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Produci, consuma e... crepa

“In fondo, […] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare”.

Friedrich Wilhelm Nietzsche



C’era una volta un piccolo Paese. Nel piccolo Paese c’era un piccolo fornaio che lavorava il giusto, né troppo né poco. E infatti quel giorno lì era di domenica nel piccolo Paese e il piccolo fornaio se ne stata a casa, nella sua piccola casa, insieme alla piccola moglie. Però a un certo punto al piccolo fornaio gli venne voglia di una pagnotta di pane. Disse, ma sì, vado a lavorare un'oretta e mi faccio 'na bella pagnotta di pane in più per questa piccola domenica. Disse alla moglie “Vado a fare una pagnotta e la riporto a casa per il pranzo”.
Uscì fuori, si mise la strada sotto le scarpe e arrivò al forno, lavorò un'ora e fece 'na bella pagnotta di pane. Poi uscì dal forno per tornarsene a casa con la sua pagnotta di pane. Lungo la strada incontrò il piccolo salumiere del piccolo Paese, che nonstante fosse domenica, pure lui lavorava. Il piccolo salumiere disse al piccolo fornaio:
“Ma che fai? Ti mangi il pane e basta? Senza companatico? Lo vorresti un po’ di salame?”
“E magari”, gli disse il piccolo fornaio, "ma con che te lo pago?"
“Mi dai la pagnotta di pane e io ti do il salame”, gli disse il piccolo salumiere.
“Ma se ti do la pagnotta di pane, poi io rimango senza pane... solamente col salame”, gli rispose il piccolo fornaio.
"Ma no", gli disse il piccolo salumiere "Il piccolo Paese è un piccolo Paese capitalista. Si lavora e si produce... e più produci più consumi. Produci e consuma, produci e consuma!”
"Certo!" disse il piccolo fornaio. A quel punto il fornaio parve di capire il discorso e corse al forno, lavorò un’altra ora e tornò nel suo piccolo forno e fece un'altra pagnotta di pane. Lavorò un'altra ora, perciò dopo due ore di lavoro uscì fuori con queste due pagnotte. Una la dette al piccolo salumiere, e il piccolo salumiere in cambio gli dette un piccolo salame. Così adesso tutto contento il piccolo fornaio con il pane e il companatico se ne tornò verso casa.
Però lungo la strada incontrò il piccolo oste, che nonostante fosse domenica pure il piccolo oste quella volta lì lavorava. Il piccolo oste disse al piccolo fornaio:
“Ma che fai? Muri a secco? Mangi pane e salame e non bevi? Non lo vorresti un bel bicchiere di vino? Lo vuoi un fiasco di vino? Te lo do?”
“E magari” gli disse il piccolo fornaio "ma con che te lo pago?".
“Me lo paghi col pane e col salame che c'hai”.
“E vabè", gli dice il piccolo fornaio "ma se ti do il pane e salame e mi prendo il vino, io poi c'ho il vino e che ci mangio insieme al vino che ho preso da te?”
“Ma no", gli disse il piccolo oste "il piccolo Paese è un piccolo Paese capitalista. Bisogna lavorare. Se lavori…produci, e più produci più consumi. Produci e consuma, produci e consuma!”
" E già...", quel piccolo fornaio si ricordò che l’aveva già sentita ‘sta cosa. Corse al piccolo forno e lavorò altre due ore, fece altre due pagnotte e potè comprare il salame dal salumiere. Quindi col salame e col pane che aveva prodotto prendersi un bel fiasco di vino dall'oste.
E così adesso tutto contento, dopo mezza giornata di lavoro, quella domenica lì nel piccolo Paese, il piccolo fornaio se ne tornò verso casa con il pane, con il salame e con il suo fiasco di vino.
Lungo la strada però incontrò il piccolo sarto del piccolo Paese, che nonostante fosse di domenica pure lui quel giorno di domenica lavorava. Il piccolo sarto fermò il piccolo fornaio e disse:
“Piccolo fornaio, ma che fai? Vedo che sei un benestante, ormai... C'hai da mangiare e da bere, e vai in giro come un barbone? Co' 'sti vestiti vecchi, tutti sporchi di farina? Ma lo vorresti un abito nuovo?”
“E magari” disse il piccolo fornaio. “Ma con che te lo pago un abito nuovo?”
“E con che me lo paghi..." disse il piccolo sarto del piccolo Paese "Mi dai pane, salame e un fiasco di vino e io ti faccio un bel vestito nuovo”.
“Ma se ti do pane, salame e un fiasco di vino", gli disse il piccolo fornaio "senza pranzo che mi mangio io? Vado a casa vestito per bene, ma rimango a stomaco vuoto”
“Ma no", gli disse il piccolo sarto del piccolo Paese "il piccolo Paese è un piccolo Paese capitalista. Bisogna lavorare. Se lavori…produci, e più produci più consumi. Produci e consuma, produci e consuma!”
"Certo..." disse il piccolo fornaio che sapeva bene come comportarsi. Corse al piccolo forno e lavorò n'altra mezza giornata e dopo quattro ore fece tante pagnotte per poter dare il pane al sarto e potergli anche comprare il vino e il salumiere.
Finalmente, dopo una gionata intera di lavoro e di fatica, stanco ma felice, se ne tornò a casa col vestito pulito. Si mise seduto vestito per bene e cominciò a mangiare il suo pranzo che ormai era diventato una cena.
Appena seduto la moglie disse: “Oh... Sei uscito per fare 'na pagnotta, dovevi tornare dopo un’oretta e invece sei stato fuori tutto il giorno. Adesso che torni ben vestito e con una cena completa ti mangi tutto da solo. Lo sai che chi mangia da solo se strozza? Dammi almeno un pezzo di pane”.
“No", rispose il piccolo fornaio "Non ti do un pezzo di pane. Adesso siamo ricchi e tu sei mia moglie e quindi devi avere pure tu la pagnotta di pane e un salame e del vino e un vestito nuovo! Ho lavorato e guadagnato tanto e lavorerò e guadagnerò per tutt’e due. Noi viviamo in un piccolo Paese capitalista. Se lavori…produci, e più produci più consumi. Produci e consuma, produci e consuma!”
E così il piccolo fornaio lasciò tutto quanto e corse a lavorare nel suo piccolo forno. Lavorò tutta la notte e dopo tante ore di lavoro finalmente tornò a casa con la cena fredda e un altro vestito per la moglie. La trovò che dormiva e pure lui, che era stanco morto, si addormentò senza la forza per mangiare.
La mattina appresso non si svegliò. La sera prima era stanco morto, adesso era morto e basta. Cosi la moglie quando si svegliò e lo trovò morto fece una piccola telefonata. Chiamò il piccolo becchino e il piccolo prete del piccolo Paese. “Facciamogli la messa”, disse il piccolo prete. “Facciamogli il funerale”, disse il piccolo becchino.
La vedova sembrava indecisa. “Ma voi siete benestanti”, disse il prete. “C'avete da mangiare e da bere... pane, companatico, vino. Siete vestiti bene”. “Pure noi vogliamo mangiare, bere e vestirci meglio”, aggiunse il becchino.
Cosi la piccola moglie del piccolo fornaio capì e uscì fuori per andare al forno a lavorare. Camminava per strada la piccola moglie intanto vedeva che per le strade del piccolo Paese si muovevano e andavano al lavoro piccoli fornai, piccoli salumieri, piccoli osti, piccoli sarti, piccoli preti e piccoli becchini, piccoli operatori di call center e piccoli cassieri di supermercato, piccoli operai e piccoli impiegati, piccole maestre e piccoli soldati. Tutti correvano al lavoro.
Era un'altra bella giornata nel piccolo Paese capitalista. Intanto la radio trasmetteva una famosa canzonetta. La musica era allegra, il ritornello orecchiabile restava nel cervello. Diceva: “Produci e consuma...".
"Produci e consuma...", diceva la televisione.
"Produci e consuma...", c'era scritto sui giornali.
Produci, consuma e... crepa.

Ascanio Celestini



Che lavoro fai? Solitamente è la seconda domanda dopo come ti chiami? quando conosci una persona. Ognuno di noi ha un lavoro però è difficile spiegare cosa sia. È un qualcosa che si dovrebbe aver voglia di fare, ma per la maggior parte dei lavoratori questa voglia non c’è. Avere un lavoro significa fare sempre la stessa identica cosa. Fare una cosa uguale o simile tutti i giorni per decine di anni e la si fa per ottenere un salario non perché ne abbiamo realmente voglia o la consideriamo particolarmente utile, la facciamo perché abbiamo bisogno di reddito.
Dopo tanti anni che si fa lo stesso lavoro si sa fare solo quello, diventiamo degli esperti ma solo dell’attività che siamo costretti a fare per un salario.
Il lavoro impedisce l’invenzione e la sperimentazione di rapporti più ricchi e articolati, ci priva della gioia del saper fare tante attività diverse e di farle non perché dobbiamo ma perché ci sembra giusto e necessario farle per la nostra comunità.
La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti la sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo “lavoro”.

Andrea Staid



IL LAVORO, UN'ATTIVITA' INUMANA

Il lavoro oggi serve a qualcos’altro, che non sia l’accumulazione di merci e il soddisfacimento di una voglia o di un presunto bisogno di consumo individualizzato, se non individualista? Che cosa cerca il lavoratore mentre sta svolgendo un compito che gli divora un buon terzo dell’esistenza, se non acquisire con il denaro ciò che gli permetterà di consumare, quindi di distruggere o di usare altre merci create con l’unico scopo di soddisfarlo? È così evidente che il lavoro ha perso ogni senso trascendente. Lungi dall’essere superiore alle altre attività umane, ne rappresenta invece la feccia, perché, con il posto che occupa nella vita e nei rapporti sociali, impedisce la creazione e l’invenzione di altre relazioni. Anzi, peggio: attraverso la struttura ideologica che lo giustifica e che domina il pensiero politico ed economico, è dominio in atto sugli esseri umani – e sulla natura in generale. In sintesi, il lavoro non fa altro che nuocere all’individuo e alle comunità.
Il lavoro è così il risultato di un rapporto di dominio, in origine estremamente semplice. Ma mentre gli eventuali rapporti di dominio primitivi erano interni alla specie – dell’uomo rispetto alla donna o viceversa, cioè patriarcato o matriarcato, maschio dominante rispetto a maschio dominato e così via, ovvero rapporti “animali” – il lavoro introduce una nuova dimensione: i rapporti di dominio non sono più, come nel caso degli animali, interni alla specie, ma si affermano ora tra la specie e un’entità concepita direttamente come esterna, la natura. La mano non raccoglie e non caccia più: fa della natura il proprio prolungamento, il proprio complemento o strumento.

