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Crónica de una rebelión (segunda parte)















Titulo: Zapatistas, crónica de una rebelión.
Producida y Dirigida por: La Jornada y Canal 6 de Julio
Iniciativa: Carmen Lira Saade y Carlos Mendoza
Realización: Víctor Mariña y Mario Viveros
Música: Jorge Reyes




Crónica de una rebelión (primera parte)


Crónica de una rebelión (primera parte)

















Titulo: Zapatistas, crónica de una rebelión.
Producida y Dirigida por: La Jornada y Canal 6 de Julio
Iniciativa: Carmen Lira Saade y Carlos Mendoza
Realización: Víctor Mariña y Mario Viveros
Música: Jorge Reyes




Continuará...

Caminantes



Dirección y guión: Fernando León de Aranoa
Música:
Alfonso Arias
Fotografía:
Jordi Abusada
Montaje: Mariela Cádiz















¡Marcos vive y lucha con nosotros!



Marcos e gli zapatisti non sono solo un evento locale e un fenomeno mediatico, ma rappresentano anche e soprattutto un grande fenomeno politico, forse il più grande degli ultimi anni. A qualcuno potranno sembrare qualcosa di anacronistico e nostalgico, il colpo di coda di un mondo ormai sconfitto o fuori del tempo, ma sono invece l'avanguardia di qualcosa di potente che sta nascendo.
Un nuovo modo di intendere e fare politica, un nuovo modo di usare il linguaggio e i mezzi della comunicazione, un nuovo modo di concepire la lotta contro il Potere, un nuovo modo di gestire i rapporti dell'intreccio locale-globale.
Mentre da noi ci si pongono faticosi e travagliati interrogativi e dilemmi per un ripensamento-rinnovamento di una Sinistra al creme caramel, in Messico è già sorto un nuovo modo di considerare ciò che è Sinistra e, sopratutto, la sua assoluta necessità in una prospettiva new global.
Da geniale e raffinatissimo comunicatore qual è, Marcos ha posto le basi per le rivendicazioni di una nuova grande Umanità che reclama un proprio riconoscibile ruolo al tavolo della Storia. A fronte del neoliberismo economico-finanziario e del neoimperialismo militare, il movimento zapatista si è posto come metafora degli esclusi e marginali di tutto il mondo, facendo da catalizzatore a tutto il movimento alteromondista. Una vera e propria spina nel fianco di chi pensava di avere la strada ormai spianata nell'imposizione di quello che riteneva essere l'unico modo di vedere e concepire le cose: il Sistema neoliberale.
In questo senso lo zapatismo non è affatto un evento locale e circoscritto o una moda passeggera che presto sparirà, ma un sintomo importante di qualcosa di profondo e potente con cui prima o poi bisognerà fare i conti. Questo piccolo movimento di lotta e resistenza indigena è infatti servito, e ancora può servire nei tempi a venire, a farci capire, a noi che annaspiamo nella ignavia e nell'incapacità di politicanti da strapazzo, le grandi potenzialità che un movimento di ribellione ancora può avere nel contribuire a cambiare realmente le cose.
Come fare? Il Subcomandante Insurgente Marcos ha agito per tre tappe.
Primo: manifestare con forza l'esistenza di diritti umani imprescindibili.
Secondo: chiedere con forza il riconoscimento di questi diritti.
Terzo: esercitare direttamente questi diritti.
Ognuno di questi momenti è caratterizzato a sua volta da tre elementi: la Ribellione (contrasto, dissenso, opposizione), il Dialogo (linea politica, democrazia, libertà, giustizia) e l'Organizzazione (indispensabile per la costruzione delle autonomie dal basso).
Nel caso delle società occidentali la prima fase assume un ruolo assolutamente peculiare, perché i diritti non sono affatto negati ma sono, anche se solo in modo formale, già ampiamente riconosciuti. C'è addirittura una sovrabbondanza di diritti, d'ogni tipo. Ma proprio questa è la forma più subdola di controllo e soggezione, se unita alla mistificazione e alla deformazione propria del Sistema neoliberale.
