No easy road to Freedom


Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l'incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l'apartheid!

Nelson Rolihlahla Mandela


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Your Majesties, Your Highnesses, Distinguished Guests, Comrades and Friends, today, all of us do, by our presence here, and by our celebrations in other parts of our country and the world,confer glory and hope to newborn liberty.
Out of the experience of an extraordinary human disaster that lasted too long, must be born a society of which all Humanity will be proud.
Our daily deeds as ordinary South Africans must produce an actual South African reality that will reinforce Humanity's belief in justice, strengthen its confidence in the nobility of the human soul and sustain all our hopes for a glorious life for all.
All this we owe both to ourselves and to the peoples of the world who are so well represented here today.
To my compatriots, I have no hesitation in saying that each one of us is as intimately attached to the soil of this beautiful country as are the famous jacaranda trees of Pretoria and the mimosa trees of the Bushveld.
Each time one of us touches the soil of this land, we feel a sense of personal renewal. The national mood changes as the seasons change. We are moved by a sense of joy and exhilaration when the grass turns green and the flowers bloom.
That spiritual and physical oneness we all share with this common homeland explains the depth of the pain we all carried in our hearts as we saw our country tear itself apart in a terrible conflict, and as we saw it spurned, outlawed and isolated by the peoples of the world, precisely because it has become the universal base of the pernicious ideology and practice of racism and racial oppression.
We, the people of South Africa, feel fulfilled that Humanity has taken us back into its bosom, that we, who were outlaws not so long ago, have today been given the rare privilege to be host to the nations of the world on our own soil.
We thank all our distinguished international guests for having come to take possession with the people of our country of what is, after all, a common victory for justice, for peace, for human dignity.
We trust that you will continue to stand by us as we tackle the challenges of building peace, prosperity, non-sexism,non-racialism and democracy.
We deeply appreciate the role that the masses of our people and their political mass democratic, religious, women, youth,business, traditional and other leaders have played to bring about this conclusion. Not least among them is my Second Deputy President, the Honourable F.W. de Klerk.
We would also like to pay tribute to our security forces, in all their ranks, for the distinguished role they have played in securing our first democratic elections and the transition to democracy, from blood-thirsty forces which still refuse to see the light.
The time for the healing of the wounds has come.
The moment to bridge the chasms that divide us has come.
The time to build is upon us.
We have, at last, achieved our political emancipation. We pledge ourselves to liberate all our people from the continuing bondage of poverty, deprivation, suffering, gender and other discrimination.
We succeeded to take our last steps to freedom in conditions of relative peace. We commit ourselves to the construction of a complete, just and lasting peace.
We have triumphed in the effort to implant hope in the breasts of the millions of our people. We enter into a covenant that we shall build the society in which all South Africans, both black and white, will be able to walk tall, without any fear in their hearts, assured of their inalienable right to human dignity - a rainbow nation at peace with itself and the world.
As a token of its commitment to the renewal of our country,the new Interim Government of National Unity will, as a matter of urgency, address the issue of amnesty for various categories of our people who are currently serving terms of imprisonment.
We dedicate this day to all the heroes and heroines in this country and the rest of the world who sacrificed in many ways and surrendered their lives so that we could be free.
Their dreams have become reality. Freedom is their reward.
We are both humbled and elevated by the honour and privilege that you, the people of South Africa, have bestowed on us, as the first President of a united, democratic, non-racial and non-sexist South Africa, to lead our country out of the valley of darkness.
We understand it still that there is no easy road to freedom.
We know it well that none of us acting alone can achieve success.
We must therefore act together as a united people, for national reconciliation, for nation building, for the birth of a new world.
Let there be justice for all.
Let there be peace for all.
Let there be work, bread, water and salt for all.
Let each know that for each the body, the mind and the soul have been freed to fulfill themselves.
Never... never and never again shall it be that this beautiful land will again experience the oppression of one by another and suffer the indignity of being the skunk of the world.
Let freedom reign.
The sun shall never set on so glorious a human achievement!
God bless Africa!
Thank you.


Inaugural Speech, Pretoria, 05.10.94

Nelson Rolihlahla Mandela




Vostre Maestà, vostre Altezze Reali, onorevoli ospiti, colleghi e amici, oggi, tutti noi, con la nostra presenza qui, e con altre celebrazioni in altre parti del nostro Paese e del mondo, conferiamo gloria e speranza alla neonata libertà.
Dall'esperienza di uno straordinario disastro umano durato troppo a lungo, deve nascere una società di cui tutta l'Umanità sarà fiera.
Le azioni quotidiane di noi comuni sudafricani devono produrre una realtà sudafricana capace di rafforzare la fiducia che l'Umanità ripone nella giustizia, capace di rafforzare la fiducia nella nobiltà dell'animo umano e capace di sostenere le nostre speranze di una vita felice per tutti.
Dobbiamo tutto questo a noi stessi e agli abitanti della Terra tanto ben rappresentati qui oggi.
Ai miei compatrioti... Non ho alcuna esitazione nel dire ai miei compatrioti che ciascuno di noi è intimamente legato al suolo di questo bel Paese quanto lo sono i famosi alberi jacaranda di Pretoria e le mimose del Bushveld.
Ogni volta che uno di noi tocca il suolo di questo Paese prova un sensazione di rinnovamento. L'umore nazionale cambia con l'alternarsi delle stagioni. Siamo invasi da un senso di gioia ed euforia quando l'erba diventa verde e i fiori sbocciano.
L'unità spirituale e fisica che tutti noi condividiamo con la nostra terra, spiega l'entità del dolore che tutti noi portavamo nei nostri cuori nel vedere il nostro Paese che si autodistruggeva in un conflitto terribile, nel vederlo ripudiato, bandito e isolato dai popoli della Terra, precisamente perchè era diventato la base universale di un'ideologia perniciosa, di pratiche e di oppressione razziste.
Noi sudafricani ci sentiamo appagati ora che l'Umanità ci ha di nuovo accolti nel suo seno, ora che noi, banditi fino a poco tempo fa, abbiamo ricevuto il raro privilegio di ospitare le nazioni del mondo sul nostro suolo. Ringraziamo tutti i nostri distinti ospiti internazionali per essere venuti a prendere possesso, con la gente del nostro Paese, di quella che dopotutto è una vittoria comune per la giustizia, per la pace, per la dignità umana.
Confidiamo che resterete al nostro fianco mentre affronteremo la sfida di costruire una società pacifica, prospera, non sessista, non razzista e democratica.
Nutriamo profondo apprezzamento per il ruolo svolto dalla nostra gente, dai suoi leader politici democratici e da quelli religiosi, dai rappresentanti di donne, giovani, imprese, cultura tradizionale e altro, per giungere a questa conclusione. Ultimo, ma non meno importante... il mio vice Presidente, l'onorevole F. W. de Klerk.
Vorremmo rendere omaggio anche alle nostre forze di sicurezza, a tutti i ranghi, per il ruolo considerevole che hanno svolto nel difendere le nostre prime elezioni democratiche e la transizione alla democrazia, da gruppi assetati di sangue che rifiutano ancora di vedere la luce.
E' giunta l'ora di rimarginare le ferite.
E' giunta l'ora di colmare i divari che ci dividono.
Questo è il tempo di costruire.
Abbiamo finalmente raggiunto l'emancipazione politica. Ci impegniamo a liberare tutta la nostra gente dal giogo della povertà, delle privazioni, delle sofferenze, della discriminazione sessuale e di altro genere.
Siamo riusciti a compiere l'ultimo passo verso la libertà in condizioni relativamente pacifiche. Ci impegniamo a costruire una pace completa, giusta e durevole.
Abbiamo trionfato nell'impresa di infondere la speranza nel cuore di milioni di sudafricani. Assumiamo ufficialmente il compito di costruire una società in cui tutti i sudafricani, neri e bianchi, potranno camminare a testa alta, senza alcun timore, certi del loro inalienabile diritto alla dignità umana. Una nazione di tutti i colori, in pace con se stessa e con il mondo.
Come pegno della sua dedizione al rinnovamento del nostro Paese, il nuovo governo ad interim di unità nazionale affronterà come misura urgente la questione dell'amnistia per varie categorie di persone che scontano pene di reclusione.
Dedichiamo questo giorno a tutti gli eroi e le eroine in questo Paese e nel resto del mondo, che si sono sacrificati in tanti modi e hanno dato la vita, perchè noi fossimo liberi.
l loro sogni sono diventati realtà. ll loro premio è la libertà.
Ci sentiamo al tempo stesso umili e fieri per l'onore e il privilegio di cui voi, il popolo del Sudafrica, ci avete investito in qualità di primo Presidente del Sudafrica unito, democratico, non razzista e non sessista, per condurre il Paese fuori dalla valle dell'oscurità.
Comprendiamo bene che non esistono strade facili per la libertà.
Sappiamo bene che nessuno di noi può avere successo agendo da solo.
Dobbiamo agire insieme, da popolo unito, per la riconciliazione nazionale, per la costruzione del Paese, per la nascita di un nuovo mondo.
Ci sia giustizia per tutti.
Ci sia pace per tutti.
Ci siano lavoro, pane, acqua e sale per tutti.
Dobbiamo tutti essere coscienti del fatto che i nostri corpi, le nostre menti e le nostre anime ora sono liberi di realizzarsi nella loro pienezza.
Mai... mai e poi mai, accadrà che questa bella terra sperimenti ancora l'oppressione di un uomo sul suo simile, e subisca l'umiliazione... e subisca l'umiliazione di essere la canaglia del mondo.
ll sole non tramonterà mai... su una conquista umana tanto gloriosa.
La libertà regni sovrana!
Dio benedica l'Africa!
Grazie.