UN'IMMAGINE DI DOMINIO

Dunque, fin dall’inizio il lavoro nuoce all’individuo e all’umanità, perché pone un estraneo che si dovrà dominare e si rivelerà ostile, fino a farlo diventare il Nemico. La natura è addirittura un’incarnazione del Male, secondo la convinzione più diffusa, è la lotta per la vita, struggle for life, di tutti contro tutti che la caratterizza. Questa natura rigogliosa ed esuberante si contrappone al lavoro fin dall’inizio, perché è d’intralcio all’agricoltura – come esprime il concetto distorto delle “male erbe” da estirpare dagli orti e dai campi.
Ma i rapporti di dominio tra specie in seno alla natura sono un mito inventato dai biologi per giustificare l’immagine che l’umanità ha di se stessa – perché non può averne un’altra, come vedremo. È un’immagine di dominio, quindi di asservimento. In realtà, non esiste nessun rapporto di dominio di una specie sull’altra in natura. La selezione naturale, la lotta per la sopravvivenza, l’imperativo dell’adattamento sono visioni ideologiche. Niente di questo s’impone agli individui delle diverse specie. In uno spazio equilibrato – dove non interviene l’uomo – le specie si evolvono e si adattano continuamente. Le eventuali prede non sono “riserve alimentari” ma un elemento del tutto – così un animale erbivoro si colloca nella lunga catena che va dal microrganismo all’animale che si nutre di carogne, passando dal vegetale, dall’erbivoro e dal suo predatore. Quest’ultimo non è né un dominante né un padrone: d’altronde il leone sazio vive accanto alle mandrie che possono evolversi liberamente. Non le tormenta come fa il padrone con coloro che domina. Per questo la selezione naturale - oggi diventata del tutto artificiale – interviene solo a seguito di mutazioni più generali, che comportano per esempio un cambiamento del clima, della vegetazione o di altri elementi sovradeterminanti. La parte dell’uomo contemporaneo in questo genere di catastrofi non è più contestata da nessuno: l’uomo crea solo modifiche dagli effetti inauditi.
In natura quella che è determinante è la complementarità delle specie. Se gli scienziati vi hanno visto per lo più il contrario, è per il fatto che essi navigavano nel metadiscorso: credendo di parlare della natura, parlavano in realtà dell’umanità alienata e in questo modo le indicavano il credo al quale essa doveva aderire e che doveva trasmettere di generazione in generazione. Doveva diffondere un credo di conflitto, di lotta, perché essa stessa era un luogo di lotta. La sua alienazione rendeva necessario disporre di un tale credo per credere ancora un po’ in se stessa, credere nonostante tutto che quella aggressività di cui faceva mostra verso se stessa – e non solo l’aggressività di alcuni individui nei confronti di altri, ma semplicemente quella di tutta l’umanità contro se stessa, la sua eterna furia autodistruttrice, vergogna del suo passato, orrore del suo presente... – che quella aggressività altro non fosse che quella che regnava nella natura. E gli scienziati, ricadendo in piedi e facendo credere all’umanità alienata di essere profondi pensatori o addirittura i veri poeti dell’epoca moderna, proclamano ad alta voce il proprio desiderio di fare uscire l’umanità dal suo guscio naturale, di renderla conforme all’idea che pretendono di farsi dell’uomo, un uomo superiore, non aggressivo. Il trionfo di questo discorso contribuisce a separare sempre di più l’umanità dalla natura, dal vero universo di complementarità, per farlo immergere sempre di più nell’universo ostile, aggressivo, distruttivo dell’umanità sotto alienazione scientifica. Purtroppo gli scienziati non operano in questo senso. Perfino il famosissimo Einstein non ha fatto altro che incitare alla realizzazione di una bomba nucleare per liquidare il nazismo, senza capire che comportandosi in quel modo, in ultima analisi, esortava le democrazie ad attuare esse stesse il modello totalitario della Megamacchina hitleriana. Ed è esattamente quello che è avvenuto, con i diluvi di fuoco scatenati sulla Germania, al di fuori da ogni logica militare negli ultimi mesi del 1944 e all’inizio del 1945, e ovviamente con le due bombe di Hiroshima e Nagasaki.

SOCIALISMO O BARBARIE

Da allora il modello della società totalitaria si è adattato alla democrazia e Fukuyama rimpiange solo che i democratici non siano più capaci di ammettere che la dittatura è molto più efficace economicamente della democrazia. Se fosse universalmente adottato questo schema, le cose sarebbero chiare e i politici saprebbero esattamente qual è il loro ruolo: imbellettare la dittatura con il fondo tinta della democrazia. L’apparato ideologico e spettacolare è pronto: basta solo un passo…
Fin dall’inizio il lavoro ha svolto il proprio ruolo cruciale in questo trionfo a tutto tondo dell’aggressività, in quanto ha rappresentato la prima separazione in atto dell’umanità dalla natura. Ma, per un singolare rovesciamento di congiuntura, i nostri dirigenti sono costretti a comporre con le vestigia della democrazia e le opposizioni interne al vertice della propria gerarchia, nel momento stesso in cui la crisi ecologica, diffondendo la paura dell’apocalisse, avrebbe permesso di passare senza grosse scosse a una dittatura dal volto ecologico… Che disdetta: riecco l’alternativa barbarie o socialismo!

Contro il lavoro, Philippe Godard


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Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire: “questo è mio” e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie e quanti errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappati i pioli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!” [….]
Come un cavallo indomito alla sola vista del morso rizza i crini, batte la terra con i piedi e si dibatte furiosamente, mentre invece un cavallo domato sopporta pazientemente la frusta e lo sperone, così l’uomo barbaro non piega la testa al giogo che l’uomo civile porta senza protestare, e preferisce la libertà più tempestosa a una tranquilla soggezione.
Non è dunque dall'avvilimento dei popoli asserviti che bisogna giudicare delle disposizioni dell'uomo verso la servitù, ma dai prodigi che hanno fatto tutti i popoli liberi per garantirsi dall'oppressione. I primi non fanno altro che vantare continuamente la pace e la quiete che godono nelle loro catene, e miserrimam servitutem pacem appellant (chiamano pace una miseranda schiavitù): ma quando vedo gli altri sacrificare i piaceri, la quiete, la ricchezza, la potenza, la vita stessa per conservare quel solo bene che è tanto disprezzato da coloro che l'hanno perduto; quando vedo degli animali nati liberi che odiano la cattività e che si rompono la testa contro le sbarre della loro prigione; quando vedo turbe di selvaggi nudi spregiare i piaceri europei e sfidare la fame, il fuoco, il ferro e la morte pur di conservare soltanto la loro indipendenza, sento che non spetta agli schiavi il parlare di libertà.


Origine della Disueguaglianza tra gli Uomini, Jean-Jacques Rousseau



LAVORO O ATTIVITA'?

A questo punto occorre sgomberare il campo dalla grande confusione concettuale che avvolge oggigiorno il termine “lavoro”. Dovrebbe essere ovvio che lavoro non è sinonimo di fatica, anche se la implica. Una certa quantità di fatica è insita in qualsiasi attività – anche in quelle più immanenti al fatto stesso di esistere – questa è una legge fisica inaggirabile. Ma il punto non è questo. L’uomo ha sempre avuto un rapporto ambiguo con lo sforzo fisico. (...)
Da un lato è naturalmente portato a ridurre la difficoltà che deve affrontare nello svolgere una data attività, e ciò potrebbe essere una delle cause dell’origine e dello sviluppo della tecnica.
Uno dei primi principi fisici inconsapevolmente seguito per diminuire la fatica, sarà stato verosimilmente quello della leva, un fantastico ausilio tecnico funzionante al giorno d’oggi come millenni di anni fa. Da un altro lato, l’uomo non ha mai disdegnato la fatica, quando essa era immediatamente diretta a soddisfare un suo desiderio o a ottenere un vantaggio immediato per sé o per i suoi: raggiungere un frutto su di un ramo lontano, costruire un riparo dalla pioggia o una piroga per andare a pescare o solo per attraversare il fiume, fabbricarsi un arco per cacciare con maggiore efficacia (qui le due tendenze si sovrappongono), intagliare un ramo cavo per regalarsi un flauto, cucirsi un bel perizoma per proteggere i genitali, cercare erbe e terre con cui ornarsi il corpo ecc.
Anche l’attività sessuale volta a procurarci l’orgasmo implica un gran dispendio d‘energia, eppure l’affrontiamo con gioia. L’uomo delle società tecnicamente avanzate, che ha sempre meno bisogno di compiere sforzo fisico per guadagnarsi da vivere, che aborrisce la fatica e snobba i mestieri che ne richiedono (accettando per contro lo sforzo intellettuale insito in molteplici attività lavorative moderne), ricerca la fatica volontariamente, quasi come un piacevole diversivo, un benefico compenso: scalando montagne, correndo in bicicletta, macinando in piscina vasca dopo vasca o, più prosaicamente, sudando come una fontana in palestra “per tenersi in forma”.
L’attività sentita come obbligo, dovere, imposizione, costrizione, necessità ineludibile, questa è lavoro. Tento di illustrare ciò con un esempio personale. Io faccio tante cose che mi tornano utili e facendole ne traggo soddisfazione: curo l’orto per procurarmi la mia verdura, poto alberi da frutto per mangiare mele e susine sane, taglio piante per ricavarne legna da ardere, riparo vecchi muri a secco perché non franino… Mai, però, farei queste cose per altre persone a pagamento, perché in quel momento tali attività muterebbero natura, svilirebbero in lavoro perdendo per me qualsiasi fascino.
Quando la vita segue il principio del gioco e del godimento, o l’innata pulsione creativa, l’attività che ne consegue è positiva, salutare sia per l’individuo che per la collettività.
Questa profonda spinta naturale (il gioco è una costante anche nell’apprendimento alla vita degli animali) si manifesta esemplarmente nei bambini, che possono passare ore, fino allo sfinimento, a spingere una slitta su per un pendio dal quale scendere poi urlando di gioia, a sguazzare nell’acqua sollecitando anche il più piccolo muscolo del corpo, a costruire e ricostruire con pazienza da Sisifo castelli di sabbia. E lo scaltro genitore ben riesce a sfruttare questo piacere per l’attività ludica per portare il figlio-bambino a compiere suo malgrado un lavoro, ché se chiesto con questo termine incorrerebbe nel rifiuto o nell’obbedire controvoglia.
Lavoro e libera attività si possono descrivere anche con altri concetti o immagini. Svolgere un’attività per procurarsi i soldi per comperare i mezzi con cui soddisfare bisogni per lo più indotti – la tipica modalità a cui s’è ridotta l’iniziativa individuale nella società capitalistica – questo è lavoro, per leggero e piacevole che possa sembrare; darsi da fare in prima persona per carpire alla natura il necessario per campare decentemente, questo non è lavoro, anche se implica fatica.
Oppure: raccogliere bacche, catturare un cervo, fabbricarsi delle ciabatte, produrre le proprie patate, dedicarsi alla pittura o al cucito non è lavoro; cogliere o produrre una cosa qualsiasi, vendere le proprie abilità manuali, la propria capacità intellettuale, la propria fantasia per procurarsi i soldi con cui acquistare frutta, carne, vestiti, verdura, libri, CD o quadri, questo è lavoro.
O ancora: vendersi per un salario è lavoro. Il fatto di essere costretti a lavorare non può produrre piacere o solo un suo infido surrogato, indipendentemente dalla “qualità” della mansione svolta.
Purtroppo, nell’attuale organizzazione sociale finalizzata alla produzione di merce, profitto e potere, le due distinte caratteristiche dell’intraprendenza umana si sono confuse o, più precisamente, l’attività lavorativa, eterodiretta, resa subdolamente necessaria al soddisfacimento di sempre nuovi falsi bisogni, ha fagocitato quella ludica, il termine “lavoro” è ormai sinonimo di “attività”.

