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Smokin’ Joe

Io e Ali eravamo forti ma quando salivamo sul ring con lui, lo rispettavamo. La prima cosa che ricordo è quando mi ha mancato, mi sono spaventato così tanto che l'ho colpito sei volte. E anche quando hanno fermato l'incontro, dando a me il titolo, lui era ancora in piedi.

George Foreman
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Ricorderò sempre Joe con rispetto e ammirazione.

Muhammed Alì
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Mi piace essere sempre in moto, arrivare e andarmene presto. A che cosa mi serve avere vicino un altro? A farmi portare in giro in automobile e a lasciare che sia lui a divertirsi? L'unico posto in cui ho bisogno di aiuto è sul ring, e lì vogliono che ci vada da solo.

Joe Frazier


C’è sempre qualcosa d’impuro nella riuscita, una volgarità nella vittoria... Di totalmente grande c’è solo la sconfitta.

Charles Peguy


La boxe è secca nei colpi e negli addii. Joe Frazier è morto l'8 novembre scorso, a 67 anni. Con lui se ne va un altro pezzo di un'epoca della boxe che mollava jab, sputava sangue, ma non indietreggiava di un centimetro. Questo colosso, un carro armato di 110 kg per 1 metro e 85, è stato ucciso da un tumore fulminante al fegato.
Nato a Beaufort, nella Carolina del Sud, dodicesimo di 13 figli, Joe prima di cominciare la carriera pugilistica feceva l'apprendista macellaio a Philadelphia. Stallone nel film "Rocky" l'idea di allenarsi nei macelli la prese proprio dalla vita Frazier (lo so bene io, nipote e figlio di macellaio, i muscoli che vengon su a furia di sollevare quarti e mezzene di manzo!). Una carriera pugilistica fatta di 37 incontri, di cui 32 vittorie (27 per ko), 1 pareggio e 4 sconfitte. Fu anche medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokio nel ’64, dopo una finale giocata con una mano rotta, poi subito ingessata. Nel 1968 diventò campione dei pesi massimi, titolo che l’anno prima era stato tolto a Muhammad Alì per la sua renitenza alla leva.
Di tutta la sontuosa lista di successi, restano però memorabili le quattro sconfitte, per mano di Alì e di George Foreman: perchè Joe Frazier fu un grande sconfitto, un gigantesco, struggente, “numero due”. Che però visse la sua notte di gloria: la sera dell’8 marzo 1971 al Madison Square Garden sconfisse ai punti Alì, il suo rivale di sempre, che tornava sul ring dopo 43 mesi di esilio.
Grazie al suo infinito carisma quest’ultimo era riuscito, a livello psicologico e mass-mediatico, ad invertire i ruoli dello scontro: anche se di fatto egli era lo sfidante, colui che inseguiva il titolo che gli era stato tolto senza alcuna sconfitta sul ring quattro anni prima, alla fine dei conti risultava che era Frazier a inseguire, a cercare di legittimarsi sconfiggendo la fama e poi la persona che gli stava davanti, sempre avanti.
Alì e Frazier, come Mozart e Salieri, come Kennedy e Nixon, il Bello e la Bestia. Ali chiamava Joe il Gorilla, ma tra i due, a parte il battage pubblicitario, c'era stima reciproca. Organizzarono da soli l’incontro. I dettagli furono stabliti in un viaggio in macchina fatto da Filadelfia a New York con Alì che era andato a prendere Frazier nella sua casa in Pennsylvania. Una borsa immensa, i diritti spartiti tra i due pugili senza l’intermediazione dei promoter.
Quella sera tutto il mondo era lì al Madison Square Garden: Ted Kennedy e Aretha Franklin, Bing Crosby e Frank Sinatra, e Burt Lancaster che commentando per una rete televisiva ad un certo punto esclamò: “Frazier non è pugile, ma un carroarmato Sherman!”.
Questo era lo stile, privo di stile, di Joe Frazier: avanzare. Prendere i pugni dell’avversario, anche tanti pugni, ma riuscire a sferrarne uno, uno di quei sinistri devastanti che “sembravano provenire dal pavimento”, come ebbe a dire Alì che al quindicesimo round, dopo averne preso uno che lo aveva letteralmente sollevato dal ring, era finito al tappeto, conoscendo l’umiliazione dell’essere contato, anche se per soli quattro secondi.
Alla fine Frazier si ruppe il polso destro e Alì la mascella. La cantante Diana Ross si mise a terra a piangere, ma Alì con fierezza disse: "Io non piango e non dovrebbero farlo nemmeno i miei amici". Ebbe ragione il più basso, il meno dotato di scherma, ma il più forte fisicamente. Frazier divenne The Champ.
"Frazier era diventato il pugile dell'uomo bianco, Charley tifava per Frazier, e questo significava che in cuor loro i neri lo boicottavano. Poteva essere veleno per il suo morale, perché Frazier era nero il doppio di Clay, e quasi bello quanto lui". Norman Mailer consegna così alle cronache, precisamente per le pagine del settimanale Life, la sua roboante visione dell'incontro del secolo, così è passato alla storia, al Madison Square Garden di New York. Il lungo articolo fu titolato Ego e uscì appena 11 giorni dopo la prima sconfitta sul ring di Muhammad Alì: Joe Frazier lo aveva messo al tappeto!
E la sfida tra i due, con le successive rivincite per il titolo dei pesi massimi - il 28 gennaio 1974 ancora a New York e il 1 ottobre 1975 nelle Filippine per la battaglia finale, "Thrilla in Manila" - è stata la più sanguinosa, sul ring e a parole.
Alì uscì vittorioso dagli ultimi due incontri, ma sfinito. Ferdie Pacheco, il suo inseparabile uomo dell'angolo, si era già convinto che corresse il serio pericolo di subire danni cerebrali se non si fosse ritirato.
In Jamaica Frazier fu a sua volta umiliato per sei volte dal tornado-Foreman, che in due brutalissimi round conquistò il titolo che poi perderà nell’incontro più celebre e incredibile della boxe, quello di Kinshasa del ’74 con Alì (ko all’ottavo round!).
Un po’ come nella vita, le cose si combinano non perfettamente ma misteriosamente: Frazier aveva battuto Alì ma aveva perso con Foreman, mentre Alì avrebbe battuto Foreman in una performance unica e irripetibile.
Tra Alì e Frazier nacque un vero e proprio lungo rapporto di rivalità-amicizia, di stima e contrapposizione profonda, un dualismo fuori e dentro il ring che alimentava il mito dell’epica della boxe. “Io senza di lui non potrei essere quello che sono e viceversa” dirà poi Alì, “insieme abbiamo fatto una bella squadra”.
I tre incontri della “squadra" Alì-Frazier sono rimasti nella storia della noble art che forse proprio il 30 settembre del 1975, nelle Filippine, ha conosciuto il suo canto del cigno. Il terzo, durissimo e ultimo match si tenne infatti a Manila (“the Thrilla in Manila”, secondo le filastrocche di Alì che avrebbe dovuto “to beat the Gorilla”) e finì con l’abbandono di Frazier all’inizio dell’ultimo round. Voleva combattere fino alla fine, ma da due riprese non ci vedeva più. Il suo trainer Eddie Futch con dolcezza gli disse: "Siediti, ragazzo, è finita. Nessuno dimenticherà mai quello che hai fatto oggi".
Così furono i suoi secondi a gettare la spugna, perchè Joe non l’avrebbe mai fatto! “Frazier è capace, se lo butti giù, di rimettersi in piedi prima ancora di toccare terra” pensava con atroce timore Alì mentre cercava di sferrare il colpo del ko a Foreman chiedendosi: “...E se George fosse simile a Joe?”.
Ma Joe era unico; egli era da un certo punto di vista, il vero pugile. Con la sua incredibile arte di incassatore e la tenace e commovente furia che lo spingeva a procedere sempre in avanti, noncurante dei sacrifici da pagare pur di mantenere questa tattica semplice quanto ostinata, Frazier ha incarnato l’idea platonica del pugile molto più dei suoi vincitori.
In questo senso Frazier è molto “più pugile” di Alì, perchè Alì appartiene ad un’altra sfera, quella dell'ottava meraviglia, quella del genio, dell’arte, della bellezza, ma è Smokin’ Joe Frazier (Il soprannome glielo aveva dato il suo manager Yank Durham, che prima dei match aveva sempre l´abitudine di dirgli: "Vai lì fuori e fai uscire fumo da quei guanti") ad appartenere alla boxe, a quello sport che come ebbe a dire George Foreman, è “lo sport verso cui tutti gli altri tendono”. Quando lui picchiava, e sapeva farlo, i campioni dei massimi guadagnavano più dell'inquilino della Casa Bianca. Erano conosciuti e rispettati. Erano il simbolo di come si sta in piedi nella vita: pestati, ma a testa alta!


