А́нна

video

video

video

Anna Politkovskaja viene uccisa in Russia dopo – uso queste parole perché siamo in questo contesto – aver testimoniato le atrocità della guerra cecena. Lei viene uccisa non perché ha raccontato la guerra cecena, ma perché è riuscita a rendere il problema ceceno un problema del mondo, perché è riuscita a rendere il problema ceceno un problema dell’umanità, cioè è diventato un problema di Roma, di Londra, di Washington, di Città del Messico, non più un problema disperso nella cronaca di tutti i giorni. Questo l’ha resa una testimone; qualcosa in più che una coraggiosa cronista.
Lei racconta delle cose incredibili: vi ricordate quando furono sequestrati in una scuola centinaia di bambini; lei ha raccolto le testimonianze di molte madri sopravvissute a Beslan, al sequestro fatto dai ceceni in una scuola russa. Racconti terrificanti. E faccio cenno soltanto a uno: a un certo punto i ceceni raccolgono maestre, professoresse, certamente anche madri, e i loro allievi in una zona della palestra di questa scuola. Circoscrivono le classi con dei fili ben tesi a cui sono appese delle granate: quindi stanno intimando loro di non muoversi, perché se un bambino cerca di scappare o fa un gesto violento, si spezza il filo e cade la granata. Così sono tutti fermi e costretti a non bere e a non mangiare: tra l’altro era estate e c’era molto caldo. A un certo punto un bambino molto piccolo inizia a piangere, perché aveva molta fame; una madre, una professoressa che era da poco diventata madre, aveva da poco sgravato, quindi aveva ancora latte, dice al bambino di attaccarsi al seno, ma il bambino è grande, si vergogna, non lo fa. Allora lei prende una scarpetta di questo bambino, cerca di versare il suo latte dentro, ma la suola assorbe il latte e quindi non va bene. Allora per puro caso, riesce a trovare, perché lo sapeva, in un cassetto di un armadietto che stava proprio nella sezione dove erano stati ammassati, un cucchiaio. Riempie di latte questo cucchiaio e inizia a dare il latte a questo bambino e poi a tutti i bambini che, per fame, perdono ogni inibizione e bevono questo latte. Se ne accorge un guerrigliero, fa saltare la granata: la maggior parte di questi bambini muore. Cala il buio in questo enorme stanzone e uno dei bambini si sente addosso cibo, in realtà era il sangue del bambino che gli era accanto, a cui era esplosa la testa; ma la maestra dice: "Non ti preoccupare hanno fatto saltare una bomba, si è rotta una credenza e ci è caduta addosso la marmellata". E il bambino dice: "Io odio la marmellata".
Questo racconto che è terribilmente atroce, traccia la testimonianza della umanità in quella situazione: c’è sempre il modo migliore per essere umani, c’è sempre una strada per salvare quella che Nabokov diceva: la forma migliore di essere umano, cioè il bambino.
E Anna Politkovskaja, quando andava a fare i suoi racconti, raccontava questo: raccontava la possibilità di essere uomini, e raccontava la possibilità di come l’uomo in questa situazione arrivasse nell’abisso.
Lei viene uccisa e prima ancora di essere uccisa viene diffamata. Il suo terrore, altro motivo fondamentale, era quello di venire diffamata, era quello che venisse distrutta la sua immagine. Quando viene uccisa, viene intervistato il suo ex-marito che dice: "Meglio così". Una risposta molto dura, molto pesante. Dice "Sì, perché poco prima avevano tentato di sequestrarla, di narcotizzarla e di fare degli scatti osé, pornografici, con degli uomini, per poterla diffamare, fotografarla mentre era narcotizzata per distruggerne l’immagine. Chi avrebbe creduto nel mondo che quelle immagini erano state costruite?" Allora lui dice:"Se l’hanno uccisa, almeno salveranno le sue parole, perché hanno salvato la sua immagine".
Per Anna Politkovskaja, come per tutti coloro che raccontano, la prima grande ossessione è la distruzione dell’immagine, perché tale condizione castra le tue parole, le rende spesso inutili, sussurra in chi ti ascolta la diffamazione, la diffidenza.