Discorso di insediamento, Pretoria, 10 maggio 1994.

Nelson Rolihlahla Mandela



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We understand it still that there is no easy road to freedom.

Nelson Rolihlahla Mandela





No Struggle No Development

"Ora, molte persone si sono irritate perché abbiamo detto che l'integrazione era irrilevante quando iniziata dai neri, e che in effetti era un sotterfugio, un insidioso sotterfugio per il mantenimento della supremazia bianca.
Adesso noi diciamo che negli ultimi sei anni questo paese si è nutrito con una talidomide dell'integrazione, e che alcuni negri hanno camminato lungo una strada di sogni parlando di sedersi accanto ai bianchi; e che questo non ha iniziato a risolvere il problema; che quando siamo andati nel Mississippi non ci siamo andati per sederci accanto a Ross Barnett; non ci siamo andati per sederci accanto a Jim Clark; siamo andati là per toglierli dalla nostra strada; e che la gente dovrebbe capire questo; che noi non abbiamo mai combattuto per il diritto di integrarci, noi stavamo combattendo contro la supremazia bianca.
Ora, se vogliamo comprendere la supremazia bianca dobbiamo abbandonare il concetto sbagliato che i bianchi possano dare la libertà a qualcuno. Nessun uomo può dare a qualcuno la sua libertà. Un uomo nasce libero. Si può rendere schiavo un uomo dopo che egli è nato libero, e in effetti è quello che questo paese fa. Rende schiava la gente nera dopo la sua nascita, quindi l'unica cosa che i bianchi possono fare è smettere di negare ai neri la loro libertà; questo è, devono smettere di negare la libertà. Non possono darla a nessuno.
"

Stokely Carmichael


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"Quello che non riesco a sopportare è che, un tempo, sognavo di essere bianco. Facevamo un certo gioco, a Trinidad: si prendeva una buccia di mango e la si buttava per aria; se cadeva dalla parte nera, avresti sposato una donna di pelle nera. E io speravo che cadesse dalla parte bianca" ricorda Stokely Carmichael.
Carmichael crebbe con due sorelle, tre zie e una nonna in cima a quarantadue scalini della migliore casa di Oxford Street a Port of Spain, Trinidad, Indie occidentali inglesi. L'aveva costruita suo padre, quella casa, per poi andarsene negli Stati Uniti. Così Carmichael non vide i genitori fino all'età di dodici anni, quando li raggiunse a New York...
Sui dieci anni, indossava rispettabili pantaloni grigi, camicie bianche con il colletto duro e i calzini lunghi della Tranquillity Boys School. "La mia rabbia — dice — è che ero drogato dalla supremazia bianca e non mi ribellavo. Forse sono pazzo adesso: perché anche la gente che ammiravo, nelle Indie occidentali, non si ribellava. Ed ero addirittura soddisfatto, quella volta che rimasi quattro ore in piedi, ad agitare la bandierina, per l'arrivo dei Reali...".
"Se domandate a un bambino nero — continua — di qualunque posto sia, nelle Indie occidentali, qualche cosa sulla storia africana, sulla valle del Nilo o su Annibale, non ne sa nulla. Sa tutto, invece, su re e regine bianche...". Carmichael sta guardando un giornale londinese. Tralascia il titolo dove si attaccano i suoi comizi ("Black Power-violenza"), per fissare per un buon minuto la fotografia della principessa Margaret: "E costei ha ancora un fascino, per loro! Perché? Mio padre, per esempio: ecco uno che fu sottomesso, calmo, obbediente. Io no. Ma lui si beveva tutto quello che gli diceva il bianco: - Se lavori sodo avrai successo -. Ed è morto com'era nato: povero e negro"...
Carmichael ricorda che il padre rimase disoccupato per tre settimane, perché era troppo onesto per corrompere i sindacalisti che gli dovevano trovare un posto. "Mia madre sfacchinò fino a mettere su cinquanta dollari. Allora invitò a casa il sindacalista, gli diede quel danaro e un costoso profumo. Mio padre trovò l'impiego è commentò, convinto: - Ecco il premio per aver pregato il Signore -. Mia madre sì, era un tipo combattivo. Se le serviva qualcosa, cercava di prenderla".
Parla poi della sua adolescenza nelle strade di Harlem e del Bronx: "Rubavamo automobili, batterie, quel che capitava. Poi ci riunivamo a bande, cominciammo a svaligiare lavanderie. I piani li preparavo io. A sedici anni vendevo la droga. Secondo le leggi bianche, non si può fare il traffico di cocaina fino a ventun'anni". A parte questa complessa formazione, una delle influenze determinanti fu quella di Malcolm X, il leader del nazionalismo negro assassinato tre anni fa ad Harlem.
La fotografia di Malcolm è appesa sopra la scrivania di Stokely, nel suo quartier generale di Atlanta, in Georgia. Accanto c'è un manifesto dello SNICK, con la pantera nera che balza in avanti e la scritta: "Spostatevi o vi passeremo sopra".
"Ammiravo l'intelligenza di Malcolm, — dice Carmichael — la sua mente analitica, la sua coerenza e la sua volontà di dar vita a un movimento per riunire finalmente la sua gente. La cosa più importante che i giovani militanti hanno imparato da Malcolm è che egli parlò alla sua gente e smise di parlare ai bianchi... Il guaio con i bianchi liberali è che, ogni volta che ti metti a parlare con loro, subito parlano della razza. Non è questo il tipo di amici che mi interessa. lo voglio sedermi e ascoltare Thelonius Monk o parlare di Bach o di Joyce" Che avrebbe fatto, se mentre passeggiava con una ragazza bianca, un bianco l'avesse chiamata prostituta? "Credo che avrei continuato a camminare. In un caso del genere si va o a una lunga discussione o a una rissa. Non credo che ne varrebbe la pena".
E questo come si concilia con il rifiuto di porgere l'altra guancia?
"Non posso portare avanti una battaglia individuale. Sto combattendo il razzismo istituzionalizzato. Mio compito è di non permettere all'uomo bianco di condizionare in nessun modo il mio comportamento".
Se si parla di violenza, Carmichael si stringe nelle spalle: "L'uomo bianco parla della violenza. Parlava di violenza, quando ha razziato l'Africa? Dice che il Black Power è violenza. L'uomo bianco è stato violento con noi per quattrocento anni... Mi danno dell'agitatore e del sobillatore perché, quando mi rivolgo a un uditorio nero, non uso la logica e non intellettualizzo. Non ce n'è bisogno: i neri apprendono per istinto ed emozionalmente. Per esempio, essi comprendono bene la brutalità della polizia".
Che si dice dei recenti tafferugli di Newark, dove 23 persone sono state uccise?
"Non sono stati tafferugli. Sono state ribellioni. lo mi sono trovato coinvolto in esse otto volte... Il gioco della morte è quello che i bianchi compiono per spaventarci: "Guarda — dicono — voi avete avuto ventun morti, noi solo due... fareste meglio a smettere". Ebbene: lo SNICK ha una forza; perché quando noi diciamo: "Brucia, ragazzo, brucia", siamo noi i primi ad accendere davvero il fiammifero...
...Naturalmente si può ottenere una "pace duratura" negli Stati Uniti: basta che ogni volta che il bianco dice: "Nigger, fai questo" il negro obbedisce. Comodo, no? Bella, questa pace!
".
E il futuro? Vi aspettate una contro-reazione da parte dei bianchi?
"Gli Stati Uniti non possono usare una bomba H contro il popolo nero, negli Stati Uniti stessi. Ma se circondano i ghetti, faremo crollare ogni dannata cosa che vi hanno costruito. Spianeremo l'intero Paese se vengono alle mani con noi!"
Carmichael afferma di essere stato in prigione trentacinque volte, otto per sobillazione. Per di più gli hanno sparato otto volte... E' stato picchiato più volte di quante ne possa ricordare; si rimbocca le maniche per mostrare le cicatrici che gli hanno lasciato quindici giorni fa, battendolo con la canna di una pislola durante un arresto. Prima di quest'anno, Carmichael riteneva che non lo avrebbero lasciato in vita fino alla fine dell'estate in corso.
Come vede ora la possibilità di essere ucciso come Malcolm X?
"E' il dilemma dei bianchi. Hanno capito di aver commesso un errore con Malcolm X, perché lo hanno fatto diventare un martire. Hanno il problema di uccidermi, o di imprigionarmi. Non si decidono, ed è per questo che sono vivo".
lntanto, non va mai in giro senza guardia del corpo. Nel Mississippi o a Watts, sotto la divisa da nazionalisti negri, la guardia del corpo porta le armi. A Londra si tiene in disparte. Il suo custode dice: "Non scrivete il mio nome: sappiate però che se Stokely sta per morire, io sono pronto a morire con lui. Devono sparare a tutti e due". Carmichael pensa di poter ancora perdere la propria popolarita?
"La gente guarda più a un uomo che a un movimento — dice — perché è più facile. Ma ciascuno, nell'organizzazione, può fare quello che faccio io. Il personaggio Carmichael è un'invenzione della stampa bianca. E non vivrò certo secondo le regole che hanno fabbricato per questo personaggio".
Dice che ha lasciato la presidenza dello SNICK anche per combattere la sua crescente popolarità personale: "Cerco di ridimensionare Carmichael. Il mio posto è in mezzo al mio popolo. Il mio compito è quello di raccogliere l'ammirazione e l'amore che il popolo nero mi tributa, e di ridistribuirlo tra noi, e fuori di noi".
Carmichael qualche mese fa diceva che Black Power significava che i negri dovevano avere i loro diritti nelle aree a maggioranza negra. Ora dice: "...Vogliamo il controllo delle istituzioni nelle comunità in cui viviamo, vogliamo possibilità di controllo nel Paese; vogliamo che finisca in tutto il mondo lo sfruttamento contro la gente non bianca".
Ritorna questa settimana in America, con un traguardo ambizioso per portare avanti la causa dello SNICK: Washington, che ha una maggioranza nera.
Nel prossimo febbraio ritornerà a Trinidad; vede la Giamaica come uno dei migliori obiettivi (per una rivolta nera antimperialista, ndr). Ha ventisei anni e — con rilultanza — Stokely Carmichael ha ereditato il trono di Malcolm X, simbolo principale dell'impegno negro nel mondo. Ha bisogno di adeguare se stesso a questo ruolo, come Malcolm seppe fare durante il suo ultimo anno di vita. La tragedia di Carmichael e del suo popolo è che potrebbero non dargli il tempo nè la possibilità di farlo.