E SE IL LAVORO PIACE?

Non si può fare all’amore dalla mattina alla sera, per questo hanno inventato il lavoro

Il motto sotto il titolo allude alla funzione del lavoro quale surrogato della sessualità: libido repressa, carenza affettiva, difficoltà relazionali ecc. possono “efficacemente” essere compensate attraverso il lavoro e indirettamente attraverso i consumi che esso rende possibili. Sublimazione e compenso riescono a tal punto a snaturare il principio del piacere quale fondamentale fine della vita, da confonderlo con il lavoro, cioè con la maniera più sicura di passare a lato della vita.
Che il lavoro piaccia a molta gente è purtroppo vero. Da parecchi decenni la medicina ha coniato il termine “workaholic” per designare una vera e propria malattia psico-fisica, quasi una pandemia persistente, che affligge tanti individui d’ambo i sessi dipendenti dal lavoro come si può essere dipendenti dalla droga, dai medicinali, dal fumo o dall’alcol.
Una categoria particolarmente affetta da questo morbo è quella dei quadri superiori, manager, direttori, amministratori delegati di SA e multinazionali. (...)
Fuori dalla letteratura, nella società reale esiste – oltre alle élite dirigenti, la cui malattia da lavoro può trovare una forte giustificazione materiale (ricchezza e potere) – una schiera più numerosa di persone d’ogni ceto affette da una sindrome ideologica altrettanto micidiale; alludo a chi vede nel lavoro l’unica via degna di essere praticata per garantirsi la sopravvivenza, assumendolo nel contempo quale mezzo per realizzare l’illusorio sogno di emulare le suddette élite.
A parziale discolpa di chi vede nel lavoro un valore positivo va considerato il triste fatto che, troppo spesso, il mondo del lavoro rappresenta per la singola persona l’unica maniera di socializzare: vedere altra gente, stringere amicizie, partecipare a eventi vari, conoscere altre realtà, superando così la ristretta sfera della vita familiare.
Non va comunque scordato che solo in casi rari si può veramente scegliere per impulso proprio una professione che piaccia o soddisfi. La libertà di scelta è sempre limitata dall’offerta altrui. I mestieri sono prestabiliti ed i giovani vengono per lo più influenzati da genitori, maestri e orientatori professionali in base alle necessità congiunturali dell’economia o dello Stato. Oltre che influenzata, la scelta è inoltre obbligata: la società attuale chiede ad ognuno/a di sottoporsi al lavoro salariato.
Liberarsi dal lavoro significa quindi anche liberarsi da quest’obbligo di scegliere tra finalità altrui, acquistando la possibilità di agire secondo le proprie pulsioni..

Il turista e il pescatore

Concludo il mio testo con una parabola che riassume tante sfaccettature di un modo di vivere e di pensare positivo, responsabile e sostenibile: sottrazione alla logica del mercato e del consumismo, sintonia con i ritmi naturali, sobrietà, attività autonoma, padronanza dei mezzi di sostentamento e, non da ultimo, rifiuto del lavoro salariato.
A metà mattino, l’industriale tedesco in vacanza nell’isoletta greca trova l’amico pescatore seduto sulla veranda di casa che osserva il mare e le navi che vi passano lente e silenziose.
- Buon giorno Kiriakos. Non lavori oggi?
- Sì, ho già finito.
- Come, sono appena le nove e mezzo!
- Finito, ti ho detto. Oggi il mare è stato generoso. Ci ho messo poco a riempire la rete.
- Ma quanto pesce prendi?
- Quanto basta alla mia famiglia e per alcuni anziani che non escono più a mare.
- Dovresti pescarne di più.
- Per che farne?
- Per venderlo e guadagnare più soldi.
- E perché?
- Per comperare una barca più grossa, con la quale puoi pescare ancora di più.
- Ah. E perché?
- Così potresti recarti sul continente, vendere ai molti ristoranti e negozi della città. Fare più soldi e arredare la barca ancora meglio. Così guadagneresti ancora di più.
- Ah. E poi?
- Fra una decina d’anni potresti assumere alcuni marinai che lavorano al tuo posto.
- Ed io, che farei?
- Te ne staresti tranquillo in veranda ad ammirare il mare.
- Ah. Ma quello lo faccio già ora!

Lavoro? No grazie! Ovvero: la vita è altrove, Alberto Tognola


Sottovoce...


Cittadini e cittadine, scusate se parlo sottovoce... Voi mi direte: ma perché? Stiamo in democrazia, no? Chiunque può dire quello che vuole. Eh, vabbeh ma... Sapete, la differenza tra una dittatura e una democrazia sta nel fatto che in una dittatura non si può parlare, anche i muri hanno orecchie, mentre invece in una democrazia puoi dire quello che te pare... tanto non te sente nessuno. Però noi siamo in una fase transitoria, un po' di qua un po' di là, perciò possiamo dire quello che vogliamo... ma è meglio che lo diciamo sottovoce, che non ci ascolti nessuno.
Cittadini e cittadine, secondo alcuni è scoppiata la guerra. Certo, voi mi direte, se fosse scoppiata lo sapremmo, ce ne accorgeremmo, no? Ehh, ma questa è una guerra particolare, questa è una guerra che qualcuno sta combattendo contro qualcun'altro che però non lo sa che c'è la guerra.
E pure io vorrei combattere una guerra contro qualcuno che non sa che non sa di essere in guerra contro di me. Sarebbe debole, no? Lo vincerei subito, non si difenderebbe...
Vi racconto una cosa. Mettiamo che io vi do un po' di semi. Voi andate al campo, coltivate il campo, 'sti semi germogliano, c'avete un bel campo di grano, raccogliete il grano, andate al mulino, c'avete la farina, fate 'na bella pagnotta de pane e me la portate. Quanto tempo ci mettete? Mesi, cittadini e cittadine, mesi... Mentre io, se sono uno che commercia in pane, che lo compra, che lo vende, che lo distribuisce, durante quei mesi, nel frattempo potrei aver guadagnato o perso miliardi, licenziato, assunto operai... pure cambiato lavoro, capite?
Vi faccio un altro esempio. A me piace la marmellata di arance. Io vi do i soliti semi, voi andate al campo, coltivate 'sti semi, nasce l'albero, poi a un certo punto raccogliete le arance e ci fate la marmellata. Quanto tempo passa? Mesi. Anzi, forse pure un paio d'anni. Nel frattempo io che so' na multinazionale de' confetture potrei aver delocalizzato, cambiato lavoro, settore, che ne so... Se son addirittuara quotato in Borsa, nel giro di pochi minuti o pochi secondi, per qualche pettegolezzo, rumors, pe' na dichiarazione sbagliata posso perdere miliardi o guadagnare miliardi. Capite? E' una questione di tempi.
Avete capito tra chi è la guerra? La guerra è tra il capitale, il capitalismo, e l'uomo, l'essere umano, l'individuo, la natura umana, voi cittadini... Ehh, siete troppo lenti. Troppo, troppo lenti... So' due velocità differenti.
Voi c'avete una possibilità di vincere questa guerra, quando sarà dichiarata, solamente se io vi do un mucchietto di semi e voi, dopo due tre minuti, mi portate pane e marmellata. Ma questo è impossibile.
Vedete, cittadini e cittadine, questa guerra è già in corso, presto verrà dichiarata. Qualcuno pensa che sarà una guerra civile, qualcun'altro una rivoluzione. Ehh però pe' fa la revioluzione ce vo' la coscienza de' classe, mentre pe' fa' la guerra civile bastano pistole, fucili, cannoni... Per cui, secondo me, sarà guerra civile.
Provate ad andare a casa di un vero capitalista, uno importante. Vedrete che non comprano più opere d'arte, oro, argento... No, comprano sacchetti di sabbia. Si preparano per le trincee, le barricate. Poi comprano il tonno sott'olio, la carne in scatola, le bottiglie dell'acqua... Insomma, si preparano. Per il bunker, per chiudersi dentro, per fare la guerra. E poi soprattutto armi, comprano armi.
Cittadini e cittadine, sapete come sarà dichiarata questa guerra? Lo faranno loro, gli economisti. Con sorrisi da doppiopetto, con parole da giacca e cravatta ci spiegheranno che per fare una pagnotta di pane ci vogliono mesi, mentre per costruire un'arma da fuoco in una fabbrica ce vole n'oretta in catena di montaggio, perciò il prezzo del pane andrà alle stelle e le armi saranno regalate al mercato. A quel punto nessuno c'avrà la possibilità di comprarsi un filone, 'na pagnotta de pane. Tutti si armeranno, assalteranno i forni e scoppierà in maniera definitiva, palese, questa guerra.
Cittadini e cittadine, scusate se parlo un po' sottovoce, ma qui bisogna stare attenti, eh... Siamo ancora in democrazia sì, ma è meglio non farsi ascoltare. E poi nella democrazia, cari cittadini e care cittadine, ma insomma, i nostri rappresentanti davvero ci rappresentano? Nel senso, li abbiamo votati noi? E dai, abbiamo un governo che è fatto di persone che sono andate lì senza aver ricevuto neppure un voto. Io non lo so se è una democrazia, ma 'sta cosa me ricorda tanto, sai, il ventennio, quella roba là...
Cittadini e cittadine, date retta a me, comprate carne in scatola, bottiglie ben sigillate, tonno sott'olio... E' un investimento. Quando sarà dichiarata palesemente la guerra, varranno più dei titoli di stato tedeschi.
Cittadini e cittadine, e se non avete il denaro per fare questi acquisti, almeno armatevi. E soprattutto, parlate, dite quello che volete, siamo in democrazia. Però ditelo sottovoce, sshhhh...