Infatti il pensiero unico, l’ideologia neoliberistica in cui ormai paiono trovarsi concordi Destra e Sinistra, occulta e mistifica l’intrinseca politicità di ogni normazione giuridica, sociale ed economica, e contrabbanda per legge “naturale”, neutra, oggettiva, imparziale e per questo necessitata, ciò che propriamente è risultato di una decisione che mira ad un preciso e funzionale assetto sociale. Soltanto lo smascheramento di questa realtà potrà allora restituire alla Politica la passione delle idee e le responsabilità delle scelte.
Smascherare significa sfatare gli idoli del mercato neoliberale, guardare in faccia il “nulla” del suo produrre, scambiare e consumare, per riprendere finalmente la strada della responsabile consapevolezza. La consapevolezza che è sempre e solo la volontà degli uomini che decide il Futuro, determina la Storia, costruisce la Società e il Mondo.
Insomma il primo passo, come per Tyler Durden di Fight Club, è acquistare perfetta consapevolezza del fatto che il Mercato non è Dio! Anzi, il Mercato è nichilistico in quanto tale, poiché il produrre, il consumare e lo scambiare eletti a principi guida assoluti frantumano il mondo in una molteplicità di merci e rapporti economici e da ultimo relegano l’uomo a semplice portatore di funzioni senza alcun senso individuale e complessivo. Non solo, ma il produrre, il consumare e lo scambiare non si fermano dinanzi a nulla, per cui è l'uomo a dover essere asservito e fungibile a questi: di volta in volta come produttore, consumatore, risparmiatore, investitore....
Alla fine l'uomo come tale non c'è più. E se non può consumare, o non è più in grado di produrre, o non può investire o risparmiare, è semplicemente “prescindibile”, come dice Marcos, può esserci o non esserci, vivere o morire. Bisogna rendersi conto che questo non è un ordine “naturale”, necessario, divino, assoluto e immutabile, piuttosto solo un ordine stabilito dalle volontà dei più forti.
Il Mercato è oggi diventato un idolo a cui sacrificare tutto, ma è un idolo falso, è il vitello d'oro. Viene inteso come luogo di massima Libertà e Democrazia, ma al contrario è costrizione, dipendenza, asservimento, oppressione. Il Mercato è una tra le massime espressioni della volontà di potenza (come direbbe Nietzsche). Questo Sistema maschera il “Nulla” che c'è dietro di sè: nessun ideale, nessuna fede, nessuna utopia, nessun valore, nessun credo, nessuna meta e nessuno scopo che non sia il profitto... E come tutti sanno, nulla può arrestare il Nulla.
Ecco che allora l'unica possibilità che abbiamo, la sola speranza che ci rimane è quella di riuscire ad immaginare "qualcosa" di nuovo, o forse è meglio dire riscoprire qualcosa di antico, che possa diventare "forza frenante" del Mercato neoliberale globale.
Questo qualcosa è quel grande patrimonio che è l'Umanità, il nostro insostituibile e insopprimibile essere individui, persone. Homo-nomos: mettere l'Uomo alla base di ogni nomismo, al di sopra di tutte le cose, e alla luce di questo ripensare ogni altra relazione.
La cosa non è semplice, perché il Mercato non si riduce al solo scambio, consumo e profitto sulla base di leggi economiche, ma postula e implica sempre anche un’eccedenza di senso. Il Mercato dà cioè un'impronta “valoriale” di sé stesso, che alla fine plagia e uniforma gli individui attraverso il consumismo e l'idiozia di massa. Il Mercato non può infatti ammettere il dissenso, non può accettare l'individualità, perché non può gestirli, controllarli, contenerli. Il Mercato non conosce parti, ma contempla solo il tutto. Questo significa che il Mercato non vede individui, ma solo funzioni e titolari di quelle funzioni: produttori e consumatori, prestatori di servizi e fruitori. Ogni differenza, individualità, specificità, singolarità viene avvertita come un elemento perturbatore, un attrito e una resistenza che vanno rimossi, eliminati.
Ma questa non è Libertà e neppure Democrazia. La Libertà non risiede nei rigidi schemi di un unico metodo, ma nella sua natura mobile e composita, nel proprio disperdersi e dividersi in più soggetti. E la Democrazia non è una regola unica, una sola procedura, desunta da una struttura assoluta, da una logica trascendentale capace di governare ed ordinare il fluire caotico della realtà. La Democrazia non è neppure il rifiuto incondizionato di ogni regola, come vorrebbero gli anarchici. La Democrazia è piuttosto, come insegnano Marcos e gli zapatisti, una pluralità di metodi e prospettive, da cui derivano il raffronto, la divisione e il congiungersi di criteri procedurali che vanno a ricomporsi in una sola e superiore grande Umanità.