C'era anche Muhammad Ali, il rivale di tante battaglie, ai funerali di Smokin’ Joe. L'orazione funebre è stata celebrata dal reverendo Jesse Jackson, il quale al termine ha chiesto ai presenti di alzarsi e "mostrare il vostro amore" nei confronti di Smokin' Joe. E' stato il momento in cui anche Alì si è alzato per applaudire e salutare il suo vecchio rivale.

I Am Legend

Mohammad Alì è straordinario. Mohammad Alì è intelligente, intelligentissimo. Mohammad Alì è bello. Mohammad Alì è forte. E' vanitoso da morire, ma con i piedi ben piantati a terra. Ha un innato senso del ritmo, è istrionico, ambizioso, ostinato, geniale e paranoico. Vuoi per merito vuoi per intelligenza, la sua vanità si è sublimata in una qualità, trasformandosi in orgoglio. Pur addolcendo col tempo i suoi toni, Mohammad Alì si è mantenuto sempre coerente con se stesso, conquistando alla fine anche i nemici... Il suo nome è leggenda!



Non sono gli uomini comuni a passare alla storia. Non sono gli uomini che eccellono solo nella loro disciplina a diventare leggenda. Per diventare un mito ci vuole qualcosa di più. Non basta essere un grande politico, un grande letterato, un grande scienziato, un grande sportivo, aver primeggiato in un solo campo. Per colpire gli animi di moltitudini di persone e lasciare il segno bisogna essere campioni nella vita.
Cassius Clay lo è. E lo è stato non solo perché campione del mondo di pugilato per ben nove volte!, battendo campioni del calibro di Sonny Liston, Joe Frazier, George Foreman e Leon Spinks, non solo perché il pugilato con lui negli anni Sessanta e Settanta ha ricominciato a far sognare la gente, ma perché in sé incarna i più profondi sentimenti e le più alte ambizioni umane.
Col suo stile fuori dal comune, in cui stupisce per la capacità di unire potenza nel colpire e agilità nel muoversi sul ring, tanto da dire di sé stesso: “leggero come una farfalla e pungente come un’ape”, Cassius Clay comincia la carriera da professionista vincendo la medaglia d’oro nella categoria dei pesi medio massimi alle Olimpiadi di Roma del 1960, ad appena diciotto anni. Quella medaglia la getterà poi nel fiume Ohio quando, rientrato in patria, si rese conto che, anche con una medaglia olimpica al collo, molti ristoranti ancora si rifiutavano di far entrare un “negro”. Da quel momento Cassius Clay-Mohammad Alì sarà sempre impegnato nella battaglia per l’uguaglianza etnica e sociale della sua gente, fino ad esserne considerato un paladino, accanto a Martin Luther King e Malcolm X.
La consacrazione di Cassius Clay-Muhammad Ali "the greatest" avviene a Miami Beach il 25 febbraio 1964, quando conquista il mondiale dei pesi massimi con una sconcertante vittoria al settimo round sull'ex galeotto Sonny Liston. Non meno curioso sarà l'esito della rivincita, il 25 maggio dello stesso anno a Lewinston nel Maine. Sonny Liston cade al tappeto dopo appena un minuto scarso, colpito da un destro di Mohammad Alì. L'episodio appare tanto eclatante che si parla perfino di match "addomesticato" e scoppiano polemiche a non finire. La storia confermerà poi abbondantemente che non era così.
Muhammad Alì difende poi il suo titolo mondiale spazzando via, uno ad uno, tutti gli avversari che lo sfidano. A Toronto batte ai punti il canadese Georges Chuvalo, sconfigge poi per due volte Patterson, dapprima il 22 novembre 1965 al dodicesimo round, poi il 20 settembre 1972 al settimo. Trionfa sul rude peso massimo inglese Henry Cooper, domina Brian London a Londra. Il tedesco Karl Mildenberger s'inchina davanti alla sua forza a Francoforte. Poi è la volta degli americani Ceveland Williams e Emie Terrel, che viene sconfitto alla distanza, il 6 febbraio 1967 a Houston nel Texsas.
A New York, il 22 marzo 1967, abbatte Zora Folley al settimo round. Davanti a questi pugili, ridotti a semplici comparse, Muhammad Ali sviluppa una boxe sontuosa e poco a poco nasce l'ammirazione per l'atleta e per l'uomo, si comincia a capire che ha inventato un nuovo modo di boxare.
Muhammad Ali non danza soltanto per sottrarsi ai colpi degli avversari. Ciascuno dei suoi spostamenti, peraltro misterioso o imprevedibile, serve anche per costringere i suoi avversari a spostarsi, corrergli appresso, stancandosi e senza riuscire a sottrarsi ai suoi micidiali jab, i classici diretti sinistri che alla lunga fanno soffrire.
Più che uno stilista, è forse innanzitutto uno sguardo. In certi filmati questo aspetto è sorprendente, si ha veramente la sensazione che Muhammad Alì veda e inventi, nel senso latino del termine (invenire-scoprire) il suo avversario. Il suo sguardo, difficile da descrivere, è fisso, eppure mobile. Il centro della difesa dell'avversario è sempre localizzato in modo preciso e ciascuno dei suoi movimenti captato dall'occhio scuro. La sua tecnica è sopraffina e inimitabile, potenza e leggerezza sono i suoi cardini.
Gli Stati Uniti entrano in guerra contro il Vietnam, e Muhammad Alì rifiuta di arruolarsi. Memorabili le sue battute al riguardo, tra le quali: "Io non ho nulla contro i Vietcong. Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro”. Inizia con questa presa di posizione la sua "disobbedienza civile", altra decisione radicale della sua vita che conferma il suo impegno morale e politico, e che lo porterà a una sospensione per squalifica di due anni dall'attività agonistica. Il suo comportamento fece urlare allo scandalo, e si sparò a zero sul pugile, sfogando su di lui le paure e le frustrazioni di un'America depressa e razzista.
La giustizia americana lo dichiara decaduto dal titolo, gli viene ritirato il patentino da professionista, il passaporto (è perciò costretto a risiedere negli Stati Uniti). Ma non basta. Viene condannato al carcere e a un'ammenda astronomica di cinque milioni di dollari! Fortunatamente i suoi avvocati riescono ad evitargli la prigione.
Muhammad Ali ora non è più niente, nessuno sa se sarà mai in grado di salire ancora su un ring. La leggenda nera subisce una battuta d'arresto. Inizia un lungo intervallo che dopo, alla sua ripresa, diventerà favola, mito, leggenda.
Torna sul ring nel 1970, quattro anni dopo. Il pugile che ama definirsi "leggero come una farfalla e pungente come un'ape" riconquista, in una mitica sfida notturna in Africa, nella città di Kinshasa in Zaire, il titolo dei massimi con uno dei gesti atletici più belli e intensi della storia del pugilato e dello sport modiale: l'indimenticabile capolavoro del match contro George Foreman.
In quell'incontro, nelle prime riprese, sembra che Muhammad Alì abbia la peggio sull'avversario, non fa altro che incassare colpi terribili e tutti pensano che sia solo questione di tempo prima che finisca al tappeto. Ma all'ottava ripresa, contro ogni pronostico, stende a terra un Foreman oramai stremato. E' l'incontro del secolo il più bello e intenso in assoluto! Ora è leggenda. E' lui il numero uno, per sempre!
Negli anni a venire respinge tutti gli attacchi degli sfidanti, spazzandoli via uno dietro l'altro con estrema facilità. Mitici rimarranno gli incontri con Joe Frazier che passeranno alla storia del pugilato moderno.
Il mito, oramai trentaseienne si incontra con un giovane e turbolento avversario Leon Spinks, e viene sconfitto, ma come sempre torna a ruggire ancora una volta umiliandolo nella rivincita. Quando è arrivato all’ultimo combattimento è già ammalato, ma non si sa di che cosa, tant’è che viene curato per “sangue avvelenato”, e le botte prese negli ultimi combattimenti accelerano o aggravano la malattia.
Negli anni 90 Muhammad Alì inizia così una battaglia ancora più difficile delle precedenti, questa volta con il morbo di Parkinson che lo limita nei movimenti e nella parola. Alì diventa così una controfigura di quell'immenso fuoriclasse che ha impresso una svolta rivoluzionaria alla boxe dei colossi, affievolendone la brutalità ed incrementandone la fantasia.
Nell'ultima apparizione, alle Olimpiadi di Atlanta, quando commuovendo il mondo intero ha accende la fiamma che inaugura i giochi, pur menomato nei movimenti sembra un gigante pronto a riprendere il combattimento.
Possiamo dire che ad aver reso Cassius Clay non tanto uno dei più amati campioni del mondo ma una leggenda sono stati non soltanto i suoi risultati sportivi, ma le sue azioni, i suoi comportamenti, i pensieri che espresse durante una vita intensa e vissuta con coerenza e senza compromessi, impegnato politicamente e amato dalle folle.
Perfino le sue esternazioni lo rendono umano e al tempo stesso leggenda. Ha detto: “io sono il più grande. L’ho detto persino prima di sapere di esserlo” e “è difficile essere umile se sei grande come lo sono io”, ma anche: “è la ripetizione delle affermazioni che ti porta a crederci. E quella credenza si trasforma poi in una convinzione profonda, e le cose cominciano ad accadere”.
Lui è Mohammad Alì, il suo nome è leggenda. (D*)



