per il diritto di integrarci, noi stavamo combattendo contro la supremazia bianca.
Ora, se vogliamo comprendere la supremazia bianca dobbiamo abbandonare il concetto sbagliato che i bianchi possano dare la libertà a qualcuno. Nessun uomo può dare a qualcuno la sua libertà. Un uomo nasce libero. Si può rendere schiavo un uomo dopo che egli è nato libero, e in effetti è quello che questo paese fa. Rende schiava la gente nera dopo la sua nascita, quindi l'unica cosa che i bianchi possono fare è smettere di negare ai neri la loro libertà; questo è, devono smettere di negare la libertà. Non possono darla a nessuno.
"

Stokely Carmichael



"Quello che non riesco a sopportare è che, un tempo, sognavo di essere bianco. Facevamo un certo gioco, a Trinidad: si prendeva una buccia di mango e la si buttava per aria; se cadeva dalla parte nera, avresti sposato una donna di pelle nera. E io speravo che cadesse dalla parte bianca" ricorda Stokely Carmichael.
Carmichael crebbe con due sorelle, tre zie e una nonna in cima a quarantadue scalini della migliore casa di Oxford Street a Port of Spain, Trinidad, Indie occidentali inglesi. L'aveva costruita suo padre, quella casa, per poi andarsene negli Stati Uniti. Così Carmichael non vide i genitori fino all'età di dodici anni, quando li raggiunse a New York...
Sui dieci anni, indossava rispettabili pantaloni grigi, camicie bianche con il colletto duro e i calzini lunghi della Tranquillity Boys School. "La mia rabbia — dice — è che ero drogato dalla supremazia bianca e non mi ribellavo. Forse sono pazzo adesso: perché anche la gente che ammiravo, nelle Indie occidentali, non si ribellava. Ed ero addirittura soddisfatto, quella volta che rimasi quattro ore in piedi, ad agitare la bandierina, per l'arrivo dei Reali...".
"Se domandate a un bambino nero — continua — di qualunque posto sia, nelle Indie occidentali, qualche cosa sulla storia africana, sulla valle del Nilo o su Annibale, non ne sa nulla. Sa tutto, invece, su re e regine bianche...". Carmichael sta guardando un giornale londinese. Tralascia il titolo dove si attaccano i suoi comizi ("Black Power-violenza"), per fissare per un buon minuto la fotografia della principessa Margaret: "E costei ha ancora un fascino, per loro! Perché? Mio padre, per esempio: ecco uno che fu sottomesso, calmo, obbediente. Io no. Ma lui si beveva tutto quello che gli diceva il bianco: - Se lavori sodo avrai successo -. Ed è morto com'era nato: povero e negro"...
Carmichael ricorda che il padre rimase disoccupato per tre settimane, perché era troppo onesto per corrompere i sindacalisti che gli dovevano trovare un posto. "Mia madre sfacchinò fino a mettere su cinquanta dollari. Allora invitò a casa il sindacalista, gli diede quel danaro e un costoso profumo. Mio padre trovò l'impiego è commentò, convinto: - Ecco il premio per aver pregato il Signore -. Mia madre sì, era un tipo combattivo. Se le serviva qualcosa, cercava di prenderla".
Parla poi della sua adolescenza nelle strade di Harlem e del Bronx: "Rubavamo automobili, batterie, quel che capitava. Poi ci riunivamo a bande, cominciammo a svaligiare lavanderie. I piani li preparavo io. A sedici anni vendevo la droga. Secondo le leggi bianche, non si può fare il traffico di cocaina fino a ventun'anni". A parte questa complessa formazione, una delle influenze determinanti fu quella di Malcolm X, il leader del nazionalismo negro assassinato tre anni fa ad Harlem.
La fotografia di Malcolm è appesa sopra la scrivania di Stokely, nel suo quartier generale di Atlanta, in Georgia. Accanto c'è un manifesto dello SNICK, con la pantera nera che balza in avanti e la scritta: "Spostatevi o vi passeremo sopra".
"Ammiravo l'intelligenza di Malcolm, — dice Carmichael — la sua mente analitica, la sua coerenza e la sua volontà di dar vita a un movimento per riunire finalmente la sua gente. La cosa più importante che i giovani militanti hanno imparato da Malcolm è che egli parlò alla sua gente e smise di parlare ai bianchi... Il guaio con i bianchi liberali è che, ogni volta che ti metti a parlare con loro, subito parlano della razza. Non è questo il tipo di amici che mi interessa. lo voglio sedermi e ascoltare Thelonius Monk o parlare di Bach o di Joyce" Che avrebbe fatto, se mentre passeggiava con una ragazza bianca, un bianco l'avesse chiamata prostituta? "Credo che avrei continuato a camminare. In un caso del genere si va o a una lunga discussione o a una rissa. Non credo che ne varrebbe la pena".
E questo come si concilia con il rifiuto di porgere l'altra guancia?
"Non posso portare avanti una battaglia individuale. Sto combattendo il razzismo istituzionalizzato. Mio compito è di non permettere all'uomo bianco di condizionare in nessun modo il mio comportamento".
Se si parla di violenza, Carmichael si stringe nelle spalle: "L'uomo bianco parla della violenza. Parlava di violenza, quando ha razziato l'Africa? Dice che il Black Power è violenza. L'uomo bianco è stato violento con noi per quattrocento anni... Mi danno dell'agitatore e del sobillatore perché, quando mi rivolgo a un uditorio nero, non uso la logica e non intellettualizzo. Non ce n'è bisogno: i neri apprendono per istinto ed emozionalmente. Per esempio, essi comprendono bene la brutalità della polizia".
Che si dice dei recenti tafferugli di Newark, dove 23 persone sono state uccise?
"Non sono stati tafferugli. Sono state ribellioni. lo mi sono trovato coinvolto in esse otto volte... Il gioco della morte è quello che i bianchi compiono per spaventarci: "Guarda — dicono — voi avete avuto ventun morti, noi solo due... fareste meglio a smettere". Ebbene: lo SNICK ha una forza; perché quando noi diciamo: "Brucia, ragazzo, brucia", siamo noi i primi ad accendere davvero il fiammifero...
...Naturalmente si può ottenere una "pace duratura" negli Stati Uniti: basta che ogni volta che il bianco dice: "Nigger, fai questo" il negro obbedisce. Comodo, no? Bella, questa pace!
".
E il futuro? Vi aspettate una contro-reazione da parte dei bianchi?
"Gli Stati Uniti non possono usare una bomba H contro il popolo nero, negli Stati Uniti stessi. Ma se circondano i ghetti, faremo crollare ogni dannata cosa che vi hanno costruito. Spianeremo l'intero Paese se vengono alle mani con noi!"
Carmichael afferma di essere stato in prigione trentacinque volte, otto per sobillazione. Per di più gli hanno sparato otto volte... E' stato picchiato più volte di quante ne possa ricordare; si rimbocca le maniche per mostrare le cicatrici che gli hanno lasciato quindici giorni fa, battendolo con la canna di una pislola durante un arresto. Prima di quest'anno, Carmichael riteneva che non lo avrebbero lasciato in vita fino alla fine dell'estate in corso.
Come vede ora la possibilità di essere ucciso come Malcolm X?
"E' il dilemma dei bianchi. Hanno capito di aver commesso un errore con Malcolm X, perché lo hanno fatto diventare un martire. Hanno il problema di uccidermi, o di imprigionarmi. Non si decidono, ed è per questo che sono vivo".
lntanto, non va mai in giro senza guardia del corpo. Nel Mississippi o a Watts, sotto la divisa da nazionalisti negri, la guardia del corpo porta le armi. A Londra si tiene in disparte. Il suo custode dice: "Non scrivete il mio nome: sappiate però che se Stokely sta per morire, io sono pronto a morire con lui. Devono sparare a tutti e due". Carmichael pensa di poter ancora perdere la propria popolarita?
"La gente guarda più a un uomo che a un movimento — dice — perché è più facile. Ma ciascuno, nell'organizzazione, può fare quello che faccio io. Il personaggio Carmichael è un'invenzione della stampa bianca. E non vivrò certo secondo le regole che hanno fabbricato per questo personaggio".
Dice che ha lasciato la presidenza dello SNICK anche per combattere la sua crescente popolarità personale: "Cerco di ridimensionare Carmichael. Il mio posto è in mezzo al mio popolo. Il mio compito è quello di raccogliere l'ammirazione e l'amore che il popolo nero mi tributa, e di ridistribuirlo tra noi, e fuori di noi".
Carmichael qualche mese fa diceva che Black Power significava che i negri dovevano avere i loro diritti nelle aree a maggioranza negra. Ora dice: "...Vogliamo il controllo delle istituzioni nelle comunità in cui viviamo, vogliamo possibilità di controllo nel Paese; vogliamo che finisca in tutto il mondo lo sfruttamento contro la gente non bianca".
Ritorna questa settimana in America, con un traguardo ambizioso per portare avanti la causa dello SNICK: Washington, che ha una maggioranza nera.
Nel prossimo febbraio ritornerà a Trinidad; vede la Giamaica come uno dei migliori obiettivi (per una rivolta nera antimperialista, ndr). Ha ventisei anni e — con rilultanza — Stokely Carmichael ha ereditato il trono di Malcolm X, simbolo principale dell'impegno negro nel mondo. Ha bisogno di adeguare se stesso a questo ruolo, come Malcolm seppe fare durante il suo ultimo anno di vita. La tragedia di Carmichael e del suo popolo è che potrebbero non dargli il tempo nè la possibilità di farlo.

Stokely Carmichael, intervista al giornalista Colin McGlashan, The Observer, 1967.



"Nella contea di Lowndes, abbiamo sviluppato qualcosa chiamata la Lowndes County Freedom Organization. È un partito politico. La legge dell'Alabama dice che se hai un partito, devi avere un simbolo. Noi abbiamo scelto come simbolo una pantera nera, uno splendido animale nero che simboleggia la forza e la dignità della gente nera... Ora in Alabama c'è un partito chiamato Partito Democratico dell'Alabama. E' tutto bianco. Ha come emblema un gallo bianco e le parole "supremazia bianca - per il diritto". Ora i signori della stampa, poiché hanno il senso della pubblicità, e perché molti di loro sono bianchi, e perché sono il prodotto di quella istituzione bianca, non chiamano mai la Lowndes County Freedom Organization con il suo nome, ma piuttosto la chiamano Black Panther Party. La nostra domanda è, perché non chiamano il Partito Democratico dell'Alabama il "White Cock Party"? Secondo noi è appropriato... "

Stokely Carmichael



Siamo oppressi come gruppo perché siamo neri, non perché siamo pigri, non perché siamo apatici, non perché siamo stupidi, non perché puzziamo, non perché mangiamo angurie e abbiamo la buona musica nel sangue. Siamo oppressi perché siamo neri e per uscire da questo stato di oppressione bisogna sentire il potere di gruppo che possediamo... Se dovrà esserci integrazione, sarà integrazione nei due sensi. Se credete nell'integrazione, potete venire a vivere a Watts. Potete mandare i figli alle scuole del ghetto. Parliamo di questo. Se credete nell'integrazione, allora cominceremo ad adottare alcuni bianchi che vivano nel nostro vicinato...
Non aspetteremo che i bianchi sanzionino il potere nero. Siamo stanchi di aspettare!


Stokely Carmichael
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Furono battesimi del fuoco: insulti, manganellate, tentativi di linciaggio… Ma è il giugno del ’66 il vero spartiacque della mia vita: la “Marcia contro la paura”, da Memphis, Tennesse, a Jackson, Mississippi. Duecento miglia coi militanti neri che mordevano il freno, non si accontentavano più della non-violenza. La marcia era pacifica ma protetta dai Deacons for Defense and Justice, con le armi ben visibili. Sono sicura che questo salvò delle vite. Nemmeno il dottor King ebbe niente da obiettare alla presenza dei Deacons. Durante la marcia Stokely lanciò lo slogan “Black Power”.

“Potere nero” voleva dire autodeterminazione, ad esempio il diritto dei neri a governare le comunità in cui erano maggioranza. Nel Sud c’erano contee in cui i bianchi erano appena il 10% degli abitanti ma nessun nero aveva il diritto di voto. La parola giusta è “apartheid”. “Black Power” era anche uno slogan polemico verso i liberal che dettavano la linea al movimento, predicavano docilità e rispondere “Sì, badrone”, ma i media lo spacciarono per uno slogan “anti-bianchi”, ne distorsero il messaggio, cominciarono ad accusare lo Sncc di “razzismo al contrario”. Si inventarono dissidi tra Stokely e il dottor King, che invece rispettava lo Sncc. Il dottor King criticava lo slogan ma non la sostanza, e non condannò mai Stokely o l’organizzazione.

“Black power” riassumeva in due parole un processo durato anni: la riscoperta dell’Africa, un’Africa della mente, l’essere neri, che non era tanto il colore della pelle, ma l’esperienza che teneva insieme la comunità. Nell’anno che era portavoce nazionale dello Sncc, Stokely attraversò il Paese in lungo e in largo, parlando tutti i giorni, anche più volte al giorno. Assemblee, conferenze, programmi alla radio e alla tv, ogni volta spiegava il significato dello slogan, se ne fregava degli attacchi e ripeteva quelle due paroline, “Black” e “Power”, acido nitrico e glicerina, e bombardava il pubblico con l’aggettivo: black, black, black, black, ovunque andavi Stokely diceva “black”. Alla fine di quell’anno, la parola “Negro” apparteneva al passato.

Nel ’67 Stokely aveva venticinque anni ed era il nero più odiato dall’America bianca, secondo solo a Muhammad Ali. Lo accusavano di odiare i bianchi, di essere razzista, ma lui era cresciuto in un quartiere di italiani, s’era diplomato in una high school bianca, aveva fatto lavoro politico con attivisti bianchi. “Potere nero” significava organizzare le nostre comunità, non distruggere quelle altrui. Stokely diceva sempre: “Costruire la propria casa non significa buttare giù quella dall’altra parte della strada”.

Il numero di attivisti neri uccisi dai razzisti era già alto prima che ci si mettesse l’Fbi, e Stokely era il prossimo, in cima alla lista. Eravamo tutti preoccupati che non arrivasse ai trent’anni. In compenso, era uno dei neri più amati dalla sua gente. Nelle contee del Mississippi dove lo Sncc aveva fondato il Freedom Democratic Party, e in Alabama dov’era nato il simbolo della pantera nera, c’era chi l’avrebbe sfamato con l’ultimo tozzo di pane, avrebbe ricevuto la pallottola che gli era destinata, si sarebbe strappato un braccio e l’avrebbe usato come clava per difenderlo.
Non so quanto ne fosse consapevole, ma Stokely aveva una galassia di buone stelle, angeli custodi sparsi per il mondo che si mossero per sottrarlo al pericolo. Nella primavera del ’67 gli organizzarono un tour mondiale. Londra, Cuba, la Cina, Il Vietnam in guerra, l’Algeria post-coloniale, infine la Guinea dove sarebbe andato a vivere.
Da quei paesi continuava a denunciare l’oppressione dei neri negli Stati Uniti, facendo impazzire di rabbia i nostri media. La Cia cercò più volte di catturarlo e riportarlo in patria, o almeno di rubargli il passaporto. Esiste un discorso di Fidel Castro in difesa di Stokely. La Guinea inoltrò agli Usa una protesta diplomatica ufficiale per le intimidazioni da parte di membri dell’ambasciata americana. Kwame Nkrumah lo prese come segretario.