Stokely Carmichael, intervista al giornalista Colin McGlashan, The Observer, 1967.


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"Nella contea di Lowndes, abbiamo sviluppato qualcosa chiamata la Lowndes County Freedom Organization. È un partito politico. La legge dell'Alabama dice che se hai un partito, devi avere un simbolo. Noi abbiamo scelto come simbolo una pantera nera, uno splendido animale nero che simboleggia la forza e la dignità della gente nera... Ora in Alabama c'è un partito chiamato Partito Democratico dell'Alabama. E' tutto bianco. Ha come emblema un gallo bianco e le parole "supremazia bianca - per il diritto". Ora i signori della stampa, poiché hanno il senso della pubblicità, e perché molti di loro sono bianchi, e perché sono il prodotto di quella istituzione bianca, non chiamano mai la Lowndes County Freedom Organization con il suo nome, ma piuttosto la chiamano Black Panther Party. La nostra domanda è, perché non chiamano il Partito Democratico dell'Alabama il "White Cock Party"? Secondo noi è appropriato... "

Stokely Carmichael



Siamo oppressi come gruppo perché siamo neri, non perché siamo pigri, non perché siamo apatici, non perché siamo stupidi, non perché puzziamo, non perché mangiamo angurie e abbiamo la buona musica nel sangue. Siamo oppressi perché siamo neri e per uscire da questo stato di oppressione bisogna sentire il potere di gruppo che possediamo... Se dovrà esserci integrazione, sarà integrazione nei due sensi. Se credete nell'integrazione, potete venire a vivere a Watts. Potete mandare i figli alle scuole del ghetto. Parliamo di questo. Se credete nell'integrazione, allora cominceremo ad adottare alcuni bianchi che vivano nel nostro vicinato...
Non aspetteremo che i bianchi sanzionino il potere nero. Siamo stanchi di aspettare!


Stokely Carmichael
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Furono battesimi del fuoco: insulti, manganellate, tentativi di linciaggio… Ma è il giugno del ’66 il vero spartiacque della mia vita: la “Marcia contro la paura”, da Memphis, Tennesse, a Jackson, Mississippi. Duecento miglia coi militanti neri che mordevano il freno, non si accontentavano più della non-violenza. La marcia era pacifica ma protetta dai Deacons for Defense and Justice, con le armi ben visibili. Sono sicura che questo salvò delle vite. Nemmeno il dottor King ebbe niente da obiettare alla presenza dei Deacons. Durante la marcia Stokely lanciò lo slogan “Black Power”.

“Potere nero” voleva dire autodeterminazione, ad esempio il diritto dei neri a governare le comunità in cui erano maggioranza. Nel Sud c’erano contee in cui i bianchi erano appena il 10% degli abitanti ma nessun nero aveva il diritto di voto. La parola giusta è “apartheid”. “Black Power” era anche uno slogan polemico verso i liberal che dettavano la linea al movimento, predicavano docilità e rispondere “Sì, badrone”, ma i media lo spacciarono per uno slogan “anti-bianchi”, ne distorsero il messaggio, cominciarono ad accusare lo Sncc di “razzismo al contrario”. Si inventarono dissidi tra Stokely e il dottor King, che invece rispettava lo Sncc. Il dottor King criticava lo slogan ma non la sostanza, e non condannò mai Stokely o l’organizzazione.

“Black power” riassumeva in due parole un processo durato anni: la riscoperta dell’Africa, un’Africa della mente, l’essere neri, che non era tanto il colore della pelle, ma l’esperienza che teneva insieme la comunità. Nell’anno che era portavoce nazionale dello Sncc, Stokely attraversò il Paese in lungo e in largo, parlando tutti i giorni, anche più volte al giorno. Assemblee, conferenze, programmi alla radio e alla tv, ogni volta spiegava il significato dello slogan, se ne fregava degli attacchi e ripeteva quelle due paroline, “Black” e “Power”, acido nitrico e glicerina, e bombardava il pubblico con l’aggettivo: black, black, black, black, ovunque andavi Stokely diceva “black”. Alla fine di quell’anno, la parola “Negro” apparteneva al passato.

Nel ’67 Stokely aveva venticinque anni ed era il nero più odiato dall’America bianca, secondo solo a Muhammad Ali. Lo accusavano di odiare i bianchi, di essere razzista, ma lui era cresciuto in un quartiere di italiani, s’era diplomato in una high school bianca, aveva fatto lavoro politico con attivisti bianchi. “Potere nero” significava organizzare le nostre comunità, non distruggere quelle altrui. Stokely diceva sempre: “Costruire la propria casa non significa buttare giù quella dall’altra parte della strada”.

Il numero di attivisti neri uccisi dai razzisti era già alto prima che ci si mettesse l’Fbi, e Stokely era il prossimo, in cima alla lista. Eravamo tutti preoccupati che non arrivasse ai trent’anni. In compenso, era uno dei neri più amati dalla sua gente. Nelle contee del Mississippi dove lo Sncc aveva fondato il Freedom Democratic Party, e in Alabama dov’era nato il simbolo della pantera nera, c’era chi l’avrebbe sfamato con l’ultimo tozzo di pane, avrebbe ricevuto la pallottola che gli era destinata, si sarebbe strappato un braccio e l’avrebbe usato come clava per difenderlo.
Non so quanto ne fosse consapevole, ma Stokely aveva una galassia di buone stelle, angeli custodi sparsi per il mondo che si mossero per sottrarlo al pericolo. Nella primavera del ’67 gli organizzarono un tour mondiale. Londra, Cuba, la Cina, Il Vietnam in guerra, l’Algeria post-coloniale, infine la Guinea dove sarebbe andato a vivere.
Da quei paesi continuava a denunciare l’oppressione dei neri negli Stati Uniti, facendo impazzire di rabbia i nostri media. La Cia cercò più volte di catturarlo e riportarlo in patria, o almeno di rubargli il passaporto. Esiste un discorso di Fidel Castro in difesa di Stokely. La Guinea inoltrò agli Usa una protesta diplomatica ufficiale per le intimidazioni da parte di membri dell’ambasciata americana. Kwame Nkrumah lo prese come segretario.

