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Pasolini Profeta


Il lettore mi perdoni se parto "giornalisticamente" da una situazione esistenziale. Mi sarebbe difficile farne a meno.
Sono in uno stabilimento di Ostia, tra il turno di lavoro del mattino e quello del pomeriggio. Intorno a me c'è la folla dei bagnanti in un silenzio simile al frastuono e viceversa. Infuria la balneazione. Quanto a me - occupato a rigenerarmi dal buio insano del laboratorio di doppiaggio - ho in mano "L'Espresso". L'ho letto quasi tutto, come fosse un libro.
Guardo la folla e mi chiedo: "Dov'è questa rivoluzione antropologica di cui tanto scrivo per gente tanto consumata nell'arte di ignorare?". E mi rispondo: "Eccola". Infatti la folla intorno a me, anziché essere la folla plebea e dialettale di dieci anni fa, assolutamente popolare, è una folla infimo-borghese, che sa di esserlo, che vuole esserlo.
Dieci anni fa amavo questa folla; oggi essa mi disgusta. E mi disgustano soprattutto i giovani (con un dolore e una partecipazione che finiscono poi col vanificare il disgusto): questi giovani imbecilli e presuntuosi, convinti di essere sazi di tutto ciò che la nuova società offre loro: anzi, di essere, di ciò, esempi quasi venerabili.
E io sono qui, solo, inerme, gettato in mezzo a questa folla, irreparabilmente mescolato ad essa, alla sua vita che mostra tutta la sua "qualità" come in un laboratorio. Niente mi ripara, niente mi difende. Io stesso ho scelto questa situazione esistenziale tanti anni fa, nell'epoca precedente a questa, ed ora mi ci trovo per inerzia: perché le passioni sono senza soluzioni e senza alternative. D'altra parte dove fisicamente vivere?
Ho "L'Espesso" in mano, come dicevo. Lo guardo, e ne ricevo un'impressione sintetica: "Come è diversa da me questa gente che scrive delle stesse cose che interessano a me. Ma dov'è, dove vive?" E' un'idea inaspettata, una folgorazione, che mi mette davanti le parole anticipatrici e, credo, chiare: "Essa vive nel Palazzo".
Non c'è pagina, riga, parola in tutto "L'Espresso" (ma probabilmente anche in tutto il "Panorama", in tutto "Il Mondo", in tutti i quotidiani e settimanali dove non ci siano pagine dedicate alla cronaca) che non riguardi solo e esclusivamente ciò che avviene "dentro il Palazzo". Solo ciò che avviene "dentro il Palazzo" pare degno di attenzione e interesse: tutto il resto è minutaglia, brulichio, informità, seconda qualità...
E naturalmente, di quanto accade "dentro il Palazzo" ciò che veramente importa è la vita dei più potenti, di coloro che stanno ai vertici. Essere "seri" significa, pare, occuparsi di loro. Dei loro intrighi, delle loro alleanze, delle loro congiure, delle loro fortune; e, infine, anche, del loro modo di interpretare la realtà che sta "fuori dal Palazzo": questa seccante realtà da cui infine tutto dipende, anche se è così poco elegante e, appunto, così poco "serio" occuparsene.
Negli ultimi due o tre anni questa concentrazione degli interessi sui vertici e sui personaggi al vertice è diventata esclusiva, fino all'ossessione. Non era mai successo in questa misura.
Gli intellettuali italiani sono sempre stati cortigiani; sono sempre vissuti "dentro il Palazzo". Ma sono stati anche populisti, neorealisti e addirittura rivoluzionari estremisti: cosa che aveva creato in essi l'obbligo di occuparsi della "gente". Ora, se della "gente" si occupano, ciò avviene sempre attraverso le statistiche di "Doxa" o "Pragma" (se ricordo bene i nomi).
Per esempio è indecoroso occuparsi di casalinghe, nominare le quale può al massimo mettere in un'ottima disposizione di spirito: le casalinghe, a quanto pare, non possono essere che personaggi comici. E infatti su "L'Espresso" ci si occupa delle casalinghe - quasi animali enigmatici, lontani, perduti nella profondità della vita quotidiana - perché una statistica di "Doxa" o di "Pragma" ha appurato che il loro voto è stato notevolmente importante per la vittoria comunista alle ultime elezioni. Cosa che ha fatto tremare il Palazzo, causando terremoti nelle gerarchie del potere.
Le casalinghe vivono nella Cronaca, Fanfani o Zaccagnini nella storia. Ma tra le prime e i secondi si apre un vuoto immenso, una "diacronia" che è probabilmente l'anticipazione dell'Apocalisse. A cosa si deve questo vuoto, questa diacronia? Perché la cronaca che è sempre stata così importante dal 1945 in poi, è ora chiusa in reparto stagno, relegata in un ghetto mentale? Analizzata, sfruttata, manipolata, è vero, in tutti i modi possibili suggeriti dalle norme del consumo, ma non collegata con la "storia seria", non resa, cioè, significativa? Perché rapine, rapimenti, criminalità minorili, effettivi coprifuochi, furti, esecuzioni capitali, omicidi, sono in concreto "esclusi" dalla logica e comunque mai concatenati?
Due ragazzi di diciassette anni a Ladispoli (luogo di villeggiatura della malavita) hanno ferito mortalmente a rivoltellate un loro coetaneo perché non gli aveva dato le candele della sua motocicletta che servivano alla loro: e il "Paese Sera" intitola il pezzo su questo fatto di cronaca: "Assurdo a Ladispoli". Assurdo forse nel ’65. Oggi è la normalità. Quel pezzo doveva essere intitolata "Normale a Ladispoli".
Perché questo anacronismo nel "Paese Sera"? Non lo sanno i giornalisti di "Paese Sera" che l’eccezione è trovare nelle borgate romane un diciassettenne senza rivoltella? Perché nessun giornale ha parlato di una sparatoria con mitra, a causa di una "Porche" rubata, avvenuta due o tre sere fa a Tormarancio? Perché nessun giornale ha parlato dei colpi di rivoltella sparati alle gambe di un "giovanotto che fa il culturismo" da un ragazzo di quindici anni che gli ha gridato: "La prossima volta ti sparo in bocca"?
Voglio dire: perché la stampa rimuove e fa passare sotto silenzio migliaia di reati come questi (i furti e gli scippi non si contano) che avvengono ogni notte nelle grandi città, trascegliendo fra tali reati solo quelli di cui non si può decentemente tacere? E per di più, sdrammatizzandoli, imponendo all’opinione pubblica un adattamento?
Ma non voglio rincarare la dose, e passare per un uomo d’ordine. Sia ben chiaro che la “malavita” mi interessa solo in quanto i suoi rappresentanti sono umanamente mutati rispetto a quelli di dieci anni fa. E ciò non è un episodio. Fa parte di un tutto unico: di una rivoluzione antropologica unica, che comprende anche la mutazione delle casalinghe...
La domanda reale è: perché questa diacronia tra la cronaca e l’universo mentale di chi si occupa di problemi politici e sociali? E perché, all’interno della cronaca, questa “divisione dei fenomeni”? Ciò che avviene “fuori dal Palazzo” è qualitativamente, cioè storicamente, diverso da ciò che avviene “dentro il Palazzo”: è infinitamente più nuovo, spaventosamente più avanzato.
Ecco perché i potenti che si muovono “dentro il Palazzo”, e anche coloro che li descrivono – stando anch’essi, logicamente, “dentro il Palazzo” per poterlo fare - si muovono come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari. In quanto potenti essi sono già morti, perché ciò che “faceva” la loro potenza – ossia un certo modo di essere del popolo italiano – non c’è più: il loro vivere è dunque un sussultare burattinesco. Uscendo “fuori dal Palazzo” si ricade in un nuovo “dentro”: cioè dentro il penitenziario del consumismo. E i personaggi principali di questo penitenziario sono i giovani.
Strano a dirsi: è vero che i potenti sono stati lasciati indietro dalla realtà con addosso, come una ridicola maschera, il loro potere clerico-fascista, ma anche gli uomini all’opposizione sono stati lasciati indietro dalla realtà con addosso, come una ridicola maschera, il loro progressismo e la loro tolleranza.
Una nuova forma di potere economico (cioè la nuova, reale "anima" – se Moro permette- della democrazia cristiana, che non è più un partito clericale perché la chiesa non c’è più) ha realizzato attraverso lo sviluppo una fittizia forma di progresso e tolleranza. I giovani che sono nati e si sono formati in questo periodo di falso progressismo e falsa tolleranza, stanno pagando questa falsità (il cinismo del nuovo potere che ha tutto distrutto) nel modo più atroce.
Eccoli qui, intorno a me, con un’ironia imbecille negli occhi, un’ aria stupidamente sazia, un teppismo offensivo e afasico – quando non un dolore e un’apprensività quasi da educande, con cui vivono la reale intolleranza di questi anni di tolleranza...
Nello stesso numero dell' “Espresso” che dicevo, Moravia recensisce un film che parla di un padre perbene che ha un figlio contestatore, assassino ecc..., e conclude – in assoluta coerenza con tutto se stesso – che a un simile padre, in un simile frangente, non resta altro che “cercar di capire il figlio”: non fare tragedie, non ammazzarlo, non ammazzarsi, ma cercar di capirlo. E dopo che ha capito?, mi chiedo io, dopo che ha compiuto questo magnifico atto di liberismo morale? Certo, il capire di cui parla Moravia è un capire razionale, cioè occidentale, e comporta dunque la necessità di un susseguente agire.
Ammettiamo che questo padre – dopo essersi messo nello stesso stato d’animo di un entomologo che studia il suo insetto – riesca alla fine a capire il figlio, e trovi che egli è un imbecille, un presuntuoso, un incerto, un aggressivo, un vanitoso, un criminaloide, - oppure anche un sensibile disperato – cosa dovrebbe fare? Accontentarsi di averlo capito? Ma l’accontentarsi di capire implica imparzialità e indifferenza. È l’agire che qualifica. E un padre che ama agisce. Egli è destinato a restare morto nella polvere come il negletto Laio: non esiste altra possibilità. Dunque il carattere è il meno. E l’agire non può consistere in altro che nell’aggredire il figlio, per poter restare appunto alla fine morto sulla polvere.
Io guardo i figli, cerco di capirli e infine agisco: agisco dicendo loro quella che io credo la verità sul conto loro. Voi vivete nella cronaca, che è la vera storia perché – anche se non è definita, non è accettata, non è parlata – è infinitamente più avanti della nostra storia di comodo; perché la realtà è nella cronaca, “fuori dal Palazzo”, e non nelle sue interpretazioni parziali o peggio ancora nelle sue rimozioni. Ma questa cronaca vi vuole sconvolti in una crisi di valori, perché il potere, creato in conclusione da noi, ha distrutto ogni cultura precedente, per crearne una propria fatta di pura produzione e consumo, e quindi di falsa felicità.
La privazione di valori vi ha umanamente degradati. La vostra “massa” è una “massa” di criminaloidi "a cui non si può più parlare in nome di niente". Le vostre poche élites colte – socialiste o radicali o cattoliche avanzate – sono soffocate da una parte dal conformismo e dall’altra dalla disperazione.
Gli unici che si battono ancora per una cultura “diversa”, proiettata verso il futuro, e quindi al di là, fin da principio, delle culture perdute (quelle di classe, borghese, e quella arcaica di popolo) sono i giovani comunisti. Ma per quanto potranno difendere ancora la loro dignità? Da notarsi che Laio è stato ucciso fuori dal Palazzo, nè poteva essere altrimenti...

