Visualizzazione post con etichetta Leonardo Sciascia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Leonardo Sciascia. Mostra tutti i post

Metafore & Metamorfosi (marzo)

CANTA STORIA








__________


BERLUSCAU MERAVIGLIAO


__________


C'ERA UNA SCUOLA



Cari colleghi, Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università [...]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po' vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c'è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l'art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà [...].
La scuola, come la vedo io, è un organo "costituzionale". Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola "l'ordinamento dello Stato", sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l'organismo costituzionale e l'organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo umano hanno la funzione di creare il sangue [...].
La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall'afflusso verso l'alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l'alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società [...].
A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.
Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l'art. 34, in cui è detto: "La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi". Questo è l'articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei pubblicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei pubblicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com'è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l'accento su quel comma dell'art. 33 della Costituzione che dice così: "La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi". Dunque, per questo comma [...] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione [...].
Lo Stato non deve dire: io faccio una scuola come modello, poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell'art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l'espressione di un altro articolo della Costituzione: dell'art. 3: "Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali". E l'art. 151: "Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge". Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni [...].
Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell'articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.
La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: 1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. 2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c'erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l'espressione, "più ottime" le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.
Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: 1) ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. 2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. 3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest'ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l'operazione [...]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito [...].
Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell'art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: "Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato". Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche [...]. Ma poi c'è un'altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la "frode alla legge", che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla [...]. E venuta così fuori l'idea dell'assegno familiare, dell'assegno familiare scolastico.
Il ministro dell'Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a "stimolare" al massimo le spese non statali per l'insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno [...].
Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l'arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l'arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! [...]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito [...].
Poi, nella riforma, c'è la questione della parità. L'art. 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: "La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali" [...]. Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo Stato, lo dice lo stesso art. 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo Stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo Stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo Stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità [...].
Però questa riforma mi dà l'impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c'era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c'è il cacciatore con il fucile spianato. la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell'avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.
E poi c'è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l'onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l'idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c'erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l'italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.
E c'è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d'Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell'avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.

Piero Calamandrei


__________


FORTEZZA ITALIA


Siamo in attesa, ma non si sa di cosa. Deve passare la nottata, ma nessuno sa quanto sia lunga e nera la notte e, in fondo, non ci importa. Dalla nostra fortezza, avamposto in rovina, appartamento di periferia o in centro città, osserviamo l'orizzonte attraverso la malia della televisione. Voci familiari di perfetti sconosciuti ci tengono compagnia ogni sera. Interpretano gli accadimenti alle nostre frontiere e anche i pericoli, e insieme ad essi le soluzioni. Noi, come è ovvio, non ci crediamo più, né ai pericoli, né alle soluzioni. I pericoli sono ben più minacciosi, già dentro i nostri confini, e le soluzioni sono giochi di prestigio di chi non può che perpetuare il proprio potere, non ha del resto scelta. Le falsità di cui ci circondiamo sono troppo evidenti e prolungate, ma quel futuro così minaccioso non si può affrontare ora, con queste miserabili armi, senza una strategia, senza un'oncia, o anche un solo grammo, di coraggio. La fortezza è accogliente, non ci manca nulla a parte la libertà e la conoscenza. L'attesa ci consuma come delle candele, ma il loro calore è sufficiente per rimandare anche il più piccolo esame di coscienza.
Dal deserto che si estende ininterrotto di fronte alle mura, in cui ci siamo rinchiusi per viltà o per scelta, non verrà nessuno, non formidabili e spietati nemici, non amici in nostro soccorso con le armi della democrazia e della libertà, due parole di cui crediamo di sapere il significato, ma che abbiamo mutato, più o meno inconsciamente, in dittatura e servilismo. L'attesa deve durare per sempre, resistere (a chi?) è il nostro unico e vero obiettivo. Il tempo dell'attesa dura da generazioni, una dopo l'altra cancellate come le stelle dalla luce del mattino. Nella fortezza c'è ancora abbastanza cibo, ma i più giovani spesso partono per delle terre straniere senza fare più ritorno. Sono milioni ormai.
La fortezza invecchia insieme ai suoi abitanti e le sue mura cominciano a sgretolarsi, si dice che avvenga per tutte le fortezze, che sia una regola universale, che nessuna fortezza sia eterna, che nessuna attesa sia per sempre. Il muro di Berlino è caduto, e ora le fortezze del Maghreb, una dopo l'altra. Ma è dolce l'attesa, pur con il boato dei primi crolli. Quel nemico, che mai apparirà da territori sconosciuti, siamo in realtà noi, ma è così rassicurante pensarlo diverso, lontano.