Mentre il fratello Stokely faceva il giro del mondo, la stampa americana lo trasformava in un demonio, un Satana negro, la personificazione dell’antiamericanismo e del “tradimento”. Ma fammi il piacere, questo Paese non ci aveva mai dato un cazzo, ci gassava e bastonava nei ghetti poi ci mandava a crepare in Vietnam, e se un nero lo dice, e spiega che gli Stati Uniti rubano la ricchezza del pianeta, quello è un traditore?
In Guinea incontra Kwame Nkrumah, l’ex-presidente del Ghana, deposto da un golpe appoggiato dagli Usa. Nkrumah non è solo un esule di rango, Sékou Touré lo ha nominato co-presidente del Paese. Nkrumah ha studiato in America, conosce bene le lotte dei fratelli di qui, è un panafricanista e per lui sono tutte battaglie del popolo africano, sul continente e nella diaspora atlantica. Beh, per farla corta, Nkrumah chiede a Stokely di diventare il suo assistente. Stokely, che nel frattempo si è messo con Miriam Makeba ed è in pieno trip africano, accetta, ma prima vuole tornare negli Usa per finire del lavoro. Tutti gli africani della diaspora che incontra gli dicono: – Brother, is you crazy? Se torni, chissà che ti fanno! L’uomo bianco vuole il tuo culo! – ma lui ha deciso che torna, non può lasciare a metà i suoi progetti. Appena atterrato al Jfk, gli sequestrano il passaporto. Lui se lo aspettava, ha già chiamato i suoi avvocati, è disposto a fare il diavolo a quattro per riaverlo.

Nei mesi che trascorse negli Usa, Stokely diventò dirigente onorario delle Pantere, sposò Miriam Makeba, si sbattè per riavere il passaporto e cercò di organizzare le comunità nere di Washington D.C. Poi venne ucciso il dottor King. Nel Paese scoppiarono più di cento rivolte, la situazione era ormai fuori controllo, organizzare la nostra gente era quasi impossibile. Da un giorno all’altro i ghetti si riempirono di tossici, l’eroina dilagava. Stokely, dal canto suo, passò brutti momenti: il Cointelpro pedinava e sorvegliava lui e Miriam, e faceva di tutto per distruggere la reputazione di entrambi. Un’intera tournée di Miriam saltò senza spiegazioni dopo che l’Fbi disse ai promoters due paroline. Il Cointelpro sparse nel movement, soprattutto tra le Pantere, la falsa voce che Stokely era un infiltrato della Cia. Alla fine, prima che qualcuno gli facesse saltare le cervella per un qualunque motivo, Stokely riebbe il passaporto. Lui e Miriam tornarono in Guinea per un pelo.

La Guinea indipendente era la base operativa di tutte le guerriglie dell’Africa nera. C’erano gli angolani, i mozambicani, quelli della Guinea-Bissau e Capo Verde, i sudafricani dell’African National Congress. Tutti i movimenti di liberazione nazionale prendevano il volo da Conakry. Stokely cambiò nome, si chiamò “Kwame Ture”, in omaggio a Kwame Nkrumah e Sékou Touré. L’acqua in cui si immerse per il secondo battesimo fu la cultura africana. Entrò nell’All-African People’s Revolutionary Party e si occupò dei rapporti tra i movimenti africani del Continente e quelli nella Diaspora. Non si fermò mai un secondo.

Quando scoprirono il tumore alla prostata, Kwame accettò il verdetto e disse: – Quel che mi resta da vivere appartiene alla mia gente, continuerò a lavorare e organizzare finché avrò la forza di muovere la lingua.
Combattè la metastasi come aveva combattuto il razzismo. Dentro quel tribuno su sedia a rotelle c’era lo spirito dello Stokely di trent’anni prima, anche più fiero di allora. Ripeteva: – Il cancro tira fuori il meglio di una persona.
Contese gli anni al male senza farsi assediare, anzi, contrattaccando, riconquistando terreno, piantando la bandiera della vita su ogni collinetta, celebrando il buon esito di ogni sortita. Lo circondava l’amore della comunità, medici e guaritori lo curavano gratis. Diceva: – Se ti sacrifichi per le persone, le persone si sacrificheranno per te.
Strappò alla morte tre anni. Quando il momento si avvicinò tornò a Conakry, tra le braccia di Madre Africa. L’ultima riunione la fece la sera prima di morire, talmente debilitato da non poter rimanere seduto. Lo appoggiammo a una pila di cuscini, parlò, ascoltò, sorrise, toccò a lui consolare noialtri. Ci salutò dicendo: – Siate sempre pronti, e quando arriverà il momento non dovrete prepararvi.
Nostro fratello Kwame ci lasciò il 15 novembre 1998.
Dopo il funerale, chissà come, mi tornò alla mente un aneddoto. Me l’aveva raccontato Stokely, riemergeva dalle nebbie di un’altra America, un altro mondo, ormai quasi un altro secolo.
La notizia della morte di John Coltrane gli era giunta mentre era a Londra, per una conferenza sui movimenti di liberazione. Prima di cominciare il suo discorso, fece alzare in piedi gli spettatori e chiese un minuto di silenzio per quel grande artista nero e guerriero culturale. Nessuno se l’aspettava, era una conferenza molto politica nell’accezione più stretta, piena di intellettuali seriosi, e che c’entrava il jazz con la rivoluzione? Eppure tutti rimasero in piedi e in silenzio.
Quei due fratelli avevano molto in comune. Due vite dedicate allo spingersi avanti, sempre più avanti. Ed erano instancabili. Solo il cancro riuscì a fermarli, ma non potè impedir loro di muoversi fino all’ultimo minuto, l’ultimo secondo prima di danzare e raggiungere gli antenati.

New Thing, Wu Ming 1




Metafore & Metamorfosi (Novembre)

LA NONNA DELLA PATRIA


Su migliaia di detenuti nelle patrie galere su chi si è posato l'occhio benevolo della ministra Cancellieri? Su chi s'è riversata la sua amorevole solidarietà? Su Giulia Ligresti, un nome, anzi un cognome non a caso.
La nonna della patria Cancellieri ha definito il suo un "intervento umanitario". Insomma, qualcosa di paragonabile a un'operazione dei caschi blu dell'ONU a protezione di civili inermi. E tutto a causa di un brusco dimagrimento della figlia di Don Salvatore (Ligresti).
Gli avvocati del collegio difensivo della signora Ligresti, Alberto Mittone e Gianluigi Tizzoni, avevano già chiesto per lei la revisione della misura cautelare, ma l’istanza era stata bocciata dal gip di Torino, Silvia Salvadori, che nell'occasione non solo aveva ritenuto non fossero venute meno le esigenze cautelari, ma addirittura essersi aggravati gli indizi di colpevolezza.
Ecco quindi la necessità che fosse proprio la Procura a farsi avanti per chiedere che la figlia di don Salvatore potesse tornare a casa.
L'esigenza "umanitaria", oltre al fatto che fosse molto dimagrita, era dovuta anche al fatto che la picciotta aveva un problema di adattamento al carcere. Problema aggravato, come scrive il medico legale, dal fatto che la signora è "abituata ad una vita particolarmente agiata".
Nella relazione del medico(?) Roberto Testi si legge infatti: "La donna soffre di un disturbo dell’adattamento che è un evento stressante in modo più evidente per chi sia alla prima detenzione e in particolar modo per chi sia abituato a una vita particolarmente agiata, nella quale abbia avuto poche possibilità di formarsi in situazioni che possano, anche lontanamente, preparare alla condizione di restrizione della libertà e promiscuità correlate alla carcerazione".
Alla faccia! Questa specie di dottor Terzilli, in sintesi e molto candidamente, dice: i ricchi in carcere stanno male, meglio rimetterli in libertà.
Così, grazie alle pesanti sollecitazioni della famiglia di don Salvatore e Nino Ligresti, alle imbarazzanti telefonate di nonna Cancellieri ai responsabili del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) e ad un crescendo di solerti segnalazioni di medici del penitenziario, periti di parte e psicologi d'accatto, in pochi giorni si apre la strada che finalmente porta la signora Ligresti ai domiciliari.
Da ultimo sono arcisicuro, honi soit qui mal y pense, che in tutta questa vicenda abbia contato poco, anzi nulla, il fatto che il figlio di nonna Cancellieri, Piergiorgio Peluso, dopo un solo anno di lavoro alla Fondiaria Sai di Don Salvatore Ligresti, sempre un cognome a caso, abbia avuto una lauta liquidazione da 3,6 milioni di euro. In fondo anche questo deve considerarsi un "intervento umanitario". Come potrebbe altrimenti guadagnarsi un po' di pane il figlio di una ministra?




Trascrizione della telefonata "umanitaria" tra la ministra Nonna Cancellieri e sua eccellenza Gabriella Fragni, compagna di Don Salvatore.

Fragni: Pronto.
Annamaria Cancellieri: Lella?
F: Sì.
A: sono Annamaria. Io sono mesi che ti voglio telefonare per dirti che ti voglio bene, la vita mi scorre in una maniera indegna. Ma oggi dico: devo trovare il... Perché te lo devo dire, ti voglio bene, guarda, ti trovo vicino e tu non puoi immaginare da quanto tempo.
F: (piange)
A: tu non puoi immaginare, ecco... E adesso basta, guarda, ti voglio proprio bene da morire. Ho sempre detto: ora la vado a trovare, la vado a trovare... Ma poi non so manco come mi chiamo io un altro po' (frase fonetica) F: E' stata la fine del mondo.
A: La fine del mondo, la fine del mondo sì.
F: E poi tutto sommato (incomprensibile) lui non se lo merita...
A: No no, ma poi m'hanno detto che sta male, ma povera Lella, guarda.
F: (piange)
A: Senti, non è giusto non è giusto lo so... Tu non sai quante volte ho detto: ora la chiamo... E poi non vengo più a Milano, non so più chi sono...ma da tanto tempo. Poi oggi ho detto: No adesso basta, il tempo lo devo trovare perché non è possibile questo non è possibile.
F: La persona, guarda, più buona.
A: Eh lo so, lo so, lo so, povero figlio (fonetico), lo so, lo so.
F: Ha sempre fatto quello che poteva per tutti, guarda che fine.
A: Lo so, lo so, lo so, lo so.
F: Ma io non è che ammetto che ha fatto errori Annamaria, ma per l'amor di Dio.
A: Noooo però...
F: Annamaria l'hanno fatto però c'è modo e modo anche di fare....
A: C'è modo e modo. Poi sono (incomprensibile)
F: Poi, sai, con il mondo che abbiamo, tutto pulito in una maniera, coso...
A: Mah sì..sì..
F: Sembrano loro che devono ripulire il mondo, non lo so. Poi lui, lui soprattutto...
A: Lui, lui, sì sì.
F: Lui non se lo meritava, ha lavorato tutta la vita come una bestia, non ha mai fatto il milionario, non ha mai fatto vacanza, non ha mai fatto niente...
A: Lo so, lo so.
F: Niente, ecco almeno fosse stato un filibustiero, nel bene e nel male ha dato da mangiare a 20-30 mila famiglie non so io, non lo so...
A: No, so di essere in un Paese (incomprensibile)
F: Ma poi... (piange)
A: Eh lo so, lo so me l'hanno detto, me l'hanno detto. Io ogni tanto sento Nino (fonetico) gli chiedo notizie, non la vedo.
F: E' venuto, è venuto anche ieri, l'altro giorno... A: Comunque guarda, qualsiasi cosa io possa fare conta su di me, non lo so cosa possa fare però guarda son veramente dispiaciuta.
F: Eh non lo so.
A: Sono veramente dispiaciuta. Ma sono mesi che ti voglio...Poi ci sono state le vicende di Piergiorgio (Peluso, figlio della Cancellieri) quindi...guarda...
F: Eh sai anch'io non ho mai chiamato perché mi veniva sempre in mente quel discorso che avevi fatto in cascina, quando mi dicevi: "io non sono contenta non vorrei che ci andasse di mezzo la nostra amicizia". Purtroppo sembrava quasi un... A: Guarda, maledetto quel momento, guarda.
F: (piange)
A: Eh vabbè... Io non so se e quanto mai rientrerò a Milano, ma appena riesco ad arrivarci, ormai fino a tutto settembre, ti vengo subito a trovare. Però qualsiasi cosa, veramente, con tutto l'affetto di sempre...con tutto l'affetto di sempre, guarda, non...
F: Va bene va bene. Quando vieni t'aspetto.
A: Se tu vieni a Roma, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti guarda non, non è giusto, guarda non è giusto.
F: Senti, ti mando un bacio, ciao.
A: Ti abbraccio con tantissimo affetto.
F: Ciao, grazie.
A: Ciao.



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BUSI REMOVE GELMINI


Busi è meglio di Ctrl Alt + Canc!
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أي امرأة أي حملة



ناشطات سعوديات يطالبن بإعطائهن الحق بقيادة السيارات

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Hijos del África


Así se prueba que los negros son inferiores
(Según los pensadores de los siglos dieciocho y diecinueve)

- Voltaire, escritor anticlerical, abogado de la tolerancia y de la razón:
Los negros son inferiores a los europeos, pero superiores a los monos.

- Barón de Montesquieu, padre de la democracia moderna:
Resulta imposible que Dios, que es un ser muy sabio, haya puesto un alma, y sobre todo un alma buena, en un cuerpo negro.

- Karl von Linneo, clasificador de las plantas y de los animales:
El negro es vagabundo, perezoso, negligente, indolente y de costumbres disolutas.

- David Hume, entendido en entendimiento humano:
El negro puede desarrollar ciertas habilidades propias de las personas, como el loro consigue hablar algunas palabras.

- Etienne Serres, sabio en anatomía:
Los negros están condenados a ser primitivos, porque tienen poca distancia entre el ombligo y el pene.

- Francis Galton, padre de la eugenesia, método científico para impedir la propagación de los ineptos:
Un cocodrilo jamás podrá llegar a ser una gacela, ni un negro podrá jamás llegar a ser un miembro de la clase media.

-Louis Agassiz, prominente zoólogo:
El cerebro de un negro adulto equivale al de un feto blanco de siete meses; el desarrollo del cerebro se bloquea, porque el cráneo del negro se cierra mucho antes que el cráneo del blanco.