da Lettere Luterane

Pier Paolo Pasolini





Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Partito Comunista Italiano, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e irrazionalità e magari arbitrio che permettono di spiazzare - magari con un occhio a Wittgenstein - la realtà, per ragionarci sopra liberamente. Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall'uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce: esso si riferisce indubbiamente alla prassi democratica intesa nella purezza originaria della sua forma, o, se vogliamo, del suo patto formale.
Alla religione laica della democrazia. Sarebbe un'autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alla democraticità dei democristiani; e non si può dunque intendere che il Pci si riferisca alla democraticità, per esempio, dei radicali.

Paragrafo primo

A) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti.
B) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono o addirittura ci rinunciano.
C) Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli).
D) Ci sono, nella nostra società, degli sfruttati e degli sfruttatori. Ebbene, tanto peggio per gli sfruttatori.
E) Ci sono degli intellettuali, gli intellettuali impegnati, che considerano dovere proprio e altrui far sapere alle persone adorabili, che non lo sanno, che hanno dei diritti; incitare le persone adorabili, che sanno di avere dei diritti ma ci rinunciano, a non rinunciare; spingere tutti a sentire lo storico impulso a lottare per i diritti degli altri; e considerare, infine, incontrovertibile e fuori da ogni discussione il fatto che, tra gli sfruttati e gli sfruttatori, gli infelici sono gli sfruttati.
Tra questi intellettuali che da più di un secolo si sono assunti un simile ruolo, negli ultimi anni si sono chiaramente distinti dei gruppi particolarmente accaniti a fare di tale ruolo un ruolo estremistico. Dunque mi riferisco agli estremisti, giovani, e ai loro adulatori anziani.
Tali estremisti (voglio occuparmi soltanto dei migliori) si pongono come obiettivo primo e fondamentale quello di diffondere tra la gente, direi "apostolicamente", la coscienza dei propri diritti. Lo fanno con determinazione, rabbia, disperazione, ottimistica pazienza o dinamitarda impazienza, secondo i casi. E dato che non si tratta solo di suscitare (negli adorabili ignari) la coscienza dei propri diritti, ma anche la volontà di ottenerli, la propaganda non può non essere soprattutto pragmatica.

Paragrafo secondo

Disobbedendo alla distorta volontà degli storici e dei politici di mestiere, oltre che a quella delle femministe romane - volontà che mi vorrebbe confinato in Elicona esattamente come i mafiosi a Ustica - ho partecipato una sera di questa estate a un dibattito politico in una città del Nord. Come sempre poi succede, un gruppo di giovani ha voluto continuare il dibattito anche per strada, nella serata calda e piena di canti. Tra questi giovani c'era un greco. Che era, appunto, uno di quegli estremisti marxisti "simpatici" di cui parlavo.
Sul suo fondo di piena simpatia, si innestavano però manifestamente tutti i più vistosi difetti della retorica e anche della sottocultura estremistica. Era un "adolescente" un po' laido nel vestire; magari anche addirittura un po' scugnizzo: ma, nel tempo stesso, aveva una barba di vero e proprio pensatore, qualcosa tra Menippo e Aramis; ma i capelli , lunghi fino alle spalle, correggevano l'eventuale funzione gestuale e magniloquente della barba, con qualcosa di esotico e irrazionale: un'allusione alla filosofia braminica, all'ingenua alterigia dei gurumparampara.
Il giovane greco viveva questa sua retorica nella più completa assenza di autocritica: non sapeva di averli, questi suoi segni così vistosi, e in questo era adorabile esattamente come coloro che non sanno di avere diritti...
Tra i suoi difetti vissuti così candidamente, il più grave era certamente la vocazione a diffondere tra la gente ("un po' alla volta", diceva: per lui la vita era una cosa lunga, quasi senza fine) la coscienza dei propri diritti e la volontà di lottare per essi.
Ebbene; ecco l'enormità, come l'ho capita in quello studente greco, incarnata nella sua persona inconsapevole.
Attraverso il marxismo, l'apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese - l'apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli - altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande.
E' un'inconscia guerra civile - mascherata da lotta di classe - dentro l'inferno della coscienza borghese. (Si ricordi bene: sto parlando di estremisti, non di comunisti). Le persone adorabili che non sanno di avere diritti, oppure le persone adorabili che lo sanno ma ci rinunciano - in questa guerra civile mascherata - rivestono una ben nota e antica funzione: quella di essere carne da macello.
Con inconscia ipocrisia, essi sono utilizzati, in primo luogo, come soggetti di un transfert che libera la coscienza dal peso dell'invidia e del rancore economico; e, in secondo luogo, sono lanciati dai borghesi giovani, poveri, incerti e fanatici, come un esercito di paria "puri", in una lotta inconsapevolmente impura, appunto contro i borghesi vecchi, ricchi, certi e fascisti.
Intendiamoci: lo studente greco che qui ho preso a simbolo era a tutti gli effetti (salvo rispetto a una feroce verità) un "puro" anche lui, come i poveri. E questa "purezza" ad altro non era dovuta che al "radicalismo" che era in lui.

Paragrafo terzo

Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i "diritti civili" che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un'ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti - oppure laica in Francia - hanno assunto una colorazione classista. L'italianizzazione socialista dei "diritti civili" non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l'estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L'estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici diritti dei padroni. L'estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l'identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè nel caso migliore una democratizzazione in senso borghese. La tragedia degli estremisti consiste così nell'aver fatto regredire una lotta che essi verbalmente definiscono rivoluzionaria marxista-leninista, in una lotta civile vecchia come la borghesia: essenziale alla stessa esistenza della borghesia. La realizzazione dei propri diritti altro non fa che promuovere chi li ottiene al grado di borghese.

Paragrafo quarto

In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? E' abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un'altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un'altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche - come dire? - razzialmente diverse. E in realtà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei Consumi.