Beppe Grillo

___________


LA SAGA DI GIARABUB


___________


UNA STORIA SEMPLICE



[...] Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. "Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!".
"Tanti: e mi pesano" convenne il professore.
"Ma che dice? Lei non è mutato per nulla, nell'aspetto".
"Lei sì" disse il professore con la solita franchezza.
"Questo maledetto lavoro... Ma perché mi dà del lei?".
"Come allora" disse il professore.
"Ma ormai...".
"No".
"Ma si ricorda di me?"
"Certo che mi ricordo".
"Posso permettermi di farle una domanda?... Poi gliene farò altre, di altra natura... Nei componimenti d'italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?".
"Perché aveva copiato da un autore più intelligente".
Il magistrato scoppiò a ridere. "L'italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, Procuratore della Repubblica...".
"L'italiano non è l'italiano: è il ragionare" disse il professore. "Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto".
La battuta era feroce. Il magistrato impallidì.
E passò a un duro interrogatorio.

Leonardo Sciascia
___________


17 MARZO



Amo l'Italia, non voglio un primo ministro iscritto alla loggia massonica eversiva Propaganda 2.
Amo l'informazione, non voglio un governante che con la corruzione e la forza ha il monopolio totale delle tv private.
Amo il servizio pubblico, non voglio un primo ministro che imbottisce le istituzioni di servi, pregiudicati e prostitute.
Amo la cultura, non voglio un primo ministro che corrompendo alcuni giudici ha arraffato più grande casa editrice italiana, la Mondadori.
Amo lo stato moderno, non voglio un capo del governo che pretende di comandare la giustizia.
Amo l'onestà, non voglio un politico che diventa primo ministro grazie ai soldi, la corruzione, la menzogna e allo strapotere dei suoi media.
Amo l'uguaglianza di fronte alla legge, non voglio un primo ministro che si crea più di 80 leggi create per se stesso e per sfuggire alla giustizia e per fare ancora più soldi, contro l'interesse collettivo.
Amo la possibilità di scegliere e non voglio un primo ministro che mi ha rubato la possibilità di decidere chi mandare in parlamento.
Amo la divisione dei poteri, fondamenta degli stati moderni da 300 anni e non voglio un primo ministro che pretende di governare e allo stesso tempo di fare le leggi.
Amo la sincerità e non voglio come mio governante un bugiardo davanti ai giudici, al parlamento, alla stampa e ai cittadini.
Amo la giustizia e non voglio come mio governante uno che aveva come dipendente un capo mafioso, Mangano da lui indicato come eroe e che ha come braccio destro e co-fondatore di partito un condannato per mafia, come Dell'Utri.
Amo la storia e non mi piace pensare che il mio governante possa essere stato, come sempre più pentiti affermano, il mandante delle stragi di mafia del 1992-93.
Amo e rispetto le donne e non mi piace essere governato da uno che compra il sesso anche da minorenni.
Amo la libertà degli altri e non sopporto un primo ministro che offende gli omosessuali, gli ebrei, chi ha il colore della pelle più abbronzato. Ho rispetto per me stesso e mi offende che un simile uomo dica che tutti noi italiani siamo come lui.
Amo i cittadini quando scelgono con la propria testa e non mi piace un prepotente che rovescia le scelte dei referendum.
Amo il mio paese e per continuare ad avere rispetto di me stesso, urlo con tutto il mio cuore: "Dimettiti!"
Dimostro il mio amore per l'Italia, per la giustizia, per la democrazia con un sistema semplice uno striscione appeso al mio balcone.
Quando dai balconi saranno appesi migliaia e migliaia e milioni di inviti a dimetterti, caro Berlusconi, non potrai più ignorarci. Le tue dimissioni saranno inevitabili, perchè tutti rideranno di te.
Quando gli striscioni saranno migliaia e migliaia e milioni, anche noi cittadini ci renderemo finalmente conto di essere la maggioranza e capiremo che tutti i tuoi sondaggi erano tristi bugie
Questo è un piccolo passo che tutti possiamo compiere
Nessuna iniziativa è inutile.
E' il nostro Piccolo Atto di Resistenza
___________