Mentre il fratello Stokely faceva il giro del mondo, la stampa americana lo trasformava in un demonio, un Satana negro, la personificazione dell’antiamericanismo e del “tradimento”. Ma fammi il piacere, questo Paese non ci aveva mai dato un cazzo, ci gassava e bastonava nei ghetti poi ci mandava a crepare in Vietnam, e se un nero lo dice, e spiega che gli Stati Uniti rubano la ricchezza del pianeta, quello è un traditore?
In Guinea incontra Kwame Nkrumah, l’ex-presidente del Ghana, deposto da un golpe appoggiato dagli Usa. Nkrumah non è solo un esule di rango, Sékou Touré lo ha nominato co-presidente del Paese. Nkrumah ha studiato in America, conosce bene le lotte dei fratelli di qui, è un panafricanista e per lui sono tutte battaglie del popolo africano, sul continente e nella diaspora atlantica. Beh, per farla corta, Nkrumah chiede a Stokely di diventare il suo assistente. Stokely, che nel frattempo si è messo con Miriam Makeba ed è in pieno trip africano, accetta, ma prima vuole tornare negli Usa per finire del lavoro. Tutti gli africani della diaspora che incontra gli dicono: – Brother, is you crazy? Se torni, chissà che ti fanno! L’uomo bianco vuole il tuo culo! – ma lui ha deciso che torna, non può lasciare a metà i suoi progetti. Appena atterrato al Jfk, gli sequestrano il passaporto. Lui se lo aspettava, ha già chiamato i suoi avvocati, è disposto a fare il diavolo a quattro per riaverlo.

Nei mesi che trascorse negli Usa, Stokely diventò dirigente onorario delle Pantere, sposò Miriam Makeba, si sbattè per riavere il passaporto e cercò di organizzare le comunità nere di Washington D.C. Poi venne ucciso il dottor King. Nel Paese scoppiarono più di cento rivolte, la situazione era ormai fuori controllo, organizzare la nostra gente era quasi impossibile. Da un giorno all’altro i ghetti si riempirono di tossici, l’eroina dilagava. Stokely, dal canto suo, passò brutti momenti: il Cointelpro pedinava e sorvegliava lui e Miriam, e faceva di tutto per distruggere la reputazione di entrambi. Un’intera tournée di Miriam saltò senza spiegazioni dopo che l’Fbi disse ai promoters due paroline. Il Cointelpro sparse nel movement, soprattutto tra le Pantere, la falsa voce che Stokely era un infiltrato della Cia. Alla fine, prima che qualcuno gli facesse saltare le cervella per un qualunque motivo, Stokely riebbe il passaporto. Lui e Miriam tornarono in Guinea per un pelo.

La Guinea indipendente era la base operativa di tutte le guerriglie dell’Africa nera. C’erano gli angolani, i mozambicani, quelli della Guinea-Bissau e Capo Verde, i sudafricani dell’African National Congress. Tutti i movimenti di liberazione nazionale prendevano il volo da Conakry. Stokely cambiò nome, si chiamò “Kwame Ture”, in omaggio a Kwame Nkrumah e Sékou Touré. L’acqua in cui si immerse per il secondo battesimo fu la cultura africana. Entrò nell’All-African People’s Revolutionary Party e si occupò dei rapporti tra i movimenti africani del Continente e quelli nella Diaspora. Non si fermò mai un secondo.

Quando scoprirono il tumore alla prostata, Kwame accettò il verdetto e disse: – Quel che mi resta da vivere appartiene alla mia gente, continuerò a lavorare e organizzare finché avrò la forza di muovere la lingua.
Combattè la metastasi come aveva combattuto il razzismo. Dentro quel tribuno su sedia a rotelle c’era lo spirito dello Stokely di trent’anni prima, anche più fiero di allora. Ripeteva: – Il cancro tira fuori il meglio di una persona.
Contese gli anni al male senza farsi assediare, anzi, contrattaccando, riconquistando terreno, piantando la bandiera della vita su ogni collinetta, celebrando il buon esito di ogni sortita. Lo circondava l’amore della comunità, medici e guaritori lo curavano gratis. Diceva: – Se ti sacrifichi per le persone, le persone si sacrificheranno per te.
Strappò alla morte tre anni. Quando il momento si avvicinò tornò a Conakry, tra le braccia di Madre Africa. L’ultima riunione la fece la sera prima di morire, talmente debilitato da non poter rimanere seduto. Lo appoggiammo a una pila di cuscini, parlò, ascoltò, sorrise, toccò a lui consolare noialtri. Ci salutò dicendo: – Siate sempre pronti, e quando arriverà il momento non dovrete prepararvi.
Nostro fratello Kwame ci lasciò il 15 novembre 1998.
Dopo il funerale, chissà come, mi tornò alla mente un aneddoto. Me l’aveva raccontato Stokely, riemergeva dalle nebbie di un’altra America, un altro mondo, ormai quasi un altro secolo.
La notizia della morte di John Coltrane gli era giunta mentre era a Londra, per una conferenza sui movimenti di liberazione. Prima di cominciare il suo discorso, fece alzare in piedi gli spettatori e chiese un minuto di silenzio per quel grande artista nero e guerriero culturale. Nessuno se l’aspettava, era una conferenza molto politica nell’accezione più stretta, piena di intellettuali seriosi, e che c’entrava il jazz con la rivoluzione? Eppure tutti rimasero in piedi e in silenzio.
Quei due fratelli avevano molto in comune. Due vite dedicate allo spingersi avanti, sempre più avanti. Ed erano instancabili. Solo il cancro riuscì a fermarli, ma non potè impedir loro di muoversi fino all’ultimo minuto, l’ultimo secondo prima di danzare e raggiungere gli antenati.

New Thing, Wu Ming 1


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Metafore & Metamorfosi (Novembre)

LA NONNA DELLA PATRIA


Su migliaia di detenuti nelle patrie galere su chi si è posato l'occhio benevolo della ministra Cancellieri? Su chi s'è riversata la sua amorevole solidarietà? Su Giulia Ligresti, un nome, anzi un cognome non a caso.
La nonna della patria Cancellieri ha definito il suo un "intervento umanitario". Insomma, qualcosa di paragonabile a un'operazione dei caschi blu dell'ONU a protezione di civili inermi. E tutto a causa di un brusco dimagrimento della figlia di Don Salvatore (Ligresti).
Gli avvocati del collegio difensivo della signora Ligresti, Alberto Mittone e Gianluigi Tizzoni, avevano già chiesto per lei la revisione della misura cautelare, ma l’istanza era stata bocciata dal gip di Torino, Silvia Salvadori, che nell'occasione non solo aveva ritenuto non fossero venute meno le esigenze cautelari, ma addirittura essersi aggravati gli indizi di colpevolezza.
Ecco quindi la necessità che fosse proprio la Procura a farsi avanti per chiedere che la figlia di don Salvatore potesse tornare a casa.
L'esigenza "umanitaria", oltre al fatto che fosse molto dimagrita, era dovuta anche al fatto che la picciotta aveva un problema di adattamento al carcere. Problema aggravato, come scrive il medico legale, dal fatto che la signora è "abituata ad una vita particolarmente agiata".
Nella relazione del medico(?) Roberto Testi si legge infatti: "La donna soffre di un disturbo dell’adattamento che è un evento stressante in modo più evidente per chi sia alla prima detenzione e in particolar modo per chi sia abituato a una vita particolarmente agiata, nella quale abbia avuto poche possibilità di formarsi in situazioni che possano, anche lontanamente, preparare alla condizione di restrizione della libertà e promiscuità correlate alla carcerazione".
Alla faccia! Questa specie di dottor Terzilli, in sintesi e molto candidamente, dice: i ricchi in carcere stanno male, meglio rimetterli in libertà.
Così, grazie alle pesanti sollecitazioni della famiglia di don Salvatore e Nino Ligresti, alle imbarazzanti telefonate di nonna Cancellieri ai responsabili del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) e ad un crescendo di solerti segnalazioni di medici del penitenziario, periti di parte e psicologi d'accatto, in pochi giorni si apre la strada che finalmente porta la signora Ligresti ai domiciliari.
Da ultimo sono arcisicuro, honi soit qui mal y pense, che in tutta questa vicenda abbia contato poco, anzi nulla, il fatto che il figlio di nonna Cancellieri, Piergiorgio Peluso, dopo un solo anno di lavoro alla Fondiaria Sai di Don Salvatore Ligresti, sempre un cognome a caso, abbia avuto una lauta liquidazione da 3,6 milioni di euro. In fondo anche questo deve considerarsi un "intervento umanitario". Come potrebbe altrimenti guadagnarsi un po' di pane il figlio di una ministra?


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Trascrizione della telefonata "umanitaria" tra la ministra Nonna Cancellieri e sua eccellenza Gabriella Fragni, compagna di Don Salvatore.