Anna era tornata dal fare la spesa il 7ottobre 2006. Una donna dall’aria stanca, al supermercato lungo la Frunzenskaja, la strada che costeggia la Moskva. Sta tornando dall’ospedale dov’è ricoverata la madre divorata da un cancro. Suo padre, legatissimo alla moglie, appena ha saputo della notizia della malattia è morto d’infarto. Sembra accanirsi il peggio della sorte in quei giorni.
Divorziata, Anna, ha due figli ormai grandi che vede poco; a casa l’aspetta Van Gogh, ora un cagnone, ma era un cucciolo segnato dai maltrattamenti. Di lui scriveva: “E' di nuovo sera. Giro la chiave nella serratura e Van Gogh mi vola addosso, sempre e comunque. Anche se gli fa male la pancia, qualunque cosa abbia mangiato, anche se stava dormendo profondamente. E' fonte di un affettuoso moto perpetuo. Tutti ti piantano, tutti si stancano dite: il cane non smette mai di amarti”.
Ha tre borse della spesa nell’auto che ferma davanti al portone di casa sua al numero 8 della Lesnaja Ulitsa. Trovare parcheggio è facile. E' un quartiere borghese abbastanza protetto e di un certo gusto. Ci abitano i professionisti della nuova Russia. Nei palazzi si entra solo con un codice d’accesso. Anna sale a casa e posa le prime due buste della spesa, piene di alimenti e roba per la casa. Poi riscende a prendere la terza busta, piena di oggetti sanitari per la madre, in ospedale mancano. Sale al primo piano con l’ascensore, appena si spalancano le porte, ancora dentro la cabina, incontra un uomo e una donna. Lui è magro, giovane, cappellino calzato con visiera a coprire gli occhi – diranno i testimoni – e accanto c’è la donna. Le punta una pistola Izh silenziata al petto. Al lato sinistro del petto. Spara per tre volte. Due colpi prendono il cuore spaccandolo in tre parti, un terzo colpo devia sulla spalla. Poi, per avere la certezza di aver compiuto bene il lavoro, una volta caduto il corpo a terra spara alla nuca. Avevano seguito Anna dal supermercato, sapevano i codici per entrare nel palazzo e l’hanno aspettata sul pianerottolo. Dopo l’esecuzione lasciano la pistola con matricola abrasa nella pozza di sangue e vanno via. Una signora, poco dopo, chiama l’ascensore, quando questo riscende al piano terra e le porte si spalancano, lancia un urlo e subito dopo una preghiera.
Trova il cadavere di Anna.
Era il cinquantaquattresimo compleanno del presidente Vladimir Putin e quella morte sembra un regalo. Anna Stepanovna Politkovskaja, nata a New York con il cognome Mazepa, quarantotto anni, viene sepolta il 10 ottobre 2006 al cimitero Trojekurovo di Mosca. Dietro il feretro in prima fila i due figli, Ilja, di ventotto anni, e Vera, di ventisei, la sorella, l’ex marito e il cane. La sua parola non poteva essere fermata che così. Solo in quel modo c’erano riusciti: con le pallottole. Tre anni dopo gli accusati dell’omicidio di Anna sono stati tutti assolti. Assolto Sergej Chadžikurbanov, ex funzionario del ministero degli Interni, assolti i due fratelli ceceni Džabrail e Ibragim Machmudov, il terzo, Rustam, implicato anche lui, fuggito all’estero e mai arrestato, e assolto il colonnello delle forze di sicurezza Pavel Rjaguzov. Assolti e liberati dal presidente della Corte militare Evgenij Zubov coloro che secondo l’accusa avevano seguito, e poi ucciso Anna. L’assassinio a oggi non ha colpevoli né mandanti. Ma le parole di Anna continuano a essere spine ficcate sotto le unghie e nelle tempie stesse del potere russo.
Cecenia è un libro pericoloso. Anna Politkovskaja l’ha scritto con la volontà di raccontare una ferita che non riguardava solo una parte sperduta in qualche antro caucasico. L’ha scritto riuscendo a rendere la storia della guerra in Cecenia una realtà quotidiana di tutti. Ed è questo ciò che l’ha uccisa. La sua capacità di rendere la Cecenia dibattito necessario a Londra e a Roma, fornendo elementi a Madrid e a Parigi, a Washington e a Stoccolma. Ovunque le sue parole sono diventate nitroglicerina per il governo di Putin, al punto che questo libro è diventato più pericoloso di una trasmissione televisiva, della dichiarazione di un testimone, di un processo al Tribunale internazionale. Perché Cecenia raccoglie tutto quello che Anna ha visto in una delle peggiori guerre che l’umana specie abbia mai generato, una guerra dove le donne violentate e i soldati torturati dovevano dichiarare a verbale di essere i reali colpevoli delle violenze subite. La sua poetica è possibile sintetizzarla in un aforisma di Marina Cvetaeva sulla quale si era laureata: "Tutto il mio scrivere è prestare orecchio".
Anna Politkovskaja lavorava in una situazione complicatissima. Le trasferte le venivano pagate trenta dollari, non c’era possibilità di guadagno, il lavoro non era sostenuto da alcuna gratificazione economica. Zero soldi per viaggiare e la parte maggiore dello stipendio se ne andava per difendersi da querele e denunce, che piovevano ogni volta che appariva un articolo a sua firma. Sfiancarla era l’obiettivo. E deprimerla con una forte pressione diffamatoria senza fine. Il piano principale non era ucciderla, ma distruggerne l’immagine. Far credere a chi l’amava – ed erano in molti – che fosse un’arrivista pazza.
Non dimenticherò mai le parole pronunciate da Aleksandr Politkovskij, l’ex marito di Anna, all’indomani della sua morte: "Fu nel 1994, quando si occupò della lotta tra gli oligarchi Vladimir Potanin e Vladimir Gusinskij per il controllo di Norilsk Nickel, il più grande produttore mondiale di nickel, che doveva essere privatizzato. Vinse Potanin, ma a un certo punto Gusinskij chiamò Anna e le mostrò un dossier diffamatorio che aveva raccolto sulla nostra famiglia. Anna era spaventata, andai a prenderla e parlammo a lungo, seduti in macchina. Lì lei decise che sarebbe andata avanti comunque, benché temesse il discredito anche più della morte". Meglio morire che essere diffamata. E tutto sommato è questa la vera consolazione. Terribile, tragica, ma incredibilmente vera.
Almeno con la morte hanno smesso di tentare di screditarla. Il discredito era l’elemento primo di distruzione. Infangavano la famiglia cercando di dimostrare collusioni, corruzioni e reati. Andavano dai parenti delle vittime di cui Anna aveva raccontato e facevano pressione perché dicessero che aveva inventato tutto, che tutto era avvenuto diversamente. Diffondevano voci di calunnia: è bugiarda, mitomane, matta, buffona, carrierista. Erano, in fondo, centinaia i cronisti in Russia che la odiavano perché il marito aveva fatto carriera già durante la perestrojka, diventando la voce critica, sì, ma di una televisione dell’Urss. E poi Anna scriveva su un giornale in parte sotto il diretto controllo azionario di Gorbaciov e dell’oligarca Lebedev. Il venticello della calunnia era di fare i rivoluzionari con lo spazio dato dai vecchi padroni comunisti. Non era difficile per il potere politico trovare appigli verosimili per rovinare la sua immagine. Così come oggi centinaia di suoi colleghi in ogni angolo del mondo la difendono e indagano su quanto accaduto.
Ma poi il marito continua a spiegare perché Anna temeva il discredito più di tutto il resto: "Lei scriveva i suoi articoli per cambiare le cose. Ogni pezzo doveva aiutare qualcuno o contrastare un’ingiustizia. Doveva produrre qualcosa anche poco, ma qualcosa. Se avesse perso la sua credibilità questo sarebbe diventato impossibile. Lo stesso le successe, anni dopo, con Ramzan Kadyrov, il governatore filorusso della Cecenia, che minacciò di trascinarla in una sauna e farla fotografare in pose sconce con uomini nudi". L’avrebbero narcotizzata, rapita e fotografata in pose porno con degli uomini, in una specie di orgia, di gang bang tra omaccioni tinti d’olio con al centro la più pericolosa delle giornaliste. Come dire, ecco la vita che fa quella che va raccontando il suo Paese come un inferno. Chi avrebbe creduto che era stata costretta e narcotizzata? Tutti avrebbero accettato quelle foto sconce, e avrebbero urlato al vizio, all’orgia, al piacere della nuova cortigiana che si credeva una combattente. In quel caso, dopo le foto sparate sulle prime pagine di molti giornali e sui siti di gossip di mezzo mondo, nessuna smentita, nessuna denuncia o dimostrazione di violenza avrebbe potuto toglierle il fango dal viso. Un fango che avrebbe messo in dubbio e in discussione ogni reportage, ogni inchiesta, ogni parola. E questo è il pericolo primo.
Prima delle pallottole o quando le pallottole non riescono nel loro intento, si arriva alla distruzione della credibilità, a inabissare l’autorevolezza, a rendere nulle le parole non partendo dalle parole stesse, ma creando un meccanismo che quelle parole priva di ogni senso, rendendole involucri vuoti. Quando Anna decise di dismettere il ruolo di giornalista e partecipare attivamente a ciò che stava vedendo e raccontando, nell’ottobre del 2002, intervenne ai colloqui con i terroristi che avevano preso in ostaggio gli spettatori del musical Nord Ost al teatro Dubrovka di Mosca. Decise di farlo portando acqua agli ostaggi. Nel settembre del 2004, durante l’assedio della scuola di Beslan, voleva tentare la mediazione. E ci sarebbe riuscita poiché era rispettata da entrambi i fronti, ma Anna dichiarò di essere stata avvelenata proprio a bordo dell’aereo che la stava portando in Ossezia. Quel veleno doveva ammazzarla e impedirle di portare avanti una sua proposta per la soluzione della crisi. In un modo semplice, leggero, tentarono di eliminarla: con una tazza di tè. Dopo aver bevuto le iniziò a girare la testa e lo stomaco si contraeva in spasmi. Svenne, ma aveva avuto il tempo di chiedere aiuto alla hostess. Fu portata in ospedale a Rostov. Quando si risvegliò un’infermiera le sussurrò all’orecchio: "Mia cara, l’hanno avvelenata, ma tutti i test sul suo sangue sono stati distrutti per ordini dall’alto". Ricordo benissimo giornalisti italiani che alcuni giorni dopo la notizia si davano di gomito: "Ha visto troppi 007 la nostra Anna. E poi quando uno è in pericolo non lo sbandiera a tutte le conferenze, cerca di difendersi in silenzio". Questo il tenore dei commenti dopo che era sopravvissuta a un avvelenamento senza prove.
Anna sapeva invece che il silenzio sarebbe stato un enorme regalo a chi la voleva zittire e delegittimare. Aveva ricevuto moltissime minacce, e per un periodo le fu pagata una scorta privata dal suo giornale, la "Novaja Gazeta". Il 9 settembre 2004 scrisse un articolo su "The Guardian", Avvelenata da Putin, e in molti, in troppi non le credettero. Per strani meccanismi, l’invidia dei colleghi per la visibilità e la forza delle parole di Anna, che facevano identificare la lotta per i diritti civili in Cecenia con la sua penna e il suo viso, trasformandola in un simbolo, divenne spesso il maggior alleato delle voci ufficiali del governo che raccontavano di una donna presa da se stessa e dal suo progetto mitomane. E tutto questo la lasciava completamente isolata. Nell’articolo del 9 settembre 2004 scriverà: "È assurdo, ma non era forse lo stesso durante il comunismo, quando tutti sapevano che le autorità dicevano idiozie ma fingevano che l’imperatore fosse vestito? Stiamo ricadendo nell’abisso sovietico, nell’abisso dell’informazione che crea morte dalla nostra stessa ignoranza… per il resto, se vuoi continuare a fare il giornalista, devi giurare fedeltà assoluta a Putin. Altrimenti può significare la morte, proiettile, veleno, tribunale o qualunque soluzione i servizi segreti, i cani da guardia di Putin, riterranno più adeguata".
A difenderla c’erano solo i suoi libri e i suoi articoli.