ODISSEY DAWN... AND SUNSET



Quando l'Italia entrò in guerra il 10 giugno 1940, Mussolini almeno lo dichiarò dal balcone di Palazzo Venezia davanti a una folla oceanica. Ci mise, come si dice, la faccia dopo quasi un anno di attesa dall'inizio del conflitto europeo in cui, per starne fuori, si era inventato la "non belligeranza", né guerra, né pace. 71 anni dopo, nel giorno del 150° anniversario dell'Unità, siamo entrati in guerra con la Libia, un nostro ex alleato (in questi voltafaccia abbiamo una certa esperienza...) senza un pubblico dibattito o che Berlusconi o Napolitano sentissero il bisogno di andare in televisione a spiegarne i motivi. [...] Frattini ha dichiarato: "Daremo le basi, possibili nostri raid". Lo ha fatto con quell'aria stolida e tranquilla che lo accompagna dalla nascita.

Beppe Grillo


____________


MANI IMPUNITE



Non siamo noi a dover emigrare, ma loro a dover prendere gli elicotteri.

"Qui ed in molti altri luoghi, sento parlare laureati e lavoratori che se ne vanno all'estero, perché qui non c'è lavoro, non c'è meritocrazia, non c'è nessuno che rispetta leggi che vanno solo a danno dei cittadini. Sento padri e madri di famiglia che si costringono a infrangere i propri ideali, la propria dignità, pur di andare avanti. Sento politici che cambiano sponda e bandiera "perché a mali estremi..." e "vado dove c'è più bisogno", ma dimenticano ben presto le promesse elettorali. Io non me ne vado.
Io non abdico i miei ideali.
Io non scendo a patti con la mia coscienza.
Io non accetterò o verserò mazzette per lubrificare ingranaggi, non pagherò pizzi, non sverserò e inquinerò perché meno costoso.
So benissimo che questo Paese è in mano ai furbi (nel migliore dei casi) ed ai delinquenti (nel peggiore), ma non li lascerò vincere, non gli lascerò in mano il paese che amo solo perché loro sono più forti. Io sono più forte. Non guarderò mio figlio, tra vent'anni, confessando di aver contribuito al malaffare "perché tanto lo facevano tutti, così è la vita". Resterò coerente con me stesso, perché oggi la coerenza non è più un valore, ma si decide caso per caso. Non me ne vado all'estero, dove tutto è sì più facile, ma dove non è la mia patria. Lavoro per creare lavoro, inizierò una nuova attività nonostante gli ostacoli e lo scetticismo di chi mi circonda. Avrò successo o fallirò, ma l'avrò fatto nel mio Paese, nella mia Nazione. Io resto qui e la mia sola presenza sia di monito e minaccia per coloro che usano il MIO Paese per pulirsi le natiche e ingrossarsi il portafoglio. Li sto aspettando
".

Bad


__________

Metafore & Metamorfosi (novembre)

UNIFORME




L'una o l'altra... metamorfosi (D)
____________


MEDIASET PREMIUM


____________


ORA LEGALE

minuti contati...


____________


PS VAFFANCULO!