Ascanio Celestini

Cari Compagni


So che voi non utilizzate più questi termini però, per me, voi disgraziati, voi pezzenti, voi umiliati ed offesi, siete sempre quei proletari di tutto il mondo che dovevano unirsi per spezzare le proprie catene, perciò vi chiamerò care compagne e cari compagni.
Vedete, io non appartengo alla vostra razza, io sono un padrone. O per dirla con un termine marxista, appartengo alla "classe dominante". O come direbbe Gramsci, faccio parte della "classe egemone".
Ma quanto sono più belle queste vostre parole. Perché le avete inventate voi, queste vostre parole, noi le abbiamo prese soltanto in prestito.
Ma non è più bello usare il binomio egemonia-subalternità, che è così antropologico? Molto meglio, rispetto a servo-padrone che nun se po senti'.
Non è molto più bello ed anche un po' attizzante, ammiccante, utilizzare il binomio dominante-dominato. Sembra quasi dire io sto sopra tu stai sotto. Molto meglio rispetto a, che ne so, vittima-carnefice, che fa accapponare la pelle.
Sono parole vostre, cari compagni e care compagne. Le abbiamo imparate da voi, cari compagni e care compagne. Noi abbiamo imparato tutto da voi.
Noi vi abbiamo strappato ai campi, vi abbiamo portato via dalle botteghe, vi abbiamo ammucchiato dentro alle fabbriche, a lavorare uno sull'altro... Pensavamo di aver fatto una furbata, e invece no. Ci avete spiegato che in questa maniera noi vi abbiamo preso come briciole da una tavola sparecchiata e vi abbiamo messo tutti insieme, stretti, come cinque dita in un pugno, e voi avete preso "coscienza di classe". Che è una parola vostra, ed è una parola bellissima, cari compagnie e care compagne.
Allora noi vi abbiamo messo a lavorare su macchine enormi, gigantesche, che voi non vi potevate permettere di comprare manco in un'intera vita di lavoro. Però erano macchine da deficienti, da scimmie ammaestrate. Bisognava spigne il bottone, tira' la leva, tira' la leva, spigne il bottone, spigne il bottone, tira' la leva... Insomma, un lavoro ripetitivo. Noi pensavamo di avervi fatto un favore, e invece no, voi vi siete offesi. Avete detto che era un lavoro umiliante, infantilizzante. Ci avete spiegato che in fabbrica, in quella fabbrica che avevamo pensato noi, non è più la macchina che serve all'operaio, ma bensì l'operaio che serve alla macchina. Capito? Come se fosse n'altra macchina, 'na macchina solo meno costosa, meno importante, fatta peggio. Ci avete detto che semilavorare un semilavorato equivale ad avere in mano un tubo e non sapere se 'sto tubo diventerà lo scarico del cesso o la canna di un fucile. Ci avete spiegato che questa cosa è “alienazione”, ed è una parola bellissima, l'avete coniata voi questa parola. Che io quando la sento, alienazione, penso sempre ai film in bianco e nero dei favolosi anni sessanta.
Noi abbiamo imparato tutto da voi, cari compagni e care compagne. Cari compagni e care compagne, noi in quel momento abbiamo pensato: vabbeh, diamogli un po' di diritti, regaliamogli la democrazia, così almeno saranno liberi di venire a votare per noi. No, peggio ancora! Ci avete spiegato che queste erano "riforme sovrastrutturali", che in un paese capitalista bisogna lavorare su quelle relazioni dove c'è di mezzo il capitale, il denaro. Ovverosia, i diritti voi non li volevate, i diritti civili, per venirci a votare. No, li volevate sul lavoro, è lì che volevate i diritti, cari compagni e care compagne. "Sovrastruttura", "struttura", sono parole meravigliose che abbiamo imparato da voi.
Poi, allora noi che abbiamo fatto? Vi abbiamo dato un po' di scuole, un po' di fogne, un po' di marciapiedi, piste ciclabili... E le case popolari, vi abbiamo ammucchiato là dentro. Voi niente, peggio ancora. Ci avete spiegato che era “paternalismo”, il nostro. Che le relazioni tra le classi dominanti e le classi dominate sono essenzialmente conflittuali, e 'sto conflitto c'avete detto che se chiama “lotta di classe”, che è 'na parola vostra, un'altra parola vostra. Ed è un'altra parola bellissima.
Cari compagni e care compagne, noi abbiamo imparato tutto da voi. Grazie, veramente. Voi ci avete spiegato come va il mondo, cos'è l'economia... Voi c'avete spiegato tutto, voi eravate i primi della classe. Tant'è vero che adesso qualcuno potrebbe dire: vabbeh, me se 'sti compagni e 'ste compagne erano tanto capoccioni, tanto intelligenti, perché non stanno al governo adesso? Perché al governo nun ce sta un giovane compagno, 'na giovane compagna, bensì un gruppo de' vecchi padroni borghesi? Per quale motivo?
Perché, cari compagni e care compagne, voi non avete fatto in tempo ad acquisirla, questa ideologia, a spiegarla a noi, che ve la siete subito scordata. Adesso la lotta di classe la facciamo noi padroni contro di voi, e la stiamo stravincendo.
Cari compagni care compagne, ma vi siete resi conto che i vostri leaders non rassomigliano manco più lontanamente ai Gramsci, ai Marx, ai Feuerbach, agli Engels, tanto meno ai Proudhon, Kropotkin, Bakunin... Ma dico io, in un paese normale se cade un governo di destra, poi dopo va al governo la sinistra. In questo piccolo paese, invece, è caduta la destra ed è andata al potere n'altra destra, con gli applausi della sinistra.
Ma dico, ma ne vogliamo parlare, cari compagni e care compagne? No, meglio di no, io non voglio affondare il dito nella piaga. Io voglio essere gentile nei vostri confronti, perché penso che un padrone, nei confronti dei suoi servi, deve comportarsi con gentilezza, ecco, con buona educazione.
Vedete, noi oggi siamo al governo e saremo molto peggio dei nostri predecessori, molto più bastardi, però... però... ci comporteremo in maniera più elegante, più seria, più sobria. Questo ve lo possiamo concedere.
Io lo dico sempre alla mia servitù, e lo dico anche a voi: vedete, cari compagnie e care compagne, cari sudditi, cari servi, come posso chiamarvi, per mettervelo - con rispetto parlando - nel culo, beh, non serve la maleducazione, non serve essere cafoni... Basta un po' di pazienza. E un dito di vasellina.

Ascanio Celestini

Cazzi vostri


Cittadini. Lasciate che vi chiami così, anche se tutti sappiamo che siete servi, schiavi, sudditi, però voglio chiamarvi cittadini per non umiliarvi ulteriormente... Dunque, cittadini, noi siamo la classe padronale al governo e abbiamo una grave responsabilità: dobbiamo dirvi che c'è una grossissima crisi, irreversibile, non possiamo darvi speranze.
Beh, un tempo noi vi mandavamo in miniera, vi riempivamo i polmoni di biossido di silicio, voi crepavate, però vostra moglie otteneva la reversibilità della pensione. Oggi però questo non ve lo potete più permettere.
Cittadini, un tempo vi mandavamo in fabbrica. Noi vi facevamo lavorare quattro, cinque, sei sette, otto, anche nove ore... Sapevamo, sapevamo che dopo quattro ore avevate prodotto tanto quanto bastava per far vivere onestamente, dignitosamente, tanto voi quanto noi, ma noi vi sfruttavamo in fabbrica e utilizzavamo il vostro plus-lavoro per ottenere un plus-valore che ci intascavamo alla faccia vostra. Però vi davamo la tredicesima, è vero o no? Vi ci compravate il televisore, con il quale poi noi vi indottrinavamo e, diciamo, vi imbrogliavamo anche a distanza. Ecco, però la televisione e 'na bella cosa, e pure la tredicesima. Oggi voi ve la potete anche sognare, la tredicesima.
Cittadini, noi un tempo vi mandavamo in guerra per il nostro tornaconto. E voi c'andavate e morivate. Però noi vi facevamo il funerale di stato. Ma quant'è bello il funerale di stato! Io quando vado ai funerali di stato vedo tutte quelle bandiere... l'inno... mi pare di sta' alla partita. Passa il feretro, il morto, e io sto lì che faccio alè ohohh alè ohohh... Beh, oggi se andate in guerra a crepare per noi, manco il funerale otterrete.
Un tempo noi vi soffocavamo, ma di tanto in tanto vi facevamo riprendere aria. Adesso vi strozzeremo e basta, punto.
Eppure, cari cittadini, noi che stiamo al governo abbiamo la responsabilità, il dovere di ascoltarvi. E noi ascoltiamo gli operai. Gli operai ci dicono che le loro aziende chiudono, delocalizzano in Cina e loro perdono il lavoro, oppure restano in Italia, però si “cinesizzano” e loro perdono i diritti. E noi, a questi operai, dobbiamo dire una cosa semplice, chiara, onesta. E gliela diremo. Diremo: operai, cazzi vostri! Cazzi vostri davvero, operai, cazzi vostri. Sinceramente, onestamente...
Però io voglio parlare anche con i precari, quelli che vent'anni fa c'avevano ventotto-trenta'anni. Erano sicuri che nel giro di qualche mese avrebbero avuto un lavoro vero, e invece no, sono rimasti invischiati in quella palude che è la precarietà. 'Mo, quelli adesso c'hanno cinquant'anni, so' ancora lavoratori precari e c'hanno i figli che crescono e al massimo troveranno un lavoretto a nero. Noi dobbiamo dire qualcosa di certo anche a questi lavoratori precari. E glielo diremo. Diremo: precari, cazzi vostri pure a voi! Davvero, sinceramente, precari... cazzi vostri.
Però voglio parlare anche con gli immigrati, che sono la colonna portante di questo Paese. Lavorano il triplo, guadagnano niente, sono schiavizzati, eppure per cinquant'anni, ci dice l'Istat, un cittadino su quattro proverrà proprio da una storia di migrazione.
Dunque volgio parlare a voi, a voi emigrati, parlare a voi e dire la stessa cosa che dico a tutti gli altri cittadini, perché voi non siete di serie B. Dirò: emigrati, migranti, cazzi vostri pure per voi. Anzi, soprattutto per voi, veramente... Cazzi vostri!
Qualcuno potrebbe dirmi: vabbeh, ma allora perché non facciamo come la Germania, la Gran Bretagna, che si son messi d'accordo con la Svizzera per tassare il denaro tedesco e inglese che sta nelle banche elvetiche. Certo, infatti di denaro italiano, in quelle banche, ce ne sta tantissimo. Sapete perché non lo tassiamo? Perché quel denaro è nostro, di noi padroni. Che famo, ce diamo 'a zappa sui piedi? Ma che, scherziamo? Poi tra de noi ce stanno anche un sacco di banchieri, che je raccontamo?
Oppure qualcuno ci potrebbe dire: perché insistere ancora sulle grandi opere, un treno super veloce che devasterà una valle in Piemonte, quando la popolazione è contraria – anche perché un treno lì già ce passa ed è sottoutilizzato –, perché? Perché tra de noi, oltre ai banchieri ce so' pure i palazzinari, i padrioni del cemento... E lì c'è da guadagnare assai, cari cittadini. La manovra è cazzi vostri, mica cazzi nostri, eh... Ma che scherziamo.
Oppure qualcuno ci dirà semplicemente: F35, questo super cacciabombardiere che ci costerà tredici, quattordici, forse quindici miliardi... Perché? Perché? E tutte le altre spese belliche, che si vanno ad aggiungere a questa, in un Paese nel quale nella Costituzione c'è scritto che l'Italia ripudia la guerra. Sapete perché spenderemo questi soldi? Sapete? Perché tra de noi ce stanno pure i generali, mica solamente i palazzinari, capito? Uno l'avemo fatto pure ministro, eddai...
Noi siamo i poteri forti, cari cittadini. E per favore, non alzate la cresta. Che volete, che ricominciamo a mette' le bombe nelle piazze, sui treni, alle stazioni, nelle banche, eh? Cittadini: cazzi vostri, non cazzi nostri.
Vedete, cittadini, io sono così certo dell'onestà delle mie parole, che ho proposto al Governo di chiamare questa nuova manovra proprio “Cazzi Vostri”, perché mi sembrava una cosa esplicita, chiara, che avrebbero capito tutti. Però la comunità internazionale ci chiede di essere molto più bastardi, ma anche un tantino più eleganti. Perciò la chiameremo qualcosa tipo “Manovra salva Paese”, oppure, con un titolo un po' filmico, cinematografico, “Come il cetriolo per l'ortolano”... Carino, eh? Me lo so' inventato io questo qua.
Perché vedete, cittadini, il capitalismo è certamente quel grosso ombrello che vi infiliamo nel sedere ogni giorno, però non è un ombrellaccio, 'na cosa da quattro euro che vende il marocchino quando comincia a piove'... E' un ombrello costoso, di marca, magari di seta, col manico d'avorio e il puntale d'argento.
E se non l'avete capito, cari cittadini, se veramente pensate ancora di vivere in un paese democratico, dove contate qualcosa... Beh allora, cari cittadini, cazzi vostri!