In Memorie di un rivoluzionario, Victor Serge precisò: "Sono più interessato a dire che a scrivere, altri più bravi di me sapranno curare le parole assieme ai fatti, io ora non ho tempo, devo dire e basta". Sembra essere lo stesso per Anna. i suoi libri sono immediati, veloci, hanno la potenza della scoperta della novità, dell’informazione sconosciuta e resa nota. Ed è questo ciò che l’ha esposta.
"A chi in Occidente mi vede come la principale militante contro Putin rispondo che io non sono una militante, sono sole una giornalista. E basta. E il compito del giornalista è quello di informare. Quanto a Putin, ne ha fatte di tutti i colori e io devo scriverne" diceva dichiarando senza problemi che il suo non era un compito politico, ma assolveva alla necessità di scrivere. Detestava scrivere editoriali: "Non importa sapere che penso, ma quello che vedo" e andava avanti con i suoi racconti-inchiesta.
Anna Politkovskaja sapeva che solo i lettori l’avrebbero difesa, partecipava a moltissimi convegni internazionali, sapeva che la gente, gli occhi, l’interesse, avrebbero difeso le sue parole. E solo loro erano la sua scorta. I suoi strumenti erano il reportage e l’intervista, e quando questa era diretta a un’autorità, se il politico o il burocrate era evasivo o mendace, la Politkovskaja passava alla denuncia. Sono dozzine i processi ai quali la scrittrice ha partecipato anche solo come testimone. In un’intervista al quotidiano inglese "The Guardian", il 15 ottobre del 2002, raccontò: "Sono andata oltre il mio ruolo di giornalista. L’ho messo da parte e ho imparato cose di cui non sarei mai venuta a conoscenza se fossi rimasta una semplice giornalista, che sta’ferma nella folla come tutti gli altri". Fu forse questa la ragione che la spinse in Cecenia nel 1999. Da allora, articolo dopo articolo, iniziò a montare questo libro che oggi rappresenta uno dei più rilevanti documenti letterari del nostro tempo per comprendere la fisiologia di ogni conflitto, feroce, nascosto, abominevole, terribilmente moderno.
Politkovskaja è figlia della tradizione dei dissidenti dell’Unione Sovietica che, dagli anni ‘70 in poi, avevano adottato una strategia pacifica e nonviolenta per denunciare il regime. Aveva deciso di smascherare le menzogne del suo Paese attraverso i canali che lo stesso Stato russo aveva creato e così il suo piano non si esauriva nell’articolo, ma continuava nella denuncia. Non tutto era lasciato all’attività giornalistica. Le interessava fissare negli occhi i responsabili. Aveva seguito da vicino la storia dei torturati e delle ragazzine violentate. E l’aveva seguita direttamente nei processi. Quando riusciva, Anna otteneva la punizione dei carnefici e introduceva elementi probatori nello svolgimento dei processi rendendo giustizia alle vittime.
In questo libro emerge chiaro un principio: la forza della parola. Quanto pesa una parola. Quali calibri usare e su quali bilance misurarla. Domande che come febbri tropicali tormentano ogni particella di chi si avvicina da scrittore o da lettore alla letteratura. La letteratura è un atleta, scriveva Majakovskij, e l’immagine di parole che scavalcano la coltre d’ogni cosa, che superano ostacoli e combattono, mi appassiona abbastanza. Il peso specifico della parola letteraria è determinato dalla presenza della scrittura nella carne del mondo o dall’assenza di carne, invece, per alcuni.
Primo Levi in polemica con Giorgio Manganelli, che rivendicava la possibilità di scrivere oscuro, affermò che scrivere oscuro è immorale. La scrittura letteraria è labirintica, multiforme, non credo possano esserci strade univoche, ma quelle su cui devono posare i miei piedi le riconosco. Quando Philip Roth dichiara che dopo Se questo è un uomo nessuno può più dire di non essere stato ad Auschwitz, non di non sapere dell’esistenza di Auschwitz, ma proprio di non essere stati in fila fuori da una camera a gas. Tale è la potenza di quelle pagine. Libri che non sono testimonianze, reportage, non sono dimostrazioni. Ma portano il lettore nel loro stesso territorio, permettono di essere carne nella carne. In qualche modo questa è la differenza reale tra ciò che è cronaca e ciò che è letteratura. Non l’argomento, neanche lo stile, ma questa possibilità di creare parole che non comunicano ma esprimono, in grado di sussurrare o urlare, di mettere sotto pelle al lettore che ciò che sta leggendo lo riguarda. Non è la Cecenia, non è Saigon, non è Dachau, ma è il proprio luogo, e quelle storie sono le proprie storie.
Truman Capote l’aveva scritto poco prima di morire: "Il romanzo e la verità sono divisi da un’isola che si restringe via via sempre di più, ma stanno per incontrarsi, I due fiumi scorreranno insieme, una volta per tutte". E il rischio per gli scrittori non è mai di aver svelato quel segreto, di aver scoperto chissà quale verità nascosta, ma di averla detta. Di averla detta bene. Questo rende Io scrittore pericoloso, temuto. Può arrivare ovunque attraverso una parola che non trasporta soltanto l’informazione, che invece può essere nascosta, fermata, diffamata, smentita, ma trasporta qualcosa che solo gli occhi del lettore possono smentire e confermare. Questa potenza non puoi fermarla se non fermando la mano che la scrive. La forza della letteratura continua a essere questa sua incapacità di ridursi a una dimensione, di essere soltanto una cosa, sia essa notizia, informazione o sensazione, piacere, emozione. Questa sua fruibilità la rende in grado di andare oltre ogni limite, di superare le comunità scientifiche, gli addetti ai lavori, e di andare nel tempo quotidiano di chiunque, divenendo strumento ingovernabile e capace di forzare ogni maglia possibile. La potenza stessa che faceva temere ai governi sovietici di più Boris Pasternàk e Il dottor Živago e I racconti di Kolyma di Šalamov che gli investimenti del controspionaggio della Cia.
La potenza vitale della scrittura continua a essere condizione necessaria per distinguere un libro che val la pena di leggere da uno che val la pena di mantenere chiuso. L’universo dei campi di concentramento sembra spremere dalla letteratura impensabili stille di vita. Non mi interessa la letteratura come vizio, non mi interessa la letteratura come pensiero debole, non mi riguardano belle storie incapaci di mettere le mani nel sangue del mio tempo, e di fissare in volto il marciume della politica e il tanfo degli affari. Esiste una letteratura diversa che può avere grandi qualità e riscuotere numerosi consensi. Ma non mi riguarda. Ho in mente la frase di Graham Greene: "Non so cosa andrò a scrivere ma per me vale soltanto scrivere cose che contano". Cercare di capire i meccanismi. I congegni del potere, del nostre tempo, i bulloni della metafisica dei costumi. Tutto è coro e materia, con registri diversi. Senza il terrore di scrivere al di fuori dei perimetri letterari, prescegliendo dati, indirizzi, percentuali e armamentari, contaminando con ogni cosa. Lo stile è fondamentale, credo però avesse visto giusto Ernest Hemingway: "Lo stile è la grazia sotto pressione". La grazia dello scrivere, il suo tempo disteso, la riflessione profonda devono essere tenuti in ostaggio dalla situazione, dall’imperativo della parola di fare, di svelare. Una verità, quella letteraria, che è nella parola non nella persona. La verità delle parole nel nostro tempo si paga con la morte. Ci si aspetta che sia così. Ti addestri la mente che sia così. Ne sono sempre più convinto. Sopravvivere a una forte verità è un modo per generare sospetto. Un modo per togliere verità alle proprie parole. Ma le verità della parola e dell’analisi non hanno altro riscontro che la morte. Sopravvivere a una verità della parola significa sminuire la verità. Una verità della parola porta sempre una risposta del potere, se è efficace. "Potere" è una parola generica e sgualdrinesca. Potere istituzionale, militare, criminale, culturale, imprenditoriale.
E questa risposta se non viene la parola della nuova verità, non ha ottenuto scopo. Non ha colpito. E la prova del nove per aver colpito al cuore del potere è esserne colpito al cuore. Una reazione eguale e contraria. E feroce. O si porta una verità condivisa, tutto sommato accettabile. O si porta la verità delle immagini, quella delle telecamere o delle fotografie. Verità estetiche, verità morali supportate dalle prove. Quelle comportano poco la scelta dell’individuo e molto quella dell’occhio. Come se l’uomo fosse smembrato isolando ogni suo organo. E all’intellettuale fosse destinata la stessa separazione dell’apologo di Menenio Agrippa. Il reporter è l’occhio, lo scrittore la mano e un po’ di mente, il giornalista l’occhio e un po’ di mano, il poeta il cuore, il narratore lo stomaco. Ma è forse giunto il tempo di generare un mostro a più mani e più occhi, un tempo in cui chi scrive possa invadere, coinvolgere, abusare di ogni strumento. Questo è il compito dello scrittore che si occupa della realtà e scrive per mezzo di essa. Le parole continuano a essere fondamentali, ma la solitudine di chi scrive e la pericolosità della parola sono ancora enormi.
Stanislav Markelov era l’avvocato di Anna Politkovskaja ed era l’avvocato che si batteva contro il rilascio anticipato del colonnello Juri Budanov, l’ufficiale di più alto grado condannato per crimini di guerra da un tribunale russo. L’hanno ucciso barbaramente con proiettili alla testa, il 19 gennaio 2009. Nel processo contro il colonnello Budanov, Markelov rappresentava la famiglia di Elza Kungaeva, la diciottenne cecena stuprata e uccisa a Chankala da un gruppo di soldati russi. Il padre di Elza Kungaeva, da anni in Norvegia, riceve continue minacce di morte. Il colonnello Budanov è un intoccabile. In questi anni, l’omicidio di Elza è diventato il simbolo degli abusi commessi in Cecenia dalle truppe russe. L’episodio è raccontato in molte pagine del libro La Russia di Putin di Anna Politkovskaja. Vi si racconta anche il processo a Budanov, che probabilmente non sarebbe stato condannato senza l’attenzione mediatica che il suo libro aveva generato. Budanov era stato arrestato nel 2000, incriminato e condannato a dieci anni nel 2003. Di recente era però tornato in libertà, malgrado la campagna condotta dall’avvocato Markelov contro il rilascio.
L’avvocato Markelov è stato freddato per strada insieme ad Anastasija Baburova, giornalista della "Novaja Gazeta" – la stessa testata della Politkovskaja –, che aveva preso il posto di Anna nell’occuparsi delle inchieste sulla Cecenia.
Chi scrive, muore. Ad Anastasija sparano alla testa mentre cerca di fermare il sicario che aveva ucciso l’avvocato Markelov con cui lei lavorava. Ai killer era sembrato assurdo che una donna reagisse e non scappasse, e questo li aveva spiazzati. Anastasija è morta ribellandosi ai suoi esecutori. Aveva venticinque anni. Ora che la diffamazione non è riuscita a distruggere Anna, ora che le sue parole le sono sopravvissute, tutto è nelle labbra, negli occhi, nella memoria dei lettori.
Non avrei voluto che queste mie parole fossero definite una introduzione. Queste parole sono una preghiera, pronunciata con tutte le possibili frasi liturgiche al lettore che ha deciso di spendere il suo tempo a leggerle.
Una preghiera perché non smetta mai di riportare a tutti coloro che incontra quanto leggerà in Cecenia e perché non dimentichi il sacrificio di chi ha deciso di raccontare. Una preghiera affinché possa sentire sin dentro la carne ogni ora della vita di Anna Politkovskaja, una vita spesso passata sapendo di avere una scadenza, ma nella certezza che quella scadenza avrebbe riguardato solo il proprio corpo, e diffuso, come le costellazioni, le proprie storie depositandole in ogni lettore che le avesse incontrate.