Fragni: Pronto.
Annamaria Cancellieri: Lella?
F: Sì.
A: sono Annamaria. Io sono mesi che ti voglio telefonare per dirti che ti voglio bene, la vita mi scorre in una maniera indegna. Ma oggi dico: devo trovare il... Perché te lo devo dire, ti voglio bene, guarda, ti trovo vicino e tu non puoi immaginare da quanto tempo.
F: (piange)
A: tu non puoi immaginare, ecco... E adesso basta, guarda, ti voglio proprio bene da morire. Ho sempre detto: ora la vado a trovare, la vado a trovare... Ma poi non so manco come mi chiamo io un altro po' (frase fonetica) F: E' stata la fine del mondo.
A: La fine del mondo, la fine del mondo sì.
F: E poi tutto sommato (incomprensibile) lui non se lo merita...
A: No no, ma poi m'hanno detto che sta male, ma povera Lella, guarda.
F: (piange)
A: Senti, non è giusto non è giusto lo so... Tu non sai quante volte ho detto: ora la chiamo... E poi non vengo più a Milano, non so più chi sono...ma da tanto tempo. Poi oggi ho detto: No adesso basta, il tempo lo devo trovare perché non è possibile questo non è possibile.
F: La persona, guarda, più buona.
A: Eh lo so, lo so, lo so, povero figlio (fonetico), lo so, lo so.
F: Ha sempre fatto quello che poteva per tutti, guarda che fine.
A: Lo so, lo so, lo so, lo so.
F: Ma io non è che ammetto che ha fatto errori Annamaria, ma per l'amor di Dio.
A: Noooo però...
F: Annamaria l'hanno fatto però c'è modo e modo anche di fare....
A: C'è modo e modo. Poi sono (incomprensibile)
F: Poi, sai, con il mondo che abbiamo, tutto pulito in una maniera, coso...
A: Mah sì..sì..
F: Sembrano loro che devono ripulire il mondo, non lo so. Poi lui, lui soprattutto...
A: Lui, lui, sì sì.
F: Lui non se lo meritava, ha lavorato tutta la vita come una bestia, non ha mai fatto il milionario, non ha mai fatto vacanza, non ha mai fatto niente...
A: Lo so, lo so.
F: Niente, ecco almeno fosse stato un filibustiero, nel bene e nel male ha dato da mangiare a 20-30 mila famiglie non so io, non lo so...
A: No, so di essere in un Paese (incomprensibile)
F: Ma poi... (piange)
A: Eh lo so, lo so me l'hanno detto, me l'hanno detto. Io ogni tanto sento Nino (fonetico) gli chiedo notizie, non la vedo.
F: E' venuto, è venuto anche ieri, l'altro giorno... A: Comunque guarda, qualsiasi cosa io possa fare conta su di me, non lo so cosa possa fare però guarda son veramente dispiaciuta.
F: Eh non lo so.
A: Sono veramente dispiaciuta. Ma sono mesi che ti voglio...Poi ci sono state le vicende di Piergiorgio (Peluso, figlio della Cancellieri) quindi...guarda...
F: Eh sai anch'io non ho mai chiamato perché mi veniva sempre in mente quel discorso che avevi fatto in cascina, quando mi dicevi: "io non sono contenta non vorrei che ci andasse di mezzo la nostra amicizia". Purtroppo sembrava quasi un... A: Guarda, maledetto quel momento, guarda.
F: (piange)
A: Eh vabbè... Io non so se e quanto mai rientrerò a Milano, ma appena riesco ad arrivarci, ormai fino a tutto settembre, ti vengo subito a trovare. Però qualsiasi cosa, veramente, con tutto l'affetto di sempre...con tutto l'affetto di sempre, guarda, non...
F: Va bene va bene. Quando vieni t'aspetto.
A: Se tu vieni a Roma, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti guarda non, non è giusto, guarda non è giusto.
F: Senti, ti mando un bacio, ciao.
A: Ti abbraccio con tantissimo affetto.
F: Ciao, grazie.
A: Ciao.


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Busi è meglio di Ctrl Alt + Canc!
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أي امرأة أي حملة

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ناشطات سعوديات يطالبن بإعطائهن الحق بقيادة السيارات

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Hijos del África

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Así se prueba que los negros son inferiores
(Según los pensadores de los siglos dieciocho y diecinueve)

- Voltaire, escritor anticlerical, abogado de la tolerancia y de la razón:
Los negros son inferiores a los europeos, pero superiores a los monos.

- Barón de Montesquieu, padre de la democracia moderna:
Resulta imposible que Dios, que es un ser muy sabio, haya puesto un alma, y sobre todo un alma buena, en un cuerpo negro.

- Karl von Linneo, clasificador de las plantas y de los animales:
El negro es vagabundo, perezoso, negligente, indolente y de costumbres disolutas.

- David Hume, entendido en entendimiento humano:
El negro puede desarrollar ciertas habilidades propias de las personas, como el loro consigue hablar algunas palabras.

- Etienne Serres, sabio en anatomía:
Los negros están condenados a ser primitivos, porque tienen poca distancia entre el ombligo y el pene.

- Francis Galton, padre de la eugenesia, método científico para impedir la propagación de los ineptos:
Un cocodrilo jamás podrá llegar a ser una gacela, ni un negro podrá jamás llegar a ser un miembro de la clase media.

-Louis Agassiz, prominente zoólogo:
El cerebro de un negro adulto equivale al de un feto blanco de siete meses; el desarrollo del cerebro se bloquea, porque el cráneo del negro se cierra mucho antes que el cráneo del blanco.


Desde el punto de vista del sur

Desde el punto de vista del sur, el verano del norte es invierno.
Desde el punto de vista de una lombriz, un plato de espaguetis es una orgía.
Donde los hindúes ven una vaca sagrada, otros ven una gran hamburguesa.
Desde el punto de vista de Hipocrates, Galeno, Maimonides y Paracelso, existía una enfermedad llamada indigestión, pero no existía una enfermedad llamada hambre.
Desde el punto de vista de sus vecinos del pueblo de Cardona, el Toto Zaugg, que andaba con la misma ropa en verano y en invierno, era un hombre admirable: - El Toto nunca tiene frío - decían. El no decía nada. Frío tenia, pero no tenia abrigo.
Desde el punto de vista del búho, del murciélago, del bohemio y del ladrón, el crepúsculo es la hora del desayuno.
La lluvia es una maldición para el turista y una buena noticia para el campesino.
Desde el punto de vista del nativo, el pintoresco es el turista.
Desde el punto de vista de los indios de las islas del mar Caribe, Cristóbal Colon, con su sombrero de plumas y su capa de terciopelo rojo, era un papagayo de dimensiones jamás vistas.
Desde el punto de vista del oriente del mundo, el día del occidente es noche.
En la India, quienes llevan luto visten de blanco. En la Europa antigua, el negro, color de la tierra fecunda, era el color de la vida, y el blanco, color de los huesos, era el color de la muerte.
Según los viejos sabios de la región colombiana del Choco, Adán y Eva eran negros y negros eran sus hijos Cain y Abel. Cuando Cain mato a su hermano de un garrotazo, tronaron las iras de Dios. Ante las furias del señor, el asesino palideció de culpa y miedo, y tanto palideció que blanco quedo hasta el fin de sus días. Los blancos somos, todos, hijos de Cain.
Si Eva hubiera escrito el Génesis,?como seria la primera noche de amor del genero humano?
Eva hubiera empezado por aclarar que ella no nació de ninguna costilla, ni conoció a ninguna serpiente, ni ofreció manzanas a nadie, y que Dios nunca le dijo que parirás con dolor y tu marido te dominara. Que todas esas son puras mentiras que Adán contó a la prensa.
Si las Santas Apostolas hubieran escrito los Evangelios, ¿como seria la primera noche de la era cristiana?
San José, contarían las Apostalas, estaba de mal humor. El era el único que tenia cara larga en aquel pesebre donde el niño Jesús, recién nacido, resplandecía en su cuna de paja. Todos sonreían: la Virgen María, los angelitos, los pastores, las ovejas, el buey, el asno, los magos venidos del Oriente y la estrella que los había conducido hasta Belén de Judea.Todos sonreían, menos uno. San José, sombrío, murmuro: - Yo quería una nena.


¿Adan y Eva eran negros?

En Africa empezó el viaje humano en el mundo. Desde allí emprendieron nuestros abuelos la conquista del planeta. Los diversos caminos fundaron diversos destinos, y el sol se ocupó del reparto de colores.
Ahora las mujeres y los hombres, arcoiris de la tierra, tenemos mas colores que el arcoiris del cielo; pero somos todos africanos emigrados. Hasta los blancos blanquisimos vienen de Africa.
Quizás nos negamos a recordar nuestro origen común porque el racismo produce amnesia, o porque nos resulta imposible creer que en aquellos tiempos remotos el mundo entero era nuestro reino, inmenso mapa sin fronteras, y nuestras piernas eran el único pasaporte exigido.