_____________


UOMINI E CAPORALI


_____________


EMANUELE RICIFARI: QUESTURINO



_____________


IDDU

"La pluralità dell'attività posta in essere da Dell'Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l'altro offerta l'opportunità, sempre con la mediazione di Dell'Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell'economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici. [...] Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era viepiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle file dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perché era in corso il dibattimento di questo processo penale."

Sentenza nei confronti di Dell’Utri Marcello, nato a Palermo l’11 settembre 1941, residente in Milano, Segrate MI/2, Via fratelli Cervi, Residenza Sagittario Torre 2; - Libero/Assente.



"Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini... E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre..."

Il giorno della civetta, Leonardo Sciascia


_____________


C'ERA UNA VOLTA


_____________


BONGO BONGO



Giorno un grande esplorator là nell'equator
intorno radunate le tribù e poi gli disse così:
"soli soli che ci fate qua molto meglio è la città
seguitemi su
", ma il Grande Capo disse allor:

"Oh bongo bongo bongo
stare bene solo al Congo
non mi muovo no no,
bingo bango bengo
molte scuse ma non vengo
io rimango qui,
no bono scarpe strette, saponette,
treni e tassì,
ma con questa sveglia al collo
star bene qui
..."

Ma sempre il grande esplorator ad ognun parlò
dei quadri futuristi, dello swing, la nostra moda spiegò
soli soli che ci fate qui io vi porterò a Paris,
seguitemi su, ma il Grande Capo disse ancor:

"Oh bongo bongo bongo
stare bene solo al Congo
non mi muovo no no,
bingo bango bengo
molte scuse ma non vengo
io rimango qui,
no bono radio e cine, signorine
magre così,
molto meglio anello al naso,
ma stare qui...

Bongo bongo bongo
stare bene solo al Congo
non mi muovo no no,
bingo bango bengo
molte scuse ma non vengo
io rimango qui,
no bono scarpe strette saponette
treni e tassì,
ma con questa sveglia al collo
star bene qui...
Ma con questa sveglia al collo
star bene qui
..."




Metafore & Metamorfosi (dicembre)

NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE



Sono indignato. No, meglio irritato. No, anzi, sono alterato. No, che dico, sono infuriato. Macchè, diciamola tutta, sono incazzato. Sì, sono incazzato! In questo Paese si sta perdendo ogni ritegno, ogni onestà intellettuale, ogni integrità morale e persino il senso del ridicolo (poi mi si chiede perché non rido). Il fatto (l'ultima "metamorfosi" che si fa metafora) è questo: il prof. Pier Luigi Celli ha scritto una lettera aperta su Repubblica. Il contenuto, un capolavoro di ipocrisia, è questo:

"Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.
Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.
Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.
Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.
Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.
Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.
Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.
Preparati comunque a soffrire.
Con affetto,
tuo padre
"

Chi scrive, l'esimio prof. Celli, è stato imprenditore, dirigente di azienda, membro di consigli di amministrazione (tra cui Lottomatica, Hera, Messaggerie), direttore delle risorse umane all'Eni (mica pizza e fichi...), manager di Omnitel e Wind, presidente di Ipse2000, dirigente Unicredit, dirigente Enel, direttore generale della Rai e ora è direttore generale di una Università "per figli di papà", la Luiss. Un bel giorno si è svegliato di buon mattino e, guardandosi attorno si è evidentemente accorto di non trovare più una cordata di riferimento nella nomenclatura al potere. Sentendosi per questo smarrito, s'è giustamente dato a dispensare saggi consigli alla (propria) prole.
Il professor Celli è fortunato a poterne dare, di certi consigli. Ed è fortunato il figlio, che parte già da una posizione di vantaggio rispetto a tanti altri. Potrà certo andar via senza difficoltà e con poco rammarico (suo e nostro, glielo assicuro professore).

"Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo."