Impossible is Nothing



Un uomo che osserva il mondo a cinquanta anni allo stesso modo in cui l'ha fatto a venti, ha sprecato trenta anni della sua vita.

Un gallo canta soltanto quando vede la luce. Mettilo nell'oscurità e lui non canterà mai. Io ho visto la luce e sto cantando.

L'età è quella che pensi che sia. Si è vecchi quanto si pensa di esserlo.

E' la ripetizione delle affermazioni che ti porta a crederci. E quella credenza si trasforma poi in una convinzione profonda, e le cose cominciano ad accadere.

E' difficile essere umile se sei grande come lo sono io.

Ho odiato ogni minuto di allenamento, ma mi dicevo "Non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione!"

Chi non è abbastanza coraggioso da assumersi le proprie responsabilità non compirà mai niente nella vita.

Io sono il più grande. L'ho detto persino prima di sapere di esserlo.

I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall'interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere l'abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell'abilità.

E' la mancanza di fede che rende le persone paurose di accettare una sfida, e io ho sempre avuto fede: infatti, credo in me.

Sono così veloce che l'altra notte ho spento l'interruttore della luce nella mia camera da letto, ed ero nel letto prima che la stanza fosse buia.

Non credo di essere bello. Ma che valore ha la mia umile opinione contro quella che invece dichiara lo specchio?

Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro.

Fluttuare come una farfalla, pungere come un'ape. Le tue mani non possono colpire ciò che i tuoi occhi non vedono, muoviti ragazzo, muoviti!

Quest'uomo è talmente brutto che quando suda il sudore gli va in dietro sulla testa, per non vedere la sua faccia (rivolto a Sonny Liston prima dell' incontro)

L'uomo che non ha fantasia non ha ali per volare.

L'amicizia è la cosa più difficile al mondo da spiegare. Non è qualcosa che si impara a scuola. Ma se non hai imparato il significato dell'amicizia, non hai davvero imparato niente.

La boxe è quando un sacco di bianchi stanno a guardare due neri che si riempiono di botte.

Dovrebbero abolire la boxe perché un boxeur si fa male? Sarebbe una follia. C'è molta più gente che muore in bagno.

Tutte le religioni hanno nomi diversi, ma tutti contengono le stesse verità.

Dicono ai bambini che Gesù era bianco, così come gli apostoli e gli angeli. Il posto in cui vive il presidente si chiama Casa Bianca. Perfino Tarzan è bianco. Ma come? Bianco uno nato e cresciuto nella giungla?

L'islam non è odio, Dio non sta con gli assassini.

La spiritualità è riconoscere la luce divina che è dentro di noi. Essa non appartiene a nessuna religione in particolare, ma appartiene a tutti.



The Great Match of Millennium!