Ascanio Celestini

Devant nous le déluge


Un uomo è seduto nella stanza. Guarda il rubinetto che perde.
L’uomo pensa: è una goccia. Qualcuno dovrà risolvere questo problema della goccia.
Io potrei alzarmi e andarlo a chiudere, ma non posso fare tutto io. Io sono un democratico e penso che il cittadino elegge i suoi rappresentanti perché si occupino di problemi importanti. Io non sono mica uno di quelli che non credono più nelle istituzioni e fanno i comitati e i collettivi e si vogliono organizzare da soli!
L’uomo seduto nella stanza guarda il rubinetto e pensa: il governo dovrebbe risolvere questo problema della goccia. Se ci fosse un uomo di destra, direbbe saldiamo un tappo di ferro sulla cannella del rubinetto e la goccia smetterà di cadere.
Certo, dico io, ci saldiamo il tappo. Ma se mi devo andare a lavare le mani,con la cannella saldata non uscirà acqua.
L’uomo di destra mi risponderebbe: vabbè, ma intanto abbiamo risolto il problema della goccia. Quando emergerà un problema lavaggio-mani affronteremo anche quello. Un problema alla volta. Giusto, dico io, ma questa soluzione del tappo non mi convince.
Se ci fosse un uomo di sinistra, direbbe... Ma in realtà un uomo di sinistra non è mai da solo. Sono sempre in due. Uno sinistra moderata e l’altro sinistra radicale. Ricomincio. Se ci fossero due uomini di sinistra, l’uomo di sinistra moderata direbbe: saldiamo un tappo di ferro sulla cannella del rubinetto… come l’uomo di destra. Mentre l’uomo di sinistra radicale mi consiglierebbe dovresti alzarti dalla sedia e chiudere il rubinetto. Cioè direbbe quello che penso anche io che infatti mi ritengo un uomo di sinistra. Ma l’uomo di sinistra radicale aggiungerebbe: però se chiudessimo il rubinetto ci troveremmo oggettivamente in contrasto con la sinistra moderata che essendo vicina alle idee della destra abbandonerebbe la coalizione... perciò dobbiamo essere responsabili e non rischiare di far cadere il governo.
Dunque chiudere il rubinetto per arrestare la caduta della goccia è un’ottima soluzione, ma non è la strada percorribile. Perciò aspettiamo. Giusto, dico io, ma questa soluzione dell’attesa non mi convince.
Forse dovrei rivolgermi al sindacato. Se ci fosse un sindacalista mi direbbe non importa quale sia la soluzione migliore. Si potrebbe chiudere il rubinetto e anche saldare la cannella, ma la scelta di una delle due implicherebbe uno scontro fra posizioni diverse. E se c’è ‘no scontro... nessuno può sapere come va a finire! Noi invece siamo favorevoli a una mediazione. E poi siamo proprio sicuri che si tratta di una goccia? E se non fosse una vera goccia? E se fosse una metafora? E se fosse una provocazione? Giusto, dico io, ma questa posizione del sindacato non mi convince.
Un uomo è seduto nella stanza. Guarda il rubinetto che goccia. L’uomo pensa: è una goccia. Io potrei alzarmi e andarlo a chiudere, ma non posso fare tutto io. Intanto le gocce cadono una dopo l’altra.
L’uomo nella stanza vede il lavandino che si riempie. Vede la fatale goccia che fa traboccare il vaso. Vede l’acqua che cade sul pavimento. Sente i piedi che incominciano a bagnarsi e pensa: prima o poi, goccia dopo goccia si allagherà la stanza. Pensa: il pavimento cederà sotto il peso dell’acqua. Ma il pavimento della mia stanza è il soffitto della stanza di sotto. Miliardi di gocce sfonderanno il pavimento e allagheranno la stanza del piano inferiore con tutti gli oggetti utili e inutili e le persone che la abitano. Le stanze cadranno una sopra l’altra fino a far crollare il palazzo e l’acqua seppellirà le macerie.
Un uomo è seduto nella stanza. Guarda il rubinetto che goccia e vede il diluvio. E pensa: non è possibile. No, proprio non è possibile. Così si gira e guarda verso il muro. Smette di pensare alla goccia. Sorride, si addormenta... e affoga serenamente...

Ascanio Celestini

Il popolo è un bambino

Il popolo, che è un bambino, si arrabbia per le ingiustizie, si commuove davanti al dolore, si illude e si innamora. Poi spenge la televisione e va a dormire sereno.
Il popolo lavora, guadagna e spende. L'hanno convinto che l'economia funziona così. Bisogna far girare la ruota. Ma poi tra i neon del centro commerciale e i telefoni del call center qualcuno smette di girare.
Forse è solo il bruco che esce dal buco, il cadavere che prova a resuscitarsi da solo. Forse è il ladro e si rende conto che non basta rubare ai ladri per pareggiare i conti.
E infatti è un collettivo di lavoratori, ma è anche un pezzo di popolo. Christian dice: "Abbiamo incominciato perché non avevamo niente da perdere". Maurizio dice: "Quel posto è come il Titanic. Il transatlantico affonda e i passeggeri fanno finta di niente. Ma noi non affonderemo cantando".


Il popolo è un bambino, non ci capisce niente di politica. Se tu gli parli di rivoluzione e lo fai seriamente, finisce che il popolo la fa per davvero, la rivoluzione. Allora bisogna fare come ha fatto il partito comunista: la rivoluzione gliel'ha fatta vedere da lontano, al popolo. Come una ballerina della televisione.
Il popolo è un bambino, gli piace guardare le ballerine. I maschietti si guardano la televisione perché gli piace il culo delle ballerine. E le femminucce si guardano la televisione perché vorrebbero averci il culo come quello delle ballerine che piacciono tanto ai maschietti.
Tutti guardano il culo in TV, ma sia le femminucce che i maschietti sanno che la televisione è un elettrodomestico, che quel culo esiste solo là dentro. Si guardano intorno e la realtà è che si ritrovano sul divanetto del loro appartamento senza culi e senza balletti, ma sono contenti lo stesso. Sono contenti perché tutte le volte che accenderanno la televisione c'avranno un culo in diretta pronto per essere guardato, e non importa che sia finto come la favola di cenerentola, importa solo che dopo il culo in diretta si vada a letto sereni.
Al popolo gli piace la rivoluzione, ma gliela devi mostrare come il culo delle ballerine, come una cosa bella e impossibile... Gliela devi raccontare come una favola.


Il popolo è un bambino, vuole sempre avere ragione. Allora chi governa il popolo gli deve dire che gli altri c'hanno sempre torto. Gli altri sono atei miscredenti, pervertiti omosessuali, zozzi meridionali, negri puzzolenti, eccetera... Insomma, relativisti. Allora il popolo è contento.
E' contento perché il popolo è un bambino, e come tutti i bambini gli piace giocare. Nei giochi dei bambini c'è sempre uno che vince e un altro che perde, per questo che al popolo gli piace tanto il calcio.
Il popolo lo sa che il calcio vero non è quello dei campetti, delle partitelle... Il popolo lo sa che al calcio vero non si può giocare, che il vero calcio se lo può soltanto guardare in televisione. Allora il popolo si mette seduto e guarda. Il popolo strilla, si agita, si stanca come un bambino, e quando arriva la sera si addormenta subito.
E' buono buono, il popolo, è una pecorella. Il popolo lo sa che la vita è come una partita di calcio in televisione, come la finale dei mondiali: tutto il mondo la guarda, ma poi la palla se la giocano solamente due squadre.
Bello il calcio, bella la vita. Solo pochi se godono, ma tutti gli altri possono fare il tifo.


Il popolo è un bambino. Se gli rubi le caramelle si arrabbia, ma se gliele metti in vetrina, quello se le compra subito. Allora tu, che sei più furbo del popolo, gliele fai pagare il doppio di quelle che valgono, così per ogni caramella che si compra, una gliela vendi e un'altra gliela rubi.
Se metti le mani in tasca al popolo sei un ladro, ma se è il popolo che si viene a svuotare le tasche da te è solo una legge di mercato.
Il popolo è un bambino, gli piace comprare le caramelle. Poi magari se le porta a casa e manco se le mangia, magari le butta al secchio, magari... Perché al popolo gli piace comprare, comprare, comprare, allora tu che sei più adulto del popolo gli vendi tutto. Il popolo vuole mangiare? E tu gli vendi le porcherie fino a farlo scoppiare. Il popolo vuole le canzonette? E tu gli vendi qualche chilo di ritornelli da canticchiare sotto la doccia. Il popolo vuole gli ideali? E tu gli vendi anche quelli. Poi magari se li porta a casa e non ci crede più, magari li butta al secchio... Meglio. Meglio, così torna subito al supermercato a comprarsi le caramelle.


