Not the Jail not the Death

Io non mi arrendo,
mi avrete soltanto con un colpo alle spalle.
Io non dimentico e non mi arrendo.
Io non mi arrendo,
è nell’indifferenza che un uomo,
un uomo vero, muore davvero.


A sangue freddo (Il teatro degli orrori)


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Abitare sul delta del Niger, nell'area sudorientale della Nigeria, può significare una scommessa con la morte. Qui non ci sono mine antiuomo pronte a esplodere, ma solo petrolio. Molto petrolio. La sua scoperta risale al 1958, anno in cui la Shell inizia a trivellare con successo l'Ogoniland, un territorio abitato da mezzo milione di Ogoni, che a partire da quel momento vedono il proprio ambiente devastato dall'azione intrusiva delle multinazionali e diventano sempre più poveri nonostante l'immane ricchezza sotto ai loro piedi. Un paradosso, quest'ultimo, ormai tristemente assurto a paradigma della "malaglobalizazione".
Un uomo, lo scrittore Ken Saro-Wiwa, decide di denunciare il degrado ambientale, l'esodo obbligato degli Ogoni privati della propria terra, lo strapotere della Shell, appoggiata dalla dittatura di turno. Ma il "patto scellerato" a tutela del profitto e del reciproco sostegno, chiaramente, tiene botta, persino alla marcia di trecentomila Ogoni all'inizio del 1993, fomentati da Ken Saro-Wiwa, per protestare contro la Shell e i gerarchi nigeriani.
Ken Saro-Wiwa, come ricordava Roberto Saviano nello speciale La bellezza e l'inferno, è riuscito a costruire il nostro immaginario sui bambini africani col ventre gonfio, le gambe magre magre, i volti affamati, i bambini nella guerra del Biafra che devastò la Nigeria dal 1967 al 1970.
Ken Saro-Wiwa è uno scrittore, ed è stato il suo impegno letterario a fare paura al potere. Non era un marginale, aveva ricoperto incarichi instituzionali all’interno del governo federale della Nigeria negli anni '70, per arrivare a conoscere e poi a denunciare con la potenza della parola letteraria la politica corrotta asservita alle multinazionali del petrolio nel Delta del Niger. Nel 1990 fondò il MOSOP (Movement for the Survival of Ogoni People, Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni).
Lo scrittore è ben cosciente del rischio che corre. Segue la sua incarcerazione, la lotta dal carcere, fino all'impiccagione il 10 novembre del 1995. Stessa sorte subiscono gli altri otto attivisti del MOSOP, il movimento per la sopravvivenza degli Ogoni. Prima di morire disse: "Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra".
Ma il dato più inquietante della sua storia è sicuramente quello del patteggiamento operato dalla Shell per evitare di comparire nell’imbarazzante processo post-mortem aperto nel 1996 dall’avvocato Jenny Green per conto del Center for Constitutional Rights al fine di dimostrare il coinvolgimento e la responsabilità penale della multinazionale nelle esecuzioni capitali. A maggio 2009, tredici anni dopo, la Shell ha patteggiato accettando di pagare 15,5 milioni di dollari.
Una multinazionale processata per l'impiccagione di un poeta, uno scrittore che ha fatto con la parola quello che non sono riusciti a fare prima ambientalisti e guerriglieri: paura al potere.
A volte non siamo in grado di cogliere il nuovo dell’esperienza; ciò che di originale e irripetibile vi è in essa viene immediatamente catalogato entro il dominio del “già noto” prima che la sua apparizione possa esser giudicata degna, di per sé, di valore.
I carnefici di Ken Saro-Wiwa sono certamente il governo nigeriano e la Shell, ma c'è un loro grande complice, un correo, un compartecipe: l’Indifferenza. E con il termine "indifferenza" non intendo chiamare in causa una divinità abscondita ed astratta e reificarla per comodità espressiva.
L’indifferenza esiste perché, al contrario dell’eroismo, alberga prepotentemente in ciascuno di noi. E' nell’indifferenza che un uomo, un uomo vero, muore davvero. L’indifferenza, non altro, può dirsi l’elemento sovraindividuale che accomuna l’odierna passività politica. Per quale motivo? Perché ciò che frena, ciò che è sempre in agguato, è la paura di morire.
In assenza di riferimenti, ad occhi chiusi, se mi chiedessero di definire un eroe, la prima cosa che immaginerei d’istinto è qualcuno che muore per la causa in cui crede. E non perché la morte sia in sé qualcosa di eroico. A questa idea romantica si potrebbe infatti facilmente obiettare che in fondo si tratta di un evento molto naturale, inscritto nel destino di ciascuno, a prescindere dalla modalità in cui si consuma, e che la maggior parte di coloro che muoiono eroicamente non sceglie e non desidera farlo. E’ altresì vero che la morte di qualcuno che ha sacrificato la vita - per come ha vissuto nel momento in cui viveva, dunque vivendo e non morendo - la morte di qualcuno che ha vissuto per qualcosa di più grande dell’autosostentamento, funge spontaneamente da monito per chi resta.
Per questo tipo di essere umano la morte non è solo la livella, non è ciò che lo rende uguale agli altri, ma ciò che lo rende diverso. E' essa, infatti, che permette ai superstiti di individuare un orizzonte di senso entro la sfera del mero accadimento con cui quell’esistenza individuale, indifferentemente dalle altre, sarebbe altrimenti venuta a coincidere.
La morte di chi si è dedicato a una nobile causa è, in altre parole, ciò che risveglia (dovrebbe risvegliare) l’opinione pubblica dall’indifferenza. Perché ciò contro cui dobbiamo scagliare il nostro risentimento è l’indifferenza, che rende necessaria la morte, e la consacrazione post-mortem, di chi in vita non ha voluto fare l’eroe, ma ha cercato piuttosto di combattere pur sapendo di non poter sostenere questo compito in solitudine.
L’eroe che è in Ken Saro-Wiwa, se tale lo si può definire, non è l’uomo ingiustamente condannato che ha stentato a morire per l'incapacità del plotone d’esecuzione, ma colui che ha cercato di risvegliare la dignità e il senso di appartenenza della propria gente ad una comunità, che ha tentato di mettere sotto gli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale il saccheggio ambientale ed economico praticato abusivamente, per anni, sulla propria terra.
Per questo motivo Roberto Saviano rifiuta di definirlo un eroe. Una simile consacrazione, al di là dei confini dell’umano, ubriaca in un primo tempo le coscienze intorpidite dall’indifferenza, ma in essa le risprofonda al termine dell’ebbrezza. Come a dire che, se riuscissimo a realizzare che colui che parla, scrive, mobilita, non è un eroe o un alieno ma piuttosto un uomo, ci renderemmo conto che i suoi gesti - e non “le gesta” - altro non sono che il tentato dialogo di un essere umano verso quanto di più "umano" c’è nell’uomo.
Solo facendo propria fino in fondo, senza mezze misure, la prospettiva terenziana del “Nihil humano a me alienum puto”, è possibile risemantizzare i due concetti di eroe e di uomo con la radicalità e, insieme, l’orizzontalità che meritano. Sarebbe eroica allora, nella sua paradossalità, la fuga del Sozaboy (il ragazzo-soldato protagonista dell’omonimo romanzo di Saro-Wiwa) dal teatro di guerra nel quale lui stesso ha voluto combattere, dopo aver pagato persino una mazzetta al capitano per ottenere un posto nell’esercito. Sarebbe eroica anche se è una fuga e fuggendo si rischia di esser colpiti alle spalle, ciò che per l’eroe classico è sintomo di codardia e motivo supremo d’onta. Sarebbe eroica perché è la fuga dall’orrore di ciò che da umano - troppo umano! - si è trasformato in disumano.
E’ nel riconoscimento della follia e contemporaneamente nel disconoscimento di essa, nel possederla e nel respingerla, come intima alienità che portiamo in noi stessi, è nello sfiorare e nel sostenere questo paradosso, che la reazione all'indifferenza, come la diserzione di Sozaboy, si trasformano infine in eroismo puro.