Desde el punto de vista del sur

Desde el punto de vista del sur, el verano del norte es invierno.
Desde el punto de vista de una lombriz, un plato de espaguetis es una orgía.
Donde los hindúes ven una vaca sagrada, otros ven una gran hamburguesa.
Desde el punto de vista de Hipocrates, Galeno, Maimonides y Paracelso, existía una enfermedad llamada indigestión, pero no existía una enfermedad llamada hambre.
Desde el punto de vista de sus vecinos del pueblo de Cardona, el Toto Zaugg, que andaba con la misma ropa en verano y en invierno, era un hombre admirable: - El Toto nunca tiene frío - decían. El no decía nada. Frío tenia, pero no tenia abrigo.
Desde el punto de vista del búho, del murciélago, del bohemio y del ladrón, el crepúsculo es la hora del desayuno.
La lluvia es una maldición para el turista y una buena noticia para el campesino.
Desde el punto de vista del nativo, el pintoresco es el turista.
Desde el punto de vista de los indios de las islas del mar Caribe, Cristóbal Colon, con su sombrero de plumas y su capa de terciopelo rojo, era un papagayo de dimensiones jamás vistas.
Desde el punto de vista del oriente del mundo, el día del occidente es noche.
En la India, quienes llevan luto visten de blanco. En la Europa antigua, el negro, color de la tierra fecunda, era el color de la vida, y el blanco, color de los huesos, era el color de la muerte.
Según los viejos sabios de la región colombiana del Choco, Adán y Eva eran negros y negros eran sus hijos Cain y Abel. Cuando Cain mato a su hermano de un garrotazo, tronaron las iras de Dios. Ante las furias del señor, el asesino palideció de culpa y miedo, y tanto palideció que blanco quedo hasta el fin de sus días. Los blancos somos, todos, hijos de Cain.
Si Eva hubiera escrito el Génesis,?como seria la primera noche de amor del genero humano?
Eva hubiera empezado por aclarar que ella no nació de ninguna costilla, ni conoció a ninguna serpiente, ni ofreció manzanas a nadie, y que Dios nunca le dijo que parirás con dolor y tu marido te dominara. Que todas esas son puras mentiras que Adán contó a la prensa.
Si las Santas Apostolas hubieran escrito los Evangelios, ¿como seria la primera noche de la era cristiana?
San José, contarían las Apostalas, estaba de mal humor. El era el único que tenia cara larga en aquel pesebre donde el niño Jesús, recién nacido, resplandecía en su cuna de paja. Todos sonreían: la Virgen María, los angelitos, los pastores, las ovejas, el buey, el asno, los magos venidos del Oriente y la estrella que los había conducido hasta Belén de Judea.Todos sonreían, menos uno. San José, sombrío, murmuro: - Yo quería una nena.


¿Adan y Eva eran negros?

En Africa empezó el viaje humano en el mundo. Desde allí emprendieron nuestros abuelos la conquista del planeta. Los diversos caminos fundaron diversos destinos, y el sol se ocupó del reparto de colores.
Ahora las mujeres y los hombres, arcoiris de la tierra, tenemos mas colores que el arcoiris del cielo; pero somos todos africanos emigrados. Hasta los blancos blanquisimos vienen de Africa.
Quizás nos negamos a recordar nuestro origen común porque el racismo produce amnesia, o porque nos resulta imposible creer que en aquellos tiempos remotos el mundo entero era nuestro reino, inmenso mapa sin fronteras, y nuestras piernas eran el único pasaporte exigido.


Abuelos

Para muchos pueblos del África negra, los antepasados son los espíritus que están vivos en el árbol que crece junto a tu casa o en la vaca que pasta en el campo. El bisabuelo de tu tatarabuelo es ahora aquel arroyo que serpentea en la montaña. Y también tu ancestro puede ser cualquier espíritu que quiera acompañarte en tu viaje en el mundo, aunque no haya sido nunca pariente ni conocido.
La familia no tiene fronteras, explica Soboutu Somé, del pueblo dagara: - Nuestros niños tienen muchas madres y muchos padres. Tantos como ellos quieran. Y los espíritus ancestrales, los que te ayudan a caminar, son los muchos abuelos que cada uno tiene. Tantos como quieras.




Europa caníbal

Los esclavos subían temblando a los barcos. Creían que iban a ser comidos. Tan equivocados no estaban. Al fin y al cabo, el tráfico negrero fue la boca que devoró al África.
Ya desde antes los reyes africanos tenían esclavos y peleaban entre sí, pero la captura y venta de gente se convirtió en el centro de la economía, y de todo lo demás, sólo a partir del momento en que los reyes europeos descubrieron el negocio. A partir de entonces, la sangría de jóvenes vació el África negra y selló su destino.
Malí es ahora uno de los países más pobres del mundo. En el siglo dieciséis, era un reino opulento y culto. La universidad de Tombuctú tenía veinticinco mil estudiantes. Cuando el sultán de Marruecos invadió Malí, no encontró el oro que buscaba, porque poco oro amarillo quedaba, pero vendió el oro negro a los traficantes europeos, y así ganó mucho más: sus prisioneros de guerra, entre los cuales había médicos, juristas, escritores, músicos y escultores, fueron esclavizados y marcharon rumbo a las plantaciones de América.
La máquina esclavista exigía brazos y la cacería de brazos exigía guerras. La economía guerrera de los reinos africanos pasó a depender más y más de todo lo que venía de afuera. Una guía comercial publicada en Holanda, en 1655, enumeraba las armas más codiciadas en las costas del África, y también las mejores ofrendas para halagar a esos reyes de utilería. La ginebra era muy valorada, y un puñado de cristales de Murano era el precio de siete hombres.


Espejos. Una historia casi universal.

Nada de nuevo tenía la esclavitud hereditaria, que venía de los tiempos de Grecia y Roma. Pero Europa aportó, a partir del Renacimiento, algunas novedades: nunca antes se había determinado la esclavitud por el color de la piel, y nunca antes la venta de carne humana había sido el más brillante negocio internacional.
Durante los siglos dieciséis, diecisiete y dieciocho, África vendía esclavos y compraba fusiles: cambiaba brazos por violencia.
Después, durante los siglos diecinueve y veinte, África entregaba oro, diamantes, cobre, marfil, caucho y café y recibía Biblias: cambiaba la riqueza de la tierra por la promesa del Cielo.


El samba

El Brasil es brasileño y Dios también, proclama Ari Barroso en la muy patriotica y bailonguera música que se está imponiendo en el carnaval de Rio de Janeiro.
Pero los sambas más sabrosos que el carnaval ofrece no exaltan las virtudes del paraiso tropical. Sus letras malandramente elogian la vida bohemia y las fecltorias de los libres, rnaldicen a la miseria y a la policia y desprecian el trabajo. El trabajo es cosa de otarios, porque a la vista está que el albañil no podrá nunca habitar el edificio que sus manos levantan.
El samba, ritmo negro, hijo de los cánticos que convocan a los dioses negros en las favelas, domina los carnavales. En los hogares respetables todavia lo miran de reojo. Merece desconfianza por negro y por pobre y por nacido en los refugios de los perseguidos de la policia. Pero el samba alegra las piernas y acaricia el alma y no hay manera de ignorarlo cuando suena. Al ritmo del samba respira el universo hasta el proximo miércoles de cenizas, mientras dura la fiesta que convierte a todo proletario en rey, a todo paralitico en atleta y a todo aburrido en loco lindo.


Fundacion del samba

Como el tango, el samba no era decente: música barata, cosa de negros.
En 1917, el mismo año en que Gardel abrio la puerta grande para que el tango entrara, ocurrio la primera explosion del samba en el carnaval de Flío de Janeiro. Esa noche, que duro años, cantaron los mudos y danzaron los faroles de las esquinas.
No mucho después, el samba viajo a París. Y París enloquecio. Era irresistible esa música donde se encontraban todas las músicas de una nacion prodígiosamente musical.
Pero al gobierno brasileño, que por entonces no aceptaba negros en la seleccion nacional de fútbol, esa bendicion europea no le cayo nada bien. Eran músicos negros los más famosos, y se corría el peligro de que Europa creyera que Brasil estaba en Africa.
El más músico de esos músicos, Pixinguinha, maestro de la flauta y el saxo, había creado un estilo inconfundible. Los franceses nunca habían escuchado nada igual. Más que tocar, jugaba. Y jugando invitaba a jugar.


Fundación de Hollywood

El nacimiento de una nación, la primera superproducción de Hollywood, se estrenó en 1915, en la Casa Blanca. El presidente Woodrow Wilson la aplaudió de pie. Él era el autor de los textos de la película, un himno racista de alabanza al Ku Klux Klan.
Gabalgan los enmascarados, túrticas blancas, blancas cruces, antorchas en alto: los negros, hambrientos de blancas doncellas, tiemblan ante estos jinetes vengadores de la virtud de las damas y el honor de los caballeros.
En pleno auge de los linchamientos, la pelicula de D. W. Griffith, El nacimiento de una nación, eleva su himno de alabanza al Ku Klux Klan.
Ésta es la primera superproducción de Hollywood y el mayor éxito de taquilla de todos los años del cine mudo. Es, también, la primera pelicula estrenada en la Casa Blanca. El presidente, Woodrow Wilson, la aplaude de pie. La aplaude, se aplaude: este abanderado de la libertad es el autor de los principales textos que acompañan las epicas imágenes.
Las palabras del presidente explican que la emancipación de los esclavos ha sido "un verdadero derrocamiento de la Civilización en el Sur, el Sur blanco bajo ios taiones dei Sur negro".
Desde entonces, el caos reina, porque los negros "son hombres que ignoran los usos de la autoridad, excepto sus insolencias". Pero el presidente enciende la luz de la esperansa: "Por fin ha nacido a la vida un gran Ku Klux Klan".
Y hasta Jesús en persona baja del cielo, al fin de la película, para dar su bendición.




El jazz

De los esclavos proviene la más libre de las músicas. El jazz, que vuela sin pedir permiso, tiene por abuelos a los negros que trabajaban cantando en las plantaciones de sus amos, en el sur de los Estados Unidos, y por padres a los músicos de los burdeles negros de Nueva Orleans. Las bandas de los burdeles tocan toda la noche sin parar, en balcones que los ponen a salvo de golpes y puñaladas cuando se arma la gorda. De sus improvisaciones nace la loca música nueva.
Con lo que ahorró repartiendo diarios, leche y carbón, un muchacho petiso y tímido acaba de comprarse corneta propia por diez dólares. Él sopla y la música se despereza largamente, largamente, saludando al día. Louis Armstrong es nieto de esclavos, como el jazz, y ha sido criado, como el jazz, en los puteros.


Polvo de arroz

El presidente Epitácio Pessoa hace una recomendación a los dirigentes del fútbol brasileño. Por razones de prestigio patrio, les sugiere que no envíen a ningún jugador de piel oscura al próximo Campeonato Sudamericano.
Sin embargo, el Brasil fue campeón del último Sudamericano gracias a que el mulato Artur Friedenreich metió el gol de la victoria; y sus zapatos, sucios de barro, se exhiben desde entonces en la vitrina de una joyería. Friedenreich, nacido de alemán y negra, es el mejor jugador brasileño. Siempre llega último a la cancha. Le lleva por lo menos media hora plancharse las motas en el vestuario; y después, durante el juego, no se le mueve un pelito ni al cabecear la pelota.
El fútbol, diversión elegante para después de la misa, es cosa de blancos. — ¡Polvo de arroz! ¡Polvo de arroz! — gritan los hinchas contra Carlos Alberto, otro jugador mulato, el único mulato del club Fluminense, que con polvo de arroz se blanquea la cara.


Sangre negra

Era de cordero la sangre de las primeras transfusiones; y corría el rumor de que esa sangre hacía crecer lana en el cuerpo. En 1670, Europa prohibió las experiencias. Mucho tiempo después, hacia 1940, las investigaciones de Charles Drew aportaron técnicas nuevas para el procesamiento y almacenamiento del plasma. En mérito a sus hallazgos, que salvaron millones de vidas durante la segunda guerra mundial, Drew fue el primer director del Banco de Sangre de la Cruz Roja en los Estados Unidos.
Ocho meses duró en el cargo.
En 1942, una orden militar prohibió que la sangre negra se mezclara con la sangre blanca en las transfusiones.
¿Sangre negra? ¿Sangre blanca? Esto es pura estupidez, dijo Drew, y se negó a discriminar la sangre.
Él entendía del asunto: era científico, y era negro.
Y entonces renunció, o fue renunciado.


Tu otra cabeza, tu otra memoria

Desde el reloj de sol del convento de San Francisco, una lùgubre inscripcion recuerda a los caminantes la fugacidad de la vida: Cada hora que pasa te hiere y la ùltima te matarà.
Son palabras escritas en latìn. Los esclavos negros de Bahìa no entienden latìn ni saben leer. Del Africa trajeron dioses alegres y peleones: con ellos estàn, hacia ellos van. Quien muere, entra. Resuenan los tambors para que el muerto no se pierda y llegue a la regiòn de Oxalà. Allà en la casa del creador de creadores, lo espera su otra cabeza, la cabeza inmortal. Todos tenemos dos cabeezas y dos memorias. Una cabeza de barro, que serà polvo, y otra por siempre invulnerable a los mordiscos del tiempo y de la pasiòn. Una memoria que la muerte mata, brùjula que acaba con el viaje, y otra memoria, la memoria colectiva, que vivirà mientras viva la aventura humana en el mundo.
Cuando el aire del universo se agitò y respirò por primera vez, y naciò el dios de dioses, no habìa separaciòn entre la tierra y el cielo. Ahora parecen divorciados; pero el cielo y la tirra vuelven a unirse cada vez que alguien muere, cada vez que alguien nace y cada vez que alguien recibe a los dioses en su cuerpo palpitante.

Eduardo Galeano




Questa è la prova che i neri sono inferiori.
(secondo i pensatori del diciottesimo e diciannovesimo secolo)

- Voltaire, scrittore anticlericale, avvocato della tolleranza e della ragione:
I neri sono inferiori agli europei, ma superiori alle scimmie.

- Barone di Montesquieu, padre della democrazia moderna:
Risulta impossibile che Dio, un essere molto saggio, abbia messo un'anima, e soprattutto un'anima buona, in un corpo nero.

- Karl von Linneo, classificatore di piante e animali:
Il nero è vagabondo, pigro, negligente, indolente e di abitudini dissolute.

- David Hume, conoscitore dell'umana conoscenza:
Il nero può sviluppare certe abilità proprie dalle persone, così come il pappagallo riesce a pronunciare qualche parola.

- Etienne Serres, esperto in anatomia:
I neri sono condannati ad essere primitivi, perché hanno poca distanza tra l'ombelico ed il pene.

- Francis Galton, padre dell'eugenetica, metodo scientifico per ostacolare la propagazione degli incapaci:
Un coccodrillo non potrà mai arrivare ad essere una gazzella, né un nero potrà arrivare mai ad essere un membro della classe media.

- Louis Agassiz, eminente zoologo:
Il cervello di un nero adulto equivale a quello di un feto bianco di sette mesi; lo sviluppo del cervello si blocca, perché il cranio del nero si chiude molto prima del cranio di un bianco.