Quando Don King gli propose un contratto da cinque milioni di dollari per combattere contro Mohammad Ali, George Foreman era indiscutibilmente il peso massimo più forte del mondo: giovane, gigantesco e dotato di un cazzotto dalla potenza devastante, aveva fin lì trovato ben poca resistenza anche da parte di pugili con i quali Ali aveva perso, come Ken Norton o Joe Frazier. In più quei cinque milioni di dollari erano la borsa più alta mai offerta a un professionista nella storia del pugilato, e George Foreman accettò.
Quando poi Don King propose la medesima borsa ad Ali per sfidare Foreman, si trattava addirittura di un karma che si compiva: l'ex Cassius Clay che aveva abbattuto Sonny Liston con quel gancio invisibile, che aveva cambiato nome abbracciando la Nation of Islam, che si era rifiutato di andare a combattere in Vietnam sostenendo che i Viet Cong non lo avevano mai chiamato "sporco negro", e che per questo aveva subito la detronizzazione dal titolo mondiale e la condanna a cinque anni di carcere, e che tornando al pugilato dopo la pena aveva perduto l'imbattibilità con Joe Frazier, e si era fatto spaccare la mascella da Ken Norton, e che però con Frazier si era preso due memorabili rivincite, la seconda delle quali a Manila in uno dei match più belli di tutti i tempi, quell'uomo non poteva che accettare.
A quel punto, però, Don King doveva risolvere un problema: non aveva dieci milioni di dollari, e nella ricca America non c'era nessuno che fosse disposto a dargliene più della metà. Ed ecco che il genio visionario del più grande organizzatore del mondo pescò la carta vincente, che gli permise di metter su il vero incontro del secolo: Mobutu.
Per il despota zairese dieci milioni di dollari erano argent de poche, e l'occasione di ammantare di leggenda il teatro della sua sanguinaria dittatura non gli si sarebbe presentata mai più, ragion per cui l'incontro con quelle borse stratosferiche fu organizzato in una delle città più povere del mondo, a Kinshasa, in riva al fiume Congo, con tutte le suggestioni che questo ossimoro poteva offrire ai media di tutto il mondo.
Così, fissata la data dell'incontro - 25 settembre 1974 - e organizzata alla sua vigilia una specie di Woodstock di musica nera (un festival di due giorni con James Brown, B.B. King, Wilson Pic kett e Miriam Makeba), il manager dai capelli ritti aveva risolto il suo problema, ma un altro problema era sorto per Mohammed Ali: perché lui sapeva che Foreman gli era superiore, e nonostante le reboanti dichiarazioni d'invincibilità rilasciate ogni giorno alla stampa, ne aveva, come tutti i pugili del mondo, paura.
D'altra parte quel destino che Ali si era accanitamente costruito - un destino difficile, non lineare, pieno d'intrusioni e di contaminazioni politiche - gli offriva un'ultima chance, e lui doveva sfruttarla, indipendentemente dalla forza del suo avversario, per non passare alla storia come un semplice rompicoglioni perdente; cioè doveva battere Foreman, ed era un brutto problema davvero.
Cominciò così la più straordinaria preparazione a un match di pugilato che sia mai stata concepita.
Prima mossa: trasformare la debolezza in forza. "Non sono più il ragazzo di dieci anni fa" dichiarò Ali, "sono stato atterrato, mi hanno rotto la mascella, ho esperienza". Nessuno aveva mai atterrato Foreman, nessuno gli aveva mai rotto nulla e, sapendoci credere, quello diventava un punto a suo sfavore: lui quell'esperienza non l'aveva.
Seconda mossa: l'allenamento. Mentre Foreman deformava il sacco con le sue bordate, correva in salita, spaccava legna e faceva male agli sparring partner, Ali faceva le stesse cose, salvo il fatto che dallo sparring partner si faceva far male. Aveva scelto per questo compito il pugile più potente - e dunque più simile a Foreman - che ci fosse in circolazione, un giovanissimo picchiatore nero di nome Larry Holmes che dieci anni dopo sarebbe diventato a sua volta campione del mondo, e nelle sessioni di allenamento si faceva picchiare scientificamente, per insegnare al proprio corpo a metabolizzare in fretta le mazzate con cui Foreman lo avrebbe tempestato - ed era la prima volta che si vedeva uno sfidante al titolo mondiale farsi pestare in allenamento dal suo sparring partner.
Terza mossa: conquistare l'Africa. Tanto appassionatamente gridò al mondo la propria "africanità" - e credibilmente, visti i guai che aveva passato per essersi rifiutato di andare a combattere contro un Paese del Terzo mondo - che quando Foreman arrivò all'aeroporto di Kinshasa gli zairesi rimasero stupiti nel constatare che era nero anche lui: credevano fosse bianco.
Del resto, una fatalità occorse a ritrasformarlo immediatamente in bianco, poiché sbarcò dall'aereo insieme al suo amatissimo pastore tedesco, e i pastori tedeschi erano i cani-poliziotto usati dall'esercito belga durante l'occupazione coloniale, ragion per cui, nel cuore degli spettatori che avrebbero gremito lo stadio, si sarebbe trattato di un match tra un figlio dell'Africa e un simbolo del colonialismo.
Infine, quarta mossa: la strategia. Tanto ripeté, Ali, che sul ring avrebbe danzato, ("I'm gonna dance!"), che nessuno al mondo ne dubitò, visto che proprio la danza sul ring era stata, in passato, la straordinaria innovazione portata da Ali nel pugilato moderno. Invece Ali sapeva che con quell'avversario formidabile non si poteva danzare, e si preparava per tutt'altro incontro - ma questo non lo sospettava nessuno, nemmeno Foreman stesso.
Eppure, nonostante questi capolavori, Foreman gli rimaneva superiore. Era all'apice della carriera, potentissimo, imbattuto; perfino sul piano dialettico, laddove Ali dilagava, teneva botta con un suo laconico talento comunicativo. Una volta gli dissero, in una conferenza-stampa, che Ali aveva devoluto una parte della propria borsa alla città di Kinshasa per la costruzione di un ospedale, e gli chiesero se aveva intenzione di fare altrettanto. Risposta di Foreman: "Se Ali ha tanto bisogno di un ospedale, io ce lo manderò".
Malgrado tutte le forze che Ali aveva raccolto - nel suo corpo, nella sua mente e in un intero continente -, malgrado la sua classe cristallina, la sua tecnica e la sua velocità, il suo rimaneva, agli occhi del mondo, un tentativo disperato.
Oltretutto, un incidente all'occhio a pochi giorni dall'incontro costrinse Foreman a chiedere e ottenere un rinvio di sei settimane, e questo mandò Ali su tutte le furie, perché gli sbalestrava tutti i calcoli e lo obbligava a riprogrammare su un'altra data la conquista di quello zenith che aveva tanto laboriosamente traguardato per il 25 settembre.
Così, quando l'incontro cominciò, la sera del 30 ottobre, nessun occidentale pensava che Ali avrebbe vinto: in lui credeva solo l'Africa povera e incompetente di boxe, rappresentata dai centomila zairesi che dagli spalti gridavano "Ali boma yè", "Ali uccidilo".
Eppure, appena suonato il primo gong, ci si accorse che il match non sarebbe andato come si prevedeva. Anziché mettersi a danzare, Ali si avventò su Foreman e riuscì a colpirlo ben dodici volte, con ganci e jab, prima che il campione si riprendesse dalla sorpresa; dopodiché, per l'altra metà del primo round, cominciò il martirio che solo Ali aveva previsto, e per il quale si era preparato scrupolosamente: lui alle corde con i guantoni a coprirsi il volto e Foreman a picchiarlo selvaggiamente a due mani.
E rimane indimenticabile lo sguardo di Ali tra la prima e la seconda ripresa, fisso, preoccupato, solenne, di chi sa che è appena cominciata la sofferenza più dura della sua vita, e che solo attraversando quella, senza sconti e nella più totale solitudine, potrà diventare quell'eroe che ha promesso di essere. Dura pochi secondi, quello sguardo, ma è una delle immagini più commoventi che lo sport abbia prodotto.
Seconda ripresa, terza, quarta; il martirio si compie: Ali alle corde, proteso all'infuori come un uomo che si sporge dalla finestra per guardare il tetto, e Foreman che gli scarica addosso quella potenza che ha abbattuto tutti i suoi avversari.
Neanche un passo della danza annunciata per mesi, solo un'immobilità sacrificale, quasi votiva, che Ali tuttavia accompagna con frasi irridenti sibilate nelle orecchie dell'avversario imbufalito: "Tutto qui, George?", "Mi deludi", "Ti rendi conto che non mi stai facendo niente?".
E invece quei colpi fanno eccome, e che differenza con i colpi di Larry Holmes - la differenza, appunto, tra un duro allenamento e l'incontro del secolo.
"Ora va giù", pensano tutti, tutti i momenti, per tre lunghissime riprese, "Ora va giù", "Ora va giù", perché nessun pugile è mai riuscito a incassare tanti colpi senza andare giù.
Ma Ali non va giù, e a metà della quinta ripresa Foreman è sfinito per la fatica delle botte date; una distrazione, uno spiraglio nella sua guardia, e una rapidissima combinazione lo centra in pieno volto, generando una delle fotografie più leggendarie della boxe, quella del suo volto stupito circondato dagli spruzzi del sudore schizzato a raggera per il contraccolpo.
"Ali boma yè!", grida lo stadio. Foreman vacilla, resta in piedi, e il gong arriva a salvarlo da una condizione di cui non ha esperienza - quella del pugile in difficoltà.
Torna sul quadrato per la sesta ripresa di nuovo lucido e feroce, ricomincia a picchiare Ali stretto alle corde, ma il martirio di Ali è finito, e ora tutti sanno che quella di farsi picchiare è una tattica, maledizione, la più imprevedibile, folle, coraggiosa, disperata e geniale tattica mai messa in atto su un ring di pugilato: ormai il match è nelle sue mani.
Ed è all'ottavo round, quando anche la seconda fiammata di forza bruta in Foreman si è spenta, che Ali esce dal suo guscio e centra l'avversario con una pennellata violentissima: la caduta del colosso è lenta, plastica, ed è lui che danza la propria fine barcollando a lungo, questa volta senza scampo.
Ali lo guarda annaspare, potrebbe colpirlo ancora ma non lo fa, "per non violare", dirà Norman Mailer che in quell'istante sta cominciando a esultare a bordo ring, "l' estetica perfetta di quell'atterramento".
È fatta. Foreman cerca di risollevarsi, ma il suo stesso ammasso di muscoli sopraffatti lo ricaccia giù: Ali è tornato campione del mondo, è un eroe, un profeta, un santo vendicatore; il vecchio Congo ha battuto il Belgio, l'America, il mondo; Mobutu passerà alla storia anche per qualcosa di bello; e i monsoni, il cui arrivo era previsto fin dal primo pomeriggio, possono anche scatenarsi. Un'ora dopo, infatti, una pioggia torrenziale spaccò il cielo, si abbatté sullo stadio vuoto e spazzò via tutto.