Paragrafo quinto

Tutti sanno che gli "sfruttatori" quando (attraverso gli "sfruttati") producono merce, producono in realtà umanità (rapporti sociali).
Gli "sfruttatori" della seconda rivoluzione industriale (chiamata altrimenti consumismo: cioè grande quantità, beni superflui, funzione edonistica) producono nuova merce: sicché producono nuova umanità (nuovi rapporti sociali).
Ora, durante i due secoli circa della sua storia, la prima rivoluzione industriale ha prodotto sempre rapporti sociali modificabili. La prova? La prova è data dalla sostanziale certezza della modificabilità dei rapporti sociali in coloro che lottavano in nome dell'alterità rivoluzionaria. Essi non hanno mai opposto all'economia e alla cultura del capitalismo un'alternativa, ma, appunto, un'alterità. Alterità che avrebbe dovuto modificare radicalmente i rapporti sociali esistenti: ossia, detta antropologicamente, la cultura esistente.
In fondo il "rapporto sociale" che si incarnava nel rapporto tra servo della gleba e feudatario, non era poi molto diverso da quello che si incarnava nel rapporto tra operaio e padrone dell'industria: e comunque si tratta di "rapporti sociali" che si sono dimostrati ugualmente modificabili.
Ma se la seconda rivoluzione industriale - attraverso le nuove immense possibilità che si è data - producesse da ora in poi dei "rapporti sociali" immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. E questo è in definitiva il senso della borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia.
Da questo punto di vista le prospettive del Capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d'uomo: ma l'umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "rapporti sociali" immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo), sia, com'è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili.
In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all'utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova.

Paragrafo sesto

Caro Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali, pazienti con tutti come santi, e quindi anche con me: l'alterità non è solo nella coscienza di classe e nella lotta rivoluzionaria marxista. L'alterità esiste anche di per sé nell'entropia capitalistica. Quivi essa gode (o per meglio dire, patisce, e spesso orribilmente patisce) la sua concretezza, la sua fattualità. Ciò che è, e l'altro che è in esso, sono due dati culturali. Tra tali due dati esiste un rapporto di prevaricazione, spesso, appunto, orribile. Trasformare il loro rapporto in un rapporto dialettico è appunto la funzione, fino a oggi, del marxismo: rapporto dialettico tra la cultura della classe dominante e la cultura della classe dominata. Tale rapporto dialettico non sarebbe dunque più possibile là dove la cultura della classe dominata fosse scomparsa, eliminata, abrogata, come dite voi. Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. E' ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche - ed è tutto dire - di fascisti.

Paragrafo settimo

I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri. Ora, dire alterità è enunciare un concetto quasi illimitato. Nella vostra mitezza e nella vostra intransigenza, voi non avete fatto distinzioni. Vi siete compromessi fino in fondo per ogni alterità possibile. Ma una osservazione va fatta. C'è un'alterità che riguarda la maggioranza e un'alterità che riguarda le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema del divorzio è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema dell'aborto è un problema che riguarda la maggioranza. Infatti gli operai e i contadini, i mariti e le mogli, i padri e le madri costituiscono la maggioranza. A proposito della difesa generica dell'alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell'aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò - e voi lo sapete benissimo - costituisce un grande pericolo. Per voi - e voi sapete benissimo come reagire - ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male.
Cosa voglio dire con questo?
Attraverso l'adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti - di cui ho parlato nei primi paragrafi di questo mio intervento - i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti. Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli intellettuali socialisti, degli intellettuali comunisti, degli intellettuali cattolici di sinistra, degli intellettuali generici, sic et simpliciter: in questa massa di intellettuali - attraverso i vostri successi - la vostra passione irregolare per la libertà, si è codificata, ha acquistato la certezza del conformismo, e addirittura (attraverso un "modello" imitato sempre dai giovani estremisti) del terrorismo e della demagogia.

Paragrafo ottavo

So che sto dicendo delle cose gravissime. D'altra parte era inevitabile. Se no cosa sarei venuto a fare qui? Io vi prospetto - in un momento di giusta euforia delle sinistre - quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova trahison des clercs: una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita. Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione "creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili".
Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera.
Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.

Testo dell'intervento che Pier Paolo Pasolini avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito radicale del novembre 1975. Poté essere solo letto, davanti ad una platea sconvolta e muta, perché due giorni prima Pasolini moriva ucciso.

