Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post

¡La culpa es de los mercados!


Y dicen que con la crisis
todo lo bueno se acaba
y que esto ya no lo arregla
ni Rajoy ni Rubalcaba...
Y dicen que con la crisis
todos iremos al paro
y que habrá que conformarse
que hay que pasar por el aro...
La culpa no es de los Bancos
ni del Rey ni del Estado
La culpa es de los mercados,
la culpa es de los mercados,
la culpa es de los mercados...

La culpa es de los viven
sin trabajo y sin salario,
de los que protestan tanto
porque son desalojados,
porque son desalojados,
porque son desalojados...

Se dice que el 15 M
- vaya con los indignados -
no saben ni lo que quieren
y que siempre están fumados...
Se dice que no trabajan
porque no están preparados
que son anarcos, ocupas
anti sistemas y vagos....

Se dice que si despiden
a todos los senadores
a choferes, a mindundis
y a unos cientos de asesores
Que la visita del Papa...
que los especuladores...
y que anulen las pensiones
a ex ministros con millones...
La culpa no es de los Bancos
ni del Rey ni del Estado.
La culpa es de los mercados,
la culpa es de los mercados,
la culpa es de los mercados...

Se dice que si rescatan
a quien no tiene dinero...
en lugar de a los banqueros
en lugar de los banqueros,
en lugar de los banqueros...

Se dice lo que se dice
yo no digo nada nuevo
que para pagar la crisis
que para pagar la crisis
¡Están siempre los obreros...!
Ay ay ay ay ay
Ay ay ay ay ay...

Catastroika








The Oil Crash






Un film di Basil Gelpke & Ray Mc Cormack (2006).

Iceland Revolution


Perché i governi pompano denaro in banche private? Perché non le lasciano fallire?

Birgitta Jónsdóttir


Nelle temperie politico-economica del momento, tra speculazioni e Borse sull’orlo della crisi isterica e governi che annaspano di fronte alle bizze dei mercati, non può che destare impressione la rivoluzione dal basso avvenuta in Islanda: governo costretto alle dimissioni, banche nazionalizzate, banchieri arrestati, democrazia popolare.
Tutto inizia nel 2001. È allora che il governo islandese inizia a privatizzare il settore bancario. La mossa avrà la sua conclusione due anni dopo, nel 2003. Le tre banche principali - Landbankinn, Kapthing e Glitnir - offrono alti interessi attraverso un programma presso un fondo offshore chiamato IceSave. I soldi iniziano ad arrivare, specie da Inghilterra e Olanda. Tramite la riserva frazionaria, IceSave crea miliardi di discutibili nuovi prestiti cominciando ad investire in società europee, specialmente in Russia. Tra il 2002 e il 2008 la Borsa islandese sale del 900 per cento, il prodotto interno lordo cresce del 5.5 per cento l'anno. Ritmi impossibili per qualunque altro Paese occidentale. Ma crescono anche i debiti delle banche: nel 2007 arrivano al 900% del PIL islandese. Ed è a quel punto, nel 2008, che il geyser della crisi economica esplode. I banchieri privati avevano creato un'enorme bolla finanziaria.
Gli investitori stranieri chiedono alle banche di rendere loro il denaro. Il governo non ha le risorse per salvarle, e così finiscono in bancarotta. Per gli islandesi si tratta di un danno enorme: il governo è costretto a nazionalizzare gli istituti bancari e a promettere che i cittadini non perderanno gli investimenti in denaro, ma il valore di molti altri investimenti crolla in modo verticale. La Corona perde l'85% del suo valore di cambio sull'euro. Alla fine del 2008 il governo islandese si dichiara insolvente. La moneta crolla e la Borsa sospende tutte le attività: è la bancarotta.
Di fronte alle enormi pressioni politiche interne, i governi britannico ed olandese garantiscono i conti IceSave dei loro cittadini, cercando poi di forzare l'Islanda a ripagarli, a condizioni che finiscono per incrinare la piccola e fragile economia islandese. E' infatti richiesta oltre la metà dell'imposta sul reddito dell'intera nazione solo per pagare gli interessi su questo particolare debito. Ciò finirebbe per trasformare l'Islanda, da una delle nazioni più sviluppate al mondo per rapporto abitanti-reddito-Pil, in una nazione che spende quasi tutto il suo Pil per pagare interessi su prestiti esteri.
Non solo. Molti islandesi si rendono conto presto che anche il capitale dei loro mutui era indicizzato all'inflazione, vedendosi così raddoppiare il proprio debito e triplicare l'importo delle rate.
È a quel punto che la rabbia popolare esplode! E' l'alba della rivoluzione islandese.
I cittadini islandesi scendono in piazza. Non per un giorno o due, ma per 14 settimane! Cingono d'assedio il Parlamento, chiedendo una sola cosa: le dimissioni di un governo, quello conservatore di Geir Haarde, dimostratosi incapace di gestire la crisi e di sbattere la porta in faccia agli organismi internazionali che chiedevano a tutti i cittadini di pagare le colpe di altri.
Il culmine della protesta si raggiunge il 20 gennaio 2009. Mentre a Washington l'America saluta l'entrata in carica del suo primo presidente di colore, a Reykjavik la popolazione segue le parole di un altro uomo dal carisma innegabile. Si chiama Hordur Torfason, di mestiere fa il cantautore.
Torfason mette in scena una protesta solitaria nell'ottobre 2008, all'esplodere della crisi. Nel corso delle settimane diventa un punto di riferimento. Il 20 gennaio è in piazza mentre la popolazione si scontra con la polizia, ed è ancora lì anche il 21, e il 22. Il 23 gennaio il premier annuncia le dimissioni. La gente non se ne va: non ancora. Chiede elezioni immediate e una scena politica nuova. Il 26 gennaio Haarde se ne va. Il 1 febbraio l'Islanda ha una nuova premier. E anche questa è una rivoluzione.
Il nuovo primo ministro si chiama Johanna Sigurdadottir, ha 58 anni. È la prima donna premier dell'Islanda. A metà degli ani '90, quando non venne eletta alla guida del suo partito, urlò: "Minn timi mun koma!", "Verrà il mio momento". Quelle parole sono entrate nell'uso comune, in Islanda. E Johanna ha visto realizzarsi la sua profezia.
Il suo primo passo è di indire le elezioni: le vince. Il secondo, però, è quello di confermare la volontà di pagare i debiti a Olanda e Inghilterra.
Il governo, infatti, fa quello che tutti i governi fanno in casi simili: bussa alle porte del fondo Monetario Internazionale e dell'Unione Europea. Sembra l'unico modo per ripagare i debiti nei confronti degli investitori inglesi e olandesi, che ammontano a 3,5 miliardi di euro. È il gennaio 2009. Per trovare i soldi necessari, il governo studia un prelievo straordinario: ogni cittadino islandese avrebbe dovuto pagare 100 euro al mese per 15 anni, a un tasso di interesse del 5,5% annuo. E il parlamento dà vita a una norma di legge che contiene la supertassa.
E' una spada di Damocle, una ghigliottina a cui i cittadini non intendono sottoporsi: le piazze tornano a riempirsi, il popolo chiede a gran voce di sottoporre a Referendum il provvedimento.
È il febbraio 2010 quando il presidente Grimsson, ascoltando la voce della piazza, si rifiuta di ratificare la legge e indice un referendum. La pressione sull'Islanda è alle stelle. Olanda e Inghilterra minacciano di isolare l'Islanda, se sceglierà di non ripagare i debiti. Il Fondo Monetario Internazionale lega alla decisione il versamento degli aiuti. "Ci dissero che se non avessimo accettato le condizioni della comunità internazionale saremmo diventati la Cuba del Nord", ricorda Grimsson. "Ma se le avessimo accettate saremmo diventati la Haiti del Nord".
Il referendum si tiene a marzo 2010: il 93% dei votanti decide di rischiare di diventare la Cuba del Nord. Il Fondo Monetario congela immediatamente gli aiuti. Il governo risponde mettendo sotto inchiesta i banchieri e i top manager responsabili della crisi finanziaria. L'Interpol emette un mandato di arresto internazionale per l'ex presidente della banca Kaupthing, Einarsson, mentre altri banchieri implicati nel crac fuggono dal Paese. Può essere l'inizio della fine dell'Islanda, vista come un paria a livello internazionale e alle prese con una rivolta continua. Invece è l'inizio della rinascita.
Viene eletta un’Assemblea per redigere una Nuova Costituzione. Un compito che viene affidato al popolo islandese: vengono eletti legalmente 25 cittadini tra i 522 che si sono presentati alle votazioni. Gli unici tre vincoli per la candidatura sono la maggiore età, disporre delle firme di almeno 30 sostenitori e sopratutto non aver alcuna affiliazione politica.
La rivoluzionaria Assemblea Costituzionale inizia così il suo lavoro e presenta una Magna Carta in cui confluiscono le idee elaborate nel corso delle diverse assemblee popolari che hanno avuto luogo in tutto il Paese. La Magna Carta ora dovrà essere sottoposta all’approvazione del Parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni legislative.
Ma non finisce qui. Dopo questa eccezionale lezione di civiltà, democrazia diretta e sovranità popolare, gli islandesi stanno lavorando anche ad un altro strumento “rivoluzionario”, l’ ”Icelandic Modern Media Initiative”, un progetto finalizzato alla costruzione di una cornice legale per la protezione della libertà di informazione e d’espressione. L’obiettivo è la creazione di un ambiente sicuro per il giornalismo investigativo, una sorta di “paradiso legale” per le fonti, i giornalisti e gli internet provider che divulgano informazioni giornalistiche.
La Rivoluzione islandese costituisce l'esempio concreto di come i cittadini, prendendo in pugno la situazione, possano riscrivere da zero le leggi del vivere comune imponendo nuove regole al "dissoluto" mondo finanziario. La classe dirigente che aveva portato il paese nel baratro è stata definitivamente allontanata e il popolo sovrano ha posto le basi per un futuro veramente democratico. E' comprensibile che nessuno dei nostrani organi d’informazione principali ne parli, né i quotidiani più importanti nè tanto meno le televisioni. L’opinione pubblica europea, infatti, potrebbe essere "stimolata" a fare altrettanto. O peggio.

* L'Islanda può andare orgogliosa del suo patrimonio democratico. Il suo parlamento (il Thingvellir, dal nome del luogo sacro dove si riuniva annualmente) ha oltre mille anni di storia ed è il più antico in Europa.