Roberto Saviano



Per le parti precedenti:

Dall'Inferno alla Bellezza
Not the Jail not the Death
Città dell'uomo-Paradiso dei fiori
Neri di morte, neri di rabbia
Quanto pesa la parola
Колымские рассказы

Queridos compañeros

video

Queridos compañeros:
niños y adolescentes de hoy, hombres y mujeres de mañana; héroes de mañana, si es necesario, en los rigores de la lucha armada; héroes, si no, en la construcción pacífica de nuestra nación soberana.
Hoy es un día muy especial, un día que llama a la conversación íntima entre nosotros, los que de alguna manera hemos contribuido con un esfuerzo directo a la Revolución, y todos ustedes.
Hoy se cumple un nuevo aniversario del Natalicio de José Martí, y antes de entrar en el tema quiero prevenirles una cosa: he escuchado hace unos momentos: "¡Viva el Che Guevara!", pero a ninguno de ustedes se le ocurrió hoy gritar: "¡Viva Martí!"... Y eso no está bien...
Y no está bien por muchas razones. Porque antes que naciera el Che Guevara y todos los hombres que hoy lucharon, que dirigieron como él dirigió; antes que naciera todo este impulso libertador del pueblo cubano, Martí había nacido, había sufrido y había muerto en aras del ideal que hoy estamos realizando.
Más aún, Martí fue el mentor directo de nuestra Revolución, el hombre a cuya palabra había que recurrir siempre para dar la interpretación justa de los fenómenos históricos que estábamos viviendo, y el hombre cuya palabra y cuyo ejemplo había que recordar cada vez que se quisiera decir o hacer algo trascendente en esta Patria... porque José Martí es mucho más que cubano; es americano; pertenece a todos los veinte países de nuestro continente y su voz se escucha y se respeta no sólo aquí en Cuba sino en toda América.
Cúmplenos a nosotros haber tenido el honor de hacer vivas las palabras de José Martí en su Patria, en el lugar donde nació. Pero hay muchas formas de honrar a Martí. Se puede honrarlo cumpliendo religiosamente con las festividades que indican cada año la fecha de su nacimiento, o con el recordatorio del nefasto 19 de mayo de 1895.
Se puede honrar a Martí citando sus frases, frases bonitas, frases perfectas, y además, y sobre todo, frases justas. Pero se puede y se debe honrar a Martí en la forma en que él querría que se le hiciera, cuando decía a pleno pulmón: "La mejor manera de decir, es hacer".
Por eso nosotros tratamos de honrarlo haciendo lo que él quiso hacer y lo que las circunstancias políticas y las balas de la colonia se lo impidieron.
Y no todos, ni muchos - y quizás ninguno - pueda ser Martí, pero todos podemos tomar el ejemplo de Martí y tratar de seguir su camino en la medida de nuestros esfuerzos. Tratar de comprenderlo y de revivirlo por nuestra acción y nuestra conducta de hoy, porque aquella Guerra de Independencia, aquella larga guerra de liberación, ha tenido su réplica hoy y ha tenido cantidad de héroes modestos, escondidos, fuera de las páginas de la historia y que, sin embargo, han cumplido con absoluta cabalidad los preceptos y los mandatos del Apóstol.
Yo quiero presentarles hoy a un muchacho que quizás muchos de ustedes conozcan ya, y hacer una pequeña historia de aquellos días difíciles de la Sierra.
¿Ustedes lo conocen o no lo conocen? Es el comandante Joel Iglesias, del Ejército Rebelde y el jefe de la Asociación de Jóvenes Rebeldes. Ahora les voy a explicar por qué razones está en ese puesto y por qué lo presento con orgullo en un día como hoy.
El comandante Joel Iglesias tiene 17 años. Cuando llegó a la Sierra tenía 15 años. Y cuando me lo presentaron no lo quise admitir porque era muy niño. En aquel momento había un saco de peines de ametralladora -la ametralladora que se usaba en aquella época- y nadie lo quería cargar. Se le puso como tarea y como prueba el que llevara ese saco por las empinadas lomas de la Sierra Maestra. El hecho de que esté hoy aquí indica que lo pudo llevar bien.
Pero hay mucho más que eso. Ustedes no habrán tenido tiempo, por el poco espacio que caminó, de ver que cojea de una pierna; ustedes no han podido ver, no han podido oír tampoco, porque no los ha saludado, que tiene la voz ronca y que no se le escucha bien. Ustedes no han podido ver que tiene en su cuerpo 10 cicatrices de balas enemigas, y que esa ronquera que tiene, esa cojera gloriosa, son los recuerdos de las balas enemigas, pues siempre estuvo en primer lugar en el combate y en los puestos de mayor responsabilidad.
Yo recuerdo que había un soldado - que después fue comandante - que murió hace poco por una equivocación trágica.
Ese comandante se llamaba Cristino Naranjo. Tenía cerca de cuarenta años, y el teniente que lo mandaba era el teniente Joel Iglesias, de quince años. Cristino le hablaba de tú a Joel, y Joel que lo mandaba, le hablaba de usted. Sin embargo, Cristino Naranjo nunca dejó de obedecer una orden, porque en nuestro Ejército Rebelde, siguiendo las orientaciones de Martí, no nos importaban ni los años, ni el pasado, ni la trayectoria política, ni la religión, ni la ideología anterior de un combatiente. Nos importaban los hechos en ese momento y su devoción a la causa revolucionaria.
Nosotros sabíamos también, por Martí, que no importaba el número de armas en la mano, sino el número de estrellas en la frente. Y Joel Iglesias, ya en aquella época, era de los que tenían muchas estrellas en la frente, no esa sola que hoy tiene como comandante del Ejército. Por eso quería presentárselo en un día como hoy, para que supieran que el Ejército Rebelde se preocupa de la juventud, y de darle a esa juventud que hoy asoma a la vida, lo mejor de sus hombres, lo mejor de sus ejemplos combatientes y de sus ejemplos de trabajo. Porque creemos que así se honra a Martí.
Quisiera decirles a ustedes muchas cosas como ésta hoy. Quisiera explicarles, para que me entiendan, para que lo sientan en lo más hondo de sus corazones, el porqué de esta lucha, de la que pasamos con las armas en la mano, de la que hoy sostenemos contra los poderes imperiales, y de la que quizás tengamos todavía que sostener mañana en el campo económico, o aún en el campo armado.
De todas las frases de Martí, hay una que creo que define como ninguna ese espíritu de Apóstol. Es aquella que dice: "Todo hombre verdadero debe sentir en la mejilla el golpe dado a cualquier mejilla de hombre".
Eso era, y es, el Ejército Rebelde y la Revolución cubana. Un Ejército y una Revolución que sienten en conjunto y en cada uno de sus miembros, la afrenta que significa el bofetón dado a cualquier mejilla de hombre en cualquier lugar de la tierra.
Es una Revolución hecha para el pueblo y mediante el esfuerzo del pueblo, que nació de abajo, que se nutrió de obreros y de campesinos, que exigió el sacrificio de obreros y de campesinos en todos los campos y en todas las ciudades de la Isla. Pero que ha sabido recordarlos en el momento del triunfo.
"Con los pobres de la tierra quiero yo mi suerte echar", decía Martí,... y asimismo, interpretando sus palabras, lo hicimos nosotros.
Hemos venido puestos por el pueblo y dispuestos a seguir aquí hasta que el pueblo quiera, a destruir todas las injusticias y a implantar un nuevo orden social.
No le tenemos miedo a palabras, ni a acusaciones, como no tuvo miedo Martí. Aquella vez que en un primero de Mayo - creo que de 1872 - en que varios héroes de la clase obrera norteamericana rendían su vida por defenderla y por defender los derechos del pueblo, Martí señalaba con valentía y emoción esa fecha, y marcaba el rostro de quien había vulnerado los derechos humanos, llevando al patíbulo a los defensores de la clase obrera. Y ese primero de Mayo que Martí apuntó en aquella época, es el mismo que la clase obrera del mundo entero, salvo los Estados Unidos, que tienen miedo de recordar esa fecha, recuerdan todos los años en todos los pueblos, y en todas las capitales del mundo, y Martí fue el primero en señalarlo, como siempre era el primero en señalar las injusticias. Como se levantó junto con los primeros patriotas y como sufrió la cárcel a los quince años; y como toda su vida no fue nada más que una vida destinada al sacrificio, pensando en el sacrificio y sabiendo que el sacrificio de él era necesario para la realidad futura, para esta realidad revolucionaria que todos ustedes viven hoy.
Martí nos enseñó esto a nosotros también. Nos enseñó que un revolucionario y un gobernante no pueden tener ni goces ni vida privada, que debe destinarlo todo a su pueblo, al pueblo que lo eligió, y lo manda a una posición de responsabilidad y de combate.
Y también cuando nos dedicamos todas las horas posibles del día y de la noche a trabajar por nuestro pueblo, pensamos en Martí y sentimos que estamos haciendo vivo el recuerdo del Apóstol...
Si de esta conversación entre ustedes y nosotros quedara algo, si no se esfumara, como se van las palabras, me gustaría que todos ustedes en el día de hoy... pensaran en Martí.
Pensaran como en un ser vivo, no como un dios ni como una cosa muerta; como algo que está presente en cada manifestación de la vida cubana, como está presente en cada manifestación de la vida cubana la voz, el aire, los gestos de nuestro gran y nunca bien llorado compañero Camilo Cienfuegos. Porque a los héroes, compañeros, a los héroes del pueblo, no se les puede separar del pueblo, no se les puede convertir en estatuas, en algo que está fuera de la vida de ese pueblo para el cual la dieron. El héroe popular debe ser una cosa viva y presente en cada momento de la historia de un pueblo.
Así como ustedes recuerdan a nuestro Camilo, así deben recordar a Martí, al Martí que habla y que piensa hoy, con el lenguaje de hoy, porque eso tienen de grande los grandes pensadores y revolucionarios: su lenguaje no envejece. Las palabras de Martí de hoy no son de museo, están incorporadas a nuestra lucha y son nuestro emblema, son nuestra bandera de combate.
Esa es mi recomendación final, que se acerquen a Martí sin pena, sin pensar que se acercan a un dios, sino a un hombre más grande que los demás hombres, más sabio y más sacrificado que los demás hombres, y pensar que lo reviven un poco cada vez que piensan en él, y lo reviven mucho cada vez que actúan como él quería que actuaran.
Recuerden ustedes que de todos los amores de Martí, su amor más grande estaba en la niñez y en la juventud, que a ellas dedicó sus páginas más tiernas y más sentidas y muchos años de su vida combatiendo. Para acabar, les pido que me despidan como empezaron, pero al revés: con "¡Viva Martí!", que está vivo.

Ernesto "Che" Guevara

Discurso que Ernesto "Che" Guevara pronunció durante la ceremonia en honor de José Martì organizado por la Asociación de los Jóvenes Rebeldes, el 28 de enero 1960.