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Nè la prigione nè la morte

Signor Presidente, tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale. Non siamo sotto processo solo io e i miei compagni. Qui è sotto processo la Shell. Ma questa compagnia non è oggi sul banco degli imputati. Verrà però certamente quel giorno e le lezioni che emergono da questo processo potranno essere usate come prove contro di essa, perché io vi dico senza alcun dubbio che la guerra che la compagnia ha scatenato contro l'ecosistema della regione del delta sarà prima o poi giudicata e che i crimini di questa guerra saranno debitamente puniti. Così come saranno puniti i crimini compiuti dalla compagnia nella guerra diretta contro il popolo Ogoni.

Testamento di Ken Saro-Wiwa



La vera prigione

Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un'intera generazione
E' il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L'inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
E' questo
E' questo
E' questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.

Ken Saro-Wiwa

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Parte precedente: Dall'Inferno alla Bellezza
Parte successiva: Città dell'uomo - Paradiso dei fiori


3 commenti:

  1. Dovevo aprire questo blog, per leggere di te, Kenule Benson Tsaro-Wiwa, uomo degno.
    Dovevo aprire questo blog, chiamato Ideario de Revoluciòn HUMANISTA, per restare piacevolmente colpita dal fatto che qualcuno si adopera per riportare all'attenzione del mondo la tua memoria, l'orrore della tua sorte.
    Sei stato impiccato dal regime militare nigeriano (alleato USA), per aver denunciato la Shell, che dal 1958 estraeva petrolio dal delta del Niger, costringendo con le armi la popolazione Ogoni che vi abitava, ad abbandonare le proprie case, la propria terra.
    La Shell, che avvelenava con i propri stabilimenti industriali, l'acqua e l'aria di quella povera gente.
    Ricordo che anche l'Agip è presente da anni su quei territori, collusa anch'essa con il regime militare.
    Che dire, lo so che non è nulla, ma io da sempre boicotto Shell ed Agip quando faccio benzina.
    Converrebbe seguire il tuo esempio, caro D, sensibile e raffinato autore, appassionato e velocissimo fan delle due ruote.

    Till the next...
    Inside

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  2. conoscete il libro di Ken saro-Wiwa "Foresta di fiori"? E' una bellissima racconta di suoi racconti

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  3. Cara Lulu,
    penso che col plurale tu voglia riferirti a me e Insy. Certo che sì, conosciamo. Io leggo molto, lei legge molto.
    Ciao, D.

    P.s. Per ringraziarti http://revolucionyhumanismo.blogspot.com/2010/10/y-entonces-entendio.html

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