Sandro Veronesi



Con l'anima di una farfalla



Da più di quindici anni lotta contro il morbo di Parkinson con lo stesso coraggio e la stessa baldanza che aveva sul ring, incurante dei suoi impacci motori, delle sue limitazioni fisiche. E così, quando compare, come alle olimpiadi di Atlanta per accendere il fuoco olimpico, ogni suo gesto, per quanto sofferto, è un evento.
Non c'è sportivo o protagonista del nostro tempo che abbia travalicato i confini del suo ambiente, del suo mondo come Mohammad Alì-Cassius Clay per diventare un simbolo positivo, una persona accettata da tutti, anche da chi, negli anni sessanta, lo detestava per quella presunzione di voler essere molto più del grande pugile che era, molto più di quel meraviglioso innovatore della boxe, alla quale aveva tolto violenza e regalato spesso le movenze di una danza, la gioia di una festa, lo stile quasi di un'arte.
All'epoca lui, giovane pugile di Luissville, apparentemente superbo, aveva voluto dar voce, approfittando della sua fama, ad un popolo, quello di milioni di afroamericani che 38 anni fa, (quando egli diciottenne vinse da mediomassimo le Olimpiadi di Roma e poi ventiduenne il titolo dei massimi fra i professionisti), contavano ancora poco, faticavano a far valere i propri diritti, non avevano ancora conquistato negli Stati Uniti una compiuta emancipazione.
“Chi avrebbe mai dato retta a un ragazzo nero nato in Kentucky, figlio di un artista di strada che disegnava santi sui marciapiedi, se non avesse conquistato contro quel 'cattivo' di Sonny Liston, nel '64, il titolo di pugile più forte del mondo?" - mi ha risposto beffardo Muhammad Alì un giorno che cercavo di capire il perché dei suoi antichi comportamenti. Ed ha continuato: “Le mie qualità di pugile tecnico, veloce di gambe e di braccia, innamorato della fantasia, insomma il mio modo di stare sul ring e di provocare l'avversario più con gli atteggiamenti irridenti che con la volontà di fargli male, non sarebbe servito a niente se io non avessi capito quasi subito che dovevo utilizzare i mezzi di comunicazione invece di farmi usare, se veramente volevo rendere manifesto il mio disagio, la protesta, il dolore, le richieste, l'orgoglio della mia gente. Dovevo utilizzarli quei microfoni che mi buttavate davanti alla bocca, dopo le mie vittorie. Dovevo sputare le mie sentenze, le mie sfide possibili o esasperate sui vostri taccuini, cercando di precedere le vostre domande, imponendo i miei argomenti ai vostri. Così forse ho contribuito alla presa di coscienza e alla crescita della mia gente perché ho cercato di cambiare il rapporto fra un pugile, un atleta e la società in cui vive. Allora molti non me lo perdonavano. Ora la più grande soddisfazione della mia vita è di essere stimato anche da quella metà dell'America che non mi amava, che mi detestava perché non mi capiva, che mi chiamava 'comunista' perché mi rifiutavo ad andare a combattere in Vietnam in nome, invece, della mia fede religiosa, quella dei musulmani neri”.
Qualche sera dopo la sua apparizione dal buio della notte per accendere il fuoco olimpico con un gesto sofferto ma fermo che aveva commosso fino alle lagrime il pubblico dello stadio di Atlanta e tutti gli spettatori televisivi, mi ha spiegato ancora: “Adesso tutti hanno capito la mia buona fede e la morale delle mie battaglie. E sono dispiaciuti del torto che ho subito quando, nel '67, fui privato del titolo mondiale, cioè del mio lavoro, per quel rifiuto alla guerra in Vietnam e riammesso a combattere nel '70, dovetti aspettare fino al '74 per riprendermi, contro Foreman, il titolo che nessuno mi aveva mai tolto sul ring. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha cambiato la legge sull'obiezione di coscienza a causa del mio caso. Tutto questo non sarebbe accaduto se io non avessi tentato di essere non solo il pugile che ero, ma anche l'uomo che volevo essere”.
Fu in quegli anni, contraddittori ed entusiasmanti per gli Stati Uniti, che conobbi Cassius Clay, poco prima che rifiutasse questo nome “imposto ai suoi avi portati schiavi dall'Africa dal padrone bianco”, per scegliere quello di Muhammad Alì.
Il tramite per la nostra conoscenza fu Angelo Dundee, il suo allenatore, figlio di un emigrato calabrese che aveva cambiato il suo cognome da Mirenda in Dundee “perché nell'America del mio vecchio un nome irlandese, britannico aiutava a trovare un lavoro e a sfamare i propri figli”.
Forse per questa affinità di radici e bisogni, pur sfociati in scelte diverse, Muhammad Alì non ha mai messo in discussione l'amicizia con il calabrese Angelo, anche quando, affascinato dalle teorie di Malcom X, scelse di militare nei “Black Muslims” (Musulmani Neri), movimento allora antagonista al governo nel panorama politico degli Stati Uniti. L'incontro con Malcom X (che poi lasciò i Black Muslims per posizioni più estreme) lo aveva convinto anche a cambiare identità. Poco prima di incontrare proprio Sonny Liston, il campione della mafia,e incominciare a costruire la sua leggenda di pugile. Perché lo fece? “Perché la religione dei Musulmani Neri mi permise di conoscere la mia identità, le mie radici, di quale mondo facevo parte e anche di capire finalmente quali erano i miei diritti - mi ha ribadito ancora recentemente il campione con assoluto orgoglio - Per questo allora, chi non mi amava, tentò di mettere in dubbio le mie vittorie su Liston che pure, pover'uomo, non aveva una vita limpida. Sonny Liston lo avrei battuto sempre, malgrado c'è chi allora affermava che ero troppo giovane e che forse Sonny, nella rivincita, fu obbligato a perdere da chi lo manovrava perché io facevo fare più soldi. Contro Liston avrei vinto sempre, non solo perché ero troppo veloce per lui, e non sarebbe mai riuscito a colpirmi, perché rappresentavo una rivoluzione nel pugilato di allora, ma perché avevo dentro di me una forza d'animo, una fede che nessuno avrebbe potuto scalfire, sconfiggere.”
Muhammad Alì che in quegli anni formidabili investiva di parole i media con una velocità e perizia che gli valsero il soprannome di “labbro di Luiswille”, adesso parla a fatica, con una voce roca, solo con gli amici più cari, spesso facendosi aiutare da Lonnie, la sua tenerissima quarta moglie, madre del suo ultimo figlio, il nono.
“Era la figlia della signora che aiutava mia madre in casa quando ho cominciato a diventare ricco. Un giorno le dissi: “Se continuerai ad essere così bella e brava, ti sposerò. Lo dissi per scherzo, ma anni dopo, quando già avevo avuto tre compagne della vita e otto figli, mi ritrovai in un momento difficile. Guardai dall'altro lato della strada e la ragazzina era diventata una donna. Le chiesi di poter rispettare la mia promessa. Mi rispose che aspettava da sempre che io lo facessi.”
La malattia che disturba il campione e lo limita, non ha però mai bloccato il suo spirito indomito. La sua mente è lucidissima e il suo modo di esprimersi sempre acuto, ironico. Ma se deve dire qualcosa in pubblico, spesso, per non dichiarare il suo disagio, preferisce scrivere il suo pensiero.
Un paio di anni fa, nella fattoria in cui vive a duecento miglia da Chicago, mi ha detto: “Il mio Dio mi ha dato talmente tanto nei primi quarant'anni della vita, che se anche adesso mi toglie qualcosa con la malattia che ho, devo comunque dirgli grazie perché sono ancora in debito con il destino rispetto a quello che hanno avuto e hanno miliardi di altri esseri umani.”
Il morbo di Parkinson è una malattia che attacca la corteccia celebrale. Può essere dovuta a traumi della boxe ma non obbligatoriamente, visto che colpisce anche le donne. Il campione non ha mai voluto accettare che forse il suo ritorno sul ring, a 39 anni contro Trevor Berbick e Larry Holmes, quando non era più in grado come una volta di “danzare come una farfalla e pungere come un'ape”, insomma di sviare o attutire i colpi, possa aver contribuito all'insorgere della malattia.