Non avevamo dubbi. Avremmo voluto invece una volta tanto vedere il figlio di un professore-imprenditore-direttore-dirigente avere difficoltà nella "carriera scolastica"... Oppure, meglio ancora, vorremmo ogni tanto - mica sempre, per carità, solo ogni tanto - vedere in questo Paese i figli di medici che non fanno i medici, i figli dei notai che non fanno i notai, i figli dei giornalisti che non fanno i giornalisti e... i figli dei professori che non fanno i professori. Questo sta diventando un paese di caste dove il mestiere (attore, cantante, ecc..) o la prefessione (giornalista, avvocato, medico) o la vocazione (politica, artistica) viene trasmessa di padre in figlio, cromosomicamente, come un meccanismo eugenetico.

"Non ho rimproveri da farti."

Noi non solo non ne abbiamo, caro Celli-figlio, ma neppure ne sentiamo l'esigenza... e l'interesse.

"Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio."

O cazzo! Il professor Celli è amareggiato. Pensa con preoccupazione al futuro del suo rampollo. E vedendo compromesse le possibilità di brillante riuscita del pargolo dice che il Paese, il MIO Paese (sì, caro prof. Celli, il MIO Paese) non è un posto in cui stare con orgoglio. Io invece sono orgoglioso del mio Paese, io amo questo Paese, io ho alzato (con un picchetto armato sull'attenti) la bandiera di questo Paese, io sono fiero di questo Paese, dalle Alpi alla Sicilia. Sono invece incazzato, tremendamente incazzato, per come me l'avete ridotto. Per come Lei, prof. Celli, l'ha ridotto! Un topo come tanti, che ora abbandonano la nave. O che solo dicono di volerlo fare, ché poi mica lo fanno, c'è ancora qualcosa da "rosicare", giusto?

"Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni."

E qui c'è un quadretto idilliaco di vita famigliare, scandita da "dolci consuetudini" e turbata da "preoccupazioni" e "sofferenze". Mi lasci dire, esimio prof. Celli, che i lunghi anni di "dolci consuetudini" non tutti l'hanno avuti in questo Paese. C'è chi - e sono tanti - ha vissuto l'esperienza della famiglia, del lavoro, della vita come quella dell'Arca di Noè. Ci sono famiglie di operai, di lavorati precari, di cassintegrati, di artigiani, di contadini... Ci sono persone che hanno preoccupazioni che li accompagnano da una vita intera e che vanno dal pagare la bolletta della luce e del gas all'affitto di casa, dalla precarietà del lavoro a quella della salute. Lei caro prof. Celli, e tutta la sua famiglia, avete vissuto sul Parnaso, adesso che vedete una nuvoletta all'orizzonte vi preoccupate? Scenda dal Parnaso, caro professore, e venga a trovarci. Venga dove io e la maggioranza viviamo da sempre, venga a Sparta nella regione della Laconia.

"Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano."

Abbiamo piacere che il prof. Celli abbia meditato tanto, tanto, tanto... Sicuramente anche quando sedeva nei consigli di amministrazione, anche quando era dirigente, anche quando faceva il direttore genereale. E siamo anche convinti che di amici - buoni e cattivi - ne abbia avuti tanti. Io invece non ho amici, nè buoni e nè cattivi. Avrei potuto averne, però. Ricordo qui un episodio di "amicizia mancata". Fui "avvicinato" da un onorevole, senatore del PD, che mi propose - in cambio della sua amicizia "riconoscente" - di mettere a disposizione un mio conto bancario per il transito di "denari elettorali" di dubbia provenienza. Gli ho risposto che piuttosto gli facevo "transitare" del piombo caldo tra le orecchie, proprio in mezzo agli occhi. Risultato? Io non ho un amico, buono o cattivo che sia, la repubblica ha invece un senatore in più, sicuramente cattivo.

"E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai. Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza."