Pier Paolo Pasolini




Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti. È il coro - un coro democratico - che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale.
Confesso che questo tema del teatro greco io l'ho sempre accettato come qualcosa di estraneo al mio sapere, accaduto "altrove" e in un "altro tempo". Non senza una certa ingenuità scolastica, ho sempre considerato tale tema come assurdo e, a sua volta, ingenuo, "antropologicamente" ingenuo. Ma poi è arrivato il momento della mia vita in cui ho dovuto ammettere di appartenere senza scampo alla generazione dei padri. Senza scampo, perché i figli non solo sono nati, non solo sono cresciuti, ma sono giunti all'età della ragione e il loro destino, quindi, comincia a essere ineluttabilmente quello che deve essere, rendendoli adulti.
Ho osservato a lungo in questi ultimi anni, questi figli. Alla fine, il mio giudizio, per quanto esso sembri anche a me stesso ingiusto e impietoso, è di condanna. Ho cercato molto di capire, di fingere di non capire, di contare sulle eccezioni, di sperare in qualche cambiamento, di considerare storicamente, cioè fuori dai soggettivi giudizi di male e di bene, la loro realtà. Ma è stato inutile. Il mio sentimento è di condanna.
I sentimenti non si possono cambiare. Sono essi che sono storici. È ciò che si prova, che è reale (malgrado tutte le insincerità che possiamo avere con noi stessi). Alla fine - cioè oggi, primi giorni del '75 - il mio sentimento è, ripeto, di condanna. Ma poiché, forse, condanna è una parola sbagliata (dettata, forse, dal riferimento iniziale al contesto linguistico del teatro greco), dovrò precisarla: più che una condanna, infatti il mio sentimento è una "cessazione di amore": cessazione di amore, che, appunto, non dà luogo a "odio" ma a "condanna".
Io ho qualcosa di generale, di immenso, di oscuro da rimproverare ai figli. Qualcosa che resta al di qua del verbale: manifestandosi irrazionalmente, nell'esistere, nel "provare sentimenti". Ora, poiché io - padre ideale - padre storico -- condanno i figli, è naturale che, di conseguenza, accetti, in qualche modo l'idea della loro punizione. Per la prima volta in vita mia, riesco così a liberare nella mia coscienza, attraverso un meccanismo intimo e personale, quella terribile, astratta fatalità del coro ateniese che ribadisce come naturale la "punizione dei figli".
Solo che il coro, dotato di tanta immemore e profonda saggezza, aggiungeva che ciò di cui i figli erano puniti era la "colpa dei padri". Ebbene, non esito neanche un momento ad ammetterlo: ad accettare cioè personalmente tale colpa.
Se io condanno i figli (a causa di una cessazione di amore verso di essi) e quindi presuppongo una loro punizione, non ho il minimo dubbio che tutto ciò accada per colpa mia. In quanto padre. In quanto uno dei padri.
Uno dei padri che si son resi responsabili, prima, del fascismo, poi di un regime clerico-fascista, fintamente democratico, e, infine, hanno accettato la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle rovine, rovina delle rovine. La colpa dei padri che i figli devono pagare è dunque il "fascismo", sia nelle sue forme arcaiche, che nelle sue forme assolutamente nuove - nuove senza equivalenti possibili nel passato?
Mi è difficile ammettere che la "colpa" sia questa. Forse anche per ragioni private e soggettive. Io, personalmente, sono sempre stato antifascista, e non ho accettato mai neanche il nuovo potere di cui in realtà parlava Marx, profeticamente, nel Manifesto, credendo di parlare del capitalismo del suo tempo.
Mi sembra che ci sia qualcosa di conformistico e troppo logico - cioè di non-storico - nell'identificare in questo la colpa. Sento ormai intorno a me lo "scandalo dei pedanti" - seguito dal loro ricatto - a quanto sto per dire. Sento già i loro argomenti: è retrivo, reazionario, nemico del popolo chi non sa capire gli elementi sia pur drammatici di novità che ci sono nei figli, chi non sa capire che essi comunque sono vita.
Ebbene, io penso, intanto, che anch’io ho diritto alla vita – perché, pur essendo padre, non per questo cesso di essere figlio. Inoltre per me la vita si può manifestare egregiamente, per esempio, nel coraggio di svelare ai nuovi figli, ciò che io veramente sento verso di loro.
La vita consiste prima di tutto nell’imperterrito esercizio della ragione: non certo nei partiti presi, e tanto meno nel partito preso della vita, che è puro qualunquismo. Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà.
I figli che ci circondano, specialmente i più giovani, gli adolescenti, sono quasi tutti dei mostri. Il loro aspetto fisico è quasi terrorizzante, e quando non terrorizzante, è fastidiosamente infelice. Orribili pelami, capigliature caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. Sono maschere di qualche iniziazione barbarica, squallidamente barbarica. Oppure, sono maschere di una integrazione diligente e incosciente, che non fa pietà.
Dopo aver elevato verso i padri barriere tendenti a relegare i padri nel ghetto, si sono trovati essi stessi chiusi nel ghetto opposto. Nei casi migliori, essi stanno aggrappati ai fili spinati di quel ghetto, guardando verso noi, tuttavia uomini, come disperati mendicanti, che chiedono qualcosa solo con lo sguardo, perché non hanno coraggio, né forse capacità di parlare. Nei casi né migliori né peggiori (Sono milioni) essi non hanno espressione alcuna: sono l’ambiguità fatta carne. I loro occhi sfuggono, il loro pensiero è perpetuamente altrove, hanno troppo rispetto o troppo disprezzo insieme, troppa pazienza o troppa impazienza.
Hanno imparato qualcosa di più in confronto ai loro coetanei di dieci o vent’anni prima, ma non abbastanza. L’integrazione non è più un problema morale, la rivolta si è codificata. Nei casi peggiori, sono dei veri e propri criminali. Quanti sono questi criminali? In realtà, potrebbero esserlo quasi tutti. Non c’è gruppo di ragazzi, incontrato per strada, che non potrebbe essere un gruppo di criminali.
Essi non hanno nessuna luce nei loro occhi: i lineamenti sono lineamenti contraffatti di automi, senza che niente di personale li caratterizzi da dentro. La stereotipia li rende infidi. Il loro silenzio può precedere una trepida domanda d’aiuto (che aiuto?) o può precedere una coltellata.
Essi non hanno più la padronanza dei loro atti, si direbbe dei loro muscoli. Non sanno bene qual è la distanza tra causa ed effetto. Sono regrediti – sotto l’aspetto esteriore di una maggiore educazione scolastica e di una migliorata condizione di vita – a una rozzezza primitiva. Se da una parte parlano meglio, ossia hanno assimilato il degradante italiano medio – dall’altra sono quasi afasici: parlano vecchi dialetti incomprensibili, o addirittura tacciono, lanciando ogni tanto urli gutturali e interiezioni tutte di carattere osceno. Non sanno sorridere o ridere. Sanno solo ghignare o sghignazzare.
In questa enorme massa (tipica, soprattutto, ancora una volta!, dell’inerme Centro-Sud) ci sono delle élites, a cui naturalmente appartengono i figli dei miei lettori. Ma questi miei lettori non vorranno sostenere che i loro figli sono dei ragazzi felici (disinibiti o indipendenti, come credono e ripetono certi giornalisti imbecilli, comportandosi come inviati fascisti in un lager).
La falsa tolleranza ha reso significative, in mezzo alla massa dei maschi, anche le ragazze. Esse sono in genere, personalmente, migliori: vivono infatti un momento di tensione, di liberazione, di conquista (anche se in modo illusorio). Ma nel quadro generale la loro funzione finisce con l’essere regressiva. Una libertà "regalata", infatti, non può vincere in esse, naturalmente, le secolari abitudini della codificazione.
Certo: i gruppi di giovani colti (del resto assai più numerosi di un tempo) sono adorabili perché strazianti. Essi, a causa di circostanze che per le grandi masse sono finora solo negative, e atrocemente negative, sono più avanzati, sottili, informati, dei gruppi analoghi di dieci o vent’anni fa. Ma che cosa possono farsene della loro finezza e della loro cultura?
Dunque, i figli che noi vediamo intorno a noi sono figli "puniti": "puniti", intanto, dalla loro infelicità, e poi, in futuro, chissà da che cosa, da quali ecatombi (questo è il nostro sentimento, insopprimibile).
Ma sono figli "puniti" per le nostre colpe, cioè per le colpe dei padri. È giusto? Era questa, in realtà, per un lettore moderno, la domanda, senza risposta, del motivo dominante del teatro greco. Ebbene sì, è giusto. Il lettore moderno ha vissuto infatti un’esperienza che gli rende finalmente, e tragicamente, comprensibile l’affermazione – che pareva così ciecamente irrazionale e crudele – del coro democratico dell’antica Atene: che i figli cioè devono pagare le colpe dei padri.
Infatti i figli che non si liberano delle colpe dei padri sono infelici: e non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza che l’infelicità. Sarebbe troppo facile e, in senso storico e politico, immorale, che i figli fossero giustificati – in ciò che c’è in loro di brutto, repellente, disumano – dal fatto che i padri hanno sbagliato.
L’eredità paterna negativa li può giustificare per una metà, ma dell’altra metà sono responsabili loro stessi.
Non ci sono figli innocenti. Tieste è colpevole, ma anche i figli lo sono. Ed è giusto che siano puniti anche per quella metà di colpa altrui di cui non sono stati capaci di liberarsi.
Resta sempre tuttavia il problema di quale sia in realtà, tale "colpa" dei padri. È questo che sostanzialmente, alla fine, qui importa. E tanto più importa in quanto, avendo provocato una così atroce condizione nei figli, e una conseguente così atroce punizione, si deve trattare di una colpa gravissima. Forse la colpa più grave commessa dai padri in tutta la storia umana. E questi padri siamo noi. Cosa che ci sembra incredibile.
Come ho già accennato, intanto, dobbiamo liberarci dall’idea che tale colpa si identifichi col fascismo vecchio e nuovo, cioè coll’effettivo potere capitalistico. I figli che vengono oggi così crudelmente puniti dal loro modo di essere (e in futuro, certo, da qualcosa di più oggettivo e di più terribile), sono anche figli di antifascisti e di comunisti. Dunque fascisti e antifascisti, padroni e rivoluzionari, hanno una colpa in comune. Tutti quanti noi, infatti, fino oggi, con inconscio razzismo, quando abbiamo parlato specificamente di padri e di figli, abbiamo sempre inteso parlare di padri e di figli borghesi. La storia era la loro storia. Il popolo, secondo noi, aveva una sua storia a parte, arcaica, in cui i figli, semplicemente, come insegna l’antropologia delle vecchie culture, reincarnavano e ripetevano i padri.
Oggi tutto è cambiato: quando parliamo di padri e di figli, se per padri continuiamo sempre a intendere i padri borghesi, per figli intendiamo sia i figli borghesi che i figli proletari.
Il quadro apocalittico, che io ho abbozzato qui sopra, dei figli, comprende borghesia e popolo. Le due storie si sono dunque unite: ed è la prima volta che ciò succede nella storia dell’uomo.
Tale unificazione è avvenuta sotto il segno e per volontà della civiltà dei consumi: dello "sviluppo". Non si può dire che gli antifascisti in genere e in particolare i comunisti, si siano veramente opposti a una simile unificazione, il cui carattere è totalitario – per la prima volta veramente totalitario – anche se la sua repressività non è arcaicamente poliziesca (e se mai ricorre a una falsa permissività).
La colpa dei padri dunque non è solo la violenza del potere, il fascismo. Ma essa è anche: primo, la rimozione dalla coscienza, da parte di noi antifascisti, del vecchio fascismo, l’esserci comodamente liberati della nostra profonda intimità (Pannella) con esso (l’aver considerato i fascisti "i nostri fratelli cretini", come dice una frase di Sforza ricordata da Fortini); secondo, e soprattutto, l’accettazione – tanto più colpevole quanto più inconsapevole – della violenza degradante e dei veri, immensi genocidi del nuovo fascismo.
Perché tale complicità col vecchio fascismo e perché tale accettazione del nuovo fascismo?
Perché c’è – ed eccoci al punto – un’idea conduttrice sinceramente o insinceramente comune a tutti: l’idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante.
In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe in questo: nel credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese.

da Lettere Luterane

Pier Paolo Pasolini



Marx Reloaded

Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate - virtú, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. - tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.