Il popolo è un bambino. Fa tante domande, il popolo, e tu non gli puoi dire la verità, sennò quello ti mette in difficoltà.
Per esempio, io c'ho un figlio, si chiama Robertino Casoria ed è il peggiore della classe. M'ha detto: papà cosa sono i terroristi. Io gli ho voluto dire la verità. Gli ho detto, ti ricordi quando eri bambino? A Natale ti ho detto che sarebbe arrivato Babbo Natale. Tu eri un bambino intelligente e non ci hai creduto. Ma poi la notte io sono andato a mettere i regali sotto l'albero e la mattina appresso, quando li hai visti, hai cominciato a credere che li aveva portati Babbo Natale. Hai pensato che se c'è il regalo significa che ci sta anche il barbone che li porta co' le slitte, co' le renne, e invece ero sempre io. E i terroristi sono la stessa cosa, qualcuno ti dice che ci sono i terroristi e tu non ci credi. Poi scoppia una bomba, crollano un paio di grattacieli e tutti pensano che se c'è l'attentato significa che ci stanno anche i terroristi che l'hanno fatto. Ma è tutta una bugia, è sempre papà che zitto zitto, di notte, fa scoppiare le bombe e poi dà la colpa ai terroristi. E mio figlio mi fa, l'amico mio Pancotti Maurizio – chè Robertino frequenta un bambino ciccione che è insopportabile e secondo me pure un po' deficiente – mi ha detto: Pancotti Maurizio mi ha detto che questa cosa si chiama strategia della tensione. Allora io gli ho risposto, l'amico tuo Pancotti Maurizio è comunista. E lo sai perché è così ciccione? Perché i comunisti si mangiano i bambini. Stai attento quando vai a fare la merenda da lui, perché ti si mangia!
E mio figlio Robertino ha incominciato a tremare. Per una settimana non è più uscito di casa. Gli ho fatto fare tutto quello che volevo. Gli dicevo: lava la macchina, metti a posto la stanzetta, portami le ciabatte... Lui mi ubbidiva come un cagnolino.
Perché si governa con la paura. E il popolo è uguale, il popolo è un bambino se vuoi che non si perda nel bosco gli devi dire che c'è il lupo cattivo, l'uomo nero, i terroristi, gli arabi coi barboni, i pirati della Malesia... Ogni tanto, insomma, bisogna pure cambiare, fare la rotazione... Il diavolo, gli zombi, il mostro di Lochness, il bocio, i marziani, i fantasmi...
Perché il popolo è un bambino, se gli metti paura ti porta le ciabatte, ti lava la macchina... Perché il popolo è un bambino, se gli metti paura ti ubbidisce subito.

Ascanio Celestini.


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Metafore & Metamorfosi (aprile)

PASQUA DI RESURREZIONE


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ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2011

Il candidato di centro-destra... Metamorfosi riuscita.
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LA LEGGE SONO IO



Silvio Berlusconi in Tribunale per farsi processare. Com'era prevedibile, sono comparsi i primi scudi umani.
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DA QUANDO CI SEI TU...



C'è un uomo che sa darci speranza nel futuro
e come un ragazzo ce l'ha sempre... in mente,
sempre quella cosa, che Dio lo benedica,
Lui vive per quella, pensa sempre alla... gente.
Ci porterà lontano, di una cosa stai sicuro
prenderà il nostro domani e ce lo metterà in... mano.

Presidente da quando ci sei Tu
anche quando piove io vedo il sole
e d'inverno spuntano le viole.
Presidente da quando ci sei Tu
in un mondo in crisi vedo paradisi
dietro i tuoi sorrisi.
Presidente da quando ci sei Tu
anche i delinquenti si sono redenti
ed esultano con Te.

C'è un uomo che sa darci milioni di ragioni
per sentirci così ogni giorno più co... ntenti,
che la forza non gli manchi, che la fede non si perda
così la nostra vita Lui lla riempirà di... gioia.
C'è chi dice sia un cialtrone, c'è chi pensa sia un pazzo,
ma la verità è un'altra: Lui è una testa di... versa.

Presidente da quando ci sei Tu
ogni neologia è scappata via
davanti alla Tua fantasia.
Presidente da quando ci sei Tu
sento l'aria pura, sento l'avventura,
sento che c'è la fretta di cambiare.
Presidente da quando ci sei Tu
ma che delizia, questa è giustizia
in un mare di immensa libertà.

Questo paese era come una bella nave,
ma piena di falle
e Tu le hai sistemate tutte,
con delle grandissime... idee.
Tu sorridi sempre, sempre...
perché già lo sai
e noi un giorno capiremo
che ci hai portato solo un'infinità di... amore.
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L'ITALIA IN VACCA



Tutti a parlare,
di quello che guadagni, quello che rimane.
Tutti a guardare,
i giochi a premi facili da indovinare.
C'è la partita,
ha perso la tua squadra e questo cambia la vita.
Vuoi fare da grande,
attore, calciatore o miss senza mutande...

Siamo contenti,
abbiamo tutto e ci trattiamo come i deficienti.
Che bella moto,
d'altronde c'è chi può e invece chi arriva a nuoto.

Santa pazienza
non hai la TV piatta e non puoi fare senza.
Come facciamo?
La paghi tra vent'anni come per il divano.
Ti vuoi sposare?
con settecento rate te la puoi cavare.
Sei sotto pressione?
Nessuno si interessa ma ti danno ragione.

Siamo dei grandi,
con tanti numerini e dei cerchietti belli tondi.
E' una vittoria,
nazione di avvocati ricchi che fanno la storia.
Grande risorse,
e ci si meraviglia se si scappa di corsa.
Però stiamo bene,
la guerra dei poveri a qualcuno conviene.

Siamo contenti,
abbiamo tutto e ci trattiamo come i deficienti.
Che bella moto,
d'altronde c'è chi può e invece chi arriva a nuoto.
Grandi risorse,
e ci si meraviglia se si scappa di corsa.
Però stiamo bene,
la guerra dei poveri a qualcuno conviene...
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8 PER MILLE




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CI VORREBBE UN PARTITO



Stare insieme a te
si sa che porta sfiga,
sei sempre lì in TV
a parlar solo di figa.
Hai ridotto questa Italia
uno zimbello in tutto il mondo,
con le tue barzellette
abbiam toccato il fondo!

Ci vorrebbe un partito
per poterti dimenticare,
ci vorrebbe un partito
per poter cambiar canale,
ci vorrebbe un partito
che non sia lì al tuo fianco
fingendosi nemico
mentre inciucia sottobanco!

Un premier capocomico
dal cranio catramato
che vive nel terrore
di essere arrestato,
son vent'anni che imperversa
con le sue televisioni
e mai nessuno che gli dica
che ci ha rotto i coglioni!

Ci vorrebbe un partito
per poterlo dimenticare,
per ridare alla gente
un'occasione per partecipare,
ci vorrebbe un partito
perché il popolo è stanco
e qualcuno già pensa
ad un altro saltimbanco!

Ci vorrebbe un partito
fatto di gente onesta
che si metta al servizio
con il cuore e con la testa,
ci vorrebbe un partito
è una vera esigenza
che abbia regole
di democrazia e trasparenza!

Malgrado questa Lega
l'Italia è ancora unita
e affronta questa crisi
resistendo al carovita,
se perfino a Lampedusa
gli fan fare lo sbruffone
e come alternativa
c'è questa opposizione!

Ci vorrebbe un partito
per potere ricominciare
e guardare al futuro
con coraggio per cambiare,
ci vorrebbe un partito
perché il popolo è stanco
di vedere 'sti infami
tutti ai posti di comando...
CI VORREBBE UN PARTITO!!
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IL PENSATORE


La madre gli diceva che se non credeva nelle proprie capacità era uno stupido. Il padre gli diceva che era uno stupido se ci credeva. E lui, dopo tanto pensare, per toglierci ogni dubbio ha coniato il motto!
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IL LAUREATO


Laureato con il massimo dei voti! Uno che fa errori di grammatica non solo quando scrive, ma anche quando pensa... Perché ha capito che la miglior difesa contro la logica (che gli manca) è l'ignoranza (di cui ha abbondanza)!
Laureato con il massimo dei voti?? Sì, Dishonoris Causa!
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25 APRILE


Poveri partigiani portati in processione,
nei telegiornali, alla televisione,
sopravvissuti un tempo alle fosse comuni,
ma seppelliti in questo tempo dall’informazione.

Sfilano il 25 aprile,
con le medaglie appese alle bandiere
accanto alle mogli dei sottosegretari
appena uscite dal parrucchiere
dicono sottovoce: “viva la Costituzione
ma adesso è tardi mi chiude la posta...
devo prendere la pensione...
”

Poveri deportati che mostrano
la matricola alle telecamere
tra una pubblicità e l’altra
il tetro tatuaggio...
“questo sterminio
vi è gentilmente offerto
da una bibita gassata
e da un famoso formaggio
”

Poveri nomi e cognomi
dei caduti di tutte le guerre
che stanno sempre sulla bocca
degli onorevoli politici
con tutti quei morti in bocca
c'avranno sicuramente un alito pesante
la loro lingua è un camposanto
dove resuscitano ogni tanto...

Poveri morti di Nassirya
che forse ci credevano davvero
chi muore, muore con onore...
chi sopravvive, vive nel dolore.
Povero Nicola Calipari
che gli hanno pure intitolato
un’isola pedonale
sarà contenta la moglie
che ha sposato una zona
a traffico limitato?

Poveri parenti degli eroi,
che almeno per un giorno
sono stati eroi anche loro,
nei funerali in mondovisione
ma appena il giorno dopo,
erano morti anche loro...
erano morti che ricordavano altri morti.

Ma voi ricordate i morti...
ma ricordateli vivi!

Ascanio Celestini
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IL RUBA...CUOR


Come ti chiami, bella?
Tanto il mio nome già lo sai,
è per questo che sei qui,
per non scordarlo mai.
Io ti posso regalare tutto quanto,
tranne la felicità,
però ti prego
non chiamarmi anche tu papà.

Tu che vita che farai
sai che proprio non mi importa,
perché domani
quando uscirai da questa porta,
quanti anni avrai
e quanti te ne avrò rubati io
sono solo cazzi tuoi,
che qui tanto è tutto mio.

Anche tu Ruby,
tu come me rubi,
sì siamo entrambi due grandi
rubacuor...

Che io ti pago, Ruby
ma non m'appago, Ruby
ma tu puoi sognare
in questa villa a Arcor...

Come sei alta, snella,
che gamba lunga lunga!
Ma adesso dai
facciamo... un po' di rumba.
Su dai racconta i tuoi casini
e dammi da bere, ho ancora sete
che andare coi più piccolini
mi fa sentire grande...
Son scherzi anche da prete.

Ma anche tu Ruby
tu come me rubi,
che sono bello, sono alto,
e sono un rubacuor...

Che posso tutto, Ruby
io sono il capo, Ruby
e ti concedo di sognar
in questa villa a Arcor...