E qui abbiamo il trionfo, il tripudio, l'apoteosi dell'insincerità, del fariseismo, dell'ipocrisia, del gesuitismo. Il prof. Celli è stato così tante cose che ho perso il conto, ma una cosa la so per certo: so che non è possibile diventare tanta cose, incluso Direttore Generale della Rai, senza aver conosciuto da vicino certe forme di potere, senza aver praticato certi compromessi (piccoli e grandi), senza aver avvertito un leggero tanfo, lezzo, fetore, e averci fatto il naso. So che il prof. Celli ha contribuito (molto?) a costruire quel Paese che oggi – giustamente – disprezza e sconsiglia al pargolo. Con ogni dovuto rispetto, professore, ma quel che dice è tardivo e privo di onestà intellettuale.

"Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai."

L'esimio prof. Celli s'è accorto che l'Italia che ha contribuito a devastare adesso va alla deriva, e laddove un tempo il futuro dei loro figli nella nomenclatura era assicurato dalla rendite di posizione, ora questo futuro è eroso perfino da veline, tronisti, calciatori, nani e ballerini che hanno il preso sopravvento e "guadagnano di più". Beh, caro prof. Celli, la ciambella non v'è riuscita col buco! Suo figlio faccia, come si dice in gergo, una "riconversione produttiva" e si metta a sgambettare in minigonna su un tavolo, oppure, ammesso sia bello, faccia il tronista. E poi, mi scusi tanto professore, ma prima fa una tirata filosofico-moraleggiante e poi riduce tutto al venale soldo? Ma allora uno può decidere di fare pure il trans o la escort, viste le tariffe (5.000 euro a prestazione) e le ottime frequentazioni (onorevoli, presidenti di regione e presidenti del consiglio).

"E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio."

Guardi, professore, che c'è anche chi si muove sul pulmino, sui bus, sui treni locali e regionali... Ma si sa, la famiglia Celli vola alto...

"Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese."

E qui il prof. Celli mostra tutto il suo astioso rammarico per le mancate sorti, magnifiche e progressive, del figlio. Mentre in questo Paese c'è chi si preoccupa di trovare una qualche occupazione, un posto di lavoro che non sia precario, un modo "dignitoso" di vivere, il prof. Celli - volendo portare all'incasso gli ottimi studi del pargolo - si rincresce del fatto che quei "destini gloriosi" siano già tutti, e immeritatamente, occupati. Il prof. Celli dice anche che quegli "usurpatori" sono degli asini, ma io mi permetto di rettificare: sono dei muli! Non saranno granché, certo, ma sono comunque anche loro figli, caro professore, e di buon cavallo! Al prof. Celli dispiace, e tanto, di non far più parte della scuderia. A noi, invece, che puliamo le stalle di Augia, dispiace spalare la loro merda tutti i giorni.

"Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi."

Lei pof. Celli può annoiarsi e deprimersi, può concedersi questo lusso perché ancora oggi ha un ottimo posto e di che vivere fino alla fine del millennio. Tantissimi, in questo Paese, non possono nemmeno permettersi il lusso di annoiarsi o deprimersi.

"Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni. Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché."

Io mi sono laureato (110 cum laude) in una modestissima Università statale, mio padre non faceva il professore-imprenditore-dirigente-direttoregenerale, ma faceva il macellaio ed era parco di consigli ("laconico" come tutti noi spartani). Io in Italia, anche se in clandestinità, ci resto e tiro avanti, coltivo la memoria, incasello date, elenco nomi, aggiorno elenchi, custodisco coerenza e rigore. Io sono abituato a tutto, io non ho paura, io testimonio, io resto in trincea.

"Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze. Preparati comunque a soffrire. Con affetto, tuo padre"

Mio nonno, di ritorno dalla guerra e dalla prigionia, è dovuto emigrare in Australia, ma non per fare il professore, o il dirigente, o il console onorario. E' andato a fare il muratore, come nell'epopea di John Fante. Caro prof. Celli, nel benaugurato caso Lei decidesse di accompagnare suo figlio, magari con tutta la famiglia, buon viaggio! Nel governo provvisorio rivoluzionario che immagino nelle mie strampalate fantasie sarebbe già stato accompagnato alla frontiera. Liberi questo Paese della sua presenza, grazie. Con assoluta disistima e augurandole tanta sofferenza, (D.*)
_______________

METAMORFOSI

Berlusconi dopo la vita ufficiale a Lukachenko.