Dal punto di vista del sud

Dal punto di vista del sud, l’estate del nord è inverno.
Dal punto di vista di un verme solitario, un piatto di spaghetti è un baccanale.
Dove gli indù vedono una vacca sacra, altri vedono un grande hamburger.
Dal punto di vista di Ippocrate, Galeno, Maimonide e Paracelso, esisteva una malattia chiamata indigestione, ma non esisteva una malattia chiamata fame.
Dal punto di vista degli abitanti del paese di Cardona, Toto Zaugg, che portava la stessa roba in estate e in inverno era un uomo ammirevole: “Toto non ha mai freddo” dicevano. Lui non diceva nulla. Di freddo ne aveva, ma non aveva un cappotto.
Dal punto di vista del gufo, del pipistrello, del bohémien e del ladro, il crepuscolo è l'ora della colazione.
La pioggia è una maledizione per il turista ed una buona notizia per il contadino.
Dal punto di vista del nativo, il pittoresco è il turista.
Dal punto di vista degli indi delle isole del mare Caraibi, Cristoforo Colombo, col suo cappello di piume e la sua cappa di velluto rosso, era un pappagallo di dimensioni mai viste.
Dal punto di vista dell'oriente del mondo, il giorno dell'ovest è la notte.
In India coloro che portano il lutto vestono di bianco. Nell'antica Europa, il nero, colore della terra feconda, era il colore della vita, e il bianco, colore delle ossa, era il colore della morte.
Secondo i vecchi saggi della regione colombiana del Choco, Adamo ed Eva erano neri e neri erano i suoi figli Caino e Abele. Quando Caino ammazzò suo fratello con una bastonata, tuonò l'ira di Dio. Davanti alla furia del signore, l'assassino impallidì di colpa e paura, e tanto impallidì che rimane bianco fino al fine dei suoi giorni. Noi bianchi siamo, tutti, figli di Caino.
Se Eva avesse scritto la Genesi, come sarebbe stata la prima notte d’amore del genere umano?
Eva avrebbe iniziato col chiarire che lei non nacque da alcuna costola, non conobbe nessun serpente, non offrì mele a nessuno e Dio non le disse mai partorirai con dolore e tuo marito ti dominerà. E che tutte queste cose sono solo bugie che Adamo raccontò alla stampa.
Se i Santi Apostoli avessero scritto i Vangeli, come sarebbe stata la prima notte dell'era cristiana?
San Giuseppe, racconterebbero gli Apostoli, era di cattivo umore. Era l'unico con la faccia lunga in quel presepe dove il bambino Gesù, neonato, risplendeva nella sua culla di paglia. Tutti sorridevano: la Vergine María, gli angioletti, i pastori, le pecore, il bue, l'asino, i maghi venuti dell'Oriente e la stella che li aveva condotti fino a Betlemme dalla Giudea. Tutti sorridevano, meno uno. San Giuseppe, che tutto scontroso, borbottava: - Volevo una bimba.


Adamo ed Eva erano neri?

Il viaggio umano nel mondo cominciò in Africa. Da lì i nostri avi intrapresero la conquista del pianeta. I diversi cammini fondarono i diversi destini, e il sole ebbe il compito di assegnare i colori.
Adesso noi donne e noi uomini, arcobaleni della terra, abbiamo più colori dell’arcobaleno del cielo; ma siamo tutti africani immigrati. perfino i bianchi più bianchi vengono dall’Africa.
Forse ci rifiutiamo di ricordare la nostra origine comune perchè il razzismo produce amnesia, o perchè ci risulta impossibile credere che in quei tempi remoti il mondo intero fosse il nostro regno, immensa cartina senza frontiere, e le nostre gambe fossero l’unico passaporto richiesto.


Antenati

Per molti popoli dell'Africa nera, gli antenati sono gli spiriti che vivono nell'albero che cresce vicino la loro casa o nella vacca che pascola nel campo. Il bisnonno del tuo trisnonno è ora quel ruscello che serpeggia tra i monti. E tuo antenato può benissimo essere qualunque spirito che voglia accompagnarti nel tuo viaggio per il mondo, benché non sia stato mai tuo parente né tu l'abbia mai conosciuto.
La famiglia non ha frontiere, spiega Soboutu Somé, del popolo dagara: - I nostri figli hanno molte madri e molti padri. Tanto quanti desiderano. E gli spiriti ancestrali, quelli che ti aiutano a camminare, sono i molti nonni che ognuno ha. Tanto quanti desidera.



Europa cannibale

Gli schiavi salivano tremando sulle navi. Si credevano destinati ad esser mangiati. Tanto in errore non erano. In fin dei conti, il traffico negriero fu la bocca che divorò l'Africa.
Anche prima i re africani avevano schiavi e combattevano tra loro, ma la cattura e vendita di persone si trasformò nel centro dell'economia, e di tutto il resto, solo a partire dal momento in cui i re europei ne fecero un business. Da allora, l'emorragia di giovani vuotò l'Africa nera e segnò per sempre il suo destino.
Il Mali è oggi uno dei paesi più poveri del mondo. Nel sedicesimo secolo, era un regno opulento e culto. L'università di Timbuctú aveva venticinquemila studenti. Quando il sultano del Marocco invase il Mali, non trovò l'oro che cercava, perché rimaneva poco oro giallo, ma vendette l'oro nero ai trafficanti europei, e così guadagnò molto di più: i suoi prigionieri di guerra, tra i quali c'erano medici, giuristi, scrittori, musicisti e scultori, furono resi schiavi e marciarono verso le piantagioni d'America.
La macchina schiavista esigeva braccia e la battuta di caccia delle braccia esigeva guerre. L'economia guerriera dei regni africani venne a dipendere sempre più da tutto quello che veniva da fuori. Una guida commerciale edita in Olanda, in 1655, enumerava le armi più ambite sulle coste dell'Africa, ed anche le migliori offerte per lusingare quei re con la mercanzia. Il gin era molto stimato, ed un pugno di vetri di Murano era il prezzo di sette uomini.


Specchi. Una storia quasi universale

La schiavitú ereditaria non era certo una novità, veniva dei tempi della Grecia e di Roma. Ma l'Europa apportò, a partire dal Rinascimento, alcune novità: mai prima la schiavitú era stata determinata dal colore della pelle, e mai la vendita di carne umana era stato il più brillante business internazionale.
Durante il sedicesimo, diciassettesimo e diciottottesimo, l'Africa vendeva schiavi e comprava fucili: scambiava braccia con violenza.
Dopo, durante i secoli diciannovesimo e ventesimo, l'Africa consegnava oro, diamanti, rame, avorio, caucciù e caffè e riceveva bibbie: scambiava la ricchezza della terra con la promessa del cielo.


Il samba

Il Brasile è brasiliano e anche Dio, proclama Ary Barroso nella molto patriottica e bailonguera musica che si andava imponendosi nel carnevale di Rio di Janeiro.
Ma le sambe più gustose che il carnevale offre non esaltano le virtù del paradiso tropicale. I testi elogiano maliziosamente la vita bohemien e le agiatezze dei liberi, rnaledicono la miseria e l'autorità e disprezzano il lavoro. Il lavoro è cosa da stupidi, perché è evidente agli occhi di tutti che il muratore non potrà non abitare la casa che innalza con le sue mani.
La samba, ritmo nero, figlio delle cantilene per invocare i dei neri nelle favelas, domina i carnevali. Nelle case rispettabili lo guardano ancora di traverso. Causa diffidenza quanto ha di nero e povero e per il fatto d'esser nato nei refugi dei perseguiti dalla polizia. Ma la samba rallegra le gambe ed accarezza l'anima e non c'è maniera di ignorarla quando suona. Al ritmo della samba respira l'universo fino al prossimo mercoledì delle ceneri, mentre dura la festa che trasforma ogni proletario in re, ad ogni paralitico in atleta ed a tutto ciò che c'è di noioso in una splendida follia.


Fondazione della samba

Come il tango, la samba non era decente: musica a buon mercato, cosa da neri.
Nel 1917, lo stesso anno in cui Gardel aprì la grande porta da cui entrò il tango, si ebbe la prima esplosione della samba al carnevale di Rio de Janeiro. In quella notte, che dura da anni, i muti cantarono e danzarono i lampioni agli angoli delle strade.
Non molto dopo, la samba arrivò a Parigi. E Parigi impazzì. Era irresistibile quella musica coinvolgente dove si trovavano tutte le musiche di una nazione prodígiosamente musicale.
Ma al governo brasiliano, che all'epoca non accettava neri nella nazionale di calcio, quella benedizione europea non gli andava affatto bene. Erano neri i musicisti più famosi, e si correva il rischio l'Europa credesse che il Brasile si trovava in Africa.
Il più famoso di quei musicisti, Pixinguinha, maestro del flauto e del sax, aveva creato uno stile inconfondibile. I francesi non avevano ascoltato mai niente di simile. Più che toccare, giocava. E giocando invitava a giocare.


Fondazione di Hollywood

La nascita di una nazione, la prima superproduzione di Hollywood, venne proiettata per la prima volta nel 1915 alla Casa Bianca. Il presidente, Woodrow Wilson, la applaudì in piedi. Lui era l’autore dei testi del film, un inno razzista inneggiante al Ku Klux Klan.
Cavalcano gli incappucciati, tuniche bianche, bianche croci, torce in alto: i neri, vogliosi di bianche donzelle, tremano davanti a questi fantini vendicatori della virtù delle dame e dell'onore dei cavalieri.
In piena auge dei linciaggi, il film di D. W. Griffith, "La nascita di una nazione", eleva il suo inno di lode al Ku Klux Klan.
E' questo il primo colossal di Hollywood ed il più grande successo al botteghino di tutti gli anni del cinema muto. Ed è anche il primo film inaugurato alla Casa Bianca. Il presidente, Woodrow Wilson, l'applaude in piedi. L'applaude e si applaude: questo alfiere della libertà è l'autore dei principali testi che accompagnano le epiche immagini.
Le parole del presidente spiegano che l'emancipazione degli schiavi è stata "un vero rovesciamento della Civilizzazione nel Sud, il Sud bianco sotto i tacchi del Sud nero".
Da allora regna il caos, perché i neri "sono uomini che ignorano ogni forma di autorità, eccetto le proprie insolenze."
Ma il presidente accende la luce della speranza: "Finalmente è venuto alla luce un gran Ku Klux Klan".
E perfino Gesù in persona scende dal cielo, alla fine del film, per impartire la sua benedizione.




Il jazz

Dagli schiavi viene la più libera delle musiche. Il jazz che vola senza chiedere permesso, ha per nonni i neri che lavoravano cantando nelle piantagioni dei loro padroni, nel sud degli Stati Uniti, e per genitori i musicisti dei bordelli neri di New Orleans. I complessi suonano nei bordelli tutta la notte senza fermarsi, su dei palchi che li mettono al riparo da colpi e pugnalate quando scoppiano le risse. Dalle loro improvvisazioni nasce la pazza musica nuova.
Con quello che aveva messo da parte distribuendo giornali, latte e carbone, un ragazzo gracile e timido si comprò per dieci dollari una tromba tutta sua. Egli soffia e la musica si diffonde largamente, largamente, salutando il giorno. Louis Armstrong è nipote di schiavi, come il jazz, è stato allevato, come il jazz, nei bordelli.


Polvere di riso

Il presidente Epitácio Pessoa fa una raccomandazione ai dirigenti del calcio brasiliano. Per ragioni di prestigio patrio, suggerisce loro che non convochi nessun giocatore di pelle scura al prossimo Campionato Sudamericano.
Tuttavia il Brasile fu vincitore dell'ultimo Campionato Sudamericano grazie ad un mulatto, Artur Friedenreich, che segnò il gol della vittoria; e le sue scarpe, sporche di fango, sono esposte da allora nella vetrina di una gioielleria. Friedenreich, nato da un tedesco e da una nera, è stato il migliore giocatore brasiliano. Arrivava sul campo di gioco sempre per ultimo. Gli ci vuole per lo meno mezz'ora per stirarsi i difetti degli abiti; e dopo, durante il gioco, non gli si muove un capello nemmeno colpendo di testa la palla.
Il calcio, divertimento elegante dopo la messa, è cosa da bianchi. - Polvere di riso! Polvere di riso! - gridano i tifosi contro Carlos Alberto, un altro giocatore mulatto, l'unico mulatto del club Fluminense, che si imbianca il viso con polvere di riso.


Sangue nero

Era di agnello il sangue delle prime trasfusioni; e correva voce che quel sangue facesse crescere lana nel corpo. Nel 1670 l’Europa proibì gli esperimenti.
Molto tempo dopo, verso il 1940, le ricerche di Charles Drew apportarono nuove tecniche per il trattamento e la conservazione del plasma. Grazie alle sue scoperte, che salvarono milioni di vite umane durante la seconda guerra mondiale, Drew fu il primo direttore della Banca del Sangue della Croce Rossa negli Stati Uniti.
L’incarico durò 8 mesi.
Nel 1942, un ordine militare proibì che il sangue nero si mescolasse con il sangue bianco nelle trasfusioni.
Sangue nero? Sangue bianco? Ma questa è un’idiozia, disse Drew e si rifiutò di discriminare il sangue.
Lui se ne intendeva: era uno scienziato ed era nero.
E allora rinunciò o fu rinunciato.


L'altra tua testa, l'altra tua memoria

Dalla meridiana del convento di San Francesco, una lugubre iscrizione ricorda ai viandanti la fugacità della vita: Ogni ora che passa ti ferisce e l'ultima ti ucciderà.
Sono parole scritte in latino. Gli schiavi neri di Bahia non capiscono il latino nè sanno leggere. Dall'Africa hanno portato dei allegri e attaccabrighe: stanno con loro, vanno da loro. Chi muore, entra. I tamburi risuonano perché il morto non si perda e arrivi nella regione di Oxalà. Là, nella casa del creatore dei creatori, lo aspetta l'altra sua testa, la testa immortale. Tutti abbiamo due teste e due memorie. Una testa di fango che diventerà polvere, e un'altra invulnerabile per sempre ai morsi del tempo e della passione. Una memoria che la morte uccide, bussola che finisce con il viaggio, e un'altra memoria, la memoria collettiva, che vivrà finché viva l'avventura umana nel mondo.
Quando l'aria dell'universo si agitò e respirò per la prima volta, e nacque il dio degli dei, non c'era separazione fra la terra e il cielo. Ora sembrano divorziati; ma il cielo e la terra tornano ad unirsi ogni volta che qualcuno muore, ogni volta che qualcuno nasce e ogni volta che qualcuno riceve gli dei nel suo corpo palpitante.