Abuelos

Para muchos pueblos del África negra, los antepasados son los espíritus que están vivos en el árbol que crece junto a tu casa o en la vaca que pasta en el campo. El bisabuelo de tu tatarabuelo es ahora aquel arroyo que serpentea en la montaña. Y también tu ancestro puede ser cualquier espíritu que quiera acompañarte en tu viaje en el mundo, aunque no haya sido nunca pariente ni conocido.
La familia no tiene fronteras, explica Soboutu Somé, del pueblo dagara: - Nuestros niños tienen muchas madres y muchos padres. Tantos como ellos quieran. Y los espíritus ancestrales, los que te ayudan a caminar, son los muchos abuelos que cada uno tiene. Tantos como quieras.


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Europa caníbal

Los esclavos subían temblando a los barcos. Creían que iban a ser comidos. Tan equivocados no estaban. Al fin y al cabo, el tráfico negrero fue la boca que devoró al África.
Ya desde antes los reyes africanos tenían esclavos y peleaban entre sí, pero la captura y venta de gente se convirtió en el centro de la economía, y de todo lo demás, sólo a partir del momento en que los reyes europeos descubrieron el negocio. A partir de entonces, la sangría de jóvenes vació el África negra y selló su destino.
Malí es ahora uno de los países más pobres del mundo. En el siglo dieciséis, era un reino opulento y culto. La universidad de Tombuctú tenía veinticinco mil estudiantes. Cuando el sultán de Marruecos invadió Malí, no encontró el oro que buscaba, porque poco oro amarillo quedaba, pero vendió el oro negro a los traficantes europeos, y así ganó mucho más: sus prisioneros de guerra, entre los cuales había médicos, juristas, escritores, músicos y escultores, fueron esclavizados y marcharon rumbo a las plantaciones de América.
La máquina esclavista exigía brazos y la cacería de brazos exigía guerras. La economía guerrera de los reinos africanos pasó a depender más y más de todo lo que venía de afuera. Una guía comercial publicada en Holanda, en 1655, enumeraba las armas más codiciadas en las costas del África, y también las mejores ofrendas para halagar a esos reyes de utilería. La ginebra era muy valorada, y un puñado de cristales de Murano era el precio de siete hombres.


Espejos. Una historia casi universal.

Nada de nuevo tenía la esclavitud hereditaria, que venía de los tiempos de Grecia y Roma. Pero Europa aportó, a partir del Renacimiento, algunas novedades: nunca antes se había determinado la esclavitud por el color de la piel, y nunca antes la venta de carne humana había sido el más brillante negocio internacional.
Durante los siglos dieciséis, diecisiete y dieciocho, África vendía esclavos y compraba fusiles: cambiaba brazos por violencia.
Después, durante los siglos diecinueve y veinte, África entregaba oro, diamantes, cobre, marfil, caucho y café y recibía Biblias: cambiaba la riqueza de la tierra por la promesa del Cielo.


El samba

El Brasil es brasileño y Dios también, proclama Ari Barroso en la muy patriotica y bailonguera música que se está imponiendo en el carnaval de Rio de Janeiro.
Pero los sambas más sabrosos que el carnaval ofrece no exaltan las virtudes del paraiso tropical. Sus letras malandramente elogian la vida bohemia y las fecltorias de los libres, rnaldicen a la miseria y a la policia y desprecian el trabajo. El trabajo es cosa de otarios, porque a la vista está que el albañil no podrá nunca habitar el edificio que sus manos levantan.
El samba, ritmo negro, hijo de los cánticos que convocan a los dioses negros en las favelas, domina los carnavales. En los hogares respetables todavia lo miran de reojo. Merece desconfianza por negro y por pobre y por nacido en los refugios de los perseguidos de la policia. Pero el samba alegra las piernas y acaricia el alma y no hay manera de ignorarlo cuando suena. Al ritmo del samba respira el universo hasta el proximo miércoles de cenizas, mientras dura la fiesta que convierte a todo proletario en rey, a todo paralitico en atleta y a todo aburrido en loco lindo.


Fundacion del samba

Como el tango, el samba no era decente: música barata, cosa de negros.
En 1917, el mismo año en que Gardel abrio la puerta grande para que el tango entrara, ocurrio la primera explosion del samba en el carnaval de Flío de Janeiro. Esa noche, que duro años, cantaron los mudos y danzaron los faroles de las esquinas.
No mucho después, el samba viajo a París. Y París enloquecio. Era irresistible esa música donde se encontraban todas las músicas de una nacion prodígiosamente musical.
Pero al gobierno brasileño, que por entonces no aceptaba negros en la seleccion nacional de fútbol, esa bendicion europea no le cayo nada bien. Eran músicos negros los más famosos, y se corría el peligro de que Europa creyera que Brasil estaba en Africa.
El más músico de esos músicos, Pixinguinha, maestro de la flauta y el saxo, había creado un estilo inconfundible. Los franceses nunca habían escuchado nada igual. Más que tocar, jugaba. Y jugando invitaba a jugar.


Fundación de Hollywood

El nacimiento de una nación, la primera superproducción de Hollywood, se estrenó en 1915, en la Casa Blanca. El presidente Woodrow Wilson la aplaudió de pie. Él era el autor de los textos de la película, un himno racista de alabanza al Ku Klux Klan.
Gabalgan los enmascarados, túrticas blancas, blancas cruces, antorchas en alto: los negros, hambrientos de blancas doncellas, tiemblan ante estos jinetes vengadores de la virtud de las damas y el honor de los caballeros.
En pleno auge de los linchamientos, la pelicula de D. W. Griffith, El nacimiento de una nación, eleva su himno de alabanza al Ku Klux Klan.
Ésta es la primera superproducción de Hollywood y el mayor éxito de taquilla de todos los años del cine mudo. Es, también, la primera pelicula estrenada en la Casa Blanca. El presidente, Woodrow Wilson, la aplaude de pie. La aplaude, se aplaude: este abanderado de la libertad es el autor de los principales textos que acompañan las epicas imágenes.
Las palabras del presidente explican que la emancipación de los esclavos ha sido "un verdadero derrocamiento de la Civilización en el Sur, el Sur blanco bajo ios taiones dei Sur negro".
Desde entonces, el caos reina, porque los negros "son hombres que ignoran los usos de la autoridad, excepto sus insolencias". Pero el presidente enciende la luz de la esperansa: "Por fin ha nacido a la vida un gran Ku Klux Klan".
Y hasta Jesús en persona baja del cielo, al fin de la película, para dar su bendición.


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El jazz

De los esclavos proviene la más libre de las músicas. El jazz, que vuela sin pedir permiso, tiene por abuelos a los negros que trabajaban cantando en las plantaciones de sus amos, en el sur de los Estados Unidos, y por padres a los músicos de los burdeles negros de Nueva Orleans. Las bandas de los burdeles tocan toda la noche sin parar, en balcones que los ponen a salvo de golpes y puñaladas cuando se arma la gorda. De sus improvisaciones nace la loca música nueva.
Con lo que ahorró repartiendo diarios, leche y carbón, un muchacho petiso y tímido acaba de comprarse corneta propia por diez dólares. Él sopla y la música se despereza largamente, largamente, saludando al día. Louis Armstrong es nieto de esclavos, como el jazz, y ha sido criado, como el jazz, en los puteros.


Polvo de arroz

El presidente Epitácio Pessoa hace una recomendación a los dirigentes del fútbol brasileño. Por razones de prestigio patrio, les sugiere que no envíen a ningún jugador de piel oscura al próximo Campeonato Sudamericano.
Sin embargo, el Brasil fue campeón del último Sudamericano gracias a que el mulato Artur Friedenreich metió el gol de la victoria; y sus zapatos, sucios de barro, se exhiben desde entonces en la vitrina de una joyería. Friedenreich, nacido de alemán y negra, es el mejor jugador brasileño. Siempre llega último a la cancha. Le lleva por lo menos media hora plancharse las motas en el vestuario; y después, durante el juego, no se le mueve un pelito ni al cabecear la pelota.
El fútbol, diversión elegante para después de la misa, es cosa de blancos. — ¡Polvo de arroz! ¡Polvo de arroz! — gritan los hinchas contra Carlos Alberto, otro jugador mulato, el único mulato del club Fluminense, que con polvo de arroz se blanquea la cara.


Sangre negra

Era de cordero la sangre de las primeras transfusiones; y corría el rumor de que esa sangre hacía crecer lana en el cuerpo. En 1670, Europa prohibió las experiencias. Mucho tiempo después, hacia 1940, las investigaciones de Charles Drew aportaron técnicas nuevas para el procesamiento y almacenamiento del plasma. En mérito a sus hallazgos, que salvaron millones de vidas durante la segunda guerra mundial, Drew fue el primer director del Banco de Sangre de la Cruz Roja en los Estados Unidos.
Ocho meses duró en el cargo.
En 1942, una orden militar prohibió que la sangre negra se mezclara con la sangre blanca en las transfusiones.
¿Sangre negra? ¿Sangre blanca? Esto es pura estupidez, dijo Drew, y se negó a discriminar la sangre.
Él entendía del asunto: era científico, y era negro.
Y entonces renunció, o fue renunciado.