Marxusconi

_______________

UN BAMBINO CHE DIVENTERA' UOMO



... E poi c´è un bambino, uno solo, che nonostante la paura si alza, si avvicina piano e accarezza la mano alla piccola bambina. Un unico gesto di muto affetto che è sufficiente a riscaldare il gelo di una stanza e riscattare l'Umanità. Lui è già un uomo.(D*)

____________

LA VITA VIAGRA

Ma per intanto il coito si è ridotto, per la stragrande maggioranza degli utenti, a pura rappresentazione mimica, a ripetizione pedissequa e meccanica di positure, gesti, atti, trabalzamenti, in vista dell'evacuazione seminale, unico fine ormai riconoscibile e legalmente esigibile. Il resto non conta, il resto è puro simbolo che serve a spingerti all'attivismo vacuo. Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all'infinito.
La vita agra, Luciano Bianciardi



Luciano Bianciardi rivisto e (s)corretto.

__________

LA CADUTA DI BERLUSCONI



Nei suo ultimi giorni conduceva un'esistenza allucinante, con monologhi interminabili e sconclusionati, che si protraevano fino a tarda notte, contro i comunisti e i loro complotti, alternati con momenti di sconforto per i continui e proditori attacchi della magistratura rossa. Teneva continue riunioni elettorali, ove, consultando nervosamente sondaggi assolutamente inattendibili, faceva riferimento a programmi e progetti politici ormai annientati, e con continue crisi di nervi, per il presunto tradimento del popolo di fronte alla devastante minaccia comunista.

__________

EL CORAGIÜS



Renzo Bossi, veterano e reduce di ben tre trombature all’esame di maturità e chiamato con lusinghiero soprannome “la Trota” dallo stesso papà Humbert, è entrato, sicuramente per meriti e curriculum, a far parte della speciale commissione che avrà il delicatissimo compito di sorvegliare per conto delle piccole imprese la realizzazione dell’Expo 2015 a Milano e la distribuzione di fondi e commesse in quel carrozzone che comincia a suscitare le preoccupazioni di Formigoni e a richiamare l’attenzione del magistrati. E’ una nomina che offre sicure garanzie di attenta e preparata supervisione sullo snodo cruciale del carrozzone - i danèe - e un esempio concreto, fattivo, non parolaio, di come la Lega protegga la famiglia e affermi i valori più autentici della cultura italiana, fondata sulla parentela, già mostrato quando Humbert sistemò al Parlamento Europo (dunque a spese nostre) alcuni dei suoi cari.

Vittorio Zucconi

______________

STRATEGIA DIFENSIVA



Il teste in qualità di spietato pluriassassino non è attendibile. Ma se così fosse non gli si dovrebbe credere nemmeno quando si autoaccusa di una strage. Non solo, ma essendo egli in carcere perché accusato di numerosi omicidi da altri pluriassasini i quali, in quanto tali, parimenti non sono attendibili, allora non può esser considerato valido nessun processo a suo carico. Di conseguenza, se l’autoaccusa non vale, così come anche le accuse basate sulle testimonianze di altri pluriassassini, egli non potrà che esser considerato, come tutti gli altri del resto, innocente. E se viene considerato innocente, logica vuole che la sua testimonianza diventi, in quel solo caso, automaticamente attendibile. Ma a quel punto sarebbe nuovamente un pluriomicida che, servendosi della sua presunta innocenza, accusa un innocente, pur se imputato e rinviato a giudizio. A questo punto, due sarebbero le possibilità: o è un pluriassassino che pur di accusare un innocente si finge inattendibile per spacciarsi come teste a carico oppure è un innocente che, pur di accusare, si finge attendibile e si spaccia per pluriassassino. In un caso o nell'altro, il teste è "tamquam non esset", e come tale se ne contesta in toto l'esistenza in vita.