Cari compagni,
bambini e adolescenti di oggi, uomini e donne di domani, eroi di domani; eroi, se sarà il caso, nei rigori della lotta armata; eroi, altrimenti, nella costruzione pacifica della nostra nazione sovrana.
Oggi è un giorno davvero particolare, una giornata che invita alla conversazione intima tra noi, che in qualche modo abbiamo contribuito con uno sforzo diretto alla Rivoluzione, e tutti voi.
Oggi si compie un altro anniversario della nascita di Josè Martì, e prima di entrare in argomento voglio premettere una cosa. Ho sentito qualche minuto fa: "Viva Che Guevara!" ma nessuno di voi è venuto in mente di gridare: "Viva Martí!"... E questo non va bene...
E non va bene per molte ragioni. Perché prima che nascesse il Che Guevara e tutti gli uomini che oggi hanno lottato, che hanno comandato come lui ha comandato, prima che nascesse tutta questa spinta liberatrice del popolo cubano, Martí era nato, aveva sofferto ed era morto sugli altari dell'ideale che oggi stiamo realizzando.
Di più: Martí fu il mentore diretto della nostra Rivoluzione, l'uomo alla cui parola bisognava sempre ricorrere per interpretare i fenomeni storici che stavamo vivendo, l'uomo la cui parola e il cui esempio bisognava ricordare ogni volta che si voleva dire o fare qualcosa di importante in questa patria... perché Josè Martí è molto più che cubano: è americano, appartiene a tutti i venti Paesi del nostro continente e la sua voce viene ascoltata e rispettata non soltanto qui a Cuba ma in tutta l'America.
E' toccato a noi l'onore di rendere viva la parola di Josè Martí nella sua patria, nel luogo in cui nacque. Ma ci sono molti modi di onorare Martí. Si può onorarlo celebrando religiosamente le festività che ogni anno indicano la data della sua nascita, o con la memoria del nefasto 19 maggio 1895. Si può onorare Martí citando le sue frasi, frasi belle, frasi perfette, e inoltre, e soprattutto, frasi giuste. Ma si può e si deve onorare Martí nel modo in cui avrebbe desiderato fosse fatto , quando diceva a pieni polmoni: "Il modo migliore di dire è fare".
Perciò noi abbiamo cercato di onorarlo facendo ciò che lui avrebbe voluto fare e che le circostanze politiche e le pallottole del colonialismo gli impedirono.
E non tutti, né molti - e forse nessuno -, possiamo essere Martí, ma tutti possiamo prendere esempio da Martí e cercare di seguire la sua strada nella misura delle nostre forze. Cercare di capirlo e di riviverlo con la nostra azione e la nostra condotta di oggi, perché quella guerra di indipendenza, quella lunga guerra di liberazione, ha avuto oggi la sua replica e ha avuto un gran numero di eroi modesti, ignoti, fuori dalle pagine della storia e che, tuttavia, hanno eseguito perfettamente i precetti e i comandamenti dell'apostolo.
Voglio oggi presentarvi un ragazzo che forse molti di voi già conoscono, e fare una piccola storia di questi giorni difficili sulla Sierra.
Lo conoscete o non lo conoscete? E' il comandante Joel Iglesias dell'Esercito Ribelle, e capo dell'Associazione dei Giovani Ribelli. Adesso vi voglio spiegare per quali ragioni occupa questo posto e perché lo presento con orgoglio in un giorno come questo.
Il comandante Joel Iglesias ha diciassette anni. Quando arrivò alla Sierra ne aveva quindici. E quando me lo presentarono non volli ammetterlo perché era troppo bambino. In quel periodo avevo un sacco di caricatori di mitragliatrice - la mitragliatrice che usavo a quell'epoca - e nessuno se li voleva caricare in spalla. Gli venne affidato il compito e la prova di portare quel sacco per le asperità accidentate della Sierra Maestra. Il fatto che è qui significa che riuscì a portarlo. Ma v'è molto di più. Voi non avrete il tempo di accorgervi, giacché ha camminato molto poco, che zoppica da un piede; non avete potuto vedere, non avete potuto neppure sentire, perché non vi ha salutato, che ha la voce roca e che si fatica a comprenderlo. Voi non avete potuto vedere che ha nel corpo dieci cicatrici di proiettili nemici e che la sua raucedine, il suo glorioso zoppicare, sono ricordi dei proiettili nemici, perché fu sempre in prima linea nel combattimento e nei posti di maggiore responsabilità.
Io ricordo che c'era un soldato - che in seguito fu anche lui comandante - che è morto poco tempo fa per un tragico errore.
Quel comandante si chiamava Cristino Naranjo. Aveva circa quarant'anni, e il tenente che lo comandava era il tenente Joel Iglesias, di quindici anni. Cristino dava del tu a Joel, e Joel, che lo comandava, gli dava del lei. Tuttavia Cristino Naranjo non mancò mai di obbedire a un solo ordine, perché nel nostro Esercito Ribelle, seguendo gli orientamenti di Martí, non ci si curava né dell'età, né del passato, né dei trascorsi politici, né della religione, né dell'ideologia precedente di un combattente. Ci importavano i fatti di quel momento e la dedizione alla causa rivoluzionaria.
Noi sapevamo anche, grazie a Martí, che non importava il numero di armi in mano, ma il numero di stelle sulla fronte. E Joel Iglesias, già a quell'epoca, era di quelli che avevano molte stelle sulla fronte, non quella sola che oggi ha come comandante dell'esercito. Per questo ho voluto presentarvelo in un giorno come oggi, perché sappiate che l'Esercito Ribelle si preoccupa della gioventù e di dare alla gioventù che oggi si affaccia alla vita il migliore dei suoi uomini, il migliore dei suoi esempi di lotta e dei suoi esempi di lavoro. Perché crediamo che è così che si onora Martí.
Volevo dirvi molte altre cose come questa, oggi. Volevo spiegarvi, affinché mi intendiate, affinché sentiate nel più profondo del cuore il perché di quella lotta in cui siamo passati con le armi alla mano, e di questa che oggi sosteniamo contro le potenze imperialiste, e che forse domani dovremo sostenere in campo economico, o anche sul campo di battaglia.
Tra tutte le frasi di Martí, ce n'è una che credo definisca come nessun'altra lo spirito dell'apostolo.
E'quella che dice: "Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque guancia di uomo".
Questo era, ed è,l'Esercito Ribelle e la Rivoluzione cubana. Un esercito e una rivoluzione che sentono, nell'insieme e in ciascuno dei suoi compagni, l'affronto rappresentato dallo schiaffo dato a qualunque guancia di uomo in qualunque luogo della terra.
Si tratta di una Rivoluzione fatta per il popolo e mediante lo sforzo del popolo, nata dal basso, alimentata da operai e contadini, che ha richiesto il sacrificio di operai e contadini in tutti i campi e in tutte le città dell'isola. Ma che ha anche saputo ricordarli al momento della vittoria.
"Con i poveri della terra voglio condividere la mia sorte", diceva Martí... e altrettanto, interpretando le sue parole, abbiamo fatto noi.
Siamo stati scelti dal popolo e siamo disposti a continuare, fin quando il popolo lo vorrà, a distruggere tutte le ingiustizie e a instaurare un nuovo ordine sociale.
Non abbiamo paura delle parole né delle accuse come non ne ebbe paura Martí. Come in quel 1° Maggio - credo nel 1872 - in cui parecchi eroi della classe operaia nordamericana donavano la propria vita per difenderla e per difendere i diritti del popolo. Martí indicava con coraggio ed emozione quella data, che colpiva frontalmente chi aveva leso i diritti umani facendo salire al patibolo i difensori della classe operaia. E quel 1° Maggio, che Martí sottolineava allora, è lo stesso che la classe operaia del mondo intero - salvo negli Stati Uniti , dove hanno paura di ricordare quella data -, celebra tutti gli anni, e in tutte le capitali del mondo: e Martí fu il primo a sottolinearlo, come sempre era il primo a segnalare le ingiustizie. Così come si levò con i primi patrioti e come subì il carcere a quindici anni, e così come tutta la sua vita non fu nient'altro che una vita destinata al sacrificio, pensando al sacrificio e sapendo che il sacrificio suo era necessario alla realtà futura, a questa realtà rivoluzionaria che tutti voi oggi vivete.
Martí ci insegnò anche questo. Ci insegnò che un rivoluzionario e un uomo di governo non possono avere né gioie né vita privata, ma devono dedicare tutto al loro popolo, al popolo che li ha scelti e li ha assegnati a una posizione di responsabilità e di combattimento.
E anche quando noi dedichiamo tutte le ore possibili del giorno e della notte a lavorare per il nostro popolo, pensiamo a Martí e sentiamo di far rivivere il ricordo dell'apostolo...
Se da questa conversazione tra voi e noi dovesse restare qualcosa, se essa non sfumasse, come succede alle parole, mi piacerebbe che tutti nella giornata di oggi... pensassero a Martí.
Pensassero a lui come a una persona viva, non come a un dio né come a una cosa morta ma come a qualcosa che sia presente in ogni manifestazione della vita cubana, come in ogni manifestazione della vita cubana sono presenti la voce, l'andatura, i gesti del nostro grande e mai abbastanza compianto compagno Camino Cienfuegos. Perchè gli eroi, compagni, gli eroi del popolo non possono essere separati dal popolo, non si possono trasformare in statue, in qualcosa che è fuori dalla vita di quel popolo al quale donarono la loro. L'eroe popolare deve essere una cosa viva e presente in ogni momento della storia di un popolo.
Così come voi ricordate il nostro Camino , così dovete ricordare Martí, il Martí che parla e che pensa oggi, col linguaggio di oggi, perché questo hanno di grande i grandi pensatori rivoluzionari: il loro linguaggio non invecchia. Le parole di Martì oggi non sono da museo, sono inserite nella nostra lotta e sono il nostro emblema, sono la nostra bandiera di combattimento.
Questa è la mia raccomandazione finale: avvicinatevi a Martí senza timori, senza pensare di avvicinarvi a un dio, bensì a un uomo più grande degli altri uomini, più saggio e più pronto degli altri al sacrificio, e pensate che lo farete un poco rivivere ogni volta che penserete a lui, e molto lo fate rivivere ogni volta che agite come lui voleva che voi agiste.
Ricordatevi che fra tutti gli amori di Martí, il suo amore più grande era rivolto all'infanzia e alla gioventù , che a queste dedicò le sue pagine più tenere e commosse e molti anni della sua vita di lotte.
Per concludere , vi chiedo di congedarmi con un "Viva Martí!", che è vivo.

Ernesto "Che" Guevara

Discorso che Ernesto Che Guevara pronunciò durante la cerimonia in onore di Josè Martí organizzata dall'Associazione dei Giovani Ribelli , il 28 gennaio 1960.