Ciò significa che all'ottica tradizionale che vede solo nella Struttura il suo feticcio, va sostituita la superiore Funzione. La Struttura subirà fratture, strappi, lacerazioni derivanti dal suo svolgersi lungo diversi itinerari e finirà così per assumere tanti nuclei di senso quante sono le prospettive in cui esso viene considerato, descritto e valutato, ma alla fine la Funzione recupererà quei caratteri -che sembrano perduti- di unitarietà ed organicità, attraverso il supremo imprescindibile valore dell'Umanità.
In questo senso l'Ezln, con la sua piccola realtà e con la sua povertà di mezzi, può far tremare la sedia del Potere neoliberale. Se ancora il potere mantiene il suo discorso del "niente è cambiato", è perché uno degli aspetti della tattica di contrainsurgencia è proprio quella della “normalizzazione”, di considerare anche la ribellione come un fatto fisiologico di Sistema e impedire che sul terreno, nella vita quotidiana, la gente, individualmente, percepisca un qualche cambiamento, anche solo di prospettiva. Ma la verità è che già adesso niente è più come prima, e occorre far sì che individualmente si operi un cambiamento in grado di investire tutta la collettività. La memoria dell'Umanità ci insegna infatti che la Storia non si arresta per la cacofonia mentale del "niente è cambiato, niente cambierà". La Ribellione trova sempre e comunque la sua strada, perché fa parte della natura umana.
Per spiegare come hanno preso piede e prevalso le dinamiche della Ribellione, Barrington Moore -in Le origini sociali della dittatura e della democrazia– ne descrive così la lunga traiettoria: per secoli sorgono, senza stancarsi, ribellioni che falliscono (vale a dire, che non cambiano nulla). Però, d'improvviso, ad un certo punto quelle stesse ribellioni culminano in rivoluzioni vittoriose (questo perché anche dopo i tentativi falliti niente rimane come prima. Per esempio in Messico, con diversi registri, si sono prodotte le insurrezioni dell'Indipendenza, della Riforma e della Rivoluzione).
La Ribellione è cosa buona e giusta, perché sprigiona energia mobilitante anche nelle coscienze più intorpidite e anestetizzate, risulta convocante perché riunisce spiriti affini e impegna alleati, è inarrestabile perché la sua eco oltrepassa confini e valica frontiere, contagia e si riproduce senza mai copiarsi o duplicarsi. E alla fine diventa “trasformatrice”, perché agisce nell'animo ancor prima che nella realtà. Sebbene non abbia ancora vinto, in essa si riconosceranno infatti gli esclusi e i marginali di molti mondi, che troveranno così una direzione per continuare a camminare e a lottare.
È questa l'importanza di Marcos e dello zapatismo: l'aver promosso una Ribellione contro il neoliberalismo e per l'Umanità! Una ribellione che annuncia, e forse già costruisce, una nuova storia. Dopo il 1789 in Francia, le cose dovettero necessariamente cambiare. Dopo il 1848 in Europa e in America latina, la politica non poté essere più la stessa (anche se poi non si è sviluppata secondo le speranze del Manifesto del Partito Comunista di quell'anno). Dopo il 1968, la politica è cambiata di nuovo, e nessuno pensa più come prima né ha la stessa morale di una volta.
Anche dopo Marcos e gli zapatisti, la politica dovrà necessariamente cambiare, perché sarà molto difficile governare senza rispettare il "comandare obbedendo", l'economia e la società dovranno cambiare perché il mondo intero dovrà riconosce il "diritto alla differenza in un mondo che ospita tutti i mondi" (l'altermondialismo come alternativa al neoliberalismo), l'etica stessa dovrà cambiare alla luce della fondamentale norma umanista del "tutto per tutti, niente per noi". (D*)