I don´t have to be in Greece, Spain, Portugal or any other country to understand what is really going on there. I am very sure that the police are threatening people very badly and unfairly even putting undercover police to look like protesters just to ruin people legitimate actions. To me this is a clear sign that there are many corrupted politicians and at the same time that people who protest are doing the right thing.
Protest. Reason with the authority and never give up.
A government that has its police to attack its citizens is a crooked government and should resign. In a real democracy the government does not attack its citizens. It listens to them, works for them and with them.
It seems to be a global problem that the politicians have lost the sense of their duty and responsibilities. They seem to have forgotten why they were elected. Then it is up to us, the people, to remind them whom they are working for.
A society that does not embrace everyone is no longer a society, it has become like a private club that is dangerous and destructive to all its citizens.
We always have a choice; we can accept a bad situation or fight it. Then the question arises; how do you fight it?
I say with proves, reasons, persistency and without violence. In Iceland 2008/09 we proved it could be done.
It is so important that people don´t use masks or any other thing to cover their faces. Here in Iceland we showed our faces and wore an orange ribbon or just something orange to show solidarity and support no violence.
Never hide the face of freedom.
Being honest is not very popular but it is the only way for the human race to survive.
Anger is a very powerful resource. We must learn to control it and use it to build up not to tear down, not to let it take control of our lives, because then it will destroy us, eat us alive. Let´s us work together be just, flexible and smart. Clearify our claims, be reasonable, and put them forwards to the politicians we have elected. Put together a commitee to talk to the politicians. Make them understand that they are working for us, that we are not their slaves, they are employed by us and if they don´t like it they will have to leave and new ones take their places.
We people from all countries must unite. We are in deep trouble because many politicians we elected and trusted to run our countries failed us.
Each and everyone of us start out as a silent unknown voice and we will remain so as long as we ignore the voice, our heart and wait for a crystalball to tell us to speak up.
Revolutions used to be local now it is global!
Let´s stick together people. - Don´t give up!
One of our strongest weapon is the Internet and we must protect it.
Let us share information and experience.
The world is changing because we are changing it.
The economical system of the world must change – and we are going to change it.
We can do it and we have started.
Sincerly yours,


Hörður Torfason


Non c'è bisogno di essere in Grecia, Spagna, Portogallo o in qualsiasi altro paese per capire cosa stia davvero succedendo lì. Sono sicurissimo che la polizia stia minacciando la gente malamente e ingiustamente, anche mettendo poliziotti in borghese infiltrati tra i manifestanti solo per rovinare le azioni legittime della gente. Per me questo è un chiaro segno che ci sono molti politici corrotti e, al tempo stesso, che le persone che protestano stanno facendo la cosa giusta.
Protesta, ragiona con le autorità e non mollare mai.
Un governo la cui polizia attacca i cittadini è un governo distorto e dovrebbe dimettersi. In una vera democrazia, il governo non attacca i suoi cittadini. Li ascolta, lavora per loro e con loro.
Il fatto che i politici abbiano perso il loro senso del dovere e delle proprie responsabilità sembra essere un problema globale. Sembra abbiano dimenticato il perchè siano stati eletti.
Sta a noi, il popolo, ricordare loro per chi stanno lavorando.
Una società che non include tutti non è più una società degna di tale nome, e diventa come un club privato, pericolosa e distruttiva per tutti i cittadini.
Noi abbiamo sempre una possibilità di scelta; possiamo accettare una brutta situazione o combatterla. Qui la questione si accresce; come fare per combatterla?
Io vi dico con le prove, le ragioni, la perseveranza e senza la violenza. In Islanda 2008/09 abbiamo provato che ciò può essere fatto.
E' così importante che la gente non usi maschere o altra cosa che copra le loro facce. Qui ad Iceland noi abbiamo mostrato i nostri volti e indossato un fiocco arancione o qualcosa di arancione, per dimostrare solidarietà e supporto, non violenza.
Non nascondere la faccia della libertà.
Essere onesto non è molto popolare ma è l'unica strada che consenta alla razza umana di sopravvivere.
La rabbia è una risorsa potente.
Dobbiamo imparare a controllarla e ad usarla per costruire non per demolire, non dobbiamo consentirle di prendere il controllo delle nostre vite, perchè a quel punto ci distruggerebbe, ci mangerebbe vivi.
Facciamo in modo che il nostro lavorare insieme sia giusto, flessibile ed intelligente. Chiariamo le nostre pretese, che siano ragionevoli, e mandiamole incontro ai politici che abbiamo eletto.
Mettiamo insieme un comitato che parli con i politici. facciamo capire loro che stanno lavorando per noi, che non siamo i loro schiavi, che sono loro i nostri dipendenti e se non sono d'accordo con questo andassero via affinché nuova gente onesta possa prendere il loro posto.
Noi popoli di ogni nazione dobbiamo essere uniti. Siamo in un profondo disagio perché molti politici che abbiamo eletto e nei quali abbiamo creduto ci hanno deluso.
Ognuno di noi dà vita ad una voce silenziosa e sconosciuta che resterà tale fino a quando noi ignoreremo quella voce, ignoreremo i nostri cuori aspettando che una palla di cristallo ci dica di parlare.
Le Rivoluzioni che erano locali ora sono globali!
Uniamo la gente. Non molliamo!
Uno dei nostri strumenti più forti e Internet e dobbiamo proteggerlo.
Scambiamo tra noi informazioni ed esperienze.
Il mondo sta cambiando perché noi lo stiamo cambiando.
Il sistema economico del mondo deve cambiare e noi lo cambieremo.
Possiamo farlo ed abbiamo già iniziato.
Sinceramente vostro,

Hörður Torfason

Os engodos do Mercado


Podemos imaginar a profunda perplexidade que a crise dos mercados mundiais se abateu sobre os ideólogos do neoliberalismo, do Estado mínimo e dos vendedores das ilusões do mercado. A queda do muro do Berlin em 1989 e a implosão da União Soviética provocou a euforia do capitalismo. Reagan e Tatcher, agora sem o contraponto socialista, aproveitaram a ocasião para radicalizar os “valores” do capitalismo, especialmente das excelências do mercado que tudo resolveria. Para facilitar a obra, começaram por desmoralizar o Estado como péssimo gestor e difamar a política como o mundo da corrupção. Naturalmente havia e ainda há problemas nestas instâncias. Mas não se pode abrir mão do Estado e da política se não quisermos regredir à barbárie social. Em seu lugar, dizia-se, devem entrar as ordenações excogitadas no seio dos organismos nascidos em Bretton Woods e dos grandes conglomerados multiraterais. Entre nós, chegou-se a ridicularizar quem falasse em projeto nacional. Agora, sob a globalização, insistiam, vigora o projeto-mundo. E o Brasil deve inserir-se nele, mesmo de forma subalterna. O Estado deve ser reduzido ao mínimo e deixar livre campo para mercado fazer os seus negócios.
Nós que viemos, como tantos outros, do compromisso com os direitos humanos, especialmente, dos mais vulneráveis, demo-nos logo conta de que agora o principal violador destes direitos era o Estado mercantil e neo-liberal. Pois os direitos deixavam de ser inalienáveis. Eram transformados em necessidades humanas cuja satisfação deve ser buscada no mercado. Só tem direitos quem pode pagar e for consumidor Não é mais o Estado que vai garantir os mínimos para a vida. Como a grande maioria da população não participa do mercado, via negado seu direito.
Podemos e devemos discutir o estatudo do Estado-nação. Na nova fase planetaria da humanidade mais e mais se notam as limitações dos Estados e cresce a urgência de um centro de ordenação política que atenda às demandas coletivas da humanidade por alimento, água, saúde, moradia, saúde e segurança. Mas enquanto não chegarmos à implantação deste organismo, cabe ao Estado ter a gestão do bem comum, impor limites à voracidade das multinacionais e implementar um projeto nacional.
A crise econômica atual desmascarou como falsas as teses neoliberais e o combate ao Estado. Com espanto um jornal empresarial escreveu em letras garrafais em sua secção de economia “Mercado Irracional” como se um dia o mercado fosse racional, mercado que deixa de fora 2/3 da humanidade. Uma conhecida comentarista de assuntos econômicos, verdadeira sacerdotiza do mercado e do Estado mínimo, inflada de arrogância escreveu: ”As autoridades americanas erraram na regulação e na fiscalização, erraram na avaliação da dimensão da crise, erraram na dose do remédio; e erram quando têm comportamento contraditório e errático”. E por minha conta, acrescentaria: erraram em não convoca-la como a grande pitoniza que teria a solução adivinhatória para a atual crise dos mercados.
A lição é clara: deixada por conta do mercado e da voracidade do sistema financeiro especulativo, a crise ter-se-ia transformado numa tragédia de proporções planetárias pondo em grave risco o sistema econômico mundial. Logicamente, as grandes vitimas seriam os de sempre: os chamados zeros econômicos, os pobres e excluídos. Foi o difamado Estado que teve que entrar com quase dois trilhões de dólares para, no último momento, evitar o pior. São fatos que nos convidam a revisões profundas ou pelo menos, para alguns a serem menos arrogantes.

__________________

Podemos imaginar la profunda perplejidad que a causa de la crisis de los mercados mundiales se ha abatido sobre los ideólogos del neoliberalismo, del Estado mínimo y de los vendedores de las ilusiones del mercado. La caída del muro de Berlín en 1989 y el desmantelamiento de la Unión Soviética provocó la euforia del capitalismo. Reagan y Tatcher, ahora sin el contrapunto socialista, aprovecharon la ocasión para radicalizar los "valores del capitalismo, especialmente las excelencias del mercado, que lo resolvería todo. Para facilitar la obra, comenzaron por desmoralizar al Estado como pésimo gestor y a difamar de la política como el mundo de la corrupción. Naturalmente había y todavía hay problemas en estas instancias, pero no podemos desentendernos del Estado y de la política si no queremos retroceder a la barbarie completa. En su lugar - se decía - deben entrar los ordenamientos ideados en el seno de los organismos nacidos en Bretton Woods y los grandes conglomerados multilaterales. Entre nosotros los brasileños se llegó a ridiculizar a quien hablara de proyecto nacional. Ahora, bajo la globalización, insistían, se fortalece el proyecto-mundo y Brasil debe insertarse en él, aunque sea en posición subalterna. El Estado debe ser reducido al mínimo y dejar campo libre para que el mercado haga sus negocios.
Los que venimos, como tantos otros, del compromiso con los derechos humanos, especialmente los de los más vulnerables, pronto nos dimos cuenta de que ahora el principal violador de esos derechos era el Estado mercantil y neoliberal, pues los derechos dejaban de ser inalienables y eran transformados en necesidades humanas cuya satisfacción debe ser buscada en el mercado. Sólo tiene derechos quien puede pagar y es consumidor. Ya no es el Estado quien va a garantizar los mínimos para la vida. Como la gran mayoría de la población no participa del mercado, sus derechos se han visto negados.
Podemos y debemos discutir el estatuto del Estado-nación. En la nueva fase planetaria de la humanidad se notan cada ves más las limitaciones de los Estados y crece la urgencia de un centro de ordenación política que atienda las demandas colectivas de la humanidad de alimento, agua, salud, vivienda y seguridad. Pero mientras llegamos a implantar ese organismo corresponde al Estado llevar a cabo la gestión del bien común, imponer límites a la voracidad de las multinacionales e implementar un proyecto nacional.
La crisis económica actual ha desenmascarado como falsas las tesis neoliberales y el combate al Estado. Con miedo, un periódico empresarial ha escrito en letras enormes en su sección de economía "Mercado Irracional, como si alguna vez el mercado hubiese sido racional un mercado que deja fuera de él a dos tercios de la humanidad. Una conocida comentarista de asuntos económicos, verdadera sacerdotisa del mercado y del Estado mínimo, llena de arrogancia, ha escrito: "Las autoridades estadounidenses se equivocaron en la regulación y en la fiscalización, se equivocaron en la valoración de la dimensión de la crisis, se han equivocado en la dosis del remedio y se equivocan cuando tienen un comportamiento contradictorio y errático". Y por mi cuenta añadiría: se han equivocado en no llamarla a ella como la gran pitonisa que habría adivinado la solución a la actual crisis de los mercados.
La lección es clara: dejada por cuenta del mercado y de la voracidad del sistema financiero especulativo la crisis se habría transformado en una tragedia de proporciones planetarias poniendo en grave peligro el sistema económico mundial. Lógicamente las víctimas serían los de siempre: los llamados ceros económicos, los pobres y excluidos. Fue el difamado Estado quien tuvo que entrar con casi dos billones de dólares para evitar en el último momento lo peor. Son hechos que nos invitan a revisiones profundas o por lo menos, a algunos, a ser menos arrogantes.