Tu otra cabeza, tu otra memoria

Desde el reloj de sol del convento de San Francisco, una lùgubre inscripcion recuerda a los caminantes la fugacidad de la vida: Cada hora que pasa te hiere y la ùltima te matarà.
Son palabras escritas en latìn. Los esclavos negros de Bahìa no entienden latìn ni saben leer. Del Africa trajeron dioses alegres y peleones: con ellos estàn, hacia ellos van. Quien muere, entra. Resuenan los tambors para que el muerto no se pierda y llegue a la regiòn de Oxalà. Allà en la casa del creador de creadores, lo espera su otra cabeza, la cabeza inmortal. Todos tenemos dos cabeezas y dos memorias. Una cabeza de barro, que serà polvo, y otra por siempre invulnerable a los mordiscos del tiempo y de la pasiòn. Una memoria que la muerte mata, brùjula que acaba con el viaje, y otra memoria, la memoria colectiva, que vivirà mientras viva la aventura humana en el mundo.
Cuando el aire del universo se agitò y respirò por primera vez, y naciò el dios de dioses, no habìa separaciòn entre la tierra y el cielo. Ahora parecen divorciados; pero el cielo y la tirra vuelven a unirse cada vez que alguien muere, cada vez que alguien nace y cada vez que alguien recibe a los dioses en su cuerpo palpitante.

Eduardo Galeano




Questa è la prova che i neri sono inferiori.
(secondo i pensatori del diciottesimo e diciannovesimo secolo)

- Voltaire, scrittore anticlericale, avvocato della tolleranza e della ragione:
I neri sono inferiori agli europei, ma superiori alle scimmie.

- Barone di Montesquieu, padre della democrazia moderna:
Risulta impossibile che Dio, un essere molto saggio, abbia messo un'anima, e soprattutto un'anima buona, in un corpo nero.

- Karl von Linneo, classificatore di piante e animali:
Il nero è vagabondo, pigro, negligente, indolente e di abitudini dissolute.

- David Hume, conoscitore dell'umana conoscenza:
Il nero può sviluppare certe abilità proprie dalle persone, così come il pappagallo riesce a pronunciare qualche parola.

- Etienne Serres, esperto in anatomia:
I neri sono condannati ad essere primitivi, perché hanno poca distanza tra l'ombelico ed il pene.

- Francis Galton, padre dell'eugenetica, metodo scientifico per ostacolare la propagazione degli incapaci:
Un coccodrillo non potrà mai arrivare ad essere una gazzella, né un nero potrà arrivare mai ad essere un membro della classe media.

- Louis Agassiz, eminente zoologo:
Il cervello di un nero adulto equivale a quello di un feto bianco di sette mesi; lo sviluppo del cervello si blocca, perché il cranio del nero si chiude molto prima del cranio di un bianco.


Dal punto di vista del sud

Dal punto di vista del sud, l’estate del nord è inverno.
Dal punto di vista di un verme solitario, un piatto di spaghetti è un baccanale.
Dove gli indù vedono una vacca sacra, altri vedono un grande hamburger.
Dal punto di vista di Ippocrate, Galeno, Maimonide e Paracelso, esisteva una malattia chiamata indigestione, ma non esisteva una malattia chiamata fame.
Dal punto di vista degli abitanti del paese di Cardona, Toto Zaugg, che portava la stessa roba in estate e in inverno era un uomo ammirevole: “Toto non ha mai freddo” dicevano. Lui non diceva nulla. Di freddo ne aveva, ma non aveva un cappotto.
Dal punto di vista del gufo, del pipistrello, del bohémien e del ladro, il crepuscolo è l'ora della colazione.
La pioggia è una maledizione per il turista ed una buona notizia per il contadino.
Dal punto di vista del nativo, il pittoresco è il turista.
Dal punto di vista degli indi delle isole del mare Caraibi, Cristoforo Colombo, col suo cappello di piume e la sua cappa di velluto rosso, era un pappagallo di dimensioni mai viste.
Dal punto di vista dell'oriente del mondo, il giorno dell'ovest è la notte.
In India coloro che portano il lutto vestono di bianco. Nell'antica Europa, il nero, colore della terra feconda, era il colore della vita, e il bianco, colore delle ossa, era il colore della morte.
Secondo i vecchi saggi della regione colombiana del Choco, Adamo ed Eva erano neri e neri erano i suoi figli Caino e Abele. Quando Caino ammazzò suo fratello con una bastonata, tuonò l'ira di Dio. Davanti alla furia del signore, l'assassino impallidì di colpa e paura, e tanto impallidì che rimane bianco fino al fine dei suoi giorni. Noi bianchi siamo, tutti, figli di Caino.
Se Eva avesse scritto la Genesi, come sarebbe stata la prima notte d’amore del genere umano?
Eva avrebbe iniziato col chiarire che lei non nacque da alcuna costola, non conobbe nessun serpente, non offrì mele a nessuno e Dio non le disse mai partorirai con dolore e tuo marito ti dominerà. E che tutte queste cose sono solo bugie che Adamo raccontò alla stampa.
Se i Santi Apostoli avessero scritto i Vangeli, come sarebbe stata la prima notte dell'era cristiana?
San Giuseppe, racconterebbero gli Apostoli, era di cattivo umore. Era l'unico con la faccia lunga in quel presepe dove il bambino Gesù, neonato, risplendeva nella sua culla di paglia. Tutti sorridevano: la Vergine María, gli angioletti, i pastori, le pecore, il bue, l'asino, i maghi venuti dell'Oriente e la stella che li aveva condotti fino a Betlemme dalla Giudea. Tutti sorridevano, meno uno. San Giuseppe, che tutto scontroso, borbottava: - Volevo una bimba.


Adamo ed Eva erano neri?

Il viaggio umano nel mondo cominciò in Africa. Da lì i nostri avi intrapresero la conquista del pianeta. I diversi cammini fondarono i diversi destini, e il sole ebbe il compito di assegnare i colori.
Adesso noi donne e noi uomini, arcobaleni della terra, abbiamo più colori dell’arcobaleno del cielo; ma siamo tutti africani immigrati. perfino i bianchi più bianchi vengono dall’Africa.
Forse ci rifiutiamo di ricordare la nostra origine comune perchè il razzismo produce amnesia, o perchè ci risulta impossibile credere che in quei tempi remoti il mondo intero fosse il nostro regno, immensa cartina senza frontiere, e le nostre gambe fossero l’unico passaporto richiesto.


Antenati

Per molti popoli dell'Africa nera, gli antenati sono gli spiriti che vivono nell'albero che cresce vicino la loro casa o nella vacca che pascola nel campo. Il bisnonno del tuo trisnonno è ora quel ruscello che serpeggia tra i monti. E tuo antenato può benissimo essere qualunque spirito che voglia accompagnarti nel tuo viaggio per il mondo, benché non sia stato mai tuo parente né tu l'abbia mai conosciuto.
La famiglia non ha frontiere, spiega Soboutu Somé, del popolo dagara: - I nostri figli hanno molte madri e molti padri. Tanto quanti desiderano. E gli spiriti ancestrali, quelli che ti aiutano a camminare, sono i molti nonni che ognuno ha. Tanto quanti desidera.


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Europa cannibale

Gli schiavi salivano tremando sulle navi. Si credevano destinati ad esser mangiati. Tanto in errore non erano. In fin dei conti, il traffico negriero fu la bocca che divorò l'Africa.
Anche prima i re africani avevano schiavi e combattevano tra loro, ma la cattura e vendita di persone si trasformò nel centro dell'economia, e di tutto il resto, solo a partire dal momento in cui i re europei ne fecero un business. Da allora, l'emorragia di giovani vuotò l'Africa nera e segnò per sempre il suo destino.
Il Mali è oggi uno dei paesi più poveri del mondo. Nel sedicesimo secolo, era un regno opulento e culto. L'università di Timbuctú aveva venticinquemila studenti. Quando il sultano del Marocco invase il Mali, non trovò l'oro che cercava, perché rimaneva poco oro giallo, ma vendette l'oro nero ai trafficanti europei, e così guadagnò molto di più: i suoi prigionieri di guerra, tra i quali c'erano medici, giuristi, scrittori, musicisti e scultori, furono resi schiavi e marciarono verso le piantagioni d'America.
La macchina schiavista esigeva braccia e la battuta di caccia delle braccia esigeva guerre. L'economia guerriera dei regni africani venne a dipendere sempre più da tutto quello che veniva da fuori. Una guida commerciale edita in Olanda, in 1655, enumerava le armi più ambite sulle coste dell'Africa, ed anche le migliori offerte per lusingare quei re con la mercanzia. Il gin era molto stimato, ed un pugno di vetri di Murano era il prezzo di sette uomini.