__________

ISTRUZIONI PER CAMBIARE IL MONDO



Questo è un corso di studi sociali , ossia voi e il Mondo. Si, cè un Mondo là fuori, e anche se decidete di non volerlo incontrare, comunque vi colpirà dritto in... faccia. Credetemi. Dunque è meglio cominciare a pensare al Mondo ora, a cosa vuol dire per voi... Che significa il Mondo per ognuno di voi? Coraggio! Vorrei una classe che partecipa qui! E solo da questa aula che volete tirarvi fuori? Da casa vostra? Dalla vostra strada? Nessuno di voi vuole spingersi oltre? Si?

Nei negozi! Sono a soli tre chilometri da casa mia...

Beh voglio farvi un'altra domanda, ogni quanto pensate alle cose che accadono al di fuori di questa città? Guardate il telegiornale? Si? No? Bene non siamo ancora pensatori globali. Ma perchè non lo siamo?

Perchè... Abbiamo solo dieci anni?

Giusto rilievo, ti chiami?

Trevor

Forse Trevor ha assolutamente ragione. Perchè dovremmo pensare al Mondo? Cosa è che il Mondo si aspetta da noi?

Aspettarsi?

Si, cos'è che il Mondo si aspetta da Te!?

Niente!

Niente. Mio Dio ragazzi e ragazze, ha assolutamente ragione! Niente! Si eccovi qui, non potete guidare, nuotare, non potete neanche andare in bagno senza un permesso da parte mia, siete incastrati! Proprio qui, nella 2° media... Ma non per sempre... perchè un giorno sarete liberi. E va bene ma che succede se il giorno che siete liberi, non siete preparati, non siete pronti... Eppure vi guardate intorno e a voi non piace il Mondo com'è. E se il Mondo è un enorme delusione...

Siamo fregati!

A meno che... A meno che non prendete le cose che non vi piacciono di questo Mondo e le sbattete via facendole finire per terra sulle chiappe. Non dite ai vostri che ho usato questa parola. E potete cominciare a farlo, oggi. Questo è il vostro compito, avrete un voto e vale per tutto l'anno. No, no, un momento, un momento... Cos'è che non va? Qual è il problema? Si?

E' tipo così...

Così come? Ci sarà una parola per finire la frase! Qualcuno l'aiuti.

Strano!
Pazzesco!
Faticoso!
Barboso!

Barboso, faticoso, che ne dite di possibile? E' possibile... Il regno della possibilità, esiste dove? In ognuno di voi, qui (indica con un dito la mente). Perciò potete farlo! Potete sorprenderci! Spetta a voi, o potete starvene impalati e lasciarlo atrofizzare. Domande?

Si, insomma lei... ci boccierà se non cambiamo il mondo?

Oh, no non lo farei mai, ma al massimo strappereste un sei.

Cosa ha fatto lei per cambiare il Mondo?

Beh Trevor, la notte dormo bene, faccio una colazione abbondante, arrivo sempre puntuale... E poi passo la palla a voi.

______________

FELICI DI ESSERE PUTTANE

E’ di gran moda oggi far la puttana in Italia. Tutti fanno la puttana. Il Papa, il Re, Mussolini, i nostri amati Principi, i cardinali, i generali, tutti fanno la puttana in Italia. (…) E’ sempre stato così, sarà sempre così. Ho fatto anch’io la puttana per molti anni, come tutti gli altri. Poi quella vita m’è venuta a schifo mi son ribellato, son finito in galera. Ma anche finire in galera è un modo di far la puttana. Anche far l’eroe, anche pugnare per la libertà è un modo di far la puttana, in Italia. Anche dire che questo è una menzogna, un insulto per tutti coloro che sono morti per la libertà è un modo di far la puttana. Non c’è scampo…
Kaputt, Curzio Malaparte



Curzio Malaparte, pessimista e profetico.

____________

LA STUPIDITA' AL POTERE



Ci si arrovella tanto sul pensiero di certi uomini politici. Credo che a un certo punto dovremmo fare la semplicistica operazione di dire che non pensano.
Leonardo Sciascia