Miseria della filosofia, Karl Marx



On the following pages, we propose a few possible themes for the debate on the question: “Principles and values of a new society”. These are not axioms, but working hypotheses and suggestions for reflection. We, of the World Social Forum, believe in certain values, which guide and illuminate our project of social transformation and inspire our vision of a possible new world. The people gathered at Davos - bankers, executives and heads of State, who direct neoliberal globalization (or globocolonization) - also uphold values. We must not underestimate them, as they hold dear three great values and are willing to fight with any and all means to safeguard them – even by war, if need be. These three important values are at the heart of western capitalist civilization in its current form. The three great values of the Davos creed are the dollar, the euro and the yen. Although these three do themselves come into contradiction, together they constitute the globalized, neoliberal scale of values.
The main common characteristic of these three values is their strictly quantitative nature: they know no good nor evil, fair or unfair. They know only quantities, numbers, amounts: one, a hundred, a thousand, a million, a billion. Whoever has a billion – dollars, euros or yens – is worth more than whoever has only a million, and much more than those who have only a thousand. It goes without saying that whoever has nothing, or almost nothing, is worth nothing on the Davos scale of values. It is as if the person never existed. She or he is out of the market and, therefore, out of the civilized world. Together, these three values constitute one of the divinities of liberal economic religion: it is known as Currency or, in Aramaic, Mammon. The other two divinities are The Market and Capital. These are fetishes or idols, objects of a fanatical and exclusive, intolerant and dogmatic cult. This fetishism of the commodity, according to Marx, or idolatry of the market (to use the expression of the liberation theologians Hugo Assmann and Franz Hinkelammert) and of money and capital, is a cult that has its churches (the Stock Markets), its Holy Offices (IMF, WTO, etc.), and persecutes heretics (all of us who believe in other values). These idols, like the Canaanite gods Moloch or Baal, demand terrible human sacrifices: the victims of the structural adjustment plans in the Third World, men, women and children sacrificed upon the altar of the World Market fetish and the Foreign Debt fetish. An impressive body of canonical rules and orthodox principles serve to legitimize and sanctify these sacrificial rituals. A vast clergy of specialists and managers expound on the dogmas of the cult to the heathen multitudes, maintaining heretical opinions far from the public sphere. The ethical rules of this religion were already established, two centuries ago, by the economic theologian, Sir Adam Smith: that each individual seek, in the most implacable manner possible, her or his selfish interest, with disregard for their fellow men and women, and the invisible hand of the Market-God shall care for the rest, bringing harmony and prosperity to the entire nation.
This civilization of money and capital transforms everything - land, water, air, life, feelings, convictions - into merchandise, to be sold for the highest price. Even people become secondary in importance to merchandise, as it subverts the humanitarian person-commodity-person relationship. I put on a cotton shirt, which is merchandise, to humanize my social relations, as it would indeed be strange if I were to appear at work or a meeting of friends without a shirt. Now, the predominant relation is commodity-person-commodity. The brand of the shirt I wear is what denotes my value. In other words, if I come to your house by bus or by bike, I have a value of Z. If I arrive in a BMW, I have a value of A. I am the same person, yet, the merchandise that I use is what assigns me more or less value, thus reifying me.
As far back as the 19th Century, a critic of political economy had foreseen today’s world with prophetic clarity: “At last, the time has come in which all that human beings had considered as inalienable has become the object of exchange, of traffic, and may be alienated. It is a time when the very thingsvirtue, love, opinion, science, conscience etc. – when, in short, everything has finally become tradable. It is a time of generalized corruption, universal venality or, to speak in terms of political economy, the time when anything, moral or physical, once into a venal value, may be taken to market to be appraised for its appropriate value”.

Qualitative values

Against the backdrop of this civilization of universal marketization, which drowns all human relations in the “cold waters of selfish calculation”, the World Social Forum represents, firstly, a refusal: “the world is not a commodity”! That is, nature, life, human rights, freedom, love, culture, are not merchandise. Furthermore, the WSF embodies the aspiration to another type of civilization, based on other values that are neither money nor capital. These two projects of civilization and two scales of values confront each other, as completely irreconcilable antagonists, at the entrance to the 21st Century.
What values inspire this alternative project? They are qualitative, ethical and political, social and cultural values that are not reducible to monetary quantification; values that are common to the better part of the groups and networks that constitute the great world movement against neoliberal globalization.
We may start with the three values that inspired the French Revolution of 1789 - Liberty, Equality and Fraternity - that have been present ever since in all the social emancipation movements of modern history. As Ernst Bloch points out in his book, Natural Right and Human Dignity (1961), these principles engraved by the dominant class on the fronts of public buildings in France were never achieved. In practice, as Marx wrote, they were often replaced by Cavalry, Infantry and Artillery... They are part of the subversive tradition of the unfinished, the as-yet non-existent, the promises left unfulfilled. They possess a concrete utopian force, that “goes far beyond the bourgeois horizon”, a force of human dignity that points to the future, to the “march with heads held high” of humanity towards socialism. If we examine these values more closely, from the standpoint of the victims of the system, we discover their explosive potential and pertinence to the current struggle against the marketization of the world.
What does “liberty” mean? First and foremost, freedom of expression, organization, thought, criticism, protest – hard won through centuries of struggles against absolutism, fascism and dictators. More importantly - and now more so than ever - it means freedom from another form of absolutism: the dictatorship of financial markets and the elite bankers and multinational businessmen who impose their interests on the whole of the planet. This is an imperial dictatorship – under the economic, political and military hegemony of the only remaining global superpower, the United States – which hides behind the anonymous, blind “laws of the market”, and whose world power is far superior to that of the Roman Empire or the colonial empires of the past. This dictatorship is wielded by the logic of capital itself, but which imposes itself with the aid of profoundly antidemocratic institutions, such as the IMF or WTO, and under threat of its armed wing (NATO). The concept of “national liberation” is insufficient to express the current meaning of freedom, which is, at the same time, local, national and worldwide, as the profoundly original and innovative Zapatista movement so well demonstrates.
One of the great limitations of the French Revolution of 1789 was that it excluded women from citizenship. The republican feminist, Olympe de Gouges, who wrote the “Declaration of women’s and female citizen’s rights”, was guillotined in 1793. The modern concept of freedom cannot ignore gender oppression that afflicts half of humanity, and the prime importance of women’s struggle for liberation. Particularly significant in this struggle is women’s right to control over their own bodies.

Equality and Fraternity

What does “equality” mean? The first revolutionary constitutions guaranteed equality before the law. This is absolutely necessary – and far from existing in the reality of the world today – but it is woefully insufficient. The deeper problem is the monstrous inequality between the North and South of our planet and, within each country, between the small elite that monopolizes economic power and the means of production, and the great majority of the population, living from the force of their labor – when not unemployed, and excluded from social life. The figures are well-known: concentrated in the hands of four citizens of the USA – Bill Gates, Paul Allen, Warren Buffett and Larry Ellyson - is a fortune equivalent to the Gross Domestic Product of 42 poor countries, with a population of 600 million inhabitants. The foreign debt system, the logic of the world market and the unlimited power of financial capital have led to an aggravation of this inequality, which has worsened significantly over the last 20 years. The demand for equality and social justice – two inseparable values – inspire the different alternative socioeconomic projects that are the order of the day. From a broader point of view, this also entails a new mode of production and distribution.
Economic inequality is not the only form of injustice in liberal capitalist society: the persecution of the “undocumented” in Europe; the exclusion of the descendents of black slaves and indigenous peoples in the Americas; the oppression of millions of individuals that belong to the castes of “untouchables” in India ; and so many other forms of racism or discrimination due to color, religion or language, are omnipresent from North to South on our planet. An egalitarian society means the radical suppression of these discriminations. It further assumes a different relation between men and women, breaking away from the ancient system of inequality that has reigned throughout human history- the patriarchate - and which is responsible for violence against women, and their exclusion from the public sphere and from the workplace. The absolute majority of poor and unemployed people in the world are women.
What does “fraternity” mean? It is the modern translation of the old Judeo-Christian tradition: love of one’s neighbor. It means replacing the relationship of competition, fierce dispute, war of all against all – which, in current society, makes the individual a homo homini lupus (a wolf to other human beings) - with a relationship of cooperation, sharing, mutual helping, solidarity. This solidarity that includes not only the brothers (“frater”, in Latin), but sisters too, one that extends beyond the limits of the family, clan, tribe, ethnic group, religious community or nation to become authentically universal, worldwide, international. In other words, this solidarity is internationalist, in the sense given by whole generations of militants of the socialist, workers’ movement.
Neoliberal globalization produces and reproduces tribal and ethnic conflicts, wars of “ethnic purification”, bellicose expansionism, intolerant religious conservatism and xenophobia. These types of panic induced by the feeling of a loss of identity are the reverse side of the same coin, the inevitable complement to imperial globalization. The civilization that we dream of will be “a world that can hold many worlds” (according to the beautiful formula of the Zapatistas), a worldwide civilization of solidarity and diversity. Faced with the mercantile and quantitative homogenization of the world and with capitalist false universalism, we must now, more than ever, re-assert the wealth represented by cultural diversity, by the unique and irreplaceable contribution of each people, culture and individual.

Democracy as an indispensable value

Another value - democracy - has been inseparable from the other three since 1789. But democracy cannot be limited to the sense this political concept has in liberal-democratic discourse: the free election of representatives every so many years, which, to be honest, has been deformed and distorted by the control that economic power exercises over the media. This “representative democracy” – also the fruit of many popular struggles, and constantly threatened by the interests of the powerful, as demonstrated in the history of Latin America from 1964 to 1985 – is necessary yet insufficient. What we need are superior, more participatory forms that allow the population to exercise directly their power to decide and to oversee – as in the participatory budgets of the city of Porto Alegre and the State of Rio Grande do Sul.
The greater challenge, from the point of view of a project for an alternative society, is to extend democracy to the economic and social spheres. Why should we allow an elite to wield exclusive power inchoices, investment priorities, the fundamental orientation of production and distribution are democratically discussed and decided upon by the population itself, and not by a handful of exploiters or their supposed “market laws” or - in a variant that has proven bankrupt - by an all-powerful Political Bureau. To these overarching values, one more must be added: respect for the environment. This product of modern revolutionary history is at the same time the oldest and the most recent. We see this value in the lifestyle of the indigenous tribes of the Americas and pre-capitalist rural communities of several continents, as well as at the heart of the modern ecological movement. Capitalist globalization – with geometric growth – is responsible for the accelerated destruction and poisoning of the environment: pollution of the land, oceans, rivers and air; the “greenhouse effect”, with its catastrophic consequences; the threat of destruction of the ozone layer, which protects us from lethal ultraviolet rays; the devastation of forests and biodiversity. A civilization based on solidarity cannot exist without being a civilization in solidarity with nature, since the human species cannot survive if the ecological balance of the planet is disrupted.