Leonardo Boff


Possiamo immaginare la profonda perplessità che a causa della crisi dei mercati mondiali si è abbattuta sugli ideologi del neoliberismo e dello Stato minimo e sui venditori delle illusioni del mercato. La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e lo smantellamento dell’Unione Sovietica provocò l’euforia del capitalismo. Reagan e la Thatcher, senza il contrappeso socialista, approfittarono dell’occasione per radicalizzare i "valori del capitalismo, specialmente l’eccellenza del mercato che tutto avrebbe risolto. Per facilitare l’opera, iniziarono a screditare lo Stato come pessimo amministratore e a diffamare la politica come mondo della corruzione. Naturalmente c’erano e ancora ci sono problemi in queste istanze, ma non possiamo fare a meno dello Stato e della politica se non vogliamo retrocedere alla barbarie completa. Al suo posto, si diceva, devono entrare gli ordinamenti ideati nel seno degli organismi nati a Bretton Woods e i grandi conglomerati multilaterali. Tra noi si arrivò a ridicolizzare chi parlava di progetto nazionale. Ora, sotto la globalizzazione, insistevano, si rafforza il progetto-mondo e il Brasile deve inserirsi in esso, per quanto in posizione subalterna. Lo Stato deve essere ridotto al minimo e lasciare campo libero perché il mercato faccia i suoi affari.
Noi che veniamo, come tanti, dalla lotta a favore dei diritti umani, soprattutto delle persone più vulnerabili, ci siamo resi conto subito che il principale responsabile della violazione di questi diritti era ora lo Stato mercantile e neoliberista, poiché i diritti non erano più inalienabili ed erano stati trasformati in necessità umane da soddisfare all’interno del mercato. Ha diritti solo chi può pagare ed è consumatore. Non è più lo Stato che garantisce i diritti essenziali per la vita. Poiché la grande maggioranza della popolazione non partecipa al mercato, i suoi diritti vengono negati.
Possiamo e dobbiamo discutere lo statuto dello Stato-nazione. Nella nuova fase planetaria dell’umanità si notano sempre più i limiti degli Stati, mentre cresce l’urgenza di un centro di regolazione politica che risponda alle domande collettive dell’umanità in termini di alimenti, acqua, salute, abitazione e sicurezza. Ma mentre lavoriamo alla nascita di questo organismo, spetta allo Stato portare avanti la gestione del bene comune, imporre limiti alla voracità delle multinazionali e realizzare un progetto nazionale.
La crisi economica attuale ha smascherato la falsità delle tesi neoliberiste e della lotta allo Stato. Un giornale dell’imprenditoria, spaventato, riportava a caratteri cubitali, nella sua sezione economica, il titolo "Mercato irrazionale", come se fosse mai stato razionale un mercato che taglia fuori due terzi dell’umanità. Una nota analista di affari economici, autentica sacerdotessa del mercato e dello Stato minimo, piena di arroganza, ha scritto: "Le autorità statunitensi hanno sbagliato nella regolazione e nella fiscalizzazione, hanno sbagliato nella valutazione delle dimensioni della crisi, hanno sbagliato nelle dosi del rimedio e hanno sbagliato nel tenere un comportamento contraddittorio ed erratico". E da parte mia aggiungerei: hanno sbagliato a non chiamare lei, grande veggente che avrebbe individuato la soluzione all’attuale crisi dei mercati.
La lezione è chiara: lasciata in balìa del mercato e della voracità del sistema finanziario speculativo, la crisi si sarebbe trasformata in una tragedia di proporzioni planetarie, mettendo in grave pericolo il sistema economico mondiale. Logicamente le vittime sarebbero quelle di sempre: i cosiddetti zero economici, i poveri e gli esclusi. È stato il disprezzatissimo Stato a dover intervenire per evitare il peggio all’ultimo minuto. Sono fatti che ci invitano a revisioni profonde o che, perlomeno, invitano alcuni ad essere meno arroganti.

Leonardo Boff

I furbetti del Lingotto

Solo gli imprenditori e i grandi manager sono riusciti, finora, a scansare il banco degli imputati, assumento il tono severo e l'espressione accigliata dei giudici imparziali. Danno la pagella a tutti gli altri e trovano sempre nel contesto politico-sociale, nazionale e internazionale, le cause del cattivo andamento delle loro imprese. Ma ritenerli l'unica categoria esente da responsabilità sarebbe perlomeno illogico.

La paga dei padroni, Gianni Dragoni e Giorgio Meletti
____________

Art. 185 - Manipolazione del mercato
1. Chiunque diffonde notizie false o pone in essere operazioni simulate o altri artifizi concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro ventimila a euro cinque milioni.
2. Il giudice può aumentare la multa fino al triplo o fino al maggiore importo di dieci volte il prodotto o il profitto conseguito dal reato quando, per la rilevante offensività del fatto, per le qualità personali del colpevole o per l'entità del prodotto o del profitto conseguito dal reato, essa appare inadeguata anche se applicata nel massimo.
2-bis. Nel caso di operazioni relative agli strumenti finanziari di cui all’articolo 180, comma 1, lettera a), numero 2), la sanzione penale è quella dell’ammenda fino a euro centotremila e duecentonovantuno e dell’arresto fino a tre anni.
Decreto Legislativo 24 febbraio 1998, n. 58
_____________

La legge deve affermarsi sul mercato. Gli imputati hanno sottolineato di aver salvato la Fiat: non escludo che queste persone siano tra le migliori che operano sul mercato. Ma proprio per questo è irrinunciabile la pretesa che i migliori rispettino la legge... Spiegano di aver evitato lo "spezzatino". Ma chi è stato a gettare la Fiat come una mezzena sul bancone del macellaio?

Requisitoria al processo contro i vertici Fiat per reato di aggiotaggio informativo.
Giancarlo Avenati Bassi, Sostituto Procuratore della Repubblica









"La Fiat, un'azienda che pochi anni fa era a un passo dalla vendita oggi sbarca in America e compra la Chrysler, mentre in Germania è a un passo dall'acquisto della Opel, il prestigioso marchio europeo controllato dalla General Motors. Il piano Marchionne ha portato la Fiat al centro dello scenario economico mondiale. L'indebitamento della Fiat consente un'operazione di questa portata? Gli aiuti di Stato al settore dell'auto nei paesi dove la Fiat compra, Germania e Stati Uniti, sono la ragione dell'operazione? Gli stabilimenti italiani della Fiat, come Pomigliano d'Arco e Termini Imerese, rischiano la chiusura? La Fiat è da sempre della famiglia Agnelli. Sarà ancora così o di fatto l'azienda torinese sta uscendo dall'Italia?"
____________

Il 15 settembre 2005 per il gruppo Fiat andava in scadenza un prestito, un cosiddetto “convertendo”, pari a oltre 3 miliardi di euro. Un "convertendo" è un presito che alla sua maturazione prevede, appunto, l'esercizio di una opzione di conversione del finanziamento in azioni. Quindi, o la Fiat rimborsava il valore nominale del debito alle banche, che a livello aggregato risultava pari ad oltre 3 milardi di euro (corrispondente a 10,28 euro per azione) o le banche entravano nel capitale azionario Fiat, convertendo le obbligazioni in azioni (per circa l’8% del capitale) e facendo in modo che la quota di controllo dell’Ifil (la finanziaria attraverso cui gli Agnelli controllano Fiat) scendesse dal 30 al 22%. Le banche (tra cui Intesa, Unicredit, San Paolo e Mps) sarebbero invece arrivate al 28%, assumendo di fatto il controllo.
Nella primavera 2005 le azioni Fiat scesero ai minimi storici con un prezzo di 4,38 euro. Più a fondo di così non si poteva andare. Il 26 aprile 2005 Exor, una società di diritto lussemburghese di cui Gabetti e Grande Stevens sono rispettivamente Presidente ed Amministratore Delegato, stipulò con la Merrill Lynch un contratto derivato di equity swap. A pronti contro termine la banca si impegnava a rastrellare sul mercato 90 milioni di azioni ordinarie Fiat a 5,5 euro; al termine, in caso di plusvalenza, la Fiat avrebbe incassato il capital gain dalla banca, mentre in caso di minusvalenza avrebbe dovuto rimborsare la banca per coprire la perdita.
In pratica Exor, società controllante di Fiat tramite la sua partecipazione strategica in Ifil (la cassaforte della famiglia Agnelli) prende posizione puntando su un apprezzamento delle quotazioni di quella che è la società operativa in fondo alla sua catena di controllo, la Fiat appunto.
In Italia vige una una legge per cui, se un soggetto, da solo o in accordo con altri, supera la soglia del 30% della proprietà azionaria (come nel caso della Ifil, la finanziaria degli Agnelli) allora deve lanciare una Opa, cioè un'offerta pubblica d’acquisto totalitaria, obbligatoria per tutte le azioni (Decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, ai sensi degli articoli 8 e 21 della legge 6 febbraio 1996, n. 52. Art. 106: "Chiunque, a seguito di acquisti, venga a detenere una partecipazione superiore alla soglia del trenta per cento promuove un'offerta pubblica di acquisto rivolta a tutti i possessori di titoli sulla totalità dei titoli ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato in loro possesso"). Il tutto sotto controllo da parte dell'autorità di vigilanza sulla Borsa, la Consob.
Le azioni Fiat che stavano a 4,38 euro in primavera, cominciano a salire. Tra aprile, giugno e luglio vanno da 5 a 6 a 7 euro, e i rumors dicono che un compratore sta scalando la Fiat. Quando Merrill Lynch, che compra le azioni per la Exor, oltrepassa la soglia di partecipazione rilevante, fissata al 2% dalla normativa, comunica alla Consob questa variazione nell’assetto azionario della Fiat. Ma le altre comunicazioni alla Consob, in seguito al superamento del 5% e del 7,5% durante la fase di rastrellamento, non vengono fatte nonostante in questa fase le azioni Fiat stiano aumentando il loro valore di mercato senza nessuna notizia rilevante di natura industriale.
Il 21 luglio la Consob chiede a Fiat e Ifil un comunicato di commento. Viene data risposta che “la società non dispone di alcun elemento utile o di informazioni relative a fatti rilevanti tali da influire sulle quotazioni”.
Il 27 agosto dalla Consob contattano Grande Stevens e Gabetti per chiedere: “Non è che per caso state comprando voi?”. E quelli fingono di cadere dalle nuvole: “Noi? nooo, ma che scherzate? Noi non abbiamo preso nessuna iniziativa in relazione alla scadenza del prestito”.
Il 15 settembre, neppure tre settimane dopo, si chiude il cerchio. Si esegue l’aumento di capitale, già annunciato e probabilmente scontato dal mercato, al servizio del prestito convertendo. In questo modo la Ifil perde circa l’8% del capitale in Fiat (precedentemente la partecipazione di Ifil in Fiat era pari al 30,6%) e rischia un take over ostile, perdendo il controllo della società. Per i piccoli azionisti potrebbe andare bene perché potrebbero vedere aumentare il prezzo del titolo a causa della contesa per il controllo, mentre la Ifil rischia di perdere il controllo di fatto della società.
Ma Ifil annuncia "a sorpresa" di aver comprato, a soli cinque giorni dalla scadenza del prestito di "convertendo", dalla Exor - una finanziaria lussemburghese riconducibile sempre agli Agnelli – più di 80 milioni di azioni Fiat!
La Exor a sua volta li aveva comprati, come visto, tramite la Merryll Linch, con un contratto di equity swap, a 5,5 euro l’una. Grande Stevens, infatti, modifica con Merril Lynch il contratto di equity swap riscattando simultaneamente all’aumento di capitale, le azioni oggetto del contratto, anziché incassare la plusvalenza in contanti.
Ifil mantiene così il 30,4% di Fiat senza aver mai rischiato di perdere il controllo della società operativa e senza la necessità di fare una nuova OPA totalitaria, come visto obbligatoria per legge in caso di superamento del 30% del capitale azionario. L’obiettivo dei vertici era infatti mantenere la quota azionaria prima dell’aumento di capitale ed aveva le seguenti alternative: pagare 10,28 euro per azione alle banche per il convertendo o spendere 6,5 euro per azione per acquisire da Exor i titoli necessari a mantenere il controllo di Fiat. La scelta fu scontata quanto scorretta.
Gianni Dragoni nel suo libro conclude: “Così l’Ifil risalì all’istante al 30,4%, spendendo meno di quanto avrebbe fatto se avesse acquistato i titoli sul mercato. L’operazione ha fruttato un guadagno di 8 milioni a Merryll, di 74 alla Exor, che le ha rivendute a Ifil a un prezzo maggiore di quello pagato alla banca. Il guadagno è andato soprattutto agli Agnelli, detentori attraverso l’accomandita di famiglia del 70% di Exor. Quando l’operazione fu svelata, il titolo perse di colpo il 7,9%: per tutti gli altri azionisti il danno fu evidente”.
Gabetti e Grande Stevens sono stati ovviamente rinviati a giudizio e processati a Torino, per il reato di aggiotaggio, mentre la causa civile è arrivata al secondo grado di giudizio, con condanna.
Il pm ha chiesto per Franzo Grande Stevens, 2 anni e 6 mesi di reclusione e una multa di 500.000 euro, e per Gianluigi Gabetti, due anni e 400.000 euro. Per le società coinvolte, l'Ifil e l'accomandita di famiglia, una sanzione di 700.000 euro.
Ma non c'è da preoccuaprsi, se la caveranno tutti. Anche se Grande Stevens e Gabetti dovessero essere riconosciuti colpevoli fino in Cassazione, il tempo non tornerà indietro: Gabetti ha 86 anni, Grande Stevens 81! In caso di condanna, vista la concessione delle attenuanti generiche, la condizionale e l'età avanzata, eviteranno sicuramente la prigione, mentre le multe sono già state assorbite da quelle irrogate a suo tempo dalla Consob.
La Fiat, poi, non rischia proprio nulla, visto che l’iniziativa – per ammissione degli stessi imputati – è stata presa "a titolo personale".
Il 13 dicembre 2007 Luca Cordero di Montezemolo nel corso di una conferenza stampa ha dichiarato che "senza l’operazione finanziaria del 2005 messa in atto dai vertici Fiat, non ci sarebbe stata la Fiat di oggi". Il cerchio s'è chiuso. (D*)