“Sono ritornato non solo perché il fisco degli Stati Uniti è spietato e voleva da me alcuni miliardi per colpa di chi mi aveva amministrato - mi ha detto ancora quel giorno in quella “farm” che, ridendo, giura sia stata prima di lui proprietà di Al Capone - Sono tornato perché dopo essere stato l'unico peso massimo che, vincendo contro Leon Spinks a New Orleans nel '78 aveva conquistato tre volte la corona mondiale più importante della boxe, volevo tentare di fare quello che non era riuscito di fare a nessuno, nemmeno al grande Joe Louis, il quarto titolo.
C'è tanta gente al mondo che rinuncia prima di provare e la colpa spesso non è sua ma del contesto, della società nella quale nasce e vive, delle possibilità che gli sono concesse.
Io avevo dimostrato che si poteva diventare qualcuno anche venendo dal niente, anche quando si vince una medaglia olimpica e poi, tornato a casa, ti dicono che devi salire nella parte posteriore di un bus, perché la porta anteriore è riservata ai bianchi.
Io ho vissuto in un'epoca non lontana nella quale accadevano queste cose e un ragazzo come me, per rabbia, poteva decidere di buttare la medaglia d'oro conquistata a Roma nel fiume Mississipi. Così volevo ricordare, tornando sul ring, che se hai fiducia in te stesso niente è impossibile, ma forse ho osato troppo, perché evidentemente non si può sfidare il tempo
.”
Io c'ero, quella notte al Superdome di New Orleans, forse il più grande stadio al coperto del mondo, nel quale, vent'anni fa, il trentaseienne Muhammad Alì scrisse una pagina definitiva sul chi è stato il più grande pugile degli ultimi quarant'anni e non tanto perché si prese la rivincita su Leon Spinks conquistando per la terza volta la corona dei pesi massimi, ma perché quell'evento, indipendentemente dal suo valore tecnico, fu, dopo la leggendaria sfida con Foreman a Kinshasa (Congo) nel '74, il più grande spettacolo mediatico dell'epoca legato allo sport, più di una olimpiade, più di un mondiale di calcio.
D'altronde Alì lo aveva dichiarato sempre, quando iniziava le conferenze stampa in quei magici sette anni, dal '71 al '78, nei quali fece diventare la boxe, lo spettacolo più visto, via satellite, del mondo: “Nessuno, nemmeno il presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, richiama tanti giornalisti, televisioni, fotografi quanto me.” Ed era vero. Eravamo migliaia ed eravamo lì solo per lui, perché, dopo i tre scontri con Joe Frazier (due vinti e uno perso, proprio quello dell'affrettato ritorno dopo il verdetto della Corte Suprema) e la conquista del titolo con Foreman, non ci fu praticamente alcun avversario, salvo Ken Norton, che divenne famoso anche per il film “Mandingo”, capace di metterlo veramente in difficoltà.
Muhammad Alì lo aveva confessato con disarmante innocenza anche al Papa, Giovanni Paolo II, che nel maggio del 1982 lo aveva ricevuto in udienza privata, malgrado in quei giorni fosse impegnato nella difficile trattativa per convincere Inghilterra e Argentina a porre fine alla insulsa guerra delle Folkland o Malvine che dir si voglia. Il Santo Padre si era manifestato un ammiratore appassionato del pugile e dell'uomo. Per vedere i suoi match rivelò di aver chiesto diverse volte il permesso al priore del convento polacco dove abitava a Roma quando era vescovo e poi cardinale per poter accendere la tv di notte nella sala della mensa e seguire le imprese del suo campione. E per tutto l'oro del mondo non si sarebbe perso l'incontro con lui, oltretutto ministro di culto di un'altra religione.
Il dialogo fu tenero. Giovanni Paolo II regalò a Muhammad il ritratto del suo pontificato ricevendo in cambio una foto autografata dove il campione era in posa sul ring. Il Santo Padre aveva rivelato anche una conoscenza specifica: “Non ti piacevano i pugili che passavano sotto i tuoi colpi e ti picchiavano sotto, sui fianchi, al fegato, vero?” E Alì aveva ammesso: ”Joe Frazier è stato l'avversario che mi ha fatto più soffrire, molto più di Norton. Non si faceva infatti condizionare dalle mie provocazioni ed era un grande colpitore sotto, allo stomaco, un tipo di attacco che non mi era mai piaciuto. Ma la prima volta a New York, nel marzo ‘781, quando dopo quasi quattro anni potei tornare per tentare di prendermi la rivincita sul destino, io credo di essere stato troppo presuntuoso. Non ero abbastanza preparato e rischiai troppo inutilmente, anche se dopo quel match Joe, il vincitore, finì all'ospedale, come me, ma ci rimase per molte settimane e alla boxe tornò solo dopo quasi un anno.”
In quel memorabile incontro fra due protagonisti di questa seconda parte del secolo, Muhammad Alì era accompagnato dalla moglie e dal fido amico fotografo Howard Bingham, oltre che da me, spiegò anche, per l'ennesima volta, che la leggendaria sfida del '74 contro George Foreman, in Congo la vinse prima di salire sul ring. “La boxe è un duello psicologico. La sera precedente quel match, durante le operazioni di peso nel grande stadio di Kinshasa, capii che avevo già vinto. Io ero felice e l'aria di 'Mamma Africa' mi riempiva i polmoni. George, invece, non sentiva il piacere di quelle radici. Era un giovane americano annoiato da un mese di clausura, senza televisione, senza giochini meccanici, in un albergo dove, per di più, si parlava francese. Mi feci picchiare da lui sulle braccia per cinque rounds in una notte di caldo tremendo e di una umidità incredibile. Quando per la stanchezza abbasso le braccia, lo finii in due rounds.”
Il linguaggio era crudo, da pugile, anche se l'espressione era innocente. Muhammad non ebbe il coraggio di ricordare le sue provocazioni alla vigilia di quell'impegno: “Userò la tattica del robe and drope (presa al laccio di un imbecille)". Foreman era caduto in quella rete. Aveva distrutto in due round Joe Frazier e sembrava imbattibile, ma Muhammad Alì, “the greatest”, aveva messo a nudo le sue debolezze pugilistiche e psicologiche. Un anno dopo sarebbe stato sconfitto anche da Jimmy Young e si sarebbe ritirato. E' ritornato recentemente a 46 anni e ha combattuto di nuovo per il titolo mondiale. Il segno della decadenza del pugilato.
Ho seguito l'avventura sportiva e umana di Cassius Clay poi diventato Muhammad Alì per più di trent'anni. Non l'ho mai visto tradire il suo impegno, il suo spirito indomito. All'epoca della guerra del Golfo, nel '91, andò in Iran, forte della sua fede islamica e ottenne da Saddam Hussein la liberazione di un centinaio di cittadini degli Stati Uniti. Due anni fa è stato anche a Cuba, con una delegazione della Croce Rossa per portare aiuti umanitari. Lo scortava per tutta l'Isola Teofilo Stevenson. Tre volte olimpionico nei pesi massimi, l'avversario predestinato per il “match del secolo” che non si svolse perché Stevenson, fedele al socialismo cubano, non passò mai al professionismo. Muhammad, come altri, si sforzava in quel momento, di trovare una soluzione per risolvere l'ormai antistorico embargo degli Stati Uniti verso l'isola di Castro. Anche in quel frangente il campione di Louisville era coerente a se stesso, in un'epoca dove tutto è in vendita o, se non è in vendita, si può affittare.
Non gli ha mai fatto difetto, d'altronde, la dignità e nemmeno l'ironia. La sera dell'81 in cui, a 39 anni, tornò sul ring dopo tre anni di inattività e si fece picchiare per la prima volta senza sapersi difendere da Larry Holmes, suo ex sparring-partner, il mite Larry, nella conferenza stampa, non finiva di elogiarlo: “Quest'uomo mi ha insegnato la boxe, quest'uomo mi ha insegnato la dignità, mi ha insegnato a vivere, non potrò mai dimenticarlo...” . Alì, che per la prima volta nascondeva gli occhi dietro un enorme paio di occhiali da sole per coprire le tumefazioni, a quel punto non resistette più. Si appropriò di un microfono e rivolgendosi ad Holmes, sarcasticamente chiese: “Ma allora perché mi hai menato?”. E ottenne un'ovazione ed un applauso da capo di Stato.