Eduardo Galeano





Metafore & Metamorfosi (Ottobre)

5 MILIONI DI EURO


Su Fabio Fazio ora indaga la Corte dei Conti, ma il viscido strapagato ha tenuto a precisare che il suo programma “è interamente pagato dalla pubblicità”.
Buon per lui (e per gli inserzionisti). Questo - tuttavia - non lo autorizza lo stesso a percepire 1.800.000 euro l'anno(!) da una azienda, la Rai, che nel 2012 ha perso quasi 246 milioni di euro e che le previsioni per il 2013 danno in perdita per altri 400 milioni. Oltretutto la Rai è una azienda pubblica, che in quanto tale è sostenuta dal canone (che è una tassa), viene ripianata ogni anno con i soldi pubblici ed è tenuta a svolgere "servizio pubblico". Da ultimo, ma non ultimo, in questo momento di crisi il suo contratto è un insulto alla condizione del Paese e dei lavoratori.
A tutto questo il milionario modello ha replicato con orgoglio: "Io faccio guadagnare la mia azienda. Sono contentissimo di restituire il 50% in tasse e non ho nessuna denuncia per frode fiscale”.

Vediamo di far chiarezza:

1) il fatto che uno di nome Fazio, per quanto imbecille, faccia guadagnare un'azienda (a tacere ogni considerazione sul fatto che si tratta di azienda pubblica) non significa che questo lo legittima ad un compenso milionario.
Un operaio metalmeccanico percepisce sempre lo stesso stipendio, a prescindere dal fatto che monti il radiatore a una vespetta o ad una ferrari. Che la Ferrari sia poi un'auto di successo e molto costosa, non aumenta il suo salario. Il fatto che contribuisca a far "guadagnare" la Ferrari, non gli cambia lo stipendio...nè gli consente di comprarsi una ferrari.
Se poi volessimo parlare di professionalità e pubblico servizio, un chirurgo che opera in un ospedale, salvando vite umane, quanto dovrebbe guadagnare secondo Fazio? Se Fazio dovesse avere un attacco di appendicite, magari con peritonite (cosa che gli auguro), quanto dovrebbe essere pagato il chirurgo che dovrà operarlo?

2 che sia contentissimo di pagare le tasse non ci sono dubbi, visto che ha di che pagarne. In abbondanza. A quell'imbecille di Fazio qualcuno dovrebbe forse spiegare che le tasse costa più sacrificio doverle pagare guadagnando poco, e col sudore della fronte;

3) da ultimo, in un "paese normale", quello di cui i radical chic di sinistra come Fazio vanno sempre blaterando, il fatto di non avere denunce per frode fiscale non dovrebbe costituire di per se nè un merito nè un riconoscimento.

Meglio di lui Brunetta, che non sarà di sinistra, ma almeno non è viscido, buonista e ipocrita.



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14 EURO


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8 EURO


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LA VIA DEL Q.I.


El Gordo

Più adipe, meno QI

Un nuovo studio mette in evidenza i problemi che l'obesità causa anche al cervello.

Più ingrassi, più ti instupidisci; questa la triste realtà emersa da uno studio condotto in Francia, da cui appare che c'è un collegamento tra l'obesità e il declino della funzione cognitiva.
Quoziente di intelligenza (Qi) e grassezza sarebbero inversamente proporzionali. I lipidi, dunque, oltre a provocare l'aumento della pressione arteriosa ed essere all'origine di malattie cardiache, fanno anche male al cervello. Lo sostiene una ricerca condotta da alcuni scienziati francesi e pubblicata dalla rivista inglese Neurology.
Secondo Maxime Cournot, che ha diretto la ricerca, gli ormoni secreti dal grasso potrebbero avere un effetto dannoso sulle cellule cerebrali, circostanza che si tradurrebbe in una diminuita funzionalità cerebrale. Anche David Haslam, direttore clinico del National Obesity Forum, ha detto che i risultati della ricerca sono "preoccupanti".
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Quello dall'aria sveglia nella foto è un parlamentare a cinquestelle deputato della nostra Repubblica.
Com'è lo vediamo: in evidente sovrappeso. Chi è, purtroppo, lo sappiamo.
Questo esemplare d'eccellenza che secondo Grillo avrebbe dovuto "rivoluzionare" la politica e cambiare il nostro Paese è Vito Claudio Crimi. Anche se sembra mio nonno a ottant'anni (e neppure in uno dei suoi giorni migliori), garantisco che ha appena compiuto quarant'anni!
Si dirà: vabbè, non è bello... e non è neppure aitante. Sarà sicuramente colto, istruito e preparatissimo.
Ehm...sì, ha un bel diplomuccio di liceo scientifico. Tutto qua. Però lui ci tiene a far sapere che si è iscritto al corso di laurea in matematica dell'Università di Palermo. E' vero, è un po' fuori corso, ma d'alta parte dimostrare il teorema di Pitagora non è cosa facile.
A cercarsi una "sistemazione" Vito però c'ha pensato... Un bel posto che non lo oberasse di lavoro, non richiedesse particola perspicacia, gli consentisse di ingrassare tranquillamente e, ovviamente, gli garantisse anche uno stipendio sicuro. Così nel 2000, stanco di non studiare matematica, s'è "ficcato" come impiegato (assistente giudiziario) alla Corte d'Appello di Brescia. Con il suo diplomuccio!
Quelli che come me bazzicano gli uffici amministrativi dei tribunali sanno bene che questa gente lavora indefessa da mane a sera, con la schiena curva e il sudore che gli imperla la fronte. Troppa fatica, povero Vito. E allora ha pensato bene di darsi una pausa dal lavoro e salvare il Paese.
Ma non subito... dopo la siesta.




La signora Louis Vuitton

Questa signora Louis Vuitton de noantri, che fa la romana ma è nata a Orbetello, è la parlamentare a cinquestelle deputata della nostra Repubblica Roberta Lombardi.
Lei assicura di essersi laureata in giurisprudenza alla Sapienza (addirittura con tesi in Diritto commerciale internazionale e un corso post laurea in Sviluppo manageriale presso la Luiss Management... Me' cocomeri!), poi però non dice se sia riuscita ad abilitarsi.
Fatto sta che non fa l'avvocato, ma lavora presso un'azienda "di arredamento d’interni per case di lusso", attività che non sembra avere una particolare attinenza con la giurisprudenza. E non dev'essere stato un male, visto che forse ci capisce più di ebanisteria chippendale che di legge.
Si è immortalata quando, in un’intervista a Radio Radicale, in barba a tutte le sue Sapienze e Luiss ha dimostrato, con nonchalance e disinvoltura degne di una signora Louis Vuitton, la sua crassa ignoranza su delle nozioni costituzionali per la verità abbastanza basilari. Come quell’art. 84 della Costituzione che determina nell’avere almeno 50 anni il presupposto necessario per essere eletti Presidente della Repubblica!
La giornalista le aveva chiesto se non pensava che il Capo della Stato - oltre ad essere una persona specchiata - dovesse avere anche una certa esperienza, visto il ruolo di garanzia, oltre ad una certa età anagrafica.
Fulminea la risposta della signora Luis Vuitton: “Oddio, una certa età anagrafica non mi pare che sia scritto nella Costituzione...
Alla faccia della Sapienza, della Luiss e della Giurisprudenza!
E quando la giornalista, più preparata di lei, le ha ricordato: “Sì invece, deve avere cinquant’anni”, la signora Louis Vuitton - come tutte le asine "di classe" - non si è scomposta, ma ha cominciato ad arrampicarsi su una specchiera Luigi XVI: “Eehmm...Cioè, intendevo dire nel senso che non è che c’è scritto dagli ottanta in su, o dai settanta in su, che è l’età media dei candidati...
Uno spettacolo penoso e imbarazzante.

Ecco, con Grillo e la sua accolita di parlamentari incapaci gli italiani hanno forse capito che non basta più pretendere venga reso pubblico il certificato penale e la dichiarazione dei redditi dei candidati: alle prossime elezioni bisogna pensare anche al QI!
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MARVEL COMICS

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LA SORA ELIDE


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OUZO AMARO


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METAMORFOSI.LA7

Carole Bouquet e Adriana Bellini

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SANS PAPIER


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FACEBOOK & Co.


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INSIDE


Metafore & Metamorfosi (marzo)

ASINUS NOVUS


Prima è toccato a Oscar Giannino, ora è il turno di Guido Crosetto. Anche l'ex sottosegretario alla Difesa ha millantato una laurea in Economia mai conseguita!
Dallo statino universitario della facoltà di Economia dell’Università di Torino (la stessa di Oscar Giannino-bugiardino) gli esami di Crosetto Guido risultano fermi al 1991(!), anno in cui ha sostenuto l'ultima prova. Da allora nessuno l’ha più visto a lezione e, ovviamente, non ha mai conseguito il titolo di dottore.
Ma questo l'ha forse scoraggiato? Gli ha impedito di far carriera? Di trovare un'occupazione? Nient'affatto! Lui - anima lunga, ma scaltra - s'è dato all'attività politica! Così, col suo bel diplomuccio in tasca, è arrivato a fare nientemeno che il Sottosegretario alla Difesa! (avrà fatto almeno il militare?).
Del resto a far politica aveva cominciato già all'Università, ricoprendo - lui, figlio di imprenditore - l'incarico di rappresentante degli studenti al Consiglio di amministrazione dell'Ateneo. Come a dire: sarò pure razza ignorante, ma comunque razza padrona!
Poi però, siccome però il "pezzo di carta" fa comodo e dà lustro, su Wikipedia e sul sito della Camera dei deputati, accanto al suo nome compariva una laurea in economia e commercio, e sul suo sito personale veniva scaltramente riportata l'ambigua dicitura: "Facoltà di Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Torino", senza specificare se il riferimento era alla sola frequentazione del corso di laurea o al conseguimento del titolo finale.
Ora la laurea è stata prontamente rimossa da Wikipidia e dal sito della Camera dei Deputati, e l'errore - come sempre in questi casi - è stato chiarito dal diretto interessato, che ha addotto le sue penose scusanti: "non ho mai scritto da nessuna parte di essere laureato. La confusione nasce dal fatto che ho frequentato l'università senza finirla". E quando un giornalista gli fa notare che la laurea risultava sul curriculum della "navicella parlamentare" dal 2008 (!), lui risponde meravigliato: "Davvero? Non me ne sono mai accorto...", specificando anche di non aver scritto di suo pugno "le pagine che mi vengono contestate, né di aver mai usato una presunta laurea per qualcosa".
Insomma, Guido Crosetto è un laureato a sua insaputa e per quasi cinque anni non si è accorto (né lui, né i suoi collaboratori) dell’errore non da poco riportato su un sito ufficiale.
Mmmhh... A parte il fatto che le pagine dei parlamentari sul sito della Camera vengono redatte in base ai curricula presentati dagli stessi deputati, questo modo di giustificarsi mi ricorda qualcuno... Giannino-Pinocchio??
Ma sia come sostiene Crosetto. E allora l'intervista dove il "genione" diceva di essersi laureato a 24 anni!? "Avevo 24 anni e mi ero appena laureato in Economia", aveva dichiarato Crosetto a Zincone sul Corriere della Sera, confermando dalla sua viva voce di essere in possesso della laurea mai conseguita.

Lui ora spiega: "l’intervista a Zincone? Abbiamo parlato per un’ora e mezza, gli ho detto solo di aver frequentato l’università, e di aver lasciato a causa della morte di mio padre. Non voglio accusarlo, ma magari avrà sintetizzato male...", ma come Giannino-pinocchio alla fine è costretto ad ammettere: "Sinceramente qualche volta è successo che abbia detto di esserlo, a delle singole persone. È stata una debolezza, che fa parte dell’umanità".
Non so di che umanità faccia parte il Crosetto, ma certo non è la stessa di cui faccio parte io. (D)



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D'ALEMA NEL BUNKER DEL PD


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IL BUON CONSIGLIO

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POLISEMIA SEMANTICA O SUPERCAZZOLA?


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UN DISCORSO ATTESO

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Indignez-vous!

Les gouvernements, par définition, n’ont pas de conscience. Le monde où je vis me répugne, mais je me sens solidaire des hommes qui souffrent.

Albert Camus



93 ans. C'est un peu la toute dernière étape. La fin n'est plus bien loin. Quelle chance de pouvoir en profiter pour rappeler ce qui a servi de socle à mon engagement politique: les années de résistance et le programme élaboré il y a soixante-six ans par le Conseil National de la Résistance! C'est à Jean Moulin que nous devons, dans le cadre de ce Conseil, la réunion de toutes les composantes de la France occupée, les mouvements, les partis, les syndicats, pour proclamer leur adhésion à la France combattante et au seul chef qu'elle se reconnaissait: le général de Gaulle. De Londres où j'avais rejoint le général de Gaulle en mars 1941, j'apprenais que ce Conseil avait mis au point un programme, l'avait adopté le 15 mars 1944, proposé pour la France libérée un ensemble de principes et de valeurs sur lesquels reposerait la démocratie moderne de notre pays.
De ces principes et de ces valeurs, nous avons aujourd'hui plus que jamais besoin. Il nous appartient de veiller tous ensemble à ce que notre société reste une société dont nous soyons fiers: pas cette société des sans-papiers, des expulsions, des soupçons à l'égard des immigrés, pas cette société où l'on remet en cause les retraites, les acquis de la Sécurité sociale, pas cette société où les médias sont entre les mains des nantis, toutes choses que nous aurions refusé de cautionner si nous avions été les véritables héritiers du Conseil National de la Résistance.
A partir de 1945, après un drame atroce, c'est une ambitieuse résurrection à laquelle se livrent les forces présentes au sein du Conseil de la Résistance. Rappelons-le, c'est alors qu'est créée la Sécurité sociale comme la Résistance le souhaitait, comme son programme le stipulait: "Un plan complet de Sécurité sociale, visant à assurer à tous les citoyens des moyens d'existence, dans tous les cas où ils sont incapables de se les procurer par le travail"; "une retraite permettant aux vieux travailleurs de finir dignement leurs jours." Les sources d'énergie, l'électricité et le gaz, les charbonnages, les grandes banques sont nationalisées. C'est ce que ce programme préconisait encore... "le retour à la nation des grands moyens de production monopolisés, fruit du travail commun, des sources d'énergie, des richesses du sous-sol, des compagnies d'assurance et des grandes banques"; "l'instauration d'une véritable démocratie économique et sociale, impliquant l'éviction des grandes féodalités économiques et financières de la direction de l'économie".
L'intérêt général doit primer sur l'intérêt particulier, le juste partage des richesses créées par le monde du travail primer sur le pouvoir de l'argent. La Résistance propose "une organisation rationnelle de l'économie assurant la subordination des intérêts particuliers à l'intérêt général et affranchie de la dictature professionnelle instaurée à l'image des États fascistes", et le Gouvernement provisoire de la République s'en fait le relais.
Une véritable démocratie a besoin d'une presse indépendante; la Résistance le sait, l'exige, en défendant "la liberté de la presse, son honneur et son indépendance à l'égard de l'État, des puissances d'argent et des influences étrangères." C'est ce que relaient encore les ordonnances sur la presse, dès 1944. Or, c'est bien ce qui est aujourd'hui en danger.
La Résistance en appelait à "la possibilité effective pour tous les enfants français de bénéficier de l'instruction la plus développée", sans discrimination; or, les réformes proposées en 2008 vont à l'encontre de ce projet. De jeunes enseignants, dont je soutiens l'action, ont été jusqu'à refuser de les appliquer et ils ont vu leurs salaires amputés en guise de punition. Ils se sont indignés, ont "désobéi", ont jugé ces réformes trop éloignées de l'idéal de l'école républicaine, trop au service d'une société de l'argent et ne développant plus assez l'esprit créatif et critique.
C'est tout le socle des conquêtes sociales de la Résistance qui est aujourd'hui remis en cause. Le motif de la résistance, c'est l'indignation. On ose nous dire que l'État ne peut plus assurer les coûts de ces mesures citoyennes. Mais comment peut-il manquer aujourd'hui de l'argent pour maintenir et prolonger ces conquêtes alors que la production de richesses a considérablement augmenté depuis la Libération, période où l'Europe était ruinée? Sinon parce que le pouvoir de l'argent, tellement combattu par la Résistance, n'a jamais été aussi grand, insolent, égoïste, avec ses propres serviteurs jusque dans les plus hautes sphères de l'État. Les banques désormais privatisées se montrent d'abord soucieuses de leurs dividendes, et des très haut salaires de leurs dirigeants, pas de l'intérêt général. L'écart entre les plus pauvres et les plus riches n'a jamais été aussi important; et la course à l'argent, la compétition, autant encouragée.