Ma anche tu, Ruby,
tu come me rubi,
che sono bello, sono alto,
e sono un rubacuor...

Che posso tutto, Ruby
io sono il capo, Ruby
e ti concedo di sognar
in questa villa a Arcor...

E ti concedo di sognar
in questa villa a Arcor,
e ti concedo di sognar
ma intanto dammi il... cuor

Omar Stellacci



















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COMPLICI



Una vita da Gheddafi,
tra promesse e tentazioni,
faccio quello che mi pare,
non rompetemi i maroni.
Una vita da Gheddafi,
circondato da tanta fi...gas,
petrolio e munizioni.
USA e gettano i milioni
lì, sempre lì, lì nel mezzo,
puntano lì, sai lì, sai lì...

Una vita da Gheddafi,
faccio i soldi co' le mafie
e alla tenda con il Papi
terroristi e carri armati.
Una vita da Gheddafi,
tra la beffa e la tragedia,
prima questo m'apparecchia
e poi me tolgono la sedia.
Lì, sempre lì, lì nel mezzo,
L'ho preso lì, sai lì, sai lì...

Una vita da Gheddafi,
so' 30 anni che sconfino,
co' 'sto bunga bunga
me l'avete fatto a peperoni!

Una vita da Gheddafi,
ma ce trattan da coglioni?
Chi me bacia sull'anello
è il primo Silvio dei...
Lì, sempre lì, lì nel mezzo,
baciami lì, sai lì, sai lì...

Una vita da Gheddafi,
mo' me Bombano lo Stato,
tanto da domani
la Sicilia invado senza NATO.
Una vita da Gheddafi,
ma tra tutti 'sti casini,
ciechi, non se so' mai accorti
delle guerre dei vicini?
Lì, sempre lì, lì nel mezzo,
lo prendo lì, sai lì, sail lì...
Lì, sempre lì, lì nel mezzo,
l'ho preso lì, sai lì, sai lì...


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Io cammino in fila indiana



Io cammino in fila indiana. Vabbè, non è corretto dire che io cammino in fila indiana, perché essendo la fila indiana, non sto da solo, perciò sarebbe più corretto dire “noi camminiamo in fila indiana”. Ecco, questo è più corretto.
Cioè, oddio, io non sono mica il portavoce della fila indiana, devo parlare solamente a nome mio. Per cui, diciamo, correttamente sarebbe meglio dire “io, insieme a molti altri, cammino in fila indiana”.
Oddio, neanche questo è proprio corretto, eh... Perché... Perché io non saprei dire se veramente siamo molti. Potremmo essere di più o di meno. Però, diciamo, correttamente posso dire che davanti a me camminano in fila indiana diverse migliaia di persone. Per la precisione io sono il numero 23.724. Perciò, se la matematica non è un'opinione, davanti a me ci stanno 23.723 persone che camminano in fila indiana.
Cioè, non è che ne sono proprio sicuro però, eh... Diciamo che l'ho dedotto, che sono 23.724. L'ho dedotto dal fatto che quello che cammina davanti a me è 23.723. O almeno così lui mi ha detto. Che però pure lui l'ha dedotto dal fatto che quello che gli cammina davanti è il 23.722. E pure il 23.722 l'ha dedotto dal fatto che quello che gli cammina davanti è il 23.721. E pure il 23.721, mica gliel'ha detto Gesù Cristo sceso in terra che è 23.721, pure lui l'ha dedotto. E così via tutti gli altri. Ecco...
Io cammino in fila indiana. Cammino in fila indiana e guardo davanti a me. E infatti guardo il 23.723. Cioè, non è esatto dire che guardo il 23.723, perché effettivamente, essendo la fila indiana, noi non ci giriamo mai, per cui io guardo solamente metà del 23.723, gli guardo la schiena. Ecco, io gli guardo la schiena. E poi vedo anche un pezzo di 23.722, una volta un orecchio, una volta quell'altro, a seconda di come si muove. Del 23.721 una volta ho visto una mano. Mi pare, mi pare... ma non ne sono sicuro.
Invece il numero 1, il primo della fila, quello lo vedo sempre. Lo vedo in televisione, lo vedo. Perché il numero 1, il capofila, è quello che dà il passo. Numero 1 cammina veloce e noi tutti a presso veloci, numero 1 va piano e noi tutti appresso piano, numero 1 barzotto e noi barzotto... Quando numero 1 marcia, noi tutti marciamo. E infatti è un bel periodo, questo qua, eh... In questo periodo si marcia sempre. Marciamo e facciamo anche il passo dell'oca, sai quello che marci con le zampe tese, no? Infatti 23.725, che è quello che cammina appresso a me, che l'ha dedotto che è 23.725 dal fatto che io gli ho detto che sono 23.724... Beh, 23.725 quando facciamo il passo dell'oca mi prende a calci nel culo, che non è una bella cosa, insomma. Fortunatamente, quando facciamo il passo dell'oca, io a mia volta prendo a calci nel culo 23.723. Piccole soddisfazioni... Piccole soddisfazioni... Eh eh eh...
Io cammino in fila indiana. E guardo dritto davanti a me. Guardo la schiena di 23.723, e cammino in fila indiana. A un certo punto però, mentre cammino in fila indiana, vedo che accanto a me c'è uno che mi cammina a fianco. Dico, e da dove viene questo qua? Cioè, adesso non è che lo vedo bene, nel senso che non mi posso proprio girare, perché sennò, se mi giro, va a puttane la fila indiana. Devo guardare dritto davanti a me, però con la coda dell'occhio lo vedo che mi cammina a fianco.
Oddio, che terrore, che paura... Dico, ma non è che per caso questo qua è il capofila di un'altra fila? E' il numero 1 di un'altra fila? Questo non è possibile. Cioè, non è possibile che ci sia un'altra fila oltre questa fila, perché questo significherebbe che se ci stanno due file ce ne possono stare anche tre, trenta, trentamila, tre milioni, infinite file... E questo non è possibile, perché la fila indiana è una. Perché è una la fila indiana, come uno è Dio, come uno è il pensiero, come una è la mamma... Ecco, non è possibile che sia un'altra fila indiana.
Così allora prendo coraggio, forza... Mi giro un pochetto, senza voltarmi troppo e guardare 23.725, mi giro un pochetto e infatti... vedo che sta da solo! Sta da solo, infame, impudente... Ma dove vai in giro da solo? Glielo dico. Dico, ma 'ndo vai? ma chi sei tu? Dico, chi sei? 23.726? 27727? 24.000? 28.000? 30.000? Chi sei?
Lui ride e mi dice: “Io sono Mario”. Deficiente, infame, terrorista... Ma come Mario? Come puoi essere Mario? Siamo numeri, siamo tutti numeri, e tu sei Mario?
Infatti la fila sento che cammina più piano, sento che si sta fermando. Vedo 23723, che sta davanti a me, che quasi si gira. Pure 23.722 e 23.721 si stanno per girare. Infame terrorista, hai terrorizzato tutti! Allora prendo ancora coraggio, mi fermo, lo prendo a cazzotti, lo sbatto per terra, gli spacco la testa, lo lascio morto con la testa spaccata, per terra... e mi rimetto in fila.
Sento la fila che riprende coraggio, e si riparte. Abbiamo ammazzato il terrorista. Infame, disgraziato... La fila è unica! Dove vai in giro da solo, Mario, sedicente Mario... Capito? Si riparte con la fila.
Tutti contenti. Mi fanno pure un piccolo applauso, e anche un piccolo coro. Tutti dicono: 23.724... 23.724...
E riparto, e ricominciamo a camminare. In fila indiana.

Ascanio Celestini

In fondo, a sinistra...


In centocinquant'anni l'Italia è stata prima un regime monarchico, poi un regime fascista, poi un regime democristiano e adesso è un regime berlusconiano. Secondo taluni osservatori, diciamo, questa egemonia della destra non dipende tanto dal consenso che la destra ha, quanto dal fatto che la sinistra non riesce ad esprimere un vero e forte dissenso.
Qualcuno addirittura dice che la gente si dice di sinistra però alla fine di trova d'accordo pure con Berlusconi, come si trovava d'accordo con Andreotti, con Mussolini e addirittura coi Savoia
Io non sono d'accordo. Perché io sono di sinistra, però penso che pure uno che è di sinistra deve essere pure aperto agli altri, no? Arrivare pure a certi piccoli compromessi per vivere per vivere insieme nella comunità, capito?
Per esempio, ti dico: io sono di sinistra, io conosco la Costituzione, lo so che sulla Cospirazione c'è scritto che l'Italia “ripudia” la guerra. Non c'è scritto l'Italia ripudia la guerra, però in Libia, a marzo si può pure fa'... No no, c'è scritto: l'Italia ripudia la guerra. Io sono di sinistra, però se poi tutto il mondo va contro Gheddafi, pure noi dobbiamo anda' contro Gheddafi, capito?
Cioè, anche ai tempi di D'Alema siamo andati in Serbia... Pure Prodi era d'accordo per costruire la base militare americana di Vicenza... Bisogna essere realisti.
E poi, peraltro, io ti dico che io sono di sinistra, no? Però – per esempio - prima che ci fosse la guerra contro Gheddafi, io ero d'accordo col compromesso che era stato fatto con Gheddafi, capito? Perché? Perché io sono di sinistra, però Gheddafi c'ha il gas e a noi il gas ce serve... Cioè, voglio di', io so' de sinistra, ma se c'ho du' ova e mi voglio fare 'na frittata me serve il gas, non è che posso di' non uso il gas di Gheddafi perché so' de sinistra, me le faccio sbattute come faceva mi' nonna... Insomma, capito? So' de sinistra, ma a me piace la frittata.
Che poi, perlatro, c'è da dire che io sono di sinistra però oggettivamente Gheddafi un po' di 'sti africani ce li ha fermati. Cioè, ha evitato l'invasione, capito? Che poi qualcuno dica pure che l'ha fatto in maniera violenta, ma chi se ne frega, questo è un problema suo, no? Perché io so' di sinistra, però se vado dal meccanico gli chiedo di ripararmi la macchina, non è che mi arrabbio perché quello c'ha l'alito pesante, dice le parolacce, è una persona volgare... Quello è un problema suo, se è volgare, capito? A me l'importante è che mi cammini la macchina.
Che poi, guarda, io peraltro sono di sinistra, però... però... però... Io sono di sinistra, però... Però ti voglio dire che mo' vedrai quanti africani arriveranno in Italia senza Gheddafi. Non solo. Africani e africane, che fanno quel mestiere lì delle prostitute in mezzo alla strada, che io quando torno dalla Casilina che devo arrivare sulla Tusculana faccio via Palmiro Togliatti con mio figlio, capito? Seduto lì, il piccoletto, che si vede tutti 'sti culi africani di fuori, che non è un bel vedere. Che poi qualcuno mi dice: vabbé, che poi magari tuo figlio si scarica i film zozzi. Vabbé, ma quello è un fatto suo, capito? personale, invece son io che guido la macchina davanti a tutte 'ste africane.
Che poi guarda, io sono di sinistra, eh... Sono di sinistra, però quelli di sinistra che dicono tanto male delle escort, ma allora meglio le escort. Anche perché le escort il culo te lo fanno vede' solo se paghi, no su via Palmiro Togliatti, capito? E poi le escort so' anche personcine carine, presentabili, che se vai, che ne so, a cena fuori con un presidente di uno stato straniero, ci fai pure bella figura, capito?
Guarda, io sono di sinistra, eh... Di sinistra. Però mo', sinceramente, io non ci credo a 'sto fatto che quella poteva essere la nipote di Mubarak, questa è proprio 'na panzana. Però voglio dire, mo' il problema qual è? Che quella c'aveva diciassette anni? Cioè, è il numero delle candeline sulla torta? Il problema è quello? Se ce n'ha diciotto non c'era il problema? Che poi guarda, io ti dico... Io sono di sinistra eh, però lo stesso Indro Montanelli, il grande giornalista, che per altro detesto e che peraltro è pure contro Berlusconi, Montanelli l'ha detto, che quando stava al tempo del fascismo, in Africa, s'è comprata 'na femmina, capito? Se l'è comprata per tipo cinquecento lire e gli hanno dato pure un cammello e du' birre... Oh, quella c'aveva dodici anni! S'è comprata 'na femmina di dodici anni! Che poi gli hanno detto, ma tu sei pedofilo. Lui ha detto, ma no, guarda che le africane so fatte così, a dodici anni già so' donne. Figurati quella lì, Ruby, ce n'ha diciassette, sta proprio in menopausa, è già arrivata, capito?
Cioè voglio dire, io so' di sinistra... Guarda, io so' di sinistra però voglio di', quello è un fatto di razza, gli africani so' fatti così. Pure mio cugino, c'ha un cocker, quello a due anni, il cocker, l'ha fatto accoppiare, mo' che dico: mio cugino è pedofilo perché quello c'aveva solo du' anni? Che vuol dire? Quello è un cane... Che poi, vabbé, l'ha fatto accoppia' con un cocker, non è che l'ha fatto accoppiare con uno di settant'anni, però... però... però tanto di cappello che a settant'anni ancora gliela fai. Infatti io sono di sinistra, però quanto vorrei votare per uno che c'ha veramente le palle, capito? Non questi qua di sinistra. Perché guarda, io sono di sinistra, però se uno è di destra io lo rispetto, se è uno in gamba, capito? Perché guarda, io sono di sinistra, però per esempio, guarda Andreotti c'avrà avuto pure i processi per mafia, guarda, però era una persona elegante, con quell'ironia di Andreotti. Io sono di sinistra, però Mussolini ha fatto tante cose sbagliate, però tante cose anche giuste. Oh, lo diceva pure mia nonna. Che infatti mia nonna era di sinistra, proprio come me...