Gianni Minà




When We Were Kings























Regia: Leon Gast
Produttori: Leon Gast, Taylor Hackford
Fotografia: Maryse Alberti, Paul Goldsmith, Kevin Keating, Albert Maysles, Roderick Young
Montaggio: Leon Gast, Taylor Hackford, Jeffrey Levy-Hinte, Keith Robinson
Musiche: Lauryn Hill


The Greatest of All Time!



Nato a: Louisville, Kentucky (Usa) il 18 gennaio 1942

Altezza: cm. 191

Peso: kg. 96

Categoria: pesi massimi

Record: 61 incontri disputati 56 vinti (37 per ko), 5 persi

Mondiali sostenuti: 25

Mondiali vinti: 22

Motto: "Io sono l'eccelso"


GLI INCONTRI

61 Incontri, 56 Vittorie (37 per KO) e 5 sconfitte

1960 (2)
29 Oct Tunney Hunsaker Louisville, KY W6
27 Dec Herb Siler Miami Beach, FL KO4

1961 (8)
17 Jan Tony Esperti Miami Beach, FL KO3
7 Feb Jim Robinson Miami Beach, FL KO1
21 Feb Donnie Fleeman Miami Beach, FL KO7
19 Apr Lamar Clark Louisville, KY KO2
26 Jun Duke Sabedong Las Vegas, NV W10
22 Jul Alonzo Johnson Louisville, KY W10
7 Oct Alex Miteff Louisville, KY KO6
29 Nov Willi Besmanoff Louisville, KY KO7

1962 (6)
19 Feb Sonny Banks New York, NY KO4
28 Mar Don Warner Miami Beach, FL KO4
23 Apr George Logan Los Angeles, CA KO6
19 May Billy Daniels New York, NY KO7
20 Jul Alejandro Lavorante Los Angeles, CA KO5
15 Nov Archie Moore Los Angeles, CA KO4

1963 (3)
24 Jan Charlie Powell Pittsburgh, PA KO3
13 Mar Doug Jones New York, NY W10
18 Jun Henry Cooper London KO5

1964 (1)
Feb 25 Sonny Liston Miami Beach, FL TKO7(Campione del Mondo pesi massimi)

1965 (2)
25 May Sonny Liston Lewiston, ME KO1 (1° Difesa del titolo)
22 Nov Floyd Patterson Las Vegas, NV KO12(2° Difesa del titolo)

1966 (5)
29 Mar George Chuvalo Toronto W15 (3° Difesa del titolo)
21 May Henry Cooper London KO6 (4° Difesa del titolo)
6 Aug Brian London London KO3 (5° Difesa del titolo)
10 Sep Karl Mildenberger Frankfurt, Germany KO12(6° Difesa del titolo)
14 Nov Cleveland Williams Houston, TX KO3 (7° Difesa del titolo)

1967 (4)
6 Feb Ernie Terrell Houston, TX W15 (8° Difesa del titolo)
22 Mar Zora Folley New York, NY KO7 (9° Difesa del titolo)
26 Oct Jerry Quarry Atlanta, GA KO3
7 Dec Oscar Bonavena New York, NY TK15

1971 (4)
8 Mar Joe Frazier New York, NY L15 (Incontro per il titolo mondiale pesi massimi)
26 Jul Jimmy Ellis Houston, TX KO12(Campione NABF dei pesi massimi)
17 Nov Buster Mathis Houston, TX W12
26 Dec Jurgen Blin Zurich, Switzerland KO7

1972 (7)
1 Apr Mac Foster Tokyo W15
1 May George Chuvalo Vancouver, Canada W12 (1° Difesa del titolo NABF)
29 Jun Jerry Quarry Las Vegas, NV KO7 (2° Difesa del titolo NABF)
19 Jul Al Lewis Dublin KO11
20 Sept Floyd Patterson New York KO7 (3° Difesa del titolo NABF)
21 Nov Bob Foster Stateline, NV KO8 (4° Difesa del titolo NABF)

1973 (4)
14 Feb Joe Bugner Las Vegas, NV W12
31 Mar Ken Norton San Diego L12 (Perde il titolo NABF)
10 Sep Ken Norton Los Angeles W12 (Campione NABF dei pesi massimi)
21 Oct Rudi Lubbers Jakarta, Indonesia W12

1974 (2)
Jan 28 Joe Frazier New York, NY W12 (1° Difesa del titolo NABF)
Oct 30 George Foreman Kinshasa KO8 (Campione del Mondo pesi massimi)

1975 (4)
24 Mar Chuck Wepner Cleveland, OH KO15(1° Difesa del titolo)
16 May Ron Lyle Las Vegas, NV KO11(2° Difesa del titolo)
30 Jun Joe Bugner Kuala Lumpur W15 (3° Difesa del titolo)
1 Oct Joe Frazier Manila KO14(4° Difesa del titolo)

1976 (4)
20 Feb Jean Pierre Coopman San Juan, PR KO5 (5° Difesa del titolo)
30 Apr Jimmy Young Landover, MD W15 (6° Difesa del titolo)
24 May Richard Dunn Munich, Germany KO5 (7° Difesa del titolo)
28 Sep Ken Norton New York W15 (8° Difesa del titolo)

1977 (2)
16 May Alfredo Evangelista Landover, MD W15 (9° Difesa del titolo)
29 Sep Earnie Shavers New York, NY W15 (10° Difesa del titolo)

1978 (2)
15 Feb Leon Spinks Las Vegas, NV L15 (Perde il titolo del Mondo pesi massimi)
15 Aug Leon Spinks New Orleans, LA W15 (Campione del Mondo pesi massimi)

1980 (1)
Oct 2 Larry Holmes Las Vegas, NV LK11(Incontro per il titolo del Mondo dei pesi massimi)

1981 (1)
11 Dec Trevor Berbick Nassau, Bahamas L10

Pugni!