Le motif de base de la Résistance était l'indignation

Nous, vétérans des mouvements de résistance et des forces combattantes de la France libre, nous appelons les jeunes générations à faire vivre, transmettre, l'héritage de la Résistance et ses idéaux. Nous leur disons: prenez le relais, indignez-vous! Les responsables politiques, économiques, intellectuels et l'ensemble de la société ne doivent pas démissionner, ni se laisser impressionner par l'actuelle dictature internationale des marchés financiers qui menace la paix et la démocratie.
Je vous souhaite à tous, à chacun d'entre vous, d'avoir votre motif d'indignation. C'est précieux. Quand quelque chose vous indigne comme j'ai été indigné par le nazisme, alors on devient militant, fort et engagé. On rejoint ce courant de l'histoire et le grand courant de l'histoire doit se poursuivre grâce à chacun. Et ce courant va vers plus de justice, plus de liberté mais pas cette liberté incontrôlée du renard dans le poulailler.
Ces droits, dont la Déclaration universelle a rédigé le programme en 1948, sont universels. Si vous rencontrez quelqu'un qui n'en bénéficie pas, plaignez-le, aidez-le à les conquérir.

Deux visions de l'histoire

Quand j'essaie de comprendre ce qui a causé le fascisme, qui a fait que nous ayons été envahis par lui et par Vichy, je me dis que les possédants, avec leur égoïsme, ont eu terriblement peur de la révolution bolchévique. Ils se sont laissés guider par leurs peurs. Mais si, aujourd'hui comme alors, une minorité active se dresse, cela suffira, nous aurons le levain pour que la pâte lève.
Certes, l'expérience d'un très vieux comme moi, né en 1917, se différencie de l'expérience des jeunes d'aujourd'hui. Je demande souvent à des professeurs de collège la possibilité d'intervenir auprès de leurs élèves, et je leur dis: vous n'avez pas les mêmes raisons évidentes de vous engager. Pour nous, résister, c'était ne pas accepter l'occupation allemande, la défaite. C'était relativement simple. Simple comme ce qui a suivi, la décolonisation. Puis la guerre d'Algérie. Il fallait que l'Algérie devienne indépendante, c'était évident. Quant à Staline, nous avons tous applaudi à la victoire de l'Armée rouge contre les nazis, en 1943. Mais déjà lorsque nous avions eu connaissance des grands procès staliniens de 1935, et même s'il fallait garder une oreille ouverte vers le communisme pour contrebalancer le capitalisme américain, la nécessité de s'opposer à cette forme insupportable de totalitarisme s'était imposée comme une évidence.
Ma longue vie m'a donné une succession de raisons de m'indigner. Ces raisons sont nées moins d'une émotion que d'une volonté d'engagement. Le jeune normalien que j'étais a été très marqué par Sartre, un aîné condisciple. La Nausée, Le Mur, pas L 'Être et le néant, ont été très importants dans la formation de ma pensée. Sartre nous a appris à nous dire: "Vous êtes responsables en tant qu'individus." C'était un message libertaire. La responsabilité de l'homme qui ne peut s'en remettre ni à un pouvoir ni à un dieu. Au contraire, il faut s'engager au nom de sa responsabilité de personne humaine.
Quand je suis entré à l'École normale de la rue d'Ulm, à Paris, en 1939, j'y entrais comme fervent disciple du philosophe Hegel, et je suivais le séminaire de Maurice Merleau-Ponty. Son enseignement explorait l'expérience concrète, celle du corps et de ses relations avec le sens, grand singulier face au pluriel des sens. Mais mon optimisme naturel, qui veut que tout ce qui est souhaitable soit possible, me portait plutôt vers Hegel.
L'hégélianisme interprète la longue histoire de l'humanité comme ayant un sens : c'est la liberté de l'homme progressant étape par étape. L'histoire est faite de chocs successifs, c'est la prise en compte de défis. L'histoire des sociétés progresse, et au bout, l'homme ayant atteint sa liberté complète, nous avons l'État démocratique dans sa forme idéale.
Il existe bien sûr une autre conception de l'histoire. Les progrès faits par la liberté, la compétition, la course au "toujours plus", cela peut être vécu comme un ouragan destructeur. C'est ainsi que la représente un ami de mon père, l'homme qui a partagé avec lui la tâche de traduire en allemand À la Recherche du temps perdu de Marcel Proust. C'est le philosophe allemand Walter Benjamin. Il avait tiré un message pessimiste d'un tableau du peintre suisse, Paul Klee, l'Angelus Novus, où la figure de l'ange ouvre les bras comme pour contenir et repousser une tempête qu'il identifie avec le progrès. Pour Benjamin qui se suicidera en septembre 1940 pour fuir le nazisme, le sens de l'histoire, c'est le cheminement irrésistible de catastrophe en catastrophe.

L'indifférence: la pire des attitudes

C'est vrai, les raisons de s'indigner peuvent paraître aujourd'hui moins nettes ou le monde trop complexe. Qui commande, qui décide? Il n'est pas toujours facile de distinguer entre tous les courants qui nous gouvernent. Nous n'avons plus affaire à une petite élite dont nous comprenons clairement les agissements. C'est un vaste monde, dont nous sentons bien qu'il est interdépendant.
Nous vivons dans une inter connectivité comme jamais encore il n'en a existé. Mais dans ce monde, il y a des choses insupportables. Pour le voir, il faut bien regarder, chercher.
Je dis aux jeunes: cherchez un peu, vous allez trouver. La pire des attitudes est l'indifférence, dire "je n'y peux rien, je me débrouille". En vous comportant ainsi, vous perdez l'une des composantes essentielles qui fait l'humain. Une des composantes indispensables: la faculté d'indignation et l'engagement qui en est la conséquence.
On peut déjà identifier deux grands nouveaux défis:
1. L'immense écart qui existe entre les très pauvres et les très riches et qui ne cesse de s'accroître. C'est une innovation des XX` et XXI` siècle. Les très pauvres dans le monde d'aujourd'hui gagnent à peine deux dollars par jour. On ne peut pas laisser cet écart se creuser encore. Ce constat seul doit susciter un engagement.
2. Les droits de l'homme et l'état de la planète. J'ai eu la chance après la Libération d'être associé à la rédaction de la Déclaration universelle des droits de l'homme adoptée par l'Organisation des Nations unies, le 10 décembre 1948, à Paris, au palais de Chaillot. C'est au titre de chef de cabinet de Henri Laugier, secrétaire général adjoint de l'ONU, et secrétaire de la Commission des Droits de l'homme que j'ai, avec d'autres, été amené à participer à la rédaction de cette déclaration.
Je ne saurais oublier, dans son élaboration, le rôle de René Cassin, commissaire national à la Justice et à l'Éducation du gouvernement de la France libre, à Londres, en 1941, qui fut prix Nobel de la paix en 1968, ni celui de Pierre Mendès France au sein du Conseil économique et social à qui les textes que nous élaborions étaient soumis, avant d'être examinés par la Troisième commission de l'assemblée générale, en charge des questions sociales, humanitaires et culturelles. Elle comptait les cinquantequatre États membres, à l'époque, des Nations unies, et j'en assurais le secrétariat. C'est à René Cassin que nous devons le terme de droits "universels" et non "internationaux" comme le proposaient nos amis anglo-saxons. Car là est bien l'enjeu au sortir de la seconde guerre mondiale: s'émanciper des menaces que le totalitarisme a fait peser sur l'humanité.
Pour s'en émanciper, il faut obtenir que les États membres de l'ONU s'engagent à respecter ces droits universels. C'est une manière de déjouer l'argument de pleine souveraineté qu'un État peut faire valoir alors qu'il se livre à des crimes contre l'humanité sur son sol. Ce fut le cas d'Hitler qui s'estimait maître chez lui et autorisé à provoquer un génocide.
Cette déclaration universelle doit beaucoup à la révulsion universelle envers le nazisme, le fascisme, le totalitarisme, et même, par notre présence, à l'esprit de la Résistance. Je sentais qu'il fallait faire vite, ne pas être dupe de l'hypocrisie qu'il y avait dans l'adhésion proclamée par les vainqueurs à ces valeurs que tous n'avaient pas l'intention de promouvoir loyalement, mais que nous tentions de leur imposer.
Je ne résiste pas à l'envie de citer l'article 15 de la Déclaration universelle des Droits de l'homme: "Tout individu a droit à une nationalité"; l'article 22: "Toute personne, en tant que membre de la société, a droit à la Sécurité sociale; elle est fondée à obtenir la satisfaction des droits économiques, sociaux et culturels indispensables à sa dignité et au libre développement de sa personnalité, grâce à l'effort national et à la coopération internationale, compte tenu de l'organisation et des ressources de chaque pays". Et si cette déclaration a une portée déclarative, et non pas juridique, elle n'en a pas moins joué un rôle puissant depuis 1948; on a vu des peuples colonisés s'en saisir dans leur lutte d'indépendance; elle a ensemencé les esprits dans leur combat pour la liberté.
Je constate avec plaisir qu'au cours des dernières décennies se sont multipliés les organisations non gouvernementales, les mouvements sociaux comme Attac (Association pour la taxation des transactions financières), la FIDH (Fédération internationale des Droits de l'homme), Amnesty... qui sont agissants et performants. Il est évident que pour être efficace aujourd'hui, il faut agir en réseau, profiter de tous les moyens modernes de communication. Aux jeunes, je dis: regardez autour de vous, vous y trouverez les thèmes qui justifient votre indignation — le traitement faits aux immigrés, aux sans-papiers, aux Roms. Vous trouverez des situations concrètes qui vous amènent à donner cours à une action citoyenne forte. Cherchez et vous trouverez!

Mon indignation à propos de la Palestine

Aujourd'hui, ma principale indignation concerne la Palestine, la bande de Gaza, la Cisjordanie. Ce conflit est la source même d'une indignation. Il faut absolument lire le rapport Richard Goldstone de septembre 2009 sur Gaza, dans lequel ce juge sud-africain, juif, qui se dit même sioniste, accuse l'armée israélienne d'avoir commis des "actes assimilables à des crimes de guerre et peut-être, dans certaines circonstances, à des crimes contre l'humanité" pendant son opération "Plomb durci" qui a duré trois semaines.
Je suis moi-même retourné à Gaza, en 2009, où j'ai pu entrer avec ma femme grâce à nos passeports diplomatiques afin d'étudier de visu ce que ce rapport disait. Les gens qui nous accompagnaient n'ont pas été autorisés à pénétrer dans la bande de Gaza. Là et en Cisjordanie.
Nous avons aussi visité les camps de réfugiés palestiniens mis en place dès 1948 par l'agence des Nations unies, l'UNRWA, où plus de trois millions de Palestiniens chassés de leurs terres par Israël attendent un retour de plus en plus problématique. Quant à Gaza, c'est une prison à ciel ouvert pour un million et demi de Palestiniens. Une prison où ils s'organisent pour survivre.
Plus encore que les destructions matérielles comme celle de l'hôpital du Croissant rouge par "Plomb durci", c'est le comportement des Gazaouis, leur patriotisme, leur amour de la mer et des plages, leur constante préoccupation du bien-être de leurs enfants, innombrables et rieurs, qui hantent notre mémoire.
Nous avons été impressionnés par leur ingénieuse manière de faire face à toutes les pénuries qui leur sont imposées. Nous les avons vu confectionner des briques faute de ciment pour reconstruire les milliers de maisons détruites par les chars. On nous a confirmé qu'il y avait eu mille quatre cents morts — femmes, enfants, vieillards inclus dans le camp palestinien — au cours de cette opération "Plomb durci" menée par l'armée israélienne, contre seulement cinquante blessés côté israélien. Je partage les conclusions du juge sud-africain. Que des Juifs puissent perpétrer eux-mêmes des crimes de guerre, c'est insupportable. Hélas, l'histoire donne peu d'exemples de peuples qui tirent les leçons de leur propre histoire.
Je sais, le Hamas qui avait gagné les dernières élections législatives n'a pas pu éviter que des rockets soient envoyées sur les villes israéliennes en réponse à la situation d'isolement et de blocus dans laquelle se trouvent les Gazaouis. Je pense bien évidemment que le terrorisme est inacceptable, mais il faut reconnaître que lorsque l'on est occupé avec des moyens militaires infiniment supérieurs aux vôtres, la réaction populaire ne peut pas être que non-violente.
Est-ce que ça sert le Hamas d'envoyer des rockets sur la ville de Sdérot? La réponse est non. Ça ne sert pas sa cause, mais on peut expliquer ce geste par l'exaspération des Gazaouis. Dans la notion d'exaspération, il faut comprendre la violence comme une regrettable conclusion de situations inacceptables pour ceux qui les subissent. Alors, on peut se dire que le terrorisme est une forme d'exaspération. Et que cette exaspération est un terme négatif. Il ne faudrait pas ex-aspérer, il faudrait es-pérer. L'exaspération est un déni de l'espoir. Elle est compréhensible, je dirais presque qu'elle est naturelle, mais pour autant elle n'est pas acceptable. Parce qu'elle ne permet pas d'obtenir les résultats que peut éventuellement produire l'espérance.