Socialism as an alternative

This list is by no means exhaustive. Each person may, based on her or his own experience and reflection, add more items. How can we sum up in a single word the set of values present, in one form or another, in the movement against capitalist globalization, in the street protests from Seattle to Genoa, and the debates of the World Social Forum? I believe that the expression, civilization of solidarity is an appropriate synthesis of this alternative project. It assumes not only a radically different economic and political structure, but primarily an alternative society that values the ideas of common good, public interest, universal rights, the non-profit motive.
I propose that we define this society with the term socialism, which for almost two centuries has summarized humankind´s aspirations for a new way of life, one with greater freedom, equality, democracy and solidarity. It is a term that – just like all the others (“liberty”, “democracy”, etc.) – has been manipulated by profoundly anti-grassroots, authoritarian interests, but which nonetheless retains its original and authentic value.
In a recent public opinion poll in Brazil, sponsored by the National Confederation of Industries (!), 55% of respondents stated that Brazil needed a socialist revolution. When asked what they understood by socialism, they answered citing certain values: “friendship”, “communion”, “sharing”, “respect”, “justice” and “solidarity”. A civilization based on solidarity is a socialist civilization.
In conclusion: another world is possible, if based on other values radically antagonistic to those that dominate the world today. We cannot forget, however, that the future begins now: these values are already prefigured in the initiatives that guide our movement today. They inspire the campaign against Third World debt and the resistance to WTO projects, the fight against genetically modified products and the proposals to tax financial speculation. They are present in social struggles, grassroots initiatives, experiences of solidarity, cooperation and participatory democracy – from the ecological struggle of peasants in India, to the participatory budget of Rio Grande do Sul; from the struggles for the right to form trade unions in South Korea, to the strikes in defense of public services in France; from the Zapatista villages of Chiapas, to the camps of the MST. The future begins here and now, in these seeds of a new civilization, which we are planting through our struggle, and with our efforts to build new men and women from the subjective and ethical values that we have embraced in our lives as militants.

Values of a new civilization, Michael Löwy & Frei Betto




Proponemos en estas páginas algunos temas posibles para el debate en torno de la cuestión: "Principios y valores de la nueva sociedad". No se trata de axiomas, sino de hipótesis de trabajo y sugestiones para la reflexión. Nosotros, los del Foro Social Mundial, creemos en ciertos valores que iluminan nuestro proyecto de transformación social e inspiran nuestra imagen de un nuevo mundo posible. Aquellos que se reúnen en Davos - banqueros, ejecutivos y jefes de Estado, que dirigen la globalización neoliberal (o globocolonización) - también defienden valores. No debemos subestimarlos, pues ellos creen en tres grandes valores y están dispuestos a luchar por todos los medios para salvaguardarlos, hasta la guerra, si fuera preciso. Tres importantes valores, contenidos en el corazón de la civilización capitalista occidental, en su forma actual. Los tres grandes valores del credo de Davos son: el dólar, el euro y el yen. Estos tres no dejan de tener sus contradicciones, pero juntos constituyen la escala de valores neoliberal globalizada.
La característica principal común de estos tres valores es su naturaleza estrictamente cuantitativa: no conocen el bien y el mal, lo justo y lo injusto. Conocen apenas cantidades, números, cifras: uno, cien, mil, un millón, un billón. Quien tiene un billón -de dólares, euros o yens- vale más que quien tiene sólo un millón, y mucho más que aquél que sólo tiene mil. Y obviamente, aquel que no tiene nada, o casi nada, nada vale en la escala de valores de Davos. Es como si no existiese. Está fuera del mercado y, por lo tanto, del mundo civilizado. Juntos, los tres valores constituyen una de las divinidades de la religión económica liberal: la Moneda o, como se decía en arameo, Mamon. Las otras dos divinidades son el Mercado y el Capital. Se trata de fetiches o ídolos, objetos de um culto fanático y exclusivo, intolerante y dogmático. Este fetichismo de la mercancía, según Marx; o esta idolatría del mercado - para utilizar la expresión de los teólogos de la liberación Hugo Assmann y Franz Hinkelammert - y del dinero y del capital, es un culto que tienen sus iglesias (las Bolsas de Valores); sus Santos Oficios (FMI, OMC etc.); y la persecución a los herejes (todos nosotros, los que creemos en otros valores). Se trata de ídolos que, como los dioses cananeos Moloch o Baal, exigen terribles sacrificios humanos: en el Tercer Mundo, las víctimas de los planos de ajuste estructural, hombres, mujeres y niños sacrificados en el altar del fetiche Mercado Mundial y del fetiche Deuda Externa. Un cuerpo impresionante de reglas canónicas y principios ortodoxos sirve para legitimar y santificar estos rituales sacrificiales. Un vasto clero de especialistas y gestores explica los dogmas del culto a las multitudes profanas, manteniendo las opiniones heréticas lejos de la esfera pública. Las reglas éticas de esta religión son las ya establecidas hace dos siglos por el teólogo económico Sir Adam Smith: que cada individuo busque, de la manera más implacable posible su interés egoísta, sin prestar atención a su prójimo, y la mano invisible del mercado cuidará del resto, trayendo armonía y prosperidad a toda la nación.
Esta civilización del dinero y del capital transforma todo en mercancía: la tierra, el agua, el aire, la vida, los sentimientos, las convicciones, que se venden al mejor precio. Hasta las personas se vuelven sumisas a la mercancía, pues subvierte la relación humanitaria persona-mercancía-persona. Visto esta camisa de algodón, que es una mercancía, para humanizar mi convivencia social, pues sería extraño que yo apareciese sin camisa en el trabajo o en un encuentro entre amigos. Ahora, la relación predominante es mercancía-persona-mercancía. La marca de la camisa que visto me imprime valor. En otras palabras, si llego a su casa en ómnibus o bicicleta, tengo un valor Z. Si llego de BMW, tengo un valor A. Soy la misma persona y, sin embargo, la mercancía que me reviste me imprime más o menos valor, reificándome. Ya en el siglo XIX, un crítico de la economía política había previsto, con lucidez profética, el mundo de hoy: "Llegó, al fin, un tiempo en el que todo lo que los seres humanos habían considerado inalienable se volvió objeto de cambio, de tráfico y puede alienarse. Es el tiempo en que las mismas cosas que hasta entonces eran comunicadas, pero nunca trocadas; dadas, pero nunca vendidas; conquistadas, pero nunca compradas - virtud, amor, opinión, ciencia, conciencia, etc - en que todo, en fin, pasó al comercio. Es el tiempo de la corrupción general, de la venalidad universal o, para hablar en términos de economía política, el tiempo en que cualquier cosa, moral o física, habiéndose vuelto valor venial, es llevada al mercado para ser apreciada por su valor adecuado".