P.s. Dimenticavo... C'era un manager, Giuseppe Monorchio, che rischiava di creare problemi all'operazione, ed è stato prontamente messo alla porta. Mentre ne è stato trovato un altro funzionale alla partita. Il nome? Lo fa Gabetti nel filmato: Sergio "pulloverino" Marchionne. Lo stesso che oggi apre la sua inutile bocca per dargli fiato.

Predatori Globali













VIVA IL SINDACATO di Silvestro Montanaro
EFFETTO ESSO di Paola Salzano
con la collaborazione di Elena Maria Arosio
Fotografia: Sebastiano Fezza, Marco Schiappa, Giuseppe Mottola
Audio: Enrico Cella, Franco Greco, Stefano Sollecchia
Produzione audio: Claudio Bocci, Marco Massimi
Edizione: Debora Bucci, Stefano Carpagnano
Produttore esecutivo: Valeria Durante

Too big to fail? Too big to exist!



Simon Johnson, ex capoeconomista del Fondo Monetario Internazionale e ora docente alla Sloan School of Management del Mit, e James Kwak, consulente economico della McKinsey & Company, coautori del blog Baseline Scenario, hanno appena scritto un libro dal titolo e dai contenuti illuminanti: "13 bankers: the Wall Street takeover and the next financial meltdown" (13 banchieri: la conquista di Wall Street e il prossimo collasso finanziario. Ed. Pantheon Books, $ 26.95 ).
Vi si descrive, in particolare, una riunione svoltasi alla Casa Bianca il 27 marzo del 2009, tra Barack Obama e gli amministratori delegati dei più importanti gruppi finanziari di Wall Street, top manager come Lloyd Blankfein di Goldman Sachs o Jamie Dimon di JP Morgan. Si era, ricordiamo, in pieno disastro economico. In sette mesi la borsa americana era scesa di oltre il 40%, l’economia del paese era crollata e aveva dovuto cancellare oltre 4 milioni di posti di lavoro, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale il prodotto interno lordo mondiale si trovava in fase di contrazione.
In quell'occasione il presidente Obama dette vita ad un patto scelerato tra la sua amministrazione ed il potere finanziario. Disse loro: "La mia amministrazione è l’unica cosa che ancora rimane tra voi e le forche popolari". Venne siglata così la scelta, da parte del governo, di proteggere il potere finanziario e bancario. “Obama ha chiamato i 13 banchieri per salvarli nel modo più generoso mai immaginabile nella storia finanziaria: nessuna condizione, nessuna ripercussione negativa per le banche e per i manager responsabili del disastro. Il sistema di incentivi non è stato cambiato e la situazione è addirittura peggiorata negli ultimi due anni. L'amministrazione Obama ha deciso, come in precedenza quelle di George W. Bush e di Bill Clinton, di aver bisogno di questo sistema finanziario dominato da tredici banchieri".
Questo a conferma di come, da oltre un ventennio, Wall Street abbia assunto ed accresciuto un indebito potere sul governo di Washington. L'amministrazione Obama è piena di gente di Wall Street, e il frutto avvelenato di questo “takeover” del potere economico-finanziario su quello politico è nell'impossibilità, di fatto, di procedere ad una reale riforma del sistema bancario e dei mercati finanziari. Il progetto di riforma presentato dal senatore democratico Chris Dodd, infatti, non fa che delegare più potere alle autorità di controllo, invece di mettere limiti indispensabili alle dimensioni delle banche.
E' tutto un problema di soldi e di regole, ma dominato da debiti e crediti, rapporti di forze reali ed apparenti.
A tal proposito è illuminante il capitolo 7 del libro di Johnson & Kwak, dal titolo "The American Oligarchy: Six Banks", in cui è riportato un grafico (pagina 203) che mostra come le sei più grandi banche d’investimento (Morgan Stanley, Goldman Sachs, Wells Fargo, Citigroup, Jp Morgan Chase e Bank of America) abbiano addirittura aumentato le proprie attività in relazione al prodotto interno lordo americano dopo la crisi.


Questo aiuta a capire come, grazie all'impegno dei lobbisti, dal testo di legge licenziato al Senato sia scomparso ogni cenno della Volker Rule, così chiamata dal nome di Paul Volker, governatore della Fed dal 1979 al 1987 e consigliere di Obama. La norma, riecheggiando il Glass Steagall Act approvato dopo la crisi del '29 e poi abolito da Clinton, prevedeva la separazione fra banche commerciali e banche d'investimento, tra raccolta di depositi e attività finanziaria, come passaggio decisivo per uscire dalla crisi e scongiurarne di nuove. Ora pare non se ne faccia più niente, al massimo si faranno degli spin-off societari.
Non solo. Dal testo approvato è stato rimosso l'emendamento che doveva impedire il gigantismo bancario.
Se infatti prima del settembre 2008 si poteva dibattere se esistessero banche troppo grandi per fallire (capitolo 6 del libro, Too Big to Fail), dopo l’incontro alla Casa Bianca i grandi banchieri d'affari hanno confermato di essere effettivamente troppo grandi per essere lasciati fallire, e così hanno iniziato a pensare che per andare sempre bene è meglio diventare sempre più grandi.
Il progetto di legge aveva fissando un limite del 10% in rapporto al Pil (1.425 miliardi di dollari circa), per i depositi che ciascuna banca avrebbe potuto detenere e per le attività di ogni istituto finanziario operante negli Stati Uniti. Se fosse stato approvato avrebbe imposto una riduzione di dimensione alle sei sorelle, le sei più grandi banche d'investimento (Bank of America, per fare un esempio, ha attività pari al 16% del Pil) .
E invece, anziché imporre una cura dimagrante all’oligarchia finanziaria delle grandi banche americane, la riforma sancisce la ricapitalizzazione pubblica degli istituti bancari, la normazione implicita del principio "Too Big to Fail", solo una parziale limitazione (in luogo del divieto assoluto) alla proprietary trading da parte delle banche commerciali (cioè le negoziazioni di titoli in conto proprio) ed una graduale progressiva regolamentazione dei derivati (l'emendamento Merkley-Levin, che avrebbe imposto alle banche d'affari di disfarsi dei derivati, non è stato nemmeno votato!).
Alla fine, la tanto attesa riforma sarà soltanto l'ennesima ri-regolamentazione, che produrrà nuova ulteriore regolamentazione o rimodulazione dei controlli e delle garanzie senza incidere sulle cause strutturali. Anzi, se possibile con un'aggravante, quella di rafforzare l'oligopolio. D'ora in poi ci saranno minori possibilità d'ingresso e più ristretti margini di manovra per dei soggetti nuovi sul mercato finanziario.
E intanto, dopo aver "salvato" con i soldi pubblici (cioè di cittadini e contribuenti) Bear Stearns, Washington Mutual, Aig, Merrill Lynch, Fannie Mac, Freddie Mac, Citigroup, Bank of America, ecc... ci si prepara già alla prossima speculazione finanziaria. Che non sarà più sui derivati, le cartolarizzazioni e i mutui subprime. No, lì ora si fa più attenzione. Adesso si preferisce puntare ai "mercati emergenti". Ogni consulente finanziario delle banche d'affari non fa che riempirsi la bocca di "mercati emergenti", soprattutto asiatici. Presto il gioco dell'oca (da spennare) ripartirà, magari con strumenti finanziari che attraverso le borse asiatiche daranno vita ad una spirale vorticosa, con investitori asiatici che convogliano i guadagni nelle mega-banche americane che a loro volta presteranno soldi agli operatori di quegli stessi mercati emergenti. Un nuovo perfetto "schema Ponzi" su scala planetaria (1). Perché il vero problema all'origine della crisi mica sono i derivati. I derivati, in sè e per sè, non sono il male. All'origine di tutto ci sono il capitalismo finanziario, il gigantismo bancario ed i meccanismi di creazione del debito. (D*)