La non-violence, le chemin que nous devons apprendre à suivre

Je suis convaincu que l'avenir appartient à la non-violence, à la conciliation des cultures différentes. C'est par cette voie que l'humanité devra franchir sa prochaine étape. Et là, je rejoins Sartre, on ne peut pas excuser les terroristes qui jettent des bombes, on peut les comprendre.
Sartre écrit en 1947: "Je reconnais que la violence sous quelque forme qu'elle se manifeste est un échec. Mais c'est un échec inévitable parce que nous sommes dans un univers de violence. Et s'il est vrai que le recours à la violence reste la violence qui risque de la perpétuer, il est vrai aussi c'est l'unique moyen de la faire cesser."
À quoi j'ajouterais que la non-violence est un moyen plus sûr de la faire cesser. On ne peut pas soutenir les terroristes comme Sartre l'a fait au nom de ce principe pendant la guerre d'Algérie, ou lors de l'attentat des jeux de Munich, en 1972, commis contre des athlètes israéliens. Ce n'est pas efficace et Sartre lui-même finira par s'interroger à la fin de sa vie sur le sens du terrorisme et à douter de sa raison d'être.
Se dire "la violence n'est pas efficace", c'est bien plus important que de savoir si on doit condamner ou pas ceux qui s'y livrent. Le terrorisme n'est pas efficace. Dans la notion d'efficacité, il faut une espérance non-violente. S'il existe une espérance violente, c'est dans la poésie de Guillaume Apollinaire: "Que l'espérance est violente"; pas en politique.
Sartre, en mars 1980, à trois semaines de sa mort, déclarait: "Il faut essayer d'expliquer pourquoi le monde de maintenant, qui est horrible, n'est qu'un moment dans le long développement historique, que l'espoir a toujours été une des forces dominantes des révolutions et des insurrections, et comment je ressens encore l'espoir comme ma conception de l'avenir".
Il faut comprendre que la violence tourne le dos à l'espoir. Il faut lui préférer l'espérance, l'espérance de la non-violence. C'est le chemin que nous devons apprendre à suivre. Aussi bien du côté des oppresseurs que des opprimés, il faut arriver à une négociation pour faire disparaître l'oppression; c'est ce qui permettra de ne plus avoir de violence terroriste. C'est pourquoi il ne faut pas laisser s'accumuler trop de haine.
Le message d'un Mandela, d'un Martin Luther King trouve toute sa pertinence dans un monde qui a dépassé la confrontation des idéologies et le totalitarisme conquérant. C'est un message d'espoir dans la capacité des sociétés modernes à dépasser les conflits par une compréhension mutuelle et une patience vigilante. Pour y parvenir, il faut se fonder sur les droits, dont la violation, quel qu'en soit l'auteur, doit provoquer notre indignation. Il n'y a pas à transiger sur ces droits.

Pour une insurrection pacifique

J'ai noté — et je ne suis pas le seul — la réaction du gouvernement israélien confronté au fait que chaque vendredi les citoyens de Bil'id vont, sans jeter de pierres, sans utiliser la force, jusqu'au mur contre lequel ils protestent. Les autorités israéliennes ont qualifié cette marche de "terrorisme non-violent". Pas mal... Il faut être israélien pour qualifier de terroriste la non-violence. Il faut surtout être embarrassé par l'efficacité de la non-violence qui tient à ce qu'elle suscite l'appui, la compréhension, le soutien de tous ceux qui dans le monde sont les adversaires de l'oppression.
La pensée productiviste, portée par l'Occident, a entraîné le monde dans une crise dont il faut sortir par une rupture radicale avec la fuite en avant du "toujours plus", dans le domaine financier mais aussi dans le domaine des sciences et des techniques. Il est grand temps que le souci d'éthique, de justice, d'équilibre durable devienne prévalent. Car les risques les plus graves nous menacent. Ils peuvent mettre un terme à l'aventure humaine sur une planète qu'elle peut rendre inhabitable pour l'homme.
Mais il reste vrai que d'importants progrès ont été faits depuis 1948: la décolonisation, la fin de l'apartheid, la destruction de l'empire soviétique, la chute du Mur de Berlin. Par contre, les dix premières années du XXIe siècle ont été une période de recul. Ce recul, je l'explique en partie par la présidence américaine de George Bush, le 11 septembre, et les conséquences désastreuses qu'en ont tirées les Etats-Unis, comme cette intervention militaire en Irak.
Nous avons eu cette crise économique, mais nous n'en avons pas davantage initié une nouvelle politique de développement. réchauffement De même, climatique le n'a sommet pas de permis Copenhague d'engager une contre le véritable politique pour la préservation de la planète. Nous sommes à un seuil, entre les horreurs de la première décennie et les possibilités des décennies suivantes.
Mais il faut espérer, il faut toujours espérer. La décennie précédente, celle des années 1990, avait été source de grands progrès. Les Nations unies ont su convoquer des conférences comme celles de Rio sur l'environnement, en 1992; celle de Pékin sur les femmes, en 1995; en septembre 2000, à l'initiative du secrétaire général des Nations unies, Kofi Annan, les 191 pays membres ont adopté la déclaration sur les "Huit objectifs du millénaire pour le développement", par laquelle ils s'engagent notamment à réduire de moitié la pauvreté dans le monde d'ici 2015. Mon grand regret, c'est que ni Obama ni l'Union européenne ne se soient encore manifestés avec ce qui devrait être leur apport pour une phase constructive, s'appuyant sur les valeurs fondamentales.
Comment conclure cet appel à s'indigner? En rappelant encore que, à l'occasion du soixantième anniversaire du Programme du Conseil national de la Résistance, nous disions le 8 mars 2004, nous vétérans des mouvements de Résistance et des forces combattantes de la France libre (1940-1945), que certes "le nazisme est vaincu, grâce au sacrifice de nos frères et soeurs de la Résistance et des Nations unies contre la barbarie fasciste. Mais cette menace n'a pas totalement disparu et notre colère contre l'injustice est toujours intacte". Non, cette menace n'a pas totalement disparu. Aussi, appelons-nous toujours à "une véritable insurrection pacifique contre les moyens de communication de masse qui ne proposent comme horizon pour notre jeunesse que la consommation de masse, le mépris des plus faibles et de la culture, l'amnésie généralisée et la compétition à outrance de tous contre tous."
À ceux et celles qui feront le XXI' siècle, nous disons avec notre affection: CRÉER, C'EST RÉSISTER. RÉSISTER, C'EST CRÉER

Stéphane Hessel



I governi, per definizione, non hanno coscienza. Il mondo in cui vivo mi disgusta, ma mi sento solidale con gli uomini che soffrono.

Albert Camus


93 anni. E' un po' l'ultima tappa. La fine non è più lontana. Quale fortuna di potere approfittare per ricordare ciò che ha servito di zoccolo al mio impegno politico: gli anni della resistenza ed il programma elaborato sessantasei anni fa per il Consiglio Nazionale della Resistenza! È a Jean Moulin che dobbiamo, nella cornice di quel Consiglio, la riunione di tutti i componenti della Francia occupata, i movimenti, i partiti, i sindacati, per proclamare la loro adesione alla Francia combattente ed al solo capo che si riconosceva: il Generale de Gaulle. Da Londra, dove lo avevo raggiunto nel marzo 1941, apprendevo che questo Consiglio aveva messo a punto un programma, l'aveva adottato il 15 marzo 1944 e proposto per la Francia liberata un insieme di principi e di valori sui quali sarebbe stata riposta la democrazia moderna del nostro paese. Di questi principi e di questi valori, abbiamo oggi più che mai bisogno. Dobbiamo badare tutti insieme che la nostra società resti una società di cui possiamo essere fieri: non questa società dei clandestini, delle espulsioni, dei sospetti al riguardo degli immigrati, non questa società dove si rimettono in discussione le pensioni, le conquiste della Sicurezza sociale, non questa società dove i media sono nelle mani dei benestanti, tutte cose che avremmo negato di garantire se fossimo stati i veri eredi del Consiglio Nazionale della Resistenza.
A partire dal 1945, dopo un dramma atroce, è ad una ambiziosa risurrezione che si dedicano le forze presenti in seno al Consiglio della Resistenza. Ricordiamolo, allora fu creata la Sicurezza sociale come la Resistenza l'aveva prefigurata, come il suo programma la definiva: ”Un piano completo di Sicurezza sociale, mirante ad assicurare a tutti i cittadini i mezzi di sussistenza, in tutti i casi in cui sono incapaci di procurarseli con il lavoro”; “Una pensione che permetta ai vecchi lavoratori di finire dignitosamente i loro giorni”. Le fonti energetiche, l'elettricità e il gas, le miniere di carbone, le grandi, banche sono nazionalizzate. È ciò che questo programma raccomandava ancora... "il ritorno alIa nazione dei grande mezzi di produzione monopolizzata, frutto del lavoro comune, delle sorgenti di energia, delle ricchezze del sottosuolo, delle compagnie di assicurazione e delle grandi banche; “L'instaurazione di una vera democrazia economica e sociale, implica l'esclusione dei grandi feudi economici e finanziari nella direzione dell'economia".
L’interesse generale deve prevalere sulI'interesse particolare, l’equa distribuzione delle ricchezze create dal mondo del lavoro prevalere sul potere del denaro. La Resistenza propose “un'organizzazione razionale dell'economia che assicuri la subordinazione degli interessi particolari all’interesse generale, affrancata dalla dittatura professionale instaurata sull’esempio degli Stati fascisti”; ed il Governo provvisorio della Repubblica se n’è fatto portavoce.
Una vera democrazia ha bisogno di una stampa indipendente; la Resistenza lo sa, lo esige, difendendo "la libertà della stampa, il suo onore e la sua indipendenza rispetto allo Stato, al potere del denaro e alle influenze straniere”. Questo è ciò che riferiscono ancora le ordinanze sulla stampa, fin da 1944. Ora è proprio questo che oggi è in pericolo.
La Resistenza ci chiamava alla “possibilità effettiva per tutti i bambini francesi di beneficiare dell'istruzione più avanzata”, senza discriminazione; ora, le riforme proposte nel 2008 vanno contro questo progetto. Dei giovani insegnanti di cui sostengo l'azione, si sono rifiutati di applicarle ed hanno visto i loro stipendi mutilati a guisa di punizione. Si sono indignati, hanno “disubbidito", hanno giudicato queste riforme troppo lontane dall'ideale della scuola repubblicana, troppo al servizio di una società del denaro e non più in grado di sviluppare lo spirito creativo e critico.
È tutto lo zoccolo delle conquiste sociali della Resistenza che è rimesso oggi in discussione. Movente della resistenza è l'indignazione. C'è chi ha il coraggio di sostenere che lo stato non può assicurare più i costi di queste misure civili e sociali. Ma come può mancare oggi il denaro per mantenere e prolungare queste conquiste dal momento che la produzione di ricchezze è aumentata considerevolmente dalla Liberazione, periodo in cui l'Europa era in rovina? Se non perché il potere del denaro, così combattuto dalla Resistenza, non è stato mai tanto grande, insolente, egoista, coi suoi propri servitori fino alle più alte sfere dello stato. Le banche oramai privatizzate si mostrano in primo luogo preoccupate dei loro dividendi, e dei cospicui stipendi dei loro dirigenti, non dell'interesse generale. La distanza tra i più poveri e i più ricchi non è stata mai tanto rilevante; e la corsa al denaro, la competizione, tanto incoraggiata.

Il motivo di base della Resistenza era l'indignazione

Noi, veterani dei movimenti di resistenza e delle forze combattenti della Francia libera, chiamiamo le giovani generazioni a far rivivere, trasmettere, l'eredità della Resistenza ed i suoi ideali. Diciamo loro: prendete il testimone, indignatevi! I responsabili politici, economici, intellettuali e l'insieme della società non devono disorientarsi, né lasciarsi impressionare dall'attuale dittatura internazionale dei mercati finanziari che minaccia la pace e la democrazia.
Auguro a tutti voi, a ciascuno di voi, di avere il vostro motivo di indignazione. È una cosa preziosa. Quando qualche cosa vi indigna come sono stato indignato io per il nazismo, allora si diventa militante, forte ed impegnato. Si raggiunge la corrente della storia e la grande corrente della storia deve proseguire grazie a ciascuno. E questa corrente va nel senso di una maggiore giustizia, di più libertà ma non questa libertà incontrollata della volpe nel pollaio.
Questi diritti di cui la Dichiarazione universale ha redatto il programma nel 1948, sono universali. Se incontrate qualcuno che non ne beneficia, compiangetelo, aiutatelo a conquistarli.

Due visioni della storia

Quando provo a comprendere ciò che ha causato il fascismo che ha fatto sì che fossimo invasi e conoscessimo Vichy, mi dico che i possidenti, col loro egoismo, hanno avuto terribilmente paura della rivoluzione bolscevica. Essi si sono lasciati guidare dalle loro paure. Ma se, oggi come allora, una minoranza attiva si solleva, ciò basterà, avremo il lievito affinché la pasta gonfi.
Certo, l'esperienza di uno molto anziano come me, nato nel 1917, si differenzia dall’esperienza dei giovani di oggi. Chiedo spesso ai professori dei licei di poter dialogare con i loro alunni, e dico loro: voi non avete le stesse ragioni evidenti di impegnarvi. Per noi, resistere, era non accettare l'occupazione tedesca, la disfatta. Era relativamente semplice. Semplice come ciò che ne è seguito, la decolonizzazione. Poi la guerra d'Algeria. Occorreva che l'Algeria diventasse indipendente, era evidente. In quanto a Stalin, abbiamo applaudito tutti alla vittoria dell'armata rossa contro i nazisti, nel 1943. Ma già da quando avevamo avuto conoscenza dei grande processi stalinisti del 1935, ed anche se bisognava mantenere un orecchio aperto verso il comunismo per controbilanciare il capitalismo americano, la necessità di opporsi a questa forma insopportabile di totalitarismo si era imposta come un'evidenza.
La mia lunga vita mi ha dato una sequela di ragioni per indignarmi. Queste ragioni sono state prodotte più da una volontà di impegno che da un'emozione. Il giovane normale che ero, era stato molto segnato da Sartre, un compagno maggiore. La Nausea, Il Muro, non L’essere e il nulla, sono stati molto importanti nella formazione del mio pensiero. Sartre ci ricordato: "Voi siete responsabili in quanto individui". Era un messaggio libertario. La responsabilità dell’uomo che non può affidarsi né ad un potere né ad un dio. Al contrario, bisogna impegnarsi in nome della propria responsabilità di persona umana.
Quando mi sono iscritto alla scuola normale di via d’Ulm, a Parigi, nel 1939, io ci entravo come fervente discepolo del filosofo Hegel, e seguivo il seminario di Maurice Merleau-Ponty. Il suo insegnamento esplorava l’esperienza concreta, quella del corpo e delle sue relazioni col senso, grande singolare faccia al plurale dei sensi. Ma il mio ottimismo naturale, che vuole che tutto ciò che è augurabile sia possibile, mi portava piuttosto verso Hegel.
La filosofia hegeliana interpreta la lunga storia dell’umanità come avente un senso: è la libertà dell’uomo che progredisce tappa dopo tappa. La storia è fatta di shock successivi, è la messa in conto di sfide. La storia delle società progredisce, e infine, quando l’uomo ha raggiunto la sua piena espressione, abbiamo lo stato democratico nella sua forma ideale.
Esiste certamente un’altra concezione della storia. I progressi ottenuti nella libertà, la competizione, la corsa, al "sempre di più", tutto questo può essere vissuto come un uragano distruttivo. Così lo rappresenta un amico di mio padre, l’uomo che ha diviso con lui il compito di tradurre in tedesco À la Recherche du temps perdu di Marcel Proust.
È il filosofo tedesco Walter Benjamin. Egli aveva tratto un messaggio pessimista da un quadro del pittore svizzero Paul Klee, l'Angelus Novus, dove la figura dell’angelo apre le braccia come per contenere e respingere una tempesta che identifica col progresso. Per Benjamin che si suiciderà nel settembre 1940 per sfuggire al nazismo, il senso della storia è l'avanzamento irresistibile di catastrofe in catastrofe.