Valores cualitativos

De cara a esta civilización de la mercantilización universal, que ahoga todas las relaciones humanas en las "aguas heladas del cálculo egoísta",el Foro Social Mundial representa, ante todo, un rechazo: "el mundo no es una mercadería"! Esto es, la naturaleza, la vida, los derechos del hombre, la libertad, el amor, la cultura, no son mercancías. Pero el FSM encarna también la aspiración a otro tipo de civilización, basada en otros valores que no son el dinero o el capital. Son dos proyectos de civilización y dos escalas de valores que se enfrentan, de forma antagónica y perfectamente irreconciliable, en el umbral del siglo XXI.
¿Cuáles son los valores que inspiran este proyecto alternativo? Se trata de valores cualitativos, éticos y políticos, sociales y culturales, irreductibles a la cuantificación monetaria. Valores que son comunes a la mayor parte de los grupos y de las redes que constituyen el gran movimiento mundial contra la globalización neoliberal.
Podemos partir de los tres valores que inspiraron la Revolución Francesa de 1789 y, desde entonces, están presentes en todos los movimientos de emancipación social de la historia moderna: Libertad, Igualdad y Fraternidad. Como señala Ernst Bloch en su libro "Derecho Natural y Dignidad Humana" (1961), estos principios, inscriptos por la clase dominante en el frente de los edificios públicos en Francia, nunca fueron por ella realizados. En la práctica, escribía Marx, ellos fueron muchas veces, sustituidos por Caballería, Infantería, y Artillería... Forman parte de la tradición subversiva de lo inacabado, de lo aún no-existente, de las promesas que no fueron cumplidas. Poseen una fuerza utópica concreta, que “va más allá del horizonte burgués”, una fuerza de dignidad humana que apunta al futuro, para la “marcha de cabeza alta” de la humanidad, hacia el socialismo. Si examinamos de cerca estos valores, desde el punto de vista de las víctimas del sistema, descubriremos su potencial explosivo y su actualidad en el combate actual contra la mercantilización del mundo.
¿Qué significa "libertad"? Ante todo, libertad de expresión, de organización, de pensamiento, de crítica, de manifestación -duramente conquistada por siglos de luchas contra el absolutismo, el fascismo y las dictaduras. Pero también, y hoy más que nunca, la libertad en relación a una y otra forma de absolutismo: la dictadura de los mercados financieros y de la élite de banqueros y empresarios multinacionales que imponen sus intereses al conjunto del planeta. Una dictadura imperial - bajo la hegemonía económica, política y militar de los Estados Unidos, única superpotencia global - que se esconde por detrás de las anónimas y ciegas "leyes del mercado, cuyo poder mundial es bien superior al del Imperio Romano o de los imperios coloniales del pasado. Una dictadura que se ejerce por la propia lógica del capital, pero que se impone con la ayuda de instituciones profundamente antidemocráticas, como el FMI o la OMC, y bajo la amenaza de su brazo armado (la OTAN). El concepto de "liberación nacional" es insuficiente para dar cuenta de este significado actual de la libertad, que es, al mismo tiempo, local, nacional y mundial, como lo demuestra tan bien este movimiento profundamente original e innovador que es el zapatismo.
Una de las grandes limitaciones de la Revolución Francesa de 1789, fue haber excluido a las mujeres de la ciudadanía. La feminista republicana Olympe de Gouges, que escribió la "Declaración de los derechos de la mujer y de la ciudadana", fue guillotinada en 1793. El concepto moderno de libertad no puede ignorar la opresión de género que recae sobre la mitad de la humanidad, y la importancia capital de la lucha de las mujeres por su liberación. En este combate tiene particular significado el derecho de las mujeres de disponer de su propio cuerpo.

Igualdad y Fraternidad

¿Qué significa "igualdad"? En las primeras Constituciones revolucionarias se inscribió la igualdad ante la ley. Ésta es absolutamente necesaria y está lejos de existir en la realidad del mundo de hoy - más bien insuficiente. El problema de fondo es la monstruosa desigualdad entre el Norte y el Sur del planeta y, dentro de cada país, entre la pequena élite que monopoliza el poder económico y los medios de producción, y la gran mayoría de la población que vive de su fuerza de trabajo - cuando no está en el desempleo, y excluida de la vida social -. Las cifras son conocidas: cuatro ciudadanos de los EE.UU. - Bill Gates, Paul Allen, Warren Buffett y Larry Ellyson - concentran en sus manos una fortuna equivalente al Producto Interno Bruto de 42 países pobres, con una población de 600 millones de habitantes. El sistema de la deuda externa, la lógica del mercado mundial y el poder ilimitado del capital financiero llevan a un agravamiento de esta desigualdad, que se profundizó en los últimos 20 años. La exigencia de igualdad y de justicia social - dos valores inseparables - inspira varios proyectos socio-económicos alternativos que están a la orden del día. Desde el punto de vista de una perspectiva más amplia, esto implica otro modo de producción y distribución.
La desigualdad económica no es la única forma de injusticia en la sociedad capitalista liberal: la persecución de los "indocumentados" en Europa; la exclusión de los descendientes de esclavos negros e indígenas en las Américas; la opresión de millones de individuos que pertenecen a las castas de "intocables" en la India; y tantas otras formas de racismo o discriminación por razones de color, religión o lengua, son omnipresentes del Norte al Sur del planeta. Una sociedad igualitaria significa la supresión radical de estas discriminaciones. Implica también otra relación entre hombres y mujeres, rompiendo con o más antiguo sistema de desigualdad de la historia humana - el patriarcado -, responsable por la violencia contra las mujeres, por su marginalización en la esfera pública, y por su exclusión del empleo. La gran mayoría de pobres y desempleados en el mundo son mujeres.
¿Qué significa "fraternidad"? Es la traducción moderna del viejo principio judaico-cristiano: el amor al prójimo. Es la sustitución de las relaciones de competencia feroz, guerra de todos contra todos - que hacen del individuo, en la sociedad actual, un homo homini lupus (un lobo para los otros seres humanos), por relaciones de cooperación, ayuda mutua, compartir, solidaridad. Una solidaridad que incluye no sólo a los hermanos ("frater", en latín), sino también a las hermanas, y que supera los límites de la familia, del clan, de la tribu, de la etnia, de la comunidad religiosa, de la nación, para volverse auténticamente universal, mundial, internacional. En otras palabras: internacionalista, en el sentido que dieron a este valor generaciones enteras de militantes del movimiento obrero y socialista.
La mundialización neoliberal produce y reproduce los conflictos tribales y étnicos, las guerras de «purificación étnica», los expansionismos bélicos, los integrismos religiosos intolerantes, las xenofobias. Tales pánicos inducidos por el sentimiento de pérdida de identidad son el otro lado de la misma medalla, el complemento inevitable de la globalización imperial. La civilización con que soñamos, será "un mundo en el cual caben muchos mundos" (según la bella fórmula de los zapatistas), una civilización mundial de la solidaridad y de la diversidad. De cara a la homogeneización mercantil y cuantitativa del mundo, de cara al falso universalismo capitalista, es más que nunca importante reafirmar la riqueza que representa la diversidad cultural, y la contribución única e insustituible de cada pueblo, de cada cultura, de cada individuo.

La democracia como valor imprescindible

Hay otro valor que, desde 1789, es inseparable de los otros tres: la democracia. No sólo en el sentido limitado que este concepto político tiene en el discurso liberal/democrático - la libre elección de representantes cada tantos años -, en la realidad deformada y viciada por el control que ejerce el poder económico sobre los medios de comunicación. Esta democracia representativa -también fruto de muchas luchas populares, y constantemente amenazada por los intereses de los poderosos, como lo demuestra la historia de la América Latina de 1964 a 1985- es necesaria pero insuficiente. Necesitamos formas superiores, participativas, que permitan a la población ejercer directamente su poder de decisión y control -como en el caso del presupuesto participativo del municipio de Porto Alegre y del estado de Rio Grande do Sul.
El gran desafío, desde el punto de vista de un proyecto de sociedad alternativa, es extender la democracia al terreno económico y social. ¿Por qué permitir en este campo el poder exclusivo de una élite que rechazamos en el área política? Una democracia social significa que las grandes opciones socio-económicas, las prioridades de inversiones, las orientaciones fundamentales de la producción y la distribución, son democráticamente discutidas y decididas por la propia población, y no por un puñado de explotadores o por las supuestas "leyes del mercado" (o aún, variante que ya fue, por un Buró Político omnipotente). A estos grandes valores, producto de la historia revolucionaria moderna, debemos agregar otro, que es al mismo tiempo el más antiguo y el más reciente: el respeto al medio ambiente. Encontramos este valor en el modo de vida de las tribus indígenas de las Américas y de las comunidades rurales pre-capitalistas de varios continentes, y también en el centro del moderno movimiento ecológico. La mundialización capitalista es responsable por una destrucción y envenenamiento acelerados - en crecimiento geométrico - del medio ambiente: polución de la tierra, del mar, de los ríos y del aire; "efecto de sierra", con consecuencias catastróficas; peligro de destrucción da capa de ozono, que nos protege de las irradiaciones ultravioleta mortales; aniquilamiento de las florestas y de la biodiversidad. Una civilización de la solidaridad no puede ser sino una civilización de la solidaridad con la naturaleza, porque la especie humana no podrá sobrevivir si el equilibrio ecológico del planeta fuera roto.