Por México. Y también por el Mundo

Questa è l'ora del male e del malvagio. Non si nascondono più, camminano alla luce del Sole e alla luce del Sole appestano e imputridiscono tutto ciò che toccano.
Subcomandante Insugente Marcos



Quando André Breton venne in Messico, nel corso di una scampagnata con Diego Rivera e Leon Trotsky nel giugno del 1938, disse che questo era un paese surrealista. Non ha smesso di esserlo. Le realtà della nostra America latina, dalla frontiera nord fino alla Patagonia, sono magiche per la vecchia Europa che, allo scoprirci, si stupisce.
Negli anni Quaranta, ci siamo impegnati, come ha detto Alejo Carpentier, che coniò il concetto di "reale meraviglioso", a far parte della grande famiglia europea. Abbiamo voluto smettere di essere il bon sauvage e siamo diventati francesi. Ora vogliamo, almeno in Messico, essere gringos.
Non ci siamo mai accettati come siamo. Abbiamo sempre voluto essere l'altro. Ci siamo sforzati di riuscirci in filosofia, in architettura, in letteratura. A forza di descriverle, siamo riusciti a far entrare le maestose ceibas nella famiglia dei dolci castagni europei.
Alejo Carpentier diceva che non è necessario descrivere una cucina come quelle che dipingeva la scuola fiamminga di pittura, con i suoi tegami smaglianti che risaltano nella penombra. Piuttosto, c'era da fare un inventario di quello che significa una cucina di Puebla con le sue migliaia di ciotole e casseruole di terracotta appese alle pareti, affinché gli europei potessero paragonarle alle cucine di Bruegel.
I tratti caratteristici, peculiari dei nostri Paesi sono, come tutti sappiamo, le ceneri della Conquista. La fame, la depredazione, la sottomissione, l'arretratezza, l'indebitamento collettivo. Ma anche l'immensa grandezza del passato precolombiano, quella del paesaggio, la nobiltà dei popoli che hanno una resistenza india di 500 anni, una meravigliosa diversità, che i sociologi chiamano "multietnicità" o carattere "pluriculturale" della società.
In America latina vige la vecchia massima di "ognuno secondo le sue possibilità". Pertanto vige, come è risaputo, la crudeltà. Per il libero mercato, il più forte è quello che vince. Il neoliberalismo è una teoria economica basata sull'idea che il libero mercato regola tutto ed è buono, benefico. In realtà, è crudele e devastante. Hai diritto alla salute nella misura in cui puoi pagarla, all'istruzione nella misura in cui puoi pagarla.
Dentro il mercato, tutto, fuori dal mercato, niente. Il neoliberalismo esclude i poveri. Per questo il movimento zapatista in Messico ha avuto un grande impatto non solo fra i giovani, ma anche fra i campesinos, gli operai, la gente di buone intenzioni, il paese intero. Si tratta di uomini che vivono in condizioni secolari di miseria e abbandono, nel sudest del Messico, nello stato del Chiapas, uno dei pochi in cui la Rivoluzione non è mai arrivata, rimasto alla mercé di terratenientes e grandi proprietari, estrattori di legname e petrolio che utilizzavano gli indigeni maya come carne da cannone.
Disprezzati, miserabili, con i loro boschi saccheggiati, i loro fiumi inquinati, le loro lingue calpestate, gli indios messicani hanno trovato nel Subcomandante Marcos un valido portavoce. Audace e dotato per il sacrificio, grande comunicatore, Marcos ha imparato subito ad utilizzare il linguaggio della terra. Lontano da qualsiasi retorica, è arrivato meglio di chiunque altro al cuore degli indigeni.