Noi siamo di sinistra, capito? Ma noi prima eravamo comunisti, siamo diventati capitalisti. Prima eravamo libertari, siamo diventati liberisti. Prima eravamo internazionalisti, mo' siamo diventati patriottici co' la bandiera tricolore. Dico, ma che altro dovemo fa'? E se qualcuno mi viene a dire che in questa maniera abbiamo perso tutti i nostri valori e di fatto siamo diventati di destra, beh... a me non interessa. Perché io sono di sinistra, però... me ne frego!

Ascanio Celestini


Mille chiodi



Marchionne dice che un'azienda automobilistica seria deve poter produrre almeno sei milioni di automobili. Per questo vuole uscire da Confindustria, stracciare il Contratto Nazionale dei Lavoratori e chiedere ai sindacati italiani che gli vengano incontro così come gli sono venuti incontro i sindacati americani che, dice, non gli faranno sciopero fino al 2014.
Dunque, io, mettiamo caso che c'ho un chiodo. Cioè, io sono un industriale che fa i chiodi. Cioè, che non li faccio io, li fa l'operaio mio. Si mette lì, lavora, martello e incudine, alla fine della giornata mi porta il chiodo. Io poi l'andrò a vendere e guadagnerò un centesimo. Vabbè, insomma, un'industria seria non c'ha solamente un operaio e non fa solamente un chiodo. Quindi, diciamo che c'ho cento operai, cento operai che mi fanno cento chiodi, che io poi andrò a vendere e guadagnerò cento centesimi.
Lo Stato che fa? Lo Stato è contento, in un sistema capitalistico. Perché io poi gli pago le tasse, nel frattempo gli faccio lavorare cento operai, che sono cento operai ma sono pure cento cittadini. Lo Stato è contento, ma io no. Io no, perché io sono industriale capitalista. Io voglio produrre di più! Ma non per produrre più chiodi, semplicemente perché producendo più chiodi io c'ho un ricavo, un guadagno maggiore.
Quindi, diciamo che c'ho mille operai. Mille operai che mi facciano mille chiodi che poi dopo io, alla fine della giornata, andrò a vendere al Mercato e guadagnerò mille centesimi. Lo Stato che è? E' contento, lo Stato capitalista. Ma io no, perché se io produco mille chiodi, io che sono un industriale capitalista, io punto a produrre più chiodi ancora. Ma non per produrre più chiodi, per avere un guadagno maggiore.
Quindi io, se produco mille chiodi, già penso, che ne so, a diecimila chiodi, a centomila chiodi, a un milione di chiodi, a un milione di chiodi, a un miliardo di chiodi... Che ne so, a cento miliardi di chiodi! Che, vabbè, poi è una sparata esagerata. Effettivamente cento miliardi di chiodi non si possono produrre, in quanto cento miliardi di operai, proprio sul pianeta terra non esistono, non ce so'. Perché sul pianeta quanti siamo, sei miliardi di persone? Che è un limite per l'economia. Fossero di più, ci sarebbero più produttori, più consumatori... Ma questo è un altro problema.
Dunque, diciamo che sul pianeta io posso far lavorare massimo cinque miliardi di persone. Che poi ci devo butta' in mezzo pure qualche vecchio e qualche ragazzino, ma non importa. Cinque miliardi di operai che lavorano per me producono cinque miliardi di chiodi. Che non so' cento miliardi, eh... però non so' manco mille chiodi. Perché cinque miliardi di chiodi poi io me li vado a vendere e guadagno cinque miliardi di centesimi.
Ma, adesso, io che sono un industriale capitalista e punto a produrre di più, io che faccio? Vado dall'operaio. Dico: operaio, ma puoi lavorare un pochetto di più. Cioè, lì dove fai un chiodo ne puoi fa' pure due. Ma non per me, per la legge dei grandi numeri. Ché cinque miliardi di operai che fanno invece di uno due chiodi, producono dieci miliardi di chiodi. E non è tanto per il numero di chiodi, quanto per il fatto che dieci miliardi di chiodi poi danno un ricavo di dieci miliardi di centesimi.
A 'sto punto allora, io che faccio? Io che sono come Marchionne, io che punto sulla tecnologia, sull'innovazione... Io te faccio, che ne so, il martello po' più leggero, l'incudine ergonomico, ti accorcio la distanza tra il martello e l'incudine in maniera che puoi lavorare più velocemente, ti chiedo un piccolo impegno... Io so' sicuro che, con l'innovazione e la tecnologia, lì dove un operaio è passato da un chiodo a due chiodi, può tranquillamente passare da due chiodi a dieci chiodi. Ma non lo dico perché voglio sfruttare l'operaio, capiscimi, lo dico semplicemente perché io, industriale capitalista, so che per la legge dei grandi numeri, cinque miliardi di operai che fanno dieci chiodi ciascuno... e siamo arrivati a cinquanta miliardi di chiodi.
Cinquanta miliardi di chiodi, certo non so' cento miliardi di chiodi, quella cifra impossibile, però già la metà. E cinquanta miliardi di chiodi significa guadagnare, alla vendita, cinquanta miliardi di centesimi. Adesso, allora, io per arrivare a quella cifra impossibile che mi sembrava 'na sparata esagerata, per arrivare a quella cifra di cento miliardi di chiodi che so' cento miliardi di centesimi, che faccio? Vado dallo Stato, lo Stato capitalista che fino adesso non ha fatto niente, s'è preso i soldi delle tasse ed è contento perché gli faccio lavorare i lavoratori, che so' lavoratori ma so' pure cittadini dello Stato capitalista... Io vado dallo Stato e gli dico: Stato, toglimi un po' di leggi, un po' de lacci e lacciuoli. Ma perché un operaio non può lavorare più dio otto, nove, dieci ore... Quante ore so' durante 'na giornata? So' ventiquattro! Fallo lavora' quattordici ore, c'ha altre dieci ore che fa' quello che gli pare. Perché deve sta' a casa il sabato? Fallo lavora', il sabato! Quello si stranisce se sta a casa il sabato, che se 'mbriaca, chissà che fa, mena alla moglie... Porta pure la moglie, a lavora' il sabato! Tutti a lavora', il sabato! La domenica mezza giornata viene in fabbrica. Ma perché le donne che c'hanno la gravidanza se ne stanno a casa? Le donne hanno partorito da che mondo è mondo, ma non possono partorì in fabbrica? E quando stai male, perché devi sta' a casa? Se stai male e stai a casa ti deprimi, vieni a lavora' in fabbrica.
E allora io sono sicuro che, con un piccolo sforzo dello Stato, togliendo qualche laccio e lacciuolo, io so' sicuro che un operaio può tranquillamente passare da una produzione di dieci chiodi a venti chiodi. E io dico 'sta cifra dei venti chiodi perché all'operaio non gli cambia quasi niente, però per la legge dei grandi numeri, cinque miliardi di operai che fanno venti chiodi ciascuno e siamo arrivati a quella cifra iperbolica, incredibile, che sembrava inarrivabile, utopistica, dei cento miliardi di chiodi! Ma non per i cento miliardi di chiodi, quanto per il fatto che cento miliardi di chiodi me li vado a vendere e ci faccio cento miliardi di centesimi. Qualcuno obbietterà: tu c'hai cento miliardi di chiodi, ma non c'hai ancora cento miliardi di centesimi. Per averli, i chiodi li devi vendere. Ma scusa, ma se io c'ho cinque miliardi di lavoratori, 'sti lavoratori so' pure consumatori. Se un operaio può produrre venti chiodi, un operaio venti chiodi se li può pure comprare.

Dunque, la domanda che io faccio agli economisti, a Marchionne, ai nostri governanti... Io chiedo, ma se il capitalismo è cinque miliardi di persone che producono cento miliardi di chiodi e poi se li comprano... La domanda mia è questa: ma noi, con cento miliardi di chiodi... che ce famo?


Ascanio Celestini