(1) Sembra esservi un oscuro patto tra i potentati economico-finanziari e il potere politico statunitense. Un patto per il controllo dell'ordine politico mondiale e la conquista dell'egemonia economica globale attraverso una guerra mondiale senza guerra mondiale, una guerra giocata solo con gli strumenti finanziari e condotta sui mercati di tutto il mondo.
Se con la crisi operata mediante i derivati, le cartolarizzazioni e i mutui subprime, il grande potere economico-finanziario statunitense ha "esportato" debiti, contagiando l'economia europea fino a provocarne l'arretramento con il collasso dell'euro, le prossime manovre speculative sui "mercati emergenti" si apprestano a colpire la nuova minaccia per l'imperialismo statunitense, quella asiatica.
Prima che il debito soffochi l'impero americano, privando così gli Stati Uniti del ruolo di prima potenza economica mondiale, le manovre speculative provvederanno, come in una "guerra finanziaria" occulta, a colpire ed affondare le concorrenziali economie asiatiche.
La principale voce del bilancio statunitense (e quindi del debito federale) è costituita dalle spese militari. In una ipotesi di contenimento e riduzone del deficit, sarebbe dunque la prima a dover essere tagliata. Ma se c'è una costante, un punto preciso in cui tutti gli imperi, toccato lo zenith, declinano rapidamente, è quando la spesa per gli nteressi sul debito supera la spesa per gli armamenti. Il taglio alla spesa militare, infatti, ha per inevitabile effetto il declino diplomatico, vuoi come conseguenza della minore deterrenza, vuoi perché il ruolo di debitore pone in condizione di dipendenza dai creditori.
A questo punto i due fattori, combinati tra loro, provocano la caduta di potere della nazione imperante, perché il ruolo di guida economica e quello di valuta di riserva e scambio mondiali, passano ad un altro paese, quello creditore.
Una vignetta pubblicata di recente su di un giornale americano riassume bene il concetto. Mostra un sottomarino cinese che minaccia una portaerei statunitense: "Cambiate rotta o smettiamo di comprare i vostri titoli di stato".
Si era calcolato che la Cina avrebbe affiancato per dimensioni l'economia americana nel 2040, ma ora sembra che invece compirà il "sorpasso" già nel 2027. Ed in economia il tempo futuro è già incorporato nelle aspettative presenti, perchè 17 anni sono un orizzonte normale per la programmazione di alcuni tipi di investimento, quali ad esempio la chimica o l'industria estrattiva e delle materie prime. In tutta una parte dell'economia il 2027 è già presente e gli USA hanno il terrore di perdere il controllo mondiale.


Argentina, victima obediente



La lección para el mundo es no comprar el discurso del FMI, que conduce al exterminio.

Montevideo, 22 de enero. Desde la banda oriental del río de La Plata, a 40 kilómetros de Buenos Aires, lleno de una tristeza que no pretende ocultar pero que lo nutre de hallazgos y revelaciones en el terreno del lenguaje, Eduardo Galeano observa la crisis terminal de Argentina, un país, dice, "víctima de la doctrina universal que aceptó, cumpliendo con todo lo que le mandaron" y al que "ahora, encima, castigan por obediente".
En la Casa de los Pájaros, donde vive con Elena Vilagra en el barrio Malvín, caminando con su perro Morgan por las breves colinas que bajan a la playa, cenando con sus amigos en un restaurante italiano, en cuyos muros aparece retratado junto a Antonio Skármeta, Joan Manuel Serrat o José Saramago, charlando, en fin, con La Jornada hasta altas horas de la noche en el sótano de un antiguo molino habilitado como bar, el escritor uruguayo reflexiona en voz alta, con palabras lentas, que a veces alarga para subrayar su importancia dentro de la frase.

- Argentina hizo todo lo que le ordenó el FMI y está destruida. ¿Cuál es la lección para México?
- No es sólo una lección para México, sino para el mundo, pero en general yo diría que no se crean el cuento: hay que tener un poco más de cuidado; los discursos del poder no expresan, ocultan, disfrazan. La lección es que no hay que seguir comprando ese discurso que conduce al exterminio, no sólo de las economías nacionales, sino que además tiene horrorosas consecuencias y no sólo económicas. Un discurso que no se traduce sólo en un empobrecimiento masivo y en una concentración ofensiva de la riqueza, en la bofetada, el cotidiano insulto, que es la ostentación del poder de unos poquitos en medio del desamparo de tantos...

-¿Cuáles son las consecuencias no económicas?
-Primero, el desprestigio de la democracia. Ahora se la identifica con la corrupción, con la ineficiencia, con la injusticia, que es lo peor que podría pasarle a la democracia. Al fin y al cabo, democracia significa "poder del pueblo" y hasta qué extremos ha sido humillada esta palabra, que ha terminado por convertirse en antónimo de justicia. Mucha, muchísima gente cada vez más lo siente así, sobre todo entre los jóvenes. La democracia es una cueva de ladrones que no sirve para nada y que no hace más que lastimar a los pobres.
Esta es la visión de la democracia que está teniendo una inmensa cantidad de gente, por lo menos en los países latinoamericanos, y ésta es la consecuencia cultural más grave, porque hay una cultura democrática que hace posible que el ejercicio de la democracia sea algo más que un juego de sombras chinas en la pared.

- Un caldo de cultivo para el fascismo...
- Otro daño tremendo son las grandes lastimaduras que ha sufrido todos estos años la cultura de la solidaridad. Los lazos solidarios sociales tienen expresiones culturales nacidas del vínculo con los otros. En un sistema que predica el egoísmo y lo practica, la cultura de la solidaridad está siendo muy mal herida. Hoy por hoy la cultura que predomina es la del sálvese quien pueda y cada quien a lo suyo, y el que caiga que se joda. Y eso también me duele muchísimo. Te cuento cosas que me duelen de la realidad cultural actual y que se traducen en un cambio de lenguaje: hay una jodida actualización del diccionario.

- Le pregunto por la melancolía que prevalece en países como Argentina y Uruguay, formados básicamente por inmigrantes nostálgicos de Europa.
-Sí, estos son países que tienen una población de inmigrantes en su abrumadora mayoría, y allí es interesante anotar que eso está en el fondo de una perplejidad universal ante la magnitud de una crisis como la que está sufriendo Argentina, que es una verdadera tragedia. Perplejidad universal porque no se entiende cómo es posible que ocurra esto en un país blanco, bien nutrido, sin problemas de explosión demográfica, pero el hecho en sí cuestiona las teorías de antropólogos, sociólogos, politólogos y otros ólogos que identifican, por ejemplo, subdesarrollo y pobreza con explosiones sociales, cosas, nos dicen, que suceden en las regiones oscuras del planeta, las regiones condenadas de antemano a padecer la pobreza por su color de piel debido a mestizajes que no dieron buenos frutos. Pero contra esas interpretaciones racistas de la desdicha humana se producen episodios como este de la Argentina y no se explican cómo pudo ocurrir.

-Pero Argentina tiene todo - le recuerdo -, agua, petróleo, trigo, carne, un territorio gigantesco y vacío. Algunos sectores de izquierda piensan que podría salvarse sola.
Galeano descarta la idea.
-Eso es impracticable. Solo no se salva nadie. La única salida para los países latinoamericanos para no perderlo todo o recuperar parte de lo que se ha perdido es que seamos capaces de unirnos. En América Latina los presidentes se reúnen pero no se unen; hacen esas cumbres, intercambian discursos, posan para la foto, pero no son capaces de unirse para hacer frente juntos a la banquería internacional que nos gobierna, a la usura de la deuda externa que nos está estrangulando, al derrumbe de los precios de todo lo que vendemos. Si los presidentes se unieran quizá se podría hacer algo para no asistir con fatalismo a esta suerte de imposición universal de la desdicha como destino al que pretenden condenarnos. Pero allí tienes otro aporte al nuevo diccionario.

-¿Cuál?
-El nuevo nombre de la dictadura financiera es "comunidad internacional"; cualquier cosa que hagas para defender lo poco que te queda de soberanía es un atentado contra la comunidad internacional, no un acto de legítima defensa contra la usura que practica la banquería que gobierna el mundo y a la cual cuanto más le pagás más le debés. Por eso, en un país como Argentina está desmantelado todo, la economía, el estado, la identidad colectiva de la gente que ya no sabe quién es, para qué es, de dónde viene o a dónde va. Hay un vaciamiento espiritual que simétricamente corresponde al vaciamiento material de un país saqueado hasta las telarañas.

Jaime Avilés, entrevista a Eduardo Galeano por La Jornada.




La lezione per il mondo è: non accettare il discorso del Fondo Monetario Internazionale, che conduce allo sterminio.

Montevideo, 22 gennaio. Dalla sponda orientale del Rio de la Plata, a 40 chilometri da Buenos Aires, pieno di una tristezza che non pretende di nascondere ma che lo nutre di scoperte e rivelazioni nel terreno del linguaggio, Eduardo Galeano osserva la crisi terminale dell'Argentina: un paese, dice, "vittima della dottrina universale che accettò di seguire" e che "ora, per di più, viene punita da obbediente".
Nella Casa de los Pájaros, dove vive con Elena Vilagra nel quartiere Malvín, camminando con il suo cane Morgan per le brevi colline che scendono verso la spiaggia, cenando con i suoi amici in un ristorante italiano, sui muri del quale appare ritratto insieme ad Antonio Skármeta, Joan Manuel Serrat o José Saramago, e parlando infine con La Jornada fino a tarda notte nel sotterraneo di un antico mulino adibito a bar, lo scrittore uruguayano ragiona ad alta voce. Parla lentamente, ma a volte prende un ritmo più veloce per sottolineare con la voce le parole più importanti di ogni frase.

- L'Argentina ha fatto tutto quello che gli ha ordinato il Fondo Monetario Internazionale ed ora è distrutta. Qual è la lezione per il Messico?
- Non è solo una lezione per il Messico, ma anche per il mondo. In generale, io direi di non credere alla favola: bisogna avere un po' più di attenzione; i discorsi del potere non esprimono, occultano, mascherano. La lezione è che non bisogna continuare ad accettare questo discorso che conduce allo sterminio, non solo delle economie nazionali, e che ha orrende conseguenze, e non solo economiche. Un discorso che non si traduce solo nell'impoverimento della maggioranza e in una concentrazione offensiva della ricchezza, in quello schiaffo, il quotidiano insulto, che è l'ostentazione del potere dei pochi in mezzo all'abbandono dei molti…

- Quali sono le conseguenze non economiche?
- Primo, l'impoverimento del prestigio della democrazia. Ora la si identifica con la corruzione, con l'inefficienza, con l'ingiustizia, che è il peggio che possa accadere alla democrazia. In fin dei conti, democrazia significa 'potere del popolo': e fino a che punto è stata umiliata questa parola, che ha finito per convertirsi nel contrario di giustizia. Molta, moltissima gente ogni volta di più si addolora, soprattutto tra i giovani. La democrazia è una grotta di ladroni che non è utile per nessuno, e che non fa nulla di più che offendere i poveri.
Questa è la visione della democrazia che una quantità immensa di persone ha, per lo meno nei paesi latinoamericani, e questa è la conseguenza culturale più grave; perché c'è una cultura democratica che rende possibile che l'esercizio della democrazia sia qualcosa di più che un gioco di ombre cinesi sulla parete.