Juventud y Revolución

video

Compañeros:
...Usted también es hablado de la necesaria espontaneidad, de la alegría de la juventud, de como ella - y no me refiero a este grupo del ministerio, pero en general - ha organizado la alegría. Ha sido a aquel punto que los jóvenes ejecutivos se han echado a pensar en lo que debería hacer la juventud para ser alegre, según la definición. Y fue justo éste que hizo viejos los jóvenes.
¿Cómo puede un joven echarse a pensar qué debe ser la juventud? ¡Haz sencillamente lo que piensa! Es éste que tiene que hacer la juventud. Pero fue cuánto no ocurrió, porque hubo todo un grupo de ejecutivos que estuvieron realmente envejecidos.
Obviamente, esta alegría y espontaneidad de la juventud pueden ser superficiales... Y no se equivoque lo que la juventud de todo el mundo, y sobre todo aquella cubana por las características de su pueblo, tiene de alegre, de fresco, de espontáneo, con la superficialidad. ¡Son dos cosas completamente diferentes!
Usted puede y se tiene que ser espontáneos y alegres, pero se tiene que ser profundos al mismo tiempo.
También en la juventud se han averiguado cambios. Ahora, la insistencia que continuamente les he hecho, es para que no dejen de ser jóvenes, no se transformen en viejos teóricos, o teorizantes, conserven la frescura de la juventud, el entusiasmo de la juventud. Sean capaces de recibir las grandes consignas del Gobierno, transformarlas internamente, y convertirse en motores impulsores de todo el movimiento de masa, marchando a la vanguardia.
Por otra parte, hay que balancear, y jerarquizar. Estas son las tareas que debe cumplir la juventud. Ahora ustedes han hablado de la revolución técnica. Este es uno de los aspectos más importantes, de las tareas más concretas, más adaptadas a la mentalidad de la juventud. Pero la revolución técnica no puede irse sola, porque revolución técnica está sucediendo en el mundo, en todos los países avanzados, socialistas y no.
Es decir, que la transformación, la revolución técnica, dará a cada uno la oportunidad de llegar aproximadamente a lo que más le interesa en la vida, en sus trabajos, investigaciones, estudios, de todo tipo. Y la actitud frente a este trabajo será de tipo completamente nuevo. Porque el socialismo ahora, en esta etapa de construcción del socialismo y el comunismo, no se ha hecho simplemente para tener nuestras fábricas brillantes, se están haciendo para el hombre integral, el hombre debe transformarse conjuntamente con la producción que avance, y no haramos una tarea adecuada si solamente fuéramos productores de artículos, de materias primas, y no fuéramos a la vez productores de hombres.
Aquí está una de las tareas de la Juventud, impulsar, dirigir con el ejemplo la producción del hombre del mañana, y en esa producción y en esa dirección está incluida la producción propia, porque nadie es perfecto ni mucho menos, y todo el mundo debe ir mejorando sus cualidad mediante el trabajo, las relaciones humanas, el estudio profundo, las discusiones críticas, todo eso es lo que va transformando a la gente.

Ernesto "Che" Guevara

Llevado por el discurso en la clausura del seminario "La juventud y la Revolución ", organizado por la UJC del Ministerio de Industrias, 9 de mayo de 1964.



Compagni,
...Si è anche parlato della necessaria spontaneità, dell'allegria della gioventù, di come essa - e non mi riferisco a questo gruppo del ministero, ma in generale - ha organizzato l'allegria. E' stato a quel punto che i giovani dirigenti si sono messi a pensare a ciò che dovrebbe fare la gioventù per essere allegra, secondo la definizione. Ed era proprio questo che rendeva vecchi i giovani.
Come può un giovane mettersi a pensare cosa deve essere la gioventù? Faccia semplicemente ciò che pensa! E' questo che deve fare la gioventù. Ma non era quanto accadeva, perché vi era tutto un gruppo di dirigenti che erano veramente invecchiati.
Ovviamente, questa allegria e spontaneità della gioventù possono essere superficiali... E non si confonda ciò che la gioventù di tutto il mondo, e soprattutto quella cubana per le caratteristiche del suo popolo, ha di allegro, di fresco, di spontaneo, con la superficialità. Sono due cose del tutto diverse!
Si può e si deve essere spontanei e allegri, ma si deve essere profondi allo stesso tempo.
Anche nella gioventù si sono verificati dei cambiamenti. Ora, la mia insistenza su questo aspetto, insistenza che ho espresso in continuazione, è che non smettiate di essere giovani, non vi trasformiate in vecchi teorici o teorizzatori, che conserviate la freschezza della gioventù. Siate capaci di far vostre le grandi indicazioni del Governo modificandole dall'interno e, trasformando voi stessi, diventate un motore propulsivo dell'intero movimento di massa, marciando all'avanguardia.
Del resto occorre stabile un equilibrio e una gerarchia. Questo è uno dei compiti che deve assolvere la gioventù. Poco fa avete parlato della rivoluzione tecnologica. Questo è uno degli aspetti più importanti, dei compiti più concreti, più adattati alla mentalità della gioventù. Ma la rivoluzione tecnologica, naturalmente, non può andare avanti da sola, visto che si sta svolgendo nel mondo, in tutti i paesi avanzati, socialisti e no.
Tale trasformazione, la rivoluzione tecnologica, darà l'opportunità di realizzare, più o meno, ciò che a ciascuno interessa nella vita, nel lavoro, nella ricerca, nello studio in generale. E l'atteggiamento di fronte a questo lavoro sarà di tipo completamente nuovo. Perché il socialismo, in questa tappa di costruzione del socialismo e del comunismo, non lo si sta facendo solo per avere delle belle fabbriche, ma per formare l'uomo integrale. L'uomo deve trasformarsi insieme alla produzione che avanza, e non svolgeremmo un ruolo adeguato se fossimo solo produttori di articoli, di materie prime, e non fossimo allo stesso tempo produttori di uomini.
Questo è uno dei compiti della gioventù: stimolare, dirigere con l'esempio, la produzione dell'uomo di domani. E in questa produzione, in questa direzione, è compresa la produzione di se stessi, perché nessuno è perfetto e tutto il mondo deve continuare a migliorare la sua qualità mediante il lavoro, le relazioni umane, lo studio profondo, le discussioni critiche, tutto questo è quello che continua a trasformare la gente.

Ernesto "Che" Guevara

Tratto dal discorso di chiusura del seminario "La gioventù e la Rivoluzione", organizzato dall'UJC (Union de los Jovenes Comunistas) del Ministero dell'Industria, 9 maggio 1964.

Soñar Horizontes

Los que tenemos la responsabilidad de haber sido amigos de hombres, de personas, que por alguna causa se ven un poco por encima de la media de la humanidad común, tenemos dos grandes compromisos: El primero, ser fieles a esa amistad que alguna vez nos brindaron. El segundo no olvidarse que el hombre es eso, un hombre. Evitar que por cariño, por admiración, por exageración de los hechos, lo transformemos en un ser casi metafísico. Ese Che de carne y hueso está cada día más presente en mí, con sus dichos, con su política...

Conversación con H. C. Sancti Spíritus, Cuba - Junio 13 de 1998

Alberto Granado



Vámonos, ardiente profeta de la aurora por recónditos senderos inalámbricos a liberar el verde caimán que tanto amas.

Fragmento del poema Canto a Fidel

Ernesto "Che" Guevara




El rojo violento de las flores

Morder la tierra
Comer la lejanía
-trocito en resplandor abrazando su braza-
Ya de la sierra andaba la piel en el relieve
la memoria del humus
el viento con sus lluvias
y el vértigo en la estampa

Apartado del cielo austral
nada es ajeno
La misma libertad maternal en el verde
por el trino y el vuelo
Un eterno equilibrio desnuda los secretos
del amor primitivo, sus riesgos, los peligros
El Hombre con sus varas: lo puro y lo siniestro

Solo la tierra es dueña de sus ondulaciones
y todo cuánto late le sabe y pertenece
A la primer traición allá en Las Coloradas*
le tendió un caminito
y un útero por cráter
donde guardar los huesos
con la caja de balas
La Pacha** dio otra vida al doctor guerrillero
y la gente empezó a amparar
esa pequeña vela en resplandor

Allí, los campesinos en la Sierra Maestra
le mostraron al Che y a los sobrevivientes
que en la senda escarpada, sinuosa, impredecible
ardía la quimera de La Revolución.

* Las Coloradas: Sitio de la costa oriental de Cuba donde desembarcaron los expedicionarios comandados por Fidel.
** Pacha: Abreviatura de Pachamama.


Escambray

Al Che, El Vaquerito y todos los
Integrantes de la Columna 8.
Ciro Redondo


Recuerdas, Santa Clara, querida
aquellas botas
La humedad de los pies entre los cueros
Los pasos empapados en la senda
La fe abigarrada en los harapos

Cuánta fe, Santa Clara, en las vertientes
bajando claramente
santamente humana la embriaguez

Porque del Escambray hasta tus vías
faltaba una ilusión enormemente joven,
más grande que esos bosques
más ilusión que todas las lecturas
que toda comandancia
de altura tentadora

Había que mirarte, Santa Clara,
con hambre de camino
Había que pisarte con las botas mojadas
y el dolor casi al filo ardiente
de la locura eterna

Había que tocarte
con aire de gorrión sobre la rama
y besarte besarte por siempre
el corazón.


Signo primero del dipertar de América

Fue un brote, solamente,
más no el descuido fugaz de la ventisca.
Un brote
impertinente, clandestino del tiempo
y su ceniza
Fue la brecha del sueño en lo posible;
desafiante certeza de la vida,
apronte de la siembra,
no el espontáneo surco del rayo hacia la tierra

Se acurrucó en la isla por su savia dispuesta.
Parió todo el milagro que se incuba en un brote
con la alborada presta en panes, en colegios
y el fusil necesario si la flor trastabilla

Teorizantes enemigos, puristas amigables,
vieron crecer el árbol protegido por hombres
y por madres de hombres, hijas, novias de hombres.

Cómo añoran talarlo los dueños de la envidia,
pero temen, hoy temen ¡está pleno de nidos!
le bailan sus semillas
Es un árbol que canta,
canta canta erguido
y combate.

En un lugar de la Sierra Maestra, abril de 1999.


Cartas

Llegan noticias
Amigable nueva
la vida abre sus brazos
Candela el corazón vuelca sus chispas
por la isleña pasión
en flor de tango

Llegan noticias de la dulce Cuba
Se engajan las palabras
reverdecen retoños musicantes
Surcan la pampa del amor
anidan
cobijan la nostalgia por cielos fatigados
apichonan violines de alas níveas

Hay mundos en el mundo tan floridos
donde las manos trenzan primaveras
allí amanece este país desnudo
sin fronteras y nuestro
único
nuestro

Semillas los latidos viajan
con cadencias de acordes
Migran
Trastocan desazones en sonrisas
petrifican el fuego
y tallan con lo terráqueo del poema
machimbres de raíces
a los cuerpos.