Socialismo como alternativa

Esta lista no tiene nada de exhaustiva. Cada uno podrá, en función de su propia experiencia y de su reflexión, agregar otros. ¿Cómo resumir en una palabra este conjunto de valores presentes, de una forma o de otra, en el movimiento contra la globalización capitalista, en las manifestaciones callejeras de Seattle a Génova, y en los debates del Foro Social Mundial? Creo que a expresión civilización de la solidaridad, es una síntesis apropiada de este proyecto alternativo. Esto significa, no sólo una estructura económica y política radicalmente diferente, sino sobre todo, una sociedad alternativa que valorice las ideas del bien común, el interés público, los derechos universales, la gratuidad. Propongo definir a esta sociedad con un término que resume, hace casi dos siglos, las aspiraciones de la humanidad a una nueva forma de vida, más libre, más igualitaria, más democrática y más solidaria. Un término que -como todos los otros ("libertad", "democracia", etc.) - fue manipulado por intereses profundamente antipopulares y autoritarios, pero que no por esto perdió su valor originario y auténtico: socialismo.
En una reciente pesquisa de la opinión pública brasilera, encomendada por la Confederación Nacional de las Industrias (!), el 55% de los interrogados afirmaron que Brasil precisaba de una revolución socialista. Al ser preguntados de qué entendían por socialismo, respondieron citando algunos valores: "amistad", "comunión", "compartir", "respeto", "justicia" y "solidaridad". La civilización de la solidaridad es una civilización socialista.
Para concluir: otro mundo es posible, basado en otros valores, radicalmente antagónicos a los que dominan hoy. Pero no podemos olvidar que el futuro comienza desde ahora: estos valores ya están prefigurados en las iniciativas que orientan nuestro movimiento hoy. Ellos inspiran la campaña contra la deuda externa del Tercer Mundo y la resistencia a los proyectos de la OMC; el combate a los transgénicos y los proyectos de impuestos a la especulación financiera. Están presentes en los combates sociales, en las iniciativas populares, en las experiencias de solidaridad, de cooperación y de democracia participativa -desde el combate ecológico de los campesinos de la India, hasta el presupuesto participativo de Rio Grande do Sul; desde las luchas por el derecho de sindicalización en Corea del Sur, hasta las huelgas en defensa de los servicios públicos en Francia, desde las aldeas zapatistas de Chiapas, hasta los campamentos del MST. El futuro comienza hoy y aquí, en estas semillas de una nueva civilización que estamos plantando en nuestra lucha, y con nuestro esfuerzo de construir hombres y mujeres nuevos, a partir de los valores subjetivos y éticos que asumimos en nuestras vidas militantes.

Valores de una nueva civilización, Michael Löwy y Frei Betto




Proponiamo in queste pagine alcuni possibili argomenti di discussione intorno alla questione: "Principi e valori della nuova società". Questi non sono assiomi, ma ipotesi di lavoro e suggerimenti per la riflessione. Noi, il Forum Sociale Mondiale, noi crediamo in certi valori che illuminano il nostro progetto di trasformazione sociale ed ispirano la nostra visione di un nuovo mondo possibile. Anche quelli che si incontrano a Davos - banchieri, dirigenti e capi di stato, che gestiscono la globalizzazione neoliberista (o globocolonizzazione) - lo fanno per difendere dei valori. Non dobbiamo sottovalutarli, perché credono in tre grandi valori e sono pronti a combattere con tutti i mezzi per salvaguardarli, perfino ricorrendo alla guerra, se necessario. Tre valori importanti, racchiusi nel cuore della civiltà occidentale capitalista, nella sua forma attuale. I grandi valori del credo di Davos sono: il dollaro, l'euro e lo yen. Questi tre valori non sono privi di contraddizioni, ma insieme costituiscono l'ethos globalizzato neoliberista.
La principale caratteristica comune a questi tre valori è la natura strettamente quantitativa: non conoscono il bene e il male, giusto e sbagliato. Conoscono solo quantità, numeri, cifre: uno, cento, mille, un milione, un miliardo. Chi ha un trilione di dollari, euro o yen, vale più di quello che ha solo un milione, e più di uno che ha solo un migliaio. E ovviamente, uno che non ha nulla, o quasi nulla, non vale niente nella scala dei valori di Davos. E' come se non esistesse. E' fuori dal mercato e, quindi, dal mondo civilizzato. Insieme, i tre valori rappresentano una delle divinità della religione economico liberale: la Valuta o, come si diceva in aramaico, Mamon. Le altre due divinità sono il Mercato e il Capitale. Si tratta di feticci o idoli oggetti di un culto fanatico ed esclusivo, intollerante e dogmatico. Il feticismo delle merci, secondo Marx, o questa idolatria del mercato - per usare l'espressione dei teologi della liberazione Hugo Assmann e Franz Hinkelammert - e del denaro e del capitale, è un culto con le sue chiese (le Borse), i suoi Uffici Santi (FMI, WTO, ecc) e la persecuzione degli eretici (tutti noi che crediamo in altri valori). Si tratta di idoli che, come le divinità cananee Baal e Moloch, chiedendo terribili sacrifici umani: nel Terzo Mondo, le vittime dei piani di aggiustamento strutturale, uomini, donne e bambini sacrificati sull'altare del feticcio Mercato Mondiale e del feticcio Debito Estero. Una mole impressionante di regole canoniche e principi ortodossi serve a legittimare e santificare questi riti sacrificali. Un vasto clero di specialisti e manager spiega i principi del culto alle moltitudini profane, mantenendo le opinioni eretiche lontane dalla sfera pubblica. Le regole etiche di questa religione sono quelle stabilite già due secoli fa dal teologo economico Sir Adam Smith: ogni individuo cerchi, nel modo più spietato possibile il proprio interesse egoistico, incurante dei propri vicini, e la mano invisibile del mercato si prenderà cura del resto, portando armonia e prosperità alla nazione.
Questa civiltà del denaro e del capitale trasforma tutto in merce: terra, acqua, aria, vita, sentimenti, convinzioni, che sono venduti al miglior prezzo. Fino a quando le persone diventano schiave delle merci, perché si sovverte il rapporto persona-merce-persona. Indosso questa camicia di cotone, che è un bene di consumo, per umanizzare la mia vita sociale, poiché sarebbe strano comparissi a torso nudo al lavoro o ad un incontro tra amici. Ora, il rapporto predominante è merce-persona-merce. La griffe della camicia che indosso mi attribuisce valore. In altre parole, se torno a casa in autobus o in bicicletta, ho un valore Z. Se in BMW, ho un valore A. Sono sempre la stessa persona, però i vestiti che indosso mi attribuiscono maggiore o minor valore, reificandomi.
Già nel XIX secolo, un critico dell'economia politica aveva previsto, con intuizione profetica, il mondo di oggi: "Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate - virtú, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. - tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.".

Valori qualitativi

Alla luce di questa civiltà della mercificazione universale, che sommerge tutti i rapporti umani nella "acque ghiacciate del calcolo egoista", il WSF rappresenta in primo luogo un rifiuto: "il mondo non è una merce"! Vale a dire, la natura, la vita, i diritti umani, la libertà, l'amore, la cultura non sono merci. Ma il FSM incarna anche l'aspirazione ad un altro tipo di civiltà, basata su altri valori che non sono i soldi o il capitale. Due progetti di civiltà e due scale di valori che si fronteggiano, in modo antagonista e perfettamente inconciliabile, sulla soglia del ventunesimo secolo.
Quali sono i valori che ispirano il progetto alternativo? Si tratta di valori qualitativi, etici e politici, sociali e culturali, irriducibili alla quantificazione monetaria. I valori che sono comuni alla maggior parte dei gruppi e delle reti che costituiscono il movimento globale contro la globalizzazione neoliberista.
Si può iniziare dai tre valori che hanno ispirato la Rivoluzione francese del 1789 e, da allora, sono presenti in tutti i movimenti di emancipazione sociale della storia moderna: Libertà, Uguaglianza e Fraternità. Come sottolinea Ernst Bloch nel suo libro "Diritto naturale e dignità umana" (1961), questi principi, iscritti dalla classe dirigente sulle facciate degli edifici pubblici in Francia, non sono mai stati da questa relizzati. Nella pratica, Marx scrisse, sono stati spesso sostituiti dalla cavalleria, dalla fanteria e dall'artiglieria... Fanno parte della tradizione sovversiva del non finito, come anche dell'inesistente, delle promesse non mantenute. Hanno una forza utopica concreta, che "va oltre l'orizzonte borghese", una forza della dignità umana che punta al futuro, per "la marcia a testa alta" dell'umanità, verso il socialismo. Se esaminiamo da vicino questi valori, dal punto di vista delle vittime del sistema, scopriremo il suo potenziale esplosivo ed attuale nell'odierna lotta contro la mercificazione del mondo.
Che cosa significa "libertà"? Prima di tutto, la libertà di espressione, di organizzazione, di pensiero, di critica, di manifestare - conquistata a fatica attraverso secoli di lotta contro l'assolutismo, il fascismo e la dittatura. Ma anche, e più che mai, la libertà in relazione ad entrambe le forme di assolutismo: la dittatura dei mercati finanziari e dei banchieri d'elite e dei datori di lavoro multinazionali che impongono i loro interessi all'intero pianeta. Una dittatura sotto l'egemonia imperiale-economica, politica e militare degli Stati Uniti, l'unica superpotenza globale, che si nasconde dietro le anonime e cieche "leggi di mercato", la cui potenza mondiale è ben al di sopra di quella dell'Impero Romano o degli imperi coloniali del passato. Una dittatura esercitata mediante la logica del capitale, ma che si impone con l'ausilio di istituzioni profondamente antidemocratiche come il FMI e il WTO, e sotto la minaccia del suo braccio armato (la NATO). Il concetto di "liberazione nazionale" non è sufficiente per spiegare il vero significato della libertà, che è, al tempo stesso, a livello locale, nazionale e globale, come dimostra così bene il movimento profondamente originale e innovativo degli zapatisti.
Uno dei limiti più importanti della Rivoluzione francese del 1789, è