- Un brodo di coltura per il fascismo…
- Un altro danno tremendo sono le grandi offese che ha sofferto in tutti questi anni la cultura della solidarietà. I legami della solidarietà sociale hanno espressioni culturali nate dal vincolo con gli altri. In un sistema che predica l'egoismo e lo pratica, la cultura della solidarietà sta rimanendo sempre più oltraggiata. Oggi la cultura che predomina è quella del "si salvi chi può" e "a chi tocca è fottuto". Anche questo mi fa molto male. Ti racconto cose che mi dispiacciono di questa realtà culturale, e che si traducono in un cambiamento del linguaggio: c'è un maledetto adeguamento del dizionario.

- Te lo domando per la malinconia che prospera in paesi come l'Argentina e l'Uruguay, formati principalmente da immigrati nostalgici dell'Europa.
- Sì, questi sono paesi che hanno in maggioranza una popolazione di immigrati. E' interessante notare che qui c'è, in fondo, una "perplessità universale", di fronte alla grandezza di una crisi come quella che sta soffrendo l'Argentina, che è una vera tragedia. Perplessità universale che viene dal fatto che non si capisce come è possibile che sia successo questo in un paese bianco, ben nutrito, senza problemi di esplosione demografica; ma il fatto in sé mette in discussione le teorie di antropologi, sociologi, politologi e altri 'ologi' che identificano, per esempio, sottosviluppo e povertà con esplosione sociale. Cose, ci dicono, che succedono nelle regioni buie del pianeta, le regioni condannate a patire la povertà per il colore della pelle, dovuto a meticciati che non hanno dato buoni frutti. Però, contro queste interpretazioni razziste dello squallore umano, si producono episodi come questo dell'Argentina, e non si spiega come siano potuti accadere.

- Però l'Argentina ha tutto - gli ricordo -, acqua, petrolio, grano, carne, un territorio gigantesco e vuoto. Alcuni settori della sinistra pensano che possa salvarsi da sola.
Galeano scarta l'idea
.
- Questo è impraticabile. Da solo non si salva nessuno. L'unica via d'uscita per i paesi latinoamericani, per non perdere tutto o per recuperare parte di quello che si è perso, sarebbe che riuscissimo ad essere capaci di unirci. In America latina i presidenti si riuniscono ma non si uniscono; hanno questa usanza, si scambiano discorsi, posano nelle foto. Però non sono capaci di unirsi per fare fronte comune contro la finanza internazionale che ci governa, contro l'usura del debito esterno che ci sta strangolando, contro il precipitare dei prezzi di tutto quello che vendiamo. Se i presidenti si unissero, forse si potrebbe fare qualcosa per non assistere con fatalismo a questo destino di imposizione universale della disgrazia, un destino a cui pretendono di condannarci. Lì c'è un'altra voce al nuovo dizionario.

- Quale?
- Il nuovo nome della dittatura finanziaria è "comunità internazionale"; qualsiasi cosa tu faccia per difendere quel poco che ti rimane di sovranità, è un attentato contro la comunità internazionale, e non un atto di legittima difesa contro l'usura che pratica la banca che governa il mondo, e alla quale quanto più paghi più devi. Per questo, in un paese come l'Argentina è smantellato tutto, l'economia, lo stato, l'identità collettiva della gente che ora non sa più chi è, perché è, da dove viene o dove va. C'è uno svuotamento spirituale, che corrisponde simmetricamente allo svuotamento materiale di un paese saccheggiato fino allo scheletro.

Jaime Avilés, intervista a Eduardo Galeano per La Jornada.

Peço desculpas



Estou gravemente enfermo. Gostaria de manifestar publicamente minhas escusas a todos que confiaram cegamente em mim. Acreditaram em meu suposto poder de multiplicar fortunas. Depositaram em minhas mãos o fruto de anos de trabalho, de economias familiares, o capital de seus empreendimentos.
Peço desculpas a quem assiste às suas economias evaporarem pelas chaminés virtuais das Bolsas de Valores, bem como àqueles que se encontram asfixiados pela inadimplência, os juros altos, a escassez de crédito, a proximidade da recessão.
Sei que nas últimas décadas extrapolei meus próprios limites. Arvorei-me em rei Midas, criei em torno de mim uma legião de devotos, como se eu tivesse poderes divinos. Meus apóstolos - os economistas neoliberais - saíram pelo mundo a apregoar que a saúde financeira dos países estaria tanto melhor quanto mais eles se ajoelhassem a meus pés.
Fiz governos e opinião pública acreditarem que o meu êxito seria proporcional à minha liberdade. Desatei-me das amarras da produção e do Estado, das leis e da moralidade. Reduzi todos os valores ao cassino global das Bolsas, transformei o crédito em produto de consumo, convenci parcela significativa da humanidade de que eu seria capaz de operar o milagre de fazer brotar dinheiro do próprio dinheiro, sem o lastro de bens e serviços.
Abracei a fé de que, frente às turbulências, eu seria capaz de me auto-regular, como ocorria à natureza antes de ter seu equilíbrio afetado pela ação predatória da chamada civilização. Tornei-me onipotente, supus-me onisciente, impus-me ao planeta como onipresente. Globalizei-me.
Passei a jamais fechar os olhos. Se a Bolsa de Tóquio silenciava à noite, lá estava eu eufórico na de São Paulo; se a de Nova York encerrava em baixa, eu me recompensava com a alta de Londres. Meu pregão em Wall Street fez de sua abertura uma liturgia televisionada para todo o orbe terrestre. Transformei-me na cornucópia de cuja boca muitos acreditavam que haveria sempre de jorrar riqueza fácil, imediata, abundante.
Peço desculpas por ter enganado a tantos em tão pouco tempo; em especial aos economistas que muito se esforçaram para tentar imunizar-me das influências do Estado. Sei que, agora, suas teorias derretem como suas ações, e o estado de depressão em que vivem se compara ao dos bancos e das grandes empresas.
Peço desculpas por induzir multidões a acolher, como santificadas, as palavras de meu sumo pontífice Alan Greenspan, que ocupou a sé financeira durante dezenove anos. Admito ter ele incorrido no pecado mortal de manter os juros baixos, inferiores ao índice da inflação, por longo período. Assim, estimulou milhões de usamericanos à busca de realizarem o sonho da casa própria. Obtiveram créditos, compraram imóveis e, devido ao aumento da demanda, elevei os preços e pressionei a inflação. Para contê-la, o governo subiu os juros... e a inadimplência se multiplicou como uma peste, minando a suposta solidez do sistema bancário.
Sofri um colapso. Os paradigmas que me sustentavam foram engolidos pela imprevisibilidade do buraco negro da falta de crédito. A fonte secou. Com as sandálias da humildade nos pés, rogo ao Estado que me proteja de uma morte vergonhosa. Não posso suportar a idéia de que eu, e não uma revolução de esquerda, sou o único responsável pela progressiva estatização do sistema financeiro. Não posso imaginar-me tutelado pelos governos, como nos países socialistas. Logo agora que os Bancos Centrais, uma instituição pública, ganhavam autonomia em relação aos governos que os criaram e tomavam assento na ceia de meus cardeais, o que vejo? Desmorona toda a cantilena de que fora de mim não há salvação.
Peço desculpas antecipadas pela quebradeira que se desencadeará neste mundo globalizado. Adeus ao crédito consignado! Os juros subirão na proporção da insegurança generalizada. Fechadas as torneiras do crédito, o consumidor se armará de cautelas e as empresas padecerão a sede de capital; obrigadas a reduzir a produção, farão o mesmo com o número de trabalhadores. Países exportadores, como o Brasil, verão menos clientes do outro lado do balcão; portanto, trarão menos dinheiro para dentro de seu caixa e precisarão repensar suas políticas econômicas.
Peço desculpas aos contribuintes dos países ricos que vêem seus impostos servirem de bóia de salvamento de bancos e financeiras, fortuna que deveria ser aplicada em direitos sociais, preservação ambiental e cultura.
Eu, o mercado, peço desculpas por haver cometido tantos pecados e, agora, transferir a vocês o ônus da penitência. Sei que sou cínico, perverso, ganancioso. Só me resta suplicar para que o Estado tenha piedade de mim.
Não ouso pedir perdão a Deus, cujo lugar almejei ocupar. Suponho que, a esta hora, Ele me olha lá de cima com aquele mesmo sorriso irônico com que presenciou a derrocada da torre de Babel.