Badajo de la furia

El júbilo, se sabe, tuvo marcha de sueño,
canción de muchedumbre, desborde
Un festejo de mundo estremeció la Isla
recalentó los puños
partió la Guerra Fría con un trazo candente

Caribeño y latino el corazón enciende el orbe
desde lo marginal
Barrios ciegos bohíos
y la gente lo propiamente Pueblo
alzando entre sus hombros
la juventud valiente
la antigua procesión del fuego
su herencia entre los sabios
La escritura del pobre,
el verdadero salmo del humano secreto
escondido en la roca preservado
en el vientre mineral del trabajo
No llovido del cielo

Guillén en Buenos Aires y El Indio Naborí en el terruño
inmolaron sus versos
quemaron las gargantas
ofrendaron sus leñas al son del sol
al sol del son
cantaron el guateque* la proeza pariendo
Toda la voz coral del pueblo abrió las calles

Comenzaba la ardua caminata
mucho más empinada ascensión que las sierras

El olvido se daba en recobrar su sangre
por pintarle a la Historia
su encendido pregón.

* Guateque:Voz del Caribe. Baile bulliciosos, fiesta, jolgorio.


Isla Hembra

Sube por el contorno
del resplandor que llevas
el iris musical de cálidas regiones

Te siembran lunas solas
entre playas y riscos
con semental aroma de eruptivas praderas

Tu cuerpo es tierra y greda
amasado a la lluvia
y un alfarero el tiempo
modelando la luz
que en vos vuelca la forma
femenina del sueños

Tu tropical silencio
presagia un vendaval
de amor por las entrañas
Niña joven que andas
desnuda caribeña
de pechos enlunados
iluminando América.


Miel derretida

Consolidar el fruto tomado de las lluvias
Reponerse de noches sin estrellas y ver
Mirar el horizonte a hurtadillas
sin tiempo de aclarar
Febrilmente sorbido por el día

Escuchar consejos ideolímpidos
de pontificadores
que siempre se presentan después de la victoria
Esperar contraataques contraatacar
a golpe de tesón

Un puñado de jóvenes enarbolando vientos
Un pueblo hombreando jóvenes intrépidos

Estudiar
Caminar los sinuosos senderos entre párrafos
no extraviarse del norte redentor
Construir la familia
Enfrentar todo frente
donde se juegue el alma
¿Qué más?! ¡Ordene Comandante!...
Esto recién comienza...

Héctor Celano




Noi che abbiamo la responsabilità di essere stati amici di uomini, di persone che per qualche motivo sono un po’ al di sopra della media dell’umanità comune abbiamo due grandi impegni: in primo luogo essere fedeli a quell’amicizia che una volta ci offrirono. In secondo luogo non dimenticare che l’uomo è questo, un uomo. Evitare di trasformarlo, per affetto, per ammirazione, per esagerazione dei fatti, in un essere quasi metafisico... Quel Che in carne ed ossa è ogni giorno più presente in me, con i suoi detti, con la sua politica...".

Conversazione con H. C. Sancti Spíritus, Cuba – 13 giugno del 1998

Alberto Granado


Andiamo, ardente profeta dell’aurora per reconditi sentieri senza recinti a liberare il verde caimano che tanto ami.

Frammento della poesia Canto a Fidel
Ernesto "Che" Guevara



Il rosso violento dei fiori

Mordere la terra
Mangiare la lontananza
-pezzo in splendore abbracciando la sua brace-
Già della montagna andava nel profilo la pelle
la memoria dell’ humus
il vento con le sue piogge
e la vertigine nella figura

Appartato del cielo australe
niente è altrui
La stessa libertà materna nel verde
per il trillo ed il volo
Un eterno equilibrio denuda i segreti
dell’amore primitivo, i suoi rischi, i pericoli
L’Uomo con le sue bacchette: il puro ed il sinistro

Solo la terra è padrona delle sue ondulazioni
e tutto quello che palpita l’insaporisce e le appartiene
Al primo tradimento là in Las Coloradas*
le tese una strada
ed un utero per cratere
dove conservare le ossa
con la scatola di pallottole
La Pacha** diede un’altra vita al dottore guerrigliero
e la gente incominciò a proteggere
quella piccola candela in splendore

Lì, i contadini nelle Sierra Maestra
mostrarono al Che ed ai sopravvissuti
che nel sentiero scosceso, sinuoso, all’improvviso
ardeva la chimera de La Rivoluzione.

* Las Coloradas: sito della costa orientale di Cuba dove sbarcarono gli spedizionari comandati da Fidel.
** Pacha: abbreviazione di Pachamama.


Escambray

Al Che, El Vaquerito e tutti i
partecipanti della Colonna 8
Ciro Redondo.


Ricordi, Santa Clara, cara
quegli stivali
L’umidità dei piedi tra i cuoi
I passi inzuppati nel sentiero
La fede screziata negli stracci

Quanta fede, Santa Clara, nei versanti
scendendo luminosamente
santamente umana l’ubriachezza

Perché dall’Escambray fino alle tue vie
mancava un’illusione enormemente giovane,
più grande di quei boschi
più illusione che tutte le letture
che ogni comando
di tentatrice altezza

Bisognava guardarti, Santa Clara,
con fame di cammino
Bisognava calpestarti con gli stivali bagnati
ed il dolore quasi a filo ardente
della pazzia eterna

Bisognava toccarti
con aria di passero sul ramo
e baciarti baciarti per sempre
il cuore.


Primo segno del risveglio d'America

Fu un germoglio, solamente,
ma non la disattenzione fugace della tormenta.
Un germoglio
impertinente, clandestino del tempo
e la sua cenere
Fu per quanto possibile la breccia del sonno;
sfidante certezza della vita,
l’approssimarsi della semina,
non lo spontaneo solco del raggio verso la terra

Si accoccolò nell’isola per la sua linfa disposta.
Partorì tutto il miracolo che si prepara in un germoglio
con l’alba pronta in pani, in scuole
ed il fucile necessario se il fiore incespica

Teorizzatori nemici, puristi amichevoli,
videro crescere l’albero protetto per uomini
e per madri di uomini, figlie, fidanzate di uomini.

Come sentono la voglia di abbatterlo i padroni dell’invidia,
ma temono, oggi temono così pieno di nidi!
gli ballano i suoi semi
È un albero che canta, canta
canta eretto
e combatte.

In un posto dellla Sierra Maestra, aprile del 1999.


Lettere

Arrivano nuove
Amichevole notizia
la vita apre le sue braccia
Candela il cuore rovescia le sue scintille
per l’insulare passione
in fiore di tango

Arrivano notizie dalla dolce Cuba
Si intrecciano le parole
rinverdiscono germogli musicanti
Solcano la pampa dell’amore
nidificano
custodiscono la nostalgia per cieli spossati
covano violini di ali nivee

Ci sono mondi nel mondo tanto fioriti
dove le mani intrecciano primavere
lì albeggia questo paese nudo
senza frontiere e nostro
unico
nostro

Semi i battiti viaggiano
con cadenze di accordi
Migrano
Mutano rassegnazione in sorrisi
pietrificano il fuoco
ed intagliano con il terracqueo del poema
fasci di radici
ai corpi.


Scampanio della furia

Il giubilo, si sa, ebbe marcia di sonno,
canzone di moltitudine, traboccare
Un festeggiamento di mondo scosse l’Isola
riscaldò i pugni
partì la Guerra Fredda con un tratto incandescente

Caraibico e latino il cuore infiamma il mondo
dal marginale
Quartieri ciechi capanne
e la gente propriamente il Popolo
alzando sulle sue spalle
la gioventù coraggiosa
l’antica processione del fuoco
la sua eredità tra i saggi
La scrittura del povero,
il vero salmo dell’umano segreto
nascosto nella roccia preservato
nel ventre minerale del lavoro
Non piovuto dal cielo

Guillén in Buenos Aires e l’Indio Naborí nella sua terra
immolarono i loro versi
bruciarono le gole
offrirono la loro legna al son del sole
al sole del son
cantarono il guateque* la prodezza partorendo
Tutta la voce corale del popolo aprì le strade

Cominciava l’ardua camminata
molto più ripida ascensione che le montagne

La dimenticanza si dava a recuperare il suo sangue
per dipingere alla Storia
il suo acceso bando.

* Guateque: Voce dei caraibi, festa, ballo.


Isola femmina

Sale per il contorno
dello splendore che porti
l’iride musicale di calde regioni

Ti seminano lune sole
tra spiagge e dirupi
con aroma di semina di eruttive praterie
Il tuo corpo è terra e creta
impastato alla pioggia
ed un vasaio il tempo
modellando la luce
che a te rovescia la forma
femminile del sogno

Il tuo tropicale silenzio
presagisce un uragano
di amore per le viscere
Bambina giovane che vai
nuda caraibica
dai seni inlunati
illuminando l’America.


Miele sciolto

Consolidare il frutto preso delle piogge
Riprendersi da notti senza stelle e vedere
Guardare di nascosto l’orizzonte
senza tempo di schiarire
Febbrilmente sorbito dal giorno

Ascoltare consigli ideolimpidi
Di pontificatori
che si presentano sempre dopo la vittoria
Aspettare contrattacchi contrattaccare
a colpo di costanza

Un pugno di giovani inalberando venti
Un paese vantando giovani intrepidi

Studiare
Camminare i sinuosi sentieri tra paragrafi
non perdersi nel nord redentore
Costruire la famiglia
Affrontare ogni fronte
dove si giochi l’anima
Che più?! Ordini Comandante!...
Appena questo comincia...