Il Subcomandante ha raggiunto una popolarità uguagliata solo dal Che Guevara, perché Emiliano Zapata, che ha dato nome all'Ezln, fu assassinato molti anni prima dell'auge della cibernetica. Marcos ha potuto contare non solo sulla simpatia e l'immenso clamore dei media tradizionali, ma anche sulla rete di onde e microchips che oggi mantiene il mondo in comunicazione istantanea.
Nel nostro paese ci sono più di dieci milioni di indigeni e, secondo Fernando Benítez, autore di un'opera in cinque tomi sugli indios messicani, fra cinquant'anni non ne rimarrà neanche uno, se le comunità non ottengono l'autonomia e il rispetto dei loro diritti individuali e collettivi.
Il Subcomandante Marcos ha puntato tutto sulla società civile, cioè sui messicani che erano rimasti alieni agli eventi dopo tante disillusioni. I grandi incontri in Chiapas, dal primo del `94 a La Realidad fino a quello dei Caracoles nel 2003, sono stati un appello alla società civile -ossia ai messicani comuni, quelli di tutti i giorni, e soprattutto ai giovani- così come lo è stato il viaggio trionfale a Città del Messico nel marzo 2001, in cui la società civile si è impegnata a proteggere gli zapatisti e i giovani generosi che vogliono un mondo migliore si sono trasformati in un parapetto, una cintura di protezione negli atti pubblici.
Ricordiamo il grido continuo che risuonava nelle strade, gli striscioni, l'emozione: "Todos somos Marcos". Intransigente con i partiti politici, il Subcomandante ha disdegnato perfino il Prd -il Partido de la Revolución Democrática, di centro-sinistra- ma non la sua figura principale, Cuauhtemoc Cárdenas, figlio del leggendario uomo di sinistra Lazaro Cárdenas, il miglior presidente che ha avuto il nostro paese.
Molti hanno pensato che, dopo la firma degli accordi di San Andrés che riconoscono i diritti dei popoli indigeni, Marcos sarebbe entrato in politica per esprimere, con la sua straordinaria capacità di convinzione, i bisogni reali e le esigenze della maggioranza. Però gli accordi non sono stati rispettati dal governo. Marcos non solo ha rifiutato la strada della politica partitica ma si è addirittura opposto ai partiti politici, indicando loro che c'è un'altra strada, quella della società civile. "Noi non ci fidiamo di nessuno, a parte i nostri fucili. Però pensiamo che se c'è un altro cammino non è quello dei partiti politici, ma quello della società civile. Pensiamo che i partiti politici devono correre parecchio per raggiungere la società civile".
Purtroppo, la società civile e tutte le organizzazioni simpatizzanti, la buona volontà dei giovani e il loro entusiasmo non sono riusciti finora a cambiare la situazione degli zapatisti né quella del loro stato, il Chiapas. Però, per molti giovani nell'età in cui si risveglia la coscienza sociale, il processo iniziato il 1° gennaio 1994 dal movimento indigeno ha rappresentato una grande lezione.
Nella Unam, l'Universidad Nacional Autónoma de México, la più grande dell'America latina, nella Uam, l'Universidad Autónoma Metropolitana, nel Politecnico, gli studenti hanno organizzato brigate che viaggiavano in autobus a San Cristóbal e la scoperta delle comunità indigene e la convivenza con loro li ha cambiati per sempre. La maggior parte degli studenti non erano mai stati in contatto con la povertà. Sono rimasti folgorati dall'enorme dignità dei campesinos, dalla forza di quelle donne con i figli in braccio, dal modo con cui fronteggiavano i soldati e l'occupazione militare delle loro terre.