Frei Betto




Sono gravemente malato. Vorrei porgere pubblicamente le mie scuse a tutti coloro che hanno avuto cieca fiducia in me. Credevano nella mia presunta capacità di moltiplicare le ricchezze e hanno depositato nelle mie mani il frutto di anni di lavoro, di risparmi familiari, il capitale dei loro investimenti ed affari.
Chiedo scusa a chi vede i suoi risparmi svanire dai comignoli virtuali della borsa e a chi si vede strangolato, incapace di pagare per gli interessi alti, per la mancanza di credito, per la recessione incalzante.
So che negli ultimi decenni ho superato i miei limiti. Come Re Mida ho creato intorno a me una legione di devoti, come se avessi poteri divini. I miei apostoli, gli economisti neoliberali, giravano il mondo per diffondere il credo che la salute finanziaria di tutti i paesi sarebbe molto migliorata se ciascun paese si fosse genuflesso ai miei piedi.
Ho fatto in modo che i governi e le opinioni pubbliche reputassero il mio buon esito proporzionale alla mia libertà. Ho sciolto i lacci della produzione e dello Stato, delle leggi e della moralità. Ho portato tutti gli incassi, valori, costi e quotazioni al casinò globale delle borse, ho trasformato il credito in prodotto di consumo e ho convinto una parte consistente dell’umanità che sarei stato capace del miracolo di far zampillare denaro dal denaro, senza la zavorra dei beni e dei servizi.
Mi convertii alla nuova fede convinto che, in caso di turbolenza, sarei stato capace di autoregolarmi, come accadeva con la matura, prima che il suo equilibrio subisse la razzia della cosiddetta civilizzazione. Divenni onnipotente e onnisciente, mi imposi al pianeta come onnipresente. Mi globalizzai.
Arrivai persino a non dormire mai. Se la borsa di Tokio taceva di notte, io ero tutto euforico su quella di San Paolo; se quella di New York chiudeva in ribasso, mi ripagava il rialzo di Londra. La mia predica ha reso l’apertura di Wall Street come una liturgia televisiva trasmessa in tutto il globo terrestre. Mi sono trasformato in una cornucopia dalla cui bocca molti hanno creduto che sarebbe sempre stillata ricchezza facile, immediata e abbondante.
Chiedo scusa per aver ingannato molta gente in così breve tempo; in special modo gli economisti che hanno fatto i salti mortali per immunizzarmi con aiuti, sussidi e sovvenzioni dello Stato. So che adesso le loro teorie si dilapidano come le loro azioni e vivono in uno stato di depressione pari a quello delle banche e delle grandi aziende.
Chiedo scusa per aver indotto una moltitudine di gente ad accogliere, come fossero santificate, le parole del mio sommo pontefice Alan Greenspan, a capo della Federal Riserve per diciannove anni. Ammetto di essere caduto nel peccato mortale di mantenere gli interessi bassi, inferiori all’indice d’inflazione per un lungo periodo. Così abbiamo indotto milioni di nordamericani a realizzare il sogno della casa di proprietà. Ottennero i mutui, comprarono gli immobili e, forte dell’aumento della domanda, io aumentai i prezzi e promossi l’inflazione. Per contenerla il governo ha fatto salire i tassi d’interesse… e l’insolvenza si è moltiplicata come la peste, minando la presunta solidità del sistema bancario.
A un certo punto mi è venuto un collasso. I paradigmi che mi sostenevano furono inghiottiti dall’imprevisto buco nero della mancanza di credito. La fontana si è prosciugata. Con i sandali dell’umiltà ai piedi supplico lo Stato che mi risparmi una morte ignominiosa. Non sopporto l’idea che io, e non una rivoluzione di sinistra, sia l’unico responsabile della progressiva paralisi del sistema finanziario. Non riesco ad immaginarmi tutelato dai governi come nei paesi socialisti. Proprio adesso che le banche centrali, istituzioni pubbliche, stavano acquistando autonomia dai governi che le hanno create e prendevano posto alle tavole dei miei cardinali, guarda un po’ che mi tocca vedere? E’ finita la solfa che senza di me non c’è salvezza.
Chiedo scusa in anticipo per la voragine che si aprirà in questo mondo globalizzato. Addio credito anticipato! Gli interessi aumenteranno in proporzione all’insicurezza generalizzata. Chiusi i rubinetti del credito, il consumatore si armerà di cautela e le aziende avranno sete di capitale. Costrette a ridurre la produzione faranno lo stesso con i lavoratori. Paesi esportatori come il Brasile avranno meno clienti dall’altra parte del mondo: porteranno perciò meno denaro alle casse dei loro stati e dovranno ripensare le loro politiche economiche.
Chiedo scusa ai contribuenti dei paesi ricchi che vedono le loro tasse fare da salvagente a banche e finanziarie, un patrimonio che dovrebbe essere investito in diritti sociali, tutela ambientale e cultura.
Io, il mercato, chiedo scusa per aver commesso tanti peccati e per lasciarvi ora il peso della penitenza. So di essere cinico, perverso, redditizio. Non mi resta che supplicare lo Stato perché abbia pietà di me.
Non oso chiedere perdono a Dio, del quale ho preteso di occupare il posto. A quest’ora Lui mi guarderà dall’alto con il sorriso ironico che aveva nel vedere cadere la Torre di Babele.

Frei Betto


Memoria del Saqueo


Regia: Fernando E. Solanas
Sceneggiatura, testi e voce fuori campo: Fernando E. Solanas
Fotografia: Alejandro Fernàndez Moujàn, Fernando E. Solanas
Montaggio: Juan C. Macìas, Fernando E. Solanas
Musiche: Gerardo Gandini
Suono: Jorge A. Kuschnir, Marcos Dickinson, Eric Vaucher
Ricerche: Alcira Argumedo
Anno: 2004




































El mundo al revés











Eduardo Galeano, en el programa "Argentina para armar" del 15 de marzo 2009, en el canal "Todo Noticias" de Buenos Aires.


Educando con el ejemplo

La escuela del mundo al revés es la más democrática de las instituciones educativas. No exige examen de admisión, no cobra matrícula y gratuitamente dicta sus cursos a todos y en todas partes, así en la tierra como en el cielo: por algo es hija del sistema que ha conquistado, por primera vez en toda la historia de la humanidad, el poder universal.
En la escuela del mundo al revés, el plomo aprende a flotar y el corcho, a hundirse. Las víboras aprenden a volar y las nubes aprenden a arrastrarse por los caminos.

Los modelos del éxito

El mundo al revés premia al revés: desprecia la honestidad, castiga el trabajo, recompensa la falta de escrúpulos y alimenta el canibalismo. Sus maestros calumnian a la naturaleza: la injusticia, dicen, es ley natural.
Milton Friedman, uno de los miembros más prestigiosos del cuerpo docente, habla de "la tasa natural de desempleo". Por ley natural, comprueban Richard Herrnstein y Charles Murray, los negros están en los más bajos peldaños de la escala social. Para explicar el éxito de sus negocios, John D. Rockefeller solía decir que la naturaleza recompensa a los más aptos y castiga a los inútiles; y más de un siglo después, muchos dueños del mundo siguen creyendo que Charles Darwin escribió sus libros para anunciarles la gloria.
¿Supervivencia de los más aptos? La aptitud más útil para abrirse paso y sobrevivir, el killing instinct, el instinto asesino, es virtud humana cuando sirve para que las empresas grandes hagan la digestión de las empresas chicas y para que los países fuertes devoren a los países débiles, pero es prueba de bestialidad cuando cualquier pobre tipo sin trabajo sale a buscar comida con un cuchillo en la mano.
Los enfermos de la patología antisocial, locura y peligro que cada pobre contiene, se inspiran en los modelos de buena salud del éxito social. Los delincuentes de morondanga aprenden lo que saben elevando la mirada, desde abajo, hacia las cumbres; estudian el ejemplo de los triunfadores y mal que bien hacen lo que pueden para imitarles los méritos. Pero "los jodidos siempre estarán jodidos", como solía decir don Emilio Azcárraga, que fue amo y señor de la televisión mexicana.
Las posibilidades de que un banquero que vacía un banco pueda disfrutar, en paz, del fruto de sus afanes son directamente proporcionales a las posibilidades de que un ladrón que roba un banco vaya a parar a la cárcel o al cementerio.
Cuando un delincuente mata por alguna deuda impaga, la ejecución se llama ajuste de cuentas; y se llama plan de ajuste la ejecución de un país endeudado, cuando la tecnocracia internacional decide liquidarlo. El malevaje financiero secuestra países y los cocina si no pagan el rescate: si se compara, cualquier hampón resulta más inofensivo que Drácula bajo el sol.
La economía mundial es la más eficiente expresión del crimen organizado. Los organismos internacionales que controlan la moneda, el comercio y el crédito practican el terrorismo contra los países pobres, y contra los pobres de todos los países, con una frialdad profesional y una impunidad que humillan al mejor de los tirabombas.
El arte de engañar al prójimo, que los estafadores practican cazando incautos por las calles, llega a lo sublime cuando algunos políticos de éxito ejercitan su talento. En los suburbios del mundo, los jefes de Estado venden los saldos y retazos de sus países, a precio de liquidación por fin de temporada, como en los suburbios de las ciudades los delincuentes venden, a precio vil, el botín de sus asaltos.
Los pistoleros que se alquilan para matar realizan, en plan minorista, la misma tarea que cumplen, en gran escala, los generales condecorados por crímenes que se elevan a la categoría de glorias militares. Los asaltantes, al acecho en las esquinas, pegan zarpazos que son la versión artesanal de los golpes de fortuna asestados por los grandes especuladores que desvalijan multitudes por computadora. Los violadores que más ferozmente violan la naturaleza y los derechos humanos, jamás van presos. Ellos tienen las llaves de las cárceles.
En el mundo tal cual es, mundo al revés, los países que custodian la paz universal son los que más armas fabrican y los que más armas venden a los demás países; los bancos más prestigiosos son los que más narcodólares lavan y los que más dinero robado guardan; las industrias más exitosas son las que más envenenan el planeta; y la salvación del medio ambiente es el más brillante negocio de las empresas que lo aniquilan. Son dignos de impunidad y felicitación quienes matan la mayor cantidad de gente en el menor tiempo, quienes ganan la mayor cantidad de dinero con el menor trabajo y quienes exterminan la mayor cantidad de naturaleza al menor costo.
Caminar es un peligro y respirar es una hazaña en las grandes ciudades del mundo al revés. Quien no está preso de la necesidad, está preso del miedo: unos no duermen por la ansiedad de tener las cosas que no tienen, y otros no duermen por el pánico de perder las cosas que tienen.
El mundo al revés nos entrena para ver al prójimo como una amenaza y no como una promesa, nos reduce a la soledad y nos consuela con drogas químicas y con amigos cibernéticos. Estamos condenados a morirnos de hambre, a morirnos de miedo o a morirnos de aburrimiento, si es que alguna bala perdida no nos abrevia la existencia.
¿Será esta libertad, la libertad de elegir entre esas desdichas amenazadas, nuestra única libertad posible? El mundo al revés nos enseña a padecer la realidad en lugar de cambiarla, a olvidar el pasado en lugar de escucharlo y a aceptar el futuro en lugar de imaginarlo: así practica el crimen, y así lo recomienda. En su escuela, escuela del crimen, son obligatorias las clases de impotencia, amnesia y resignación. Pero está visto que no hay desgracia sin gracia, ni cara que no tenga su contracara, ni desaliento que no busque su aliento. Ni tampoco hay escuela que no encuentre su contraescuela.

Empleo y desempleo en el tiempo del miedo

La publicidad manda consumir y la economía lo prohíbe.
Las órdenes de consumo, obligatorias para todos pero imposibles para la mayoría, se traducen en invitaciones al delito.
Las páginas policiales de los diarios enseñan más sobre contradicciones de nuestro tiempo que las páginas de información política y económica.
Muchos de los grandes negocios promueven el crimen y del crimen viven.
Nunca hubo tanta concentración de recursos económicos y de conocimientos científicos y tecnológicos dedicados a la producción de muerte.
Los países que más armas venden al mundo son los mismos países que tienen a su cargo la paz mundial.
Afortunadamente para ellos, la amenaza de la paz se está debilitando, ya se alejan los negros nubarrones, mientras el mercado de la guerra se recupera y ofrece promisorias perspectivas de carnicerías rentables.
Las fábricas de armas trabajan tanto como las fábricas que elaboran enemigos a la medida de sus necesidades.
El desempleo multiplica la delincuencia, y los salarios humillantes la estimulan.
Nunca tuvo tanta actualidad el viejo proverbio que enseña:
El vivo vive del bobo, y el bobo de su trabajo.
En cambio, ya nadie dice, porque nadie lo creería aquello de trabaja y prosperarás.
El derecho laboral se está reduciendo al derecho de trabajar por lo que quieran pagarte y en las condiciones que quieran imponerte.
El trabajo es el vicio más inútil.
No hay en el mundo mercancía más barata que la mano de obra. Mientras caen los salarios y aumentan los horarios, el mundo laboral vomita gente. Tómelo o déjelo, que la cola es larga.
Empleo y desempleo en el tiempo del miedo!!
¿Quién se salva del terror a la desocupación?
¿Quién no teme ser un naufrago de las nuevas tecnologías, o de la globalización, o de cualquier otro de los muchos mares picados del mundo actual?