Héctor Celano

La democracia en el país de Berlusconi

O eminente estadista italiano que dá pelo nome de Silvio Berlusconi, também conhecido pelo apodo de il "Cavaliere", acaba de gerar no seu privilegiado cérebro uma ideia que o coloca definitivamente à cabeça do pelotão dos grande pensadores políticos. Quer ele que, para obviar os longos, monótonos e demorados debates e agilizar os trâmites nas câmaras, senado e parlamento, sejam os chefes parlamentares a exercer o poder de representação, acabando-se ao mesmo tempo com o peso morto de umas quantas centenas de deputados e senadores que, na maior parte dos casos, não abrem a boca em toda a legislatura, a não ser para bocejar. A mim, devo reconhecê-lo, parece-me bem.
Os representantes dos maiores partidos, três ou quatro, digamos, reunir-se-iam num táxi a caminho de um restaurante onde, ao redor de uma boa refeição, tomariam as decisões pertinentes. Atrás de si teriam levado, mas deslocando-se em bicicleta, os representantes dos partidos menores, que comeriam ao balcão, no caso de o haver, ou numa cafetaria das imediações. Nada mais democrático. De caminho poderia mesmo começar a pensar-se em liquidar esses imponentes, arrogantes e pretensiosos edifícios denominados parlamentos e senados, fontes de contínuas discussões e de elevadas despesas que não aproveitam ao povo. De redução em redução confio que chegaríamos ao ágora dos gregos. Claro, com ágora, mas sem gregos. Dir-me-ão que a este Cavaliere não há que tomá-lo a sério. Sim, mas o perigo é que acabemos por não tomar a sério aqueles que o elegem.

José Saramago
____________

El eminente estadista italiano que tiene por nombre Silvio Berlusconi, también conocido por el apodo de il "Cavaliere", acaba de generar en su privilegiado cerebro una idea que lo coloca definitivamente a la cabeza del pelotón de los grandes pensadores políticos. Pretende él que, para obviar los largos, monótonos y tediosos debates y agilizar los trámites en las cámaras, senado y parlamento, sean los jefes de los grupos parlamentarios quienes ejerzan el poder de representación, acabándose al mismo tiempo con el peso muerto de unos cuantas cientos de diputados y senadores que, en la mayor parte de los casos, no abren la boca en toda la legislatura, salvo para bostezar. A mí, debo reconocerlo, me parece bien.
Los representantes de los mayores partidos, tres o cuatro, digamos, se reunirían en un taxi de camino a un restaurante donde, alredor de una buena mesa, tomarían las decisiones pertinentes. Tras de sí llevarían, pero viajando en bicicleta, a los representantes de los partidos menores, que comerían en el mostrador, en caso de haberlo, o en una cafetería cercana. Nada más democrático. De camino podría comenzar a pensarse en liquidar esos imponentes, arrogantes y pretenciosos edificios denominados parlamentos y senados, fuentes de continuas discusiones y de elevados gastos que no aprovechan al pueblo. De reducción en reducción supongo que llegaríamos al ágora de los griegos. Claro, con ágora, pero sin griegos. Me dirán que a este Cavaliere no hay que tomarlo en serio. Sí, pero el peligro es que acabemos por no tomar en serio a quienes lo eligen.

José Saramago


L’eminente statista italiano di nome Silvio Berlusconi, conosciuto anche come il "Cavaliere", ha appena partorito nel suo cervello privilegiato un’idea che lo colloca in maniera definitiva in testa al plotone dei grandi pensatori politici. Per evitare i lunghi, monotoni e lenti dibattiti e per snellire le procedure, alla camera e al senato, il Cavaliere vuole che siano i capigruppo parlamentari a esercitare il potere di rappresentanza, facendola finita allo stesso tempo col peso morto di alcune centinaia di deputati e senatori che, nella maggior parte dei casi, non aprono bocca durante tutta la legislatura, se non per sbadigliare. A me, devo ammetterlo, sembra un’ottima idea.
I rappresentanti dei maggiori partiti, diciamo tre o quattro, si riunirebbero in un taxi diretto a un ristorante dove, davanti a un lauto pasto, prenderebbero le decisioni del caso. Dietro si porterebbero, ma in sella a una bicicletta, i rappresentanti dei partiti minori, che mangerebbero al bancone, nel caso in cui ci sia, o in un bar nelle vicinanze. Niente di più democratico. Sulla strada si potrebbe anche cominciare a pensare a come liquidare questi imponenti, arroganti e pretenziosi edifici chiamati parlamento e senato, fonti di continue discussioni e onerose spese che non aiutano il popolo. Di riduzione in riduzione scommetto che arriveremmo all’agorà dei greci. Ovviamente con l’agorà, ma senza greci. Mi diranno che non bisogna prendere sul serio questo Cavaliere. D’accordo, ma il pericolo è che si finisca per non prendere sul serio quelli che lo votano.

José Saramago


Post precedenti:
Até quando?
A Coisa Berlusconi

Yo y Tú

video

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
siamo noi... io e te!

Ho preso la chitarra senza saper suonare
volevo dirtelo, adesso stai a sentire
non ti confondere prima di andartene
devi sapere che...

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
siamo noi... io e te!

Altro che il luna park, altro che il cinema,
altro che internet, altro che l’opera,
altro che il Vaticano altro che Superman,
altro che chiacchiere...

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
siamo noi... io e te!

Io e te,
che ci abbracciamo forte,
io e te, io e te...
che ci sbattiamo forte,
io e te, io e te...
che andiamo contro vento,
io e te, io e te...
che stiamo in movimento,
io e te, io e te...
che abbiamo fatto un sogno
che volavamo insieme,
che abbiamo fatto tutto
e tutto c’è da fare,
che siamo ancora in piedi
in mezzo a questa strada,
io e te, io e te, io e te!

Altro che musica, altro che il Colosseo,
altro che America, altro che l’exstasi,
altro che nevica, altro che Rolling Stones,
altro che football...
Altro che Lady Gaga, altro che oceani,
altro che argento e oro, altro che il sabato,
altro che le astronavi, altro che la tv,
altro che chiacchiere...

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
siamo noi... io e te!

che abbiamo fatto a pugni,
io e te, io e te...
fino a volersi bene,
io e te, io e te...
che andiamo alla deriva,
io e te, io e te...
nella corrente... io e te!
Che attraversiamo il fuoco
con un ghiacciolo in mano,
che siamo due puntini
ma visti da lontano,
che ci aspettiamo il meglio
come ogni primavera,
io e te, io e te, io e te!

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
siamo noi... io e te!

Ho preso la chitarra senza saper suonare,
è bello vivere anche se si sta male,
volevo dirtelo perchè ce l’ho nel cuore,
son sicurissimo... Amore!












El más gran espectáculo después del big bang
El más gran espectáculo después del big bang
El más gran espectáculo después del big bang
somos nosotros... ¡yo y tú!

He tomado la guitarra sin saber tocar
quise decirtelo, ahora estás a sentir
no equivocarte antes de ir
tienes que saber que...

El más gran espectáculo después del big bang
El más gran espectáculo después del big bang
El más gran espectáculo después del big bang
somos nosotros... ¡yo y tú!

Otro que la luna park, otro que el cine,
otro que internet, otro que la obra,
otro que el Vaticano, otro que Supermán,
otro que charlas...

El más gran espectáculo después del big bang
El más gran espectáculo después del big bang
El más gran espectáculo después del big bang
somos nosotros... ¡yo y tú!

Yo y tú,
que nos abrazamos fuerte,
yo y tú, yo y tú...
qué nos sacudimos fuerte,
yo y tú, yo y tú...
qué vamos contra viento,
yo y tú, yo y tú...
qué nos estamos en movimiento,
yo y tú, yo y tú...
qué hemos hecho un sueño
que volamos junto,
que hemos hecho todo
y todo hay que hacer,
que somos todavía de pie
entre esta calle,
¡yo y tú, yo y tú, yo y tú!

Otro que música, otro que el Coliseo,
otro que América, otro que el exstasi,
otro que nieva, otro que Rolling Stones,
otro que fútbol...
Otro que Lady Gaga, otro que océanos,
otro que plata y oro, otro que el sábado,
otro que las astronaves, otro que el tv,
otro que charlas...

El más gran espectáculo después del big bang
El más gran espectáculo después del big bang
El más gran espectáculo después del big bang
somos nosotros... ¡yo y tú!

qué nos hemos hecho a puños,
yo y tú, yo y tú...
hasta quererse,
yo y tú, yo y tú...
qué vamos a la deriva,
yo y tú, yo y tú...
en la corriente...¡yo y tú!
Qué atravesamos el fuego
con un polo en mano,
que somos dos puntos
pero vistos de lejos,
que nos esperamos lo mejor
como cada primavera,
¡yo y tú, yo y tú, yo y tú!

El más gran espectáculo después del big bang
El más gran espectáculo después del big bang
El más gran espectáculo después del big bang
somos nosotros... ¡yo y tú!

He tomado la guitarra sin saber tocar,
es bonito vivir aunque se está mal,
quise decirtelo porque lo tengo en el corazón,
son seguro...¡Amor!

Invictus



Voice: Morgan Freeman

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.


William Ernest Henley



Dalla notte che mi avvolge,
nera come la fossa dell'inferno,
rendo grazie a qualunque dio ci sia
per la mia anima invincibile.

La morsa feroce degli eventi
non mi ha tratto smorfia o grido.
Sferzata a sangue dalla sorte
non si è piegata la mia testa.

Di là da questo luogo di ira e di lacrime
si staglia solo l'orrore della fine,
ma in faccia agli anni che minacciano
sono, e sarò sempre, imperturbato.

Non importa quanto angusta sia la porta,
quanto impietosa la sentenza,
sono il padrone del mio destino:
il capitano della mia anima.

William Ernest Henley



En la noche que me envuelve,
negra como un pozo insondable,
doy gracias al dios que fuere,
por mi alma inconquistable.

En las garras de las circunstancias,
no he gemido ni llorado,
ante las puñaladas del azar,
si bien he sangrado, jamás me he postrado.

Más allá de este lugar de ira y llantos,
acecha la oscuridad con su horror,
no obstante la amenaza de los años me halla,
y me hallará sin temor.

Ya no importa cuan recto ha sido el camino,
ni cuantos castigos lleve a la espalda,
soy el amo de mi destino,
soy el capitán de mi alma.

William Ernest Henley



Per visualizzare il player e ascoltare il contributo sonoro è necessario QuikTime program.