Tutti i messicani hanno visto, magari solo in tv, come i desplazados si dibattevano fra il fango e la pioggia, il dolore scolpito sulle loro facce. Ugualmente importante è stato che le comandantas Trini, Ramona e Esther rivendicassero i diritti delle donne e dicessero che volevano essere padrone dei loro corpi e delle loro vite e che non accettavano più di essere scambiate per una damigiana di aguardiente e di essere forzate a sposarsi con un uomo che non avevano scelto. "Vogliamo guardare negli occhi l'uomo che ci piace e dirgli di sì noi stesse, senza che ce lo imponga la famiglia, e vogliamo anche poter guidare le automobili".
Sfidando il governo per più di dieci anni, gli zapatisti hanno dimostrato la loro capacità di resistenza e, soprattutto, di dignità. L'autenticità del movimento zapatista lo rende una leggenda viva e la risposta popolare lo intronizza perché dà un contributo storico e singolare non solo al nostro paese ma al mondo intero.
Marcos, che è stato una sensazione e una meravigliosa realtà per molti idealisti, è ora un'aspettativa aperta.
Ha perso forza nel 2002, quando ha voluto difendere l'Eta basca, ha sfidato il giudice Baltasar Garzón (quello che riuscì a far arrestare Pinochet) e ha visto rifiutata la sua proposta di un incontro. L'Eta è stata ancora più sferzante, nel definire gli zapatisti una guerriglia che serve solo a vendere magliette nella Gran Via di Madrid.
Dalla Sierra Maestra cubana in poi, la guerriglia ha sempre avuto un'aura di romanticismo. La sua fascinazione è inesauribile e le magliette con l'effigie del Che, di Zapata o di Marcos continueranno a coprire il petto di ragazzi e ragazze che probabilmente sono gli unici disposti a dare la loro vita per una causa, come succede oggi con i no-global.
Molti anni fa, nel 1946, lo storico Daniel Cosío Villegas scrisse: "Il messicano cade e si rialza più volte nell'arco della sua vita. E l'uomo che vive insicuro vuole proteggersi e, per ottenerlo, non gli importa di violare una legge o archiviare un principio morale". Il Messico continua ad essere quello dello storico Cosío Villegas e la maledizione biblica ha ancora effetto.
Quelli che pensavano che il Subcomandante Marcos non sarebbe durato sulla scena politica nazionale (e mondiale) ci sono rimasti con un palmo di naso, perché, fino a quando continueranno l'ingiustizia e la corruzione, Marcos resterà con noi!

Elena Poniatowska



De qué tenemos que pedir perdòn?

Ya se mira el horizonte
Combatiente zapatista
El camino marcará
A los que vienen atrás

Vamos, vamos, vamos, vamos adelante
Para que salgamos en la lucha avante
Porque nuestra Patria grita y necesita
De todo el esfuerzo de los zapatistas

Hombres, niños y mujeres
El esfuerzo siempre haremos
Campesinos, los obreros
Todos juntos con el pueblo

Vamos, vamos, vamos, vamos adelante
Para que salgamos en la lucha avante
Porque nuestra Patria grita y necesita
De todo el esfuerzo de los zapatistas

Nuestro pueblo dice ya
Acabar la explotación
Nuestra historia exige ya
Lucha de liberación

Vamos, vamos, vamos, vamos adelante
Para que salgamos en la lucha avante
Porque nuestra Patria grita y necesita
De todo el esfuerzo de los zapatistas

Ejemplares hay que ser
Y seguir nuestra consigna
Que vivamos por la patria
O morir por la libertad

Vamos, vamos, vamos, vamos adelante
Para que salgamos en la lucha avante
Porque nuestra Patria grita y necesita
De todo el esfuerzo de los zapatistas.