El mundo merece un mejor destino

Esta crisis es la confirmación de que el mundo está al revés: se recompensa la especulación y se castiga el trabajo.
El mercado le tendría que pedir perdón de rodillas al mundo porque ha sido un Dios implacable que lo ha conducido a una catástrofe.
Este es un tiempo de revelaciones feroces y, como siempre ocurre, tanto en las crisis como en las guerras pagan los pobres.
La cultura dominante habla de carrera, dice que hay que llegar, que hay que tener éxito.
Eso es mentira, no se vive para ganar, se vive para vivir.
En el retrato del mundo de hoy, nadie puede detenerse. Hay un pánico, si parás te pasan por encima.
A veces hay que parar para poder seguir andando.
El amuchamiento enmascara la soledad. No hay nada peor que estar solo pero acompañado, falsamente acompañado por una multitud donde nadie se encuentra con nadie.
En el mundo no hay una democracia de verdad, en el mundo hay ciudadanos de primera, de segunda, tercera y cuarta categoría, y muertos también.
Los jóvenes no creen y quizás tienen razón en no creer cuando asisten al espectáculo de circo que muchos políticos dan: prometen el oro y el moro, y después, desde el poder, hacen exactamente lo contrario de lo que habían dicho.
Cada minuto mueren en el mundo diez niños por hambre o por una enfermedad curable, y cada minuto, el mundo gasta tres millones de dólares en industria militar. ¿Que clase de especie es ésta, que se dedica la exterminio del prójimo?
No creo que estemos condenados a repetir la historia, ni creo en la fatalidad del destino, creo que somos libres a pesar de todo, y que las cosas se pueden cambiar.
El mundo merece un mejor destino, quiso ser una casa de todos y merece ser algo mejor que un matadero o un manicomio.

Eduardo Galeano



Educare con l'esempio

La scuola del mondo alla rovescia è la più democratica delle istituzioni educative. Non richiede esami di ammissione, non si pagano tasse scolastiche e dispensa gratuitamente i suoi corsi a tutti dappertutto, così in terra come in cielo: è qualcosa figlia di un sistema che ha conquistato, per la prima volta in tutta la storia dell'umanità, il potere universale.
Nella scuola del mondo alla rovescia, il piombo impara a galleggiare ed il sughero ad affondare. Le vipere imparano a volare e le nuvole imparano a strisciare per le strade.

I modelli del successo

Il mondo alla rovescia premia alla rovescia: disprezza l'onestà, punisce il lavoro, ricompensa la mancanza di scrupoli ed alimenta il cannibalismo. I suoi maestri calunniano la natura: l'ingiustizia, dicono, è legge di natura.
Milton Friedman, uno dei membri più prestigiosi del corpo docente, parla di "tasso naturale di disoccupazione". Per legge naturale, confermano Richard Herrnstein e Charles Murray, i neri sono confinati nei più bassi gradini della scala sociale. Per spiegare il successo nei propri affari, John D. Rockefeller normalmente diceva che la natura ricompensa i più adatti e punisce gli incapaci; e più di un secolo dopo, sono molti i padroni del mondo che continuano a credere che Charles Darwin abbia scritto i suoi libri per annunciare la loro gloria.
Sopravvivenza dei più adatti? L'attitudine più utile per farsi largo e sopravvivere, il killing instinct, l'istinto assassino, è virtù umana quando serve affinchè le imprese grandi facciano un boccone delle imprese piccole ed affinché i paesi forti divorino i paesi deboli, ma è prova di bestialità quando un qualunque tizio povero e senza lavoro esce a cercare cibo con un coltello in mano.
I malati della patologia asociale, pazzia e pericolo cui ogni povero è esposto, si ispirano ai modelli di buona salute del successo sociale. I delinquenti da quatto soldi imparano quello che sanno levando lo sguardo, da sotto, verso la cima; studiano l'esempio dei trionfatori e bene o male fanno quel che possono per imitarne i meriti. Ma "i fregati resteranno sempre fregati", come era solito ripetere Don Emilio Azcárraga che fu padrone e signore della televisione messicana.
Le possibilità che un banchiere che svuoti una banca possa godere, in pace, del frutto dei suoi affanni sono direttamente proporzionali alle possibilità che un ladro che rapina una banca finisca in prigione o al cimitero.
Quando un delinquente ammazza per qualche debito non onorato, l'esecuzione si chiama regolamento di conti; e si chiama piano di accomodamento l'esecuzione di un paese indebitato, quando la tecnocrazia internazionale decide di liquidarlo. La cosca finanziaria sequestra paesi e li cucina a fuoco lento se non pagano il riscatto: in confronto, qualunque delinquente risulta più inoffensivo di Dracula sotto il sole.
L'economia mondiale è la più efficiente espressione del crimine organizzato. Gli organismi internazionali che controllano la moneta, il commercio ed il credito praticano il terrorismo contro i paesi poveri, e contro i poveri di tutti i paesi, con una freddezza professionale e un'impunità che umiliano il migliore dei terroristi.
L'arte di ingannare il prossimo che i truffatori praticano cacciando gli sprovveduti per le strade, tocca il sublime quando alcuni politici di successo esercitano il loro talento. Nei sobborghi del mondo, i capi di Stato vendono le risorse e gli scampoli dei loro paesi, a prezzo di liquidazione da fine stagione, come nei sobborghi delle città i delinquenti vendono, a prezzo vile, il bottino dei loro colpi.
I sicari che si offrono per ammazzare realizzano, su un piano al dettaglio, quello stesso ruolo che ricoprono, su vasta scala, i generali insigniti per crimini elevati a categoria di glorie militari. Gli aggressori, in agguato agli angoli delle strade, estorcono pedaggi che sono la versione artigianale dei colpi di fortuna assestati dai grandi speculatori che svaligiano le moltitudini col computer. I violentatori che stuprano più ferocemente la natura e i diritti umani, non vanno mai in carcere. Sono proprio loro ad avere le chiavi delle prigioni.
Nel mondo tal quale è, mondo alla rovescia, i paesi che si fanno custodi della pace universale sono gli stessi che fabbricano più armi e quelli che più armi vendono agli altri paesi; le banche più prestigiose sono quelle che riciclano più narcodollari e quelle che più denaro rubato custodiscono nei propri forzieri; le industrie di maggior successo sono quelle che più avvelenano il pianeta; e il salvataggio dell'ecosistema è il più brillante commercio delle imprese che lo deturpano. Sono degni di impunità e meritevoli di felicitazioni quanti ammazzano la maggiore quantità di gente in minor tempo, che guadagnano la maggior quantità di denaro con meno lavoro e che distruggono la maggior quantità di natura al minor costo.
Camminare è un pericolo e respirare è un'impresa, nelle grandi città del mondo alla rovescia. Chi non è costretto dalle necessità, è prigioniero della paura: alcuni non dormono per l'ansia di avere le cose che non hanno, e altri non dormono per il panico di perdere le cose che hanno.
Il mondo alla rovescia ci abitua a vedere il prossimo come una minaccia e non come una promessa, ci riduce alla solitudine e ci consola con droghe chimiche e con amici virtuali. Siamo condannati a morire di fame, a morire di paura o a morire di noia, se prima qualche pallottola vagante non ci abbrevia l'esistenza.
Sarà questa libertà, la libertà di scegliere tra queste disgrazie minacciate, la nostra unica libertà possibile? Il mondo alla rovescia ci insegna a subire la realtà invece di cambiarla, a dimenticare il passato invece di ascoltarlo e ad accettare il futuro invece di immaginarlo: così pratica il crimine, e così lo asseconda. Nella sua scuola, scuola del crimine, sono obbligatorie le classi di impotenza, amnesia e rassegnazione. Ma va da sè che non c'è disgrazia senza grazia, né volto che non abbia il suo risvolto, né scoraggiamento che non cerchi il suo conforto. Né tanto meno scuola che non trovi la sua controscuola.

Lavoro e disoccupazione al tempo della paura

La pubblicità spinge a consumare e l'economia lo proibisce. Gli stimoli al consumo, obbligatori per tutti ma impossibili per la maggioranza, si traducono in istigazione al delitto.
Le cronache nere dei quotidiani ci insegnano più cose sulle contraddizioni del nostro tempo che non le pagine di informazione politica ed economica.
Molti dei grandi commerci promuovono il crimine e del crimine vivono.
Non ci fu mai tanta concentrazione di risorse economiche e di conoscenze scientifiche e tecnologiche legate alla produzione di morte.
I paesi che vendono più armi nel mondo sono gli stessi paesi che si fanno carico della pace mondiale.
Fortunatamente per essi, la minaccia della pace si sta affievolendo, si addensano già i neri nuvoloni, mentre il mercato della guerra riprende quota e offre promettenti prospettive di macellerie redditizie.
Le fabbriche di armi lavorano tanto quanto le fabbriche che producono nemici a misura delle sue necessità.
La disoccupazione moltiplica la delinquenza, e i salari umilianti la stimolano. Non è mai stato tanto attuale il vecchio proverbio che insegna: Il vivo vive dello stupido, e lo stupido del suo lavoro.
Invece, nessuno ormai dice più, perché nessuno lo crede, lavora e prospererai.
Il diritto del lavoro si sta riducendo al diritto di lavorare per quello che vogliano pagarti e nelle condizioni che vogliano importi.
Il lavoro è il vizio più inutile.
Non c'è al mondo merce più economica della manodopera. Mentre crollano i salari ed aumentano gli orari, il mondo lavorativo vomita gente. Prendere o lasciare, che la coda è lunga.
Lavoro e disoccupazione al tempo della paura!!
Chi si salva dal terrore della disoccupazione?
Chi non teme essere un naufrago delle nuove tecnologie, o della globalizzazione, o di qualunque altro dei molti mari agitati del mondo attuale?

Il mondo merita miglior destino

Questa crisi è la conferma che il mondo va a rovescio: si ricompensa la speculazione e si punisce il lavoro.
Il mercato dovrebbe chiedere perdono in ginocchia al mondo perché è stato un Dio implacabile che l'ha condotto ad una catastrofe.
Questo è un tempo di rivelazioni feroci e, come sempre succede, tanto nelle crisi come nelle guerre, a pagare sono i poveri.
La cultura dominante parla di corsa, dice che bisogna arrivare, che si deve avere successo.
Questa è una bugia, non si vive per guadagnare, si vive per vivere.
Nel ritratto del mondo di oggi, nessuno si può fermare un attimo. C'è un panico, se ti fermi ti passano sopra. A volte bisogna invece fermarsi per potere continuare ad avanzare.
La calca maschera la solitudine. Non c'è niente di peggio che esser soli ma accompagnati, falsamente accompagnati da una moltitudine dove nessuno si trova con nessuno.
Nel mondo non c'è in realtà una democrazia, nel mondo ci sono cittadini di prima, di seconda, terza e quarta categoria, e morti anche.
I giovani non credono e magari hanno ragione di non credere quando assistono allo spettacolo da circo che offrono molti politici: promettono l'oro e il moro, e dopo, dal potere, fanno esattamente il contrario di quello che avevano detto.
Ogni minuto muoiono nel mondo dieci bambini per fame o per malattia curabile, ed ogni minuto, il mondo spende tre milioni di dollari nella produzione di armamenti. Che razza di specie è questa, che si dedica allo sterminio del prossimo?
Non credo che siamo condannati a ripetere la storia, né credo nella fatalità del destino, credo che siamo liberi nonostante tutto, e che le cose si possono cambiare.
Il mondo merita miglior destino, ha voluto farsi casa di tutti e merita di essere qualcosa di meglio che un mattatoio o un manicomio.

Eduardo Galeano