Specchi. Una storia quasi universale

La schiavitú ereditaria non era certo una novità, veniva dei tempi della Grecia e di Roma. Ma l'Europa apportò, a partire dal Rinascimento, alcune novità: mai prima la schiavitú era stata determinata dal colore della pelle, e mai la vendita di carne umana era stato il più brillante business internazionale.
Durante il sedicesimo, diciassettesimo e diciottottesimo, l'Africa vendeva schiavi e comprava fucili: scambiava braccia con violenza.
Dopo, durante i secoli diciannovesimo e ventesimo, l'Africa consegnava oro, diamanti, rame, avorio, caucciù e caffè e riceveva bibbie: scambiava la ricchezza della terra con la promessa del cielo.


Il samba

Il Brasile è brasiliano e anche Dio, proclama Ary Barroso nella molto patriottica e bailonguera musica che si andava imponendosi nel carnevale di Rio di Janeiro.
Ma le sambe più gustose che il carnevale offre non esaltano le virtù del paradiso tropicale. I testi elogiano maliziosamente la vita bohemien e le agiatezze dei liberi, rnaledicono la miseria e l'autorità e disprezzano il lavoro. Il lavoro è cosa da stupidi, perché è evidente agli occhi di tutti che il muratore non potrà non abitare la casa che innalza con le sue mani.
La samba, ritmo nero, figlio delle cantilene per invocare i dei neri nelle favelas, domina i carnevali. Nelle case rispettabili lo guardano ancora di traverso. Causa diffidenza quanto ha di nero e povero e per il fatto d'esser nato nei refugi dei perseguiti dalla polizia. Ma la samba rallegra le gambe ed accarezza l'anima e non c'è maniera di ignorarla quando suona. Al ritmo della samba respira l'universo fino al prossimo mercoledì delle ceneri, mentre dura la festa che trasforma ogni proletario in re, ad ogni paralitico in atleta ed a tutto ciò che c'è di noioso in una splendida follia.


Fondazione della samba

Come il tango, la samba non era decente: musica a buon mercato, cosa da neri.
Nel 1917, lo stesso anno in cui Gardel aprì la grande porta da cui entrò il tango, si ebbe la prima esplosione della samba al carnevale di Rio de Janeiro. In quella notte, che dura da anni, i muti cantarono e danzarono i lampioni agli angoli delle strade.
Non molto dopo, la samba arrivò a Parigi. E Parigi impazzì. Era irresistibile quella musica coinvolgente dove si trovavano tutte le musiche di una nazione prodígiosamente musicale.
Ma al governo brasiliano, che all'epoca non accettava neri nella nazionale di calcio, quella benedizione europea non gli andava affatto bene. Erano neri i musicisti più famosi, e si correva il rischio l'Europa credesse che il Brasile si trovava in Africa.
Il più famoso di quei musicisti, Pixinguinha, maestro del flauto e del sax, aveva creato uno stile inconfondibile. I francesi non avevano ascoltato mai niente di simile. Più che toccare, giocava. E giocando invitava a giocare.


Fondazione di Hollywood

La nascita di una nazione, la prima superproduzione di Hollywood, venne proiettata per la prima volta nel 1915 alla Casa Bianca. Il presidente, Woodrow Wilson, la applaudì in piedi. Lui era l’autore dei testi del film, un inno razzista inneggiante al Ku Klux Klan.
Cavalcano gli incappucciati, tuniche bianche, bianche croci, torce in alto: i neri, vogliosi di bianche donzelle, tremano davanti a questi fantini vendicatori della virtù delle dame e dell'onore dei cavalieri.
In piena auge dei linciaggi, il film di D. W. Griffith, "La nascita di una nazione", eleva il suo inno di lode al Ku Klux Klan.
E' questo il primo colossal di Hollywood ed il più grande successo al botteghino di tutti gli anni del cinema muto. Ed è anche il primo film inaugurato alla Casa Bianca. Il presidente, Woodrow Wilson, l'applaude in piedi. L'applaude e si applaude: questo alfiere della libertà è l'autore dei principali testi che accompagnano le epiche immagini.
Le parole del presidente spiegano che l'emancipazione degli schiavi è stata "un vero rovesciamento della Civilizzazione nel Sud, il Sud bianco sotto i tacchi del Sud nero".
Da allora regna il caos, perché i neri "sono uomini che ignorano ogni forma di autorità, eccetto le proprie insolenze."
Ma il presidente accende la luce della speranza: "Finalmente è venuto alla luce un gran Ku Klux Klan".
E perfino Gesù in persona scende dal cielo, alla fine del film, per impartire la sua benedizione.


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Il jazz

Dagli schiavi viene la più libera delle musiche. Il jazz che vola senza chiedere permesso, ha per nonni i neri che lavoravano cantando nelle piantagioni dei loro padroni, nel sud degli Stati Uniti, e per genitori i musicisti dei bordelli neri di New Orleans. I complessi suonano nei bordelli tutta la notte senza fermarsi, su dei palchi che li mettono al riparo da colpi e pugnalate quando scoppiano le risse. Dalle loro improvvisazioni nasce la pazza musica nuova.
Con quello che aveva messo da parte distribuendo giornali, latte e carbone, un ragazzo gracile e timido si comprò per dieci dollari una tromba tutta sua. Egli soffia e la musica si diffonde largamente, largamente, salutando il giorno. Louis Armstrong è nipote di schiavi, come il jazz, è stato allevato, come il jazz, nei bordelli.


Polvere di riso

Il presidente Epitácio Pessoa fa una raccomandazione ai dirigenti del calcio brasiliano. Per ragioni di prestigio patrio, suggerisce loro che non convochi nessun giocatore di pelle scura al prossimo Campionato Sudamericano.
Tuttavia il Brasile fu vincitore dell'ultimo Campionato Sudamericano grazie ad un mulatto, Artur Friedenreich, che segnò il gol della vittoria; e le sue scarpe, sporche di fango, sono esposte da allora nella vetrina di una gioielleria. Friedenreich, nato da un tedesco e da una nera, è stato il migliore giocatore brasiliano. Arrivava sul campo di gioco sempre per ultimo. Gli ci vuole per lo meno mezz'ora per stirarsi i difetti degli abiti; e dopo, durante il gioco, non gli si muove un capello nemmeno colpendo di testa la palla.
Il calcio, divertimento elegante dopo la messa, è cosa da bianchi. - Polvere di riso! Polvere di riso! - gridano i tifosi contro Carlos Alberto, un altro giocatore mulatto, l'unico mulatto del club Fluminense, che si imbianca il viso con polvere di riso.


Sangue nero

Era di agnello il sangue delle prime trasfusioni; e correva voce che quel sangue facesse crescere lana nel corpo. Nel 1670 l’Europa proibì gli esperimenti.
Molto tempo dopo, verso il 1940, le ricerche di Charles Drew apportarono nuove tecniche per il trattamento e la conservazione del plasma. Grazie alle sue scoperte, che salvarono milioni di vite umane durante la seconda guerra mondiale, Drew fu il primo direttore della Banca del Sangue della Croce Rossa negli Stati Uniti.
L’incarico durò 8 mesi.
Nel 1942, un ordine militare proibì che il sangue nero si mescolasse con il sangue bianco nelle trasfusioni.
Sangue nero? Sangue bianco? Ma questa è un’idiozia, disse Drew e si rifiutò di discriminare il sangue.
Lui se ne intendeva: era uno scienziato ed era nero.
E allora rinunciò o fu rinunciato.


L'altra tua testa, l'altra tua memoria

Dalla meridiana del convento di San Francesco, una lugubre iscrizione ricorda ai viandanti la fugacità della vita: Ogni ora che passa ti ferisce e l'ultima ti ucciderà.
Sono parole scritte in latino. Gli schiavi neri di Bahia non capiscono il latino nè sanno leggere. Dall'Africa hanno portato dei allegri e attaccabrighe: stanno con loro, vanno da loro. Chi muore, entra. I tamburi risuonano perché il morto non si perda e arrivi nella regione di Oxalà. Là, nella casa del creatore dei creatori, lo aspetta l'altra sua testa, la testa immortale. Tutti abbiamo due teste e due memorie. Una testa di fango che diventerà polvere, e un'altra invulnerabile per sempre ai morsi del tempo e della passione. Una memoria che la morte uccide, bussola che finisce con il viaggio, e un'altra memoria, la memoria collettiva, che vivrà finché viva l'avventura umana nel mondo.
Quando l'aria dell'universo si agitò e respirò per la prima volta, e nacque il dio degli dei, non c'era separazione fra la terra e il cielo. Ora sembrano divorziati; ma il cielo e la terra tornano ad unirsi ogni volta che qualcuno muore, ogni volta che qualcuno nasce e ogni volta che qualcuno riceve gli dei nel suo corpo palpitante.

Eduardo Galeano



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