Io sono bello! Io sono intelligente! Io sono il re del mondo!
Muhammad Alì

La vita è come la boxe in molti particolari inquietanti. Ma la boxe è soltanto come la boxe.
Joyce Carol Oates

Me li ricordo ancora gli applausi, li sento ancora nelle orecchie e me li porterò dietro per tutta la vita... La mia non è stata una vita squallida, e mi farebbe piacere sentirmi appladito quando recito, come fate con Laurence Olivier quando recita Shakespeare "Un cavallo, un cavallo.. Il mio regno per un cavallo!", ma io non sono Olivier, anche se mi farebbe piacere e poi vorrei vederlo sul quadrato a recitare.
Se con Sugar si misurasse,
chissà quante ne pigliasse:
per cui datemi un'arena,
Jake il Toro si scatena,
perché oltre al pugilato
sono attore raffinato.
Questo è spettacolo!
Jake La Motta



Norman Mailer, autore del mitico Il nudo e il morto e di successi letterari come I duri non ballano, Il canto del boia e An american dream, negli anni settanta divenne amico personale e sostenitore del grande Muhammad Alì, l'uomo che fece del pugilato un'arte rivelandone al mondo la più profonda essenza.
Su di lui scrisse "Il combattimento", lo straordinario reportage sull'epico scontro tra Alì e George Foreman a Kinshasa (Zaire) il 30 ottobre del 1974. All'epoca il grande Muhammad era reduce dall'esser stato privato del titolo per aver rifiutato l'arruolamento per la guerra in Vietnam, una decisione che, seppure ne bloccò la carriera sportiva, confermò che Muhammad Alì, oltre a combattere da dio, aveva intelligenza fina. Pugni e cervello, una combinazione micidiale che ne hanno fatto leggenda.
Il suo rientro nelle file della boxe professionistica è l'epicentro del racconto di Mailer, che scrive pagine intrise di abilità letteraria e fervore sportivo. La disputa venne organizzata in Africa, nell'ex-Congo. In molti pensavano che Cassius Clay, ormai trentacinquenne e fuori forma, avesse perso il suo personale "touch", fosse spacciato. E Foreman era giovane e indiscutibilmente il miglior pugilatore al mondo.
Ma quando i pugni diventano i soli protagonisti emerge la sconvolgente capacità di Mohammed Alì. Semplicemente memorabile: rumble in the jungle. George Foreman è sì giovane ma è un pugile dallo stile monocorde, brutale, e Muhammad Alì danza e picchia duro.
Muhammad Alì si conferma il più grande di tutti. "Ho abbattuto gli alberi per prepararmi a quest'incontro. Ho fatto a botte con un coccodrilo, ho lottato con una balena. Ho ammanettato i lampi, sbattuto in galera i tuoni. L'altra settimana ho ucciso una roccia, ferito una pietra, mandato all'ospedale una mattone. Mando in tilt la medicina. Io sono nero! Io sono un uomo cattivo! Io sono bello! Io sono intelligente! Io sono il re del mondo! Io sono l'eccelso!" urla con gli occhi di fuoco, la folla ascolta ipnotizzata quel discorso a metà tra il pazzo e il poeta. Ma lui è fatto così, perché è semplicemente il migliore. Sono vere le parole di Alì, come sono tremendamente veri (e belli) i racconti di Norman Mailer e George Plimton, due degli scrittori che affollavano il suo bordo ring.
La folla stessa la notte della sfida, pur vedendo Ali prendere botte terribili ripresa dopo ripresa, non smise mai di urlare: "Alì boma ye", "Alì, uccidilo". E Foreman alla fine crolla sconfitto, messo al tappeto da "un grosso proiettile delle dimensioni di un pugno"!
Alì è di nuovo campione del mondo, dieci anni sopo esser salito sul trono dei massimi battendo Sonny Liston. In quei dieci era successo di tutto, era cambiato il mondo, ma il più grande era sempre lui e si era ripreso quello che il Potere gli aveva tolto.
Per tutta la vita Alì è così, non si nasconde ma fa a cazzotti. Gli bruciano la casa, lo insultano. Lui fa a cazzotti. Quando decide di non andare a combattere in Vietnam, perché "i vietcong non mi hanno mai chiamato negro", gli tolgono la corona dei massimi, lo multano e lo condannano a cinque anni di detenzione. Ma lui non si arrende, lui continua. Sempre a cazzotti.
Jimmy Cannon dirà: "in lui ci sono il turbamento, il furore, il non senso, la ribellione, i conflitti razziali, la smania religiosa, il culto della messinscena, lo scherno verso i valori del passato, tutto questo è Alì". Continua a lottare contro tutti e contro tutto. Amato e odiato. Scende e sale dal ring, perde e riprende il titolo mondiale. Questo è il valore. Questa è passione.
Nel 1994 un altro grande, il reverendo George Foreman, salì sul ring dell'Mgm di Las Vegas per diventare, all'età di 45 anni, il più anziano campione del mondo di tutti tempi in un mitico incontro.
E poi Primo Carnera il gigante buono, capace di uccidere un uomo con un solo pugno e piangere dirotto come un bambino. Sonny Liston, Jake La Motta, James "Cindarella" Braddock, Sugar Ray Robinson...
Questa è la boxe. E io amo la boxe. Per fortuna la natura mi ha donato un fisico da boxer. Sì, amo i pugni e amo il cervello. Piedi veloci e pugni ancor più veloci. Ganci, jab, montanti e diretti, faccio a cazzotti da sempre, anche con la vita. E picchio duro.
Come Arthur Cravan, nipote di Oscar Wilde, un poeta, un dandy, un fine intellettuale dentro un corpo statuario da pugile. Quando nel 1917 Duchamp lo invitò a tenere una conferenza alla Grand Central Gallery lui arrivò, si spogliò davanti al pubblico e cominciò a spaccare di tutto. Finì in carcere, uscì su cauzione e poi... sparì in Messico. (D*)



Dedicato a Jack London, Ernst Hemingway, Albert Camus, Norman Mailer... che usavano la penna e i guantoni. E a tutti quelli che come me hanno passione, quelli che sono pugni e cervello. Pugni e cervello!

Float like a butterfly and sting like a bee!

"E' soltanto uno spaccone, un fanfarone, non arriverà alla quinta ripresa."
Sonny Liston



Some people listen to themselves rather than listening to what others say. These people don’t come along very often, but when they do, they remind us, that once you set out on a path, even though critics may doubt you, its ok to believe, that there is no can’t, won’t, or impossible. They remind us, that it’s OK to believe, IMPOSSIBLE… IS NOTHING!

I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall'interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere l'abilità e la volontà.
Ma la volontà deve essere più forte dell'abilità. Io ho odiato ogni minuto, ma mi dicevo "Non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita come un campione!" Alla fine ero così veloce che avrei potuto alzarmi dal letto, attraversare la stanza, girare l'interruttore e tornare a letto sotto le coperte prima che la luce si fosse spenta.

Sì, io sono nero! Io sono un uomo cattivo! Io sono bello! Io sono intelligente! Io sono il re del mondo! Io sono l'eccelso!

Muhammad Alì

Alì Boma Ye!

I got nothing against the Vietcong, they never called me nigger! (Mohammed Alì)
Non ho nulla conto i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro!


Quando ho riflettuto su questo, ho capito tutto. Ci insegnano ad amare il bianco (white) ed odiare il nero (black). Il colore nero significa essere tagliato fuori, ostracizzato. Il nero era male. Pensiamo a blackmail (ricatto). Hanno fatto l'angel cake (pane degli angeli) bianco e il devil's food cake (torta del diavolo) color cioccolato. Il brutto anatroccolo è nero. E poi c'è la magia nera...
Quello che invece voglio dire è che nero è bello. Nel commercio il nero è meglio del bianco. Pensate al succo di mora: più nera è la mora, più dolce il succo. La terra grassa, fertile, è nera. Il nero non è male. I più grandi giocatori di baseball sono neri! I più grandi giocatori di football americano sono neri! I più grandi pugili sono neri!

Io sono nero! Io sono un uomo cattivo! Io sono bello! Io sono intelligente! Io sono il re del mondo!

Muhammad Alì