L’indifferenza: il peggiore degli atteggiamenti

È vero, le ragioni di indignarsi possono sembrare oggi meno nette o il mondo troppo complesso. Chi comanda, chi decide? Non è sempre facile distinguere tra tutte le forze che ci governano. Non si tratta più di una piccola elite di cui comprendiamo chiaramente l’operato. È un vasto mondo che sappiamo bene essere interdipendente.
Viviamo in una interconnettività come non era mai esistita. Ma in questo mondo ci sono delle cose insopportabili. Per vederle, bisogna ben guardare, cercare.
Dico ai giovani: cercate un poco, andate a trovare. Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire “io non posso niente, me ne infischio". Comportandovi così, perdete una delle componenti essenziali che ci fa essere uomini. Una delle componenti indispensabili: la facoltà di indignazione e l’impegno che ne è la diretta conseguenza.
Si possono identificare già due grandi nuove sfide:
1. L’immenso scarto che esiste tra i molto poveri ed i troppo ricchi e che non cessa di aumentare. Questo è un prodotto del XX e del XXI secolo. I molto poveri nel mondo d’oggi guadagnano appena due dollari al giorno. Non si può lasciare che questa forbice si allarghi ancora. Questa constatazione sola deve suscitare un impegno.
2. I diritti dell’uomo e lo stato del pianeta. Ho avuto la fortuna dopo la Liberazione di essere associato alla redazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dall’Organizzazione delle Nazioni unite, il 10 dicembre 1948, a Parigi, al palazzo di Chaillot. Nella funzione di capo di gabinetto di Henri Laugier, segretario generale aggiunto dell’ONU, e di segretario della Commissione dei Diritti dell’uomo sono stato ammsso, con altri, a partecipare alla redazione di questa dichiarazione.
Non potrei dimenticare, nella sua elaborazione, il ruolo di René Cassin, commissario nazionale alla Giustizia e all'educazione del governo della Francia libera, a Londra, nel 1941, premio Nobel della pace nel 1968; né quello di Pierre Mendès France in seno al Consiglio economico e sociale cui i testi che elaboravamo erano sottoposti, prima di essere esaminati dalla Terza commissione dell'assemblea generale, responsabile delle questioni sociali, umanitarie e culturali. Essa contava i cinquantaquattro Stati membri, all'epoca, delle Nazioni unite, ed io ne assicuravo la segreteria. È a René Cassin che dobbiamo il termine di diritti “universali” e non “internazionali” come proponevano i nostri amici anglosassoni. Perché è proprio lì la scommessa a uscire dalla seconda guerra mondiale: emanciparsi dalle minacce che il totalitarismo ha fatto pesare sull’umanità.
Per emanciparsi, bisogna ottenere che gli Stati membri dell’ONU si impegnino a rispettare questi diritti universali. È un modo di sventare l'argomento della piena sovranità che uno Stato può far valere mentre si dedica ai crimini contro l'umanità sul suo suolo. Questo fu il caso di Hitler che si stimava padrone di se stesso ed autorizzato a provocare un genocidio.
Questa dichiarazione universale deve molto alla repulsione universale contro il nazismo, il fascismo, il totalitarismo, e inoltre, per la nostra presenza, allo spirito della Resistenza. Sentivo che bisognava fare rapidamente, non lasciarsi ingannare dall’ipocrisia che c'era nell'adesione proclamata dai vincitori a questi valori che non tutti avevano l'intenzione di promuovere in modo leale, ma che noi tentavamo di imporre loro.
Non resisto alla voglia di citare l’articolo 15 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo: "ogni individuo ha diritto ad una nazionalità"; l’articolo 22: “Ciascuno, in quanto membro della società, ha diritto alla Sicurezza sociale; essa è finalizzata ad ottenere la soddisfazione dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità, grazie allo sforzo nazionale ed alla cooperazione internazionale, tenuto conto dell’organizzazione e delle risorse di ciascun paese”. E se questa dichiarazione ha una portata dichiarativa, e non giuridica, non ha giocato un ruolo meno importante dopo il 1948; si sono visti popoli colonizzati impadronirsene nella loro lotta di indipendenza; ha inseminato gli spiriti nella lotta per la libertà.
Constato con piacere che nel corso degli ultimi decenni si sono moltiplicate le organizzazioni non governative, i movimenti sociali come Attac (Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie), il FIDH (Federazione internazionale dei Diritti dell’uomo), Amnesty... che sono attive e ad alto rendimento. È evidente che per essere efficaci oggi, bisogna agire in rete, approfittare di tutti i mezzi moderni di comunicazione.
Ai giovani, dico: guardate intorno a voi, troverete i temi che giustificano la vostra indignazione – il trattamento riservato agli immigrati, agli illegali, ai Roms. Troverete delle situazioni concrete che vi porteranno a dare corso ad un'azione forte di impegno civile e sociale. Cercate e troverete!

La mia indignazione a proposito della Palestina

Oggi, la mia principale indignazione riguarda la Palestina, la striscia di Gaza, la Cisgiordania. Questo conflitto è causa per me di grande indignazione. Occorre assolutamente leggere il rapporto Goldstone del settembrc 2009 su Gaza, nel quale questo giudice sud-africano, ebreo che si dice anche sionista, accusa l'esercito israeliano di avere commesso, durante l’operazione "Piombo fuso" durata tre settimane, “atti assimilabili a crimini di guerra e forse, in certe circostanze, a crimini contro l’umanità”.
Io stesso sono tornato a Gaza, nel 2009, dove sono potuto entrare con la mia donna grazie ai nostri passaporti diplomatici, per valutare de visu ciò che questo rapporto sosteneva. Le persone che ci accompagnavano non sono state autorizzate ad addentrarsi nella striscia di Gaza e in Cisgiordania.
Abbiamo visitato anche i campi di profughi palestinesi assegnati fin da 1948 dall’Agenzia delle Nazioni unite, l’UNRWA, dove più di tre milioni di Palestinesi, cacciati dalle loro terre da parte d'Israele, aspettano un rientro sempre più problematico. In quanto a Gaza, è una prigione a cielo aperto per un milione e mezzo di Palestinesi. Una prigione dove si organizzano per sopravvivere.
Più delle distruzioni materiali come quella dell'ospedale della Mezzaluna rossa da parte di "Piombo fuso", è il comportamento degli abitanti di Gaza, il loro patriottismo, il loro amore del mare e delle spiagge, la loro costante preoccupazione del benessere dei loro bambini, innumerevoli e ridenti, che persiste nella nostra memoria.
Siamo stati impressionati dal loro ingegnoso modo di fare fronte a tutte le penurie che devono sopportare. Li abbiamo visti preparare dei mattoni senza cemento per ricostruire le migliaia di case distrutte dai carri. C'è stato confermato che durante l’operazione “Piombo fuso" condotta dall’esercito israeliano, ci sono stati millequattrocento morti - donne, bambini, vecchi confinati nel campo palestinese - contro solamente cinquanta feriti israeliani. Condivido le conclusioni del giudice sud-africano. Che gli Ebrei possano perpetrare, proprio loro, dei crimini di guerra, è insopportabile. Ahimè, la storia offre pochi esempi di popoli che traggano insegnamento dalla propria storia.
Lo so, Hamas che ha vinto le ultime elezioni legislative non ha saputo evitare che fossero lanciati razzi sulle città israeliane in risposta alla situazione di isolamento e di blocco nella quale si trovano gli abitanti di Gaza. Penso evidentemente che il terrorismo sia inaccettabile, ma bisogna riconoscere che quando si è occupati con mezzi militari infinitamente superiori a quelli di cui si dispone, la reazione popolare non può che essere violenta.
Torna utile ad Hamas lanciare razzi sulla città di Sdérot? La risposta è no. Ciò non favorisce la sua causa, ma questo gesto si può spiegare con l’esasperazione degli abitanti di Gaza. Nella nozione di esasperazione, bisogna comprendere la violenza come una spiacevole conclusione di situazioni inaccettabili per coloro che le subiscono. Allora, si può dire che il terrorismo è una forma di esasperazione. E che questa esasperazione è un termine negativo. Non si dovrebbe esasperare, occorrerebbe sperare. L’esasperazione nasce da una negazione di speranza. Comprensibile, direi quasi naturale, ma ugualmente inaccettabile. Perché non permette di ottenere i risultati che può eventualmente produrre la speranza.

La non-violenza, la strada che dobbiamo imparare a seguire

Sono convinto che il futuro appartiene alla nonviolenza, alla conciliazione tra le culture differenti. È per questa via che l'umanità dovrà superare il suo prossimo traguardo. In ciò sono d’accordo con Sartre, non possiamo giustificare i terroristi che gettano bombe, li possiamo solo comprendere.
Sartre nel 194l scrive: “Riconosco che la violenza sotto qualunque forma si manifesti è un insuccesso. Ma è un insuccesso inevitabile perché viviamo in un universo di violenza. E se è vero che col ricorso alla violenza resta la violenza che rischia di perpetuarsi, è anche vero che è l'unico modo per farla cessare”.
Al che aggiungerei che la non-violenza è un mezzo più sicuro per farla cessare. Non si possono sostenere i terroristi in nome di questo principio, come ha fatto Sartre durante la guerra d'Algeria o all'epoca dell'attentato contro gli atleti israeliani durante i giochi di Monaco del 1972. Non è efficace e Sartre finirà per interrogarsi alla fine della sua vita sul senso del terrorismo e a dubitare della sua ragion d'essere.
Dire “la violenza non è efficace", è più importante che sapere se dobbiamo condannare o no coloro che si dedicano ad essa. Il terrorismo non è efficace. Nella nozione di efficacia, occorre una speranza non violenta. Una speranza violenta si trova nella poesia di Guillaume Apollinaire: “Le pont Mirabeau”; non in politica.
Sartre, nel marzo 1980, a tre settimane della sua morte, dichiarava: "Occorre provare a spiegare che il mondo d’oggi, che è orribile, è solamente un momento nel lungo sviluppo storico, che la speranza è sempre stata una delle forze dominanti delle rivoluzioni e delle insurrezioni, e che considero ancora la speranza come la mia concezione riguardo al futuro."
Bisogna comprendere che la violenza volta le spalle alla speranza. Bisogna preferirle la speranza, la speranza della non-violenza. È la strada che dobbiamo imparare a seguire. Sia da parte degli oppressori che degli oppressi, bisogna arrivare ad un negoziato per eliminare l’oppressione; è questo che permetterà di vincere la violenza terroristica. Perché non si deve lasciare accumulare troppo odio.
Il messaggio di un Mandela, di un Martin Luther King, trova tutta la sua pertinenza in un mondo che ha superato lo scontro ideologico ed il totalitarismo di conquista. È un messaggio di speranza nella capacità delle società moderne di superare i conflitti tramite la comprensione reciproca ed una pazienza vigile. Per giungere a ciò, bisogna basarsi sui diritti la cui violazione, chiunque ne sia responsabile, deve provocare la nostra indignazione. Non si deve transigere su questi diritti.

Per un’insurrezione pacifica

Ho notato - e non sono il solo - la reazione del governo israeliano di fronte al fatto che ogni venerdì i cittadini di Bil'id vanno, senza gettare pietre, senza utilizzare la forza, fino al muro contro il quale protestano. Le autorità israeliane hanno qualificato questa marcia come “terrorismo non violento”. Mica male... Occorre essere israeliano per definire terrorismo la non-violenza. Bisogna essere soprattutto imbarazzati dall'efficacia della nonviolenza che suscita l’appoggio, la comprensione, il sostegno di quanti nel mondo sono contro l'oppressione.
Il pensiero produttivista, diffuso in occidente, ha trascinato il mondo in una crisi da cui occorre uscire abbandonando velocemente la concezione del "sempre di più", nel campo finanziario ma anche nel campo delle scienze e delle tecniche. È ormai tempo che i valori etici, di giustizia, di sviluppo sostenibile diventino prevalenti. Perché rischi gravissimi ci minacciano e possono mettere un termine all'avventura umana su un pianeta che diventa inospitale.
Ma è indiscutibile che importanti progressi siano stati fatti dal 1948 in poi: la decolonizzazione, la fine dell'apartheid, la distruzione dell’impero sovietico, la caduta del Muro di Berlino. Invece, i primi dieci anni del XXI secolo sono stati una fase di arretramento. Questa involuzione io la spiego in parte con la presidenza americana di George Bush, l’11 settembre, e le conseguenze disastrose che ne hanno tratto gli Stati Uniti, come l’intervento militare in Iraq.
Abbiamo avuto questa grave crisi economica, ma non abbiamo di contro avviato una nuova politica di sviluppo. Parimenti, l’incontro al vertice di Copenaghen contro il riscaldamento climatico non ha permesso di iniziare una vera politica per la salvaguardia del pianeta. Siamo sul limitare, tra gli orrori del primo decennio e le opportunità dei prossimi.
Ma bisogna sperare, occorre sempre sperare. Il decennio precedente, quello degli anni ‘90, era stato motore di grande progresso. Le Nazioni unite hanno saputo convocare delle conferenze come quella di Rio sull’ambiente, nel 1992; quella di Pechino sulle donne, nel 1995; nel settembre 2000, su iniziativa del segretario generale delle Nazioni unite, Kofi Annan, i 191 paesi membri hanno adottato la dichiarazione sugli “Otto obiettivi del millennio per lo sviluppo”, con cui si impegnano a dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015. È mio grande dispiacere che né Obama né I'Unione europea si siano ancora espressi riguardo al loro apporto per una fase costruttiva, appoggiandosi sui valori fondamentali.
Come concludere questo appello ad indignarsi? Ricordando ancora ciò che l’8 marzo 2004, in occasione del sessantesimo anniversario del Programma del Consiglio nazionale della Resistenza, noi veterani dei movimenti di Resistenza e delle forze combattenti della Francia libera (1940-1944) dicevamo, che certo “il nazismo è stato sconfitto, grazie al sacrificio dei nostri fratelli e sorelle della Resistenza e delle Nazioni unite contro la barbarie fascista. Ma questa minaccia non è sparita totalmente e la nostra irritazione contro l'ingiustizia è ancora intatta”.
No, questa minaccia non è sparita totalmente. Perciò, chiamiamoci sempre ad “una vera insurrezione pacifica contro i mezzi di comunicazione di massa che non propongono come orizzonte per la nostra gioventù altro che il consumo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti contro tutti”.
A coloro che vivranno il 21° secolo, diciamo con il nostro affetto: CREARE È RESISTERE. RESISTERE È CREARE.

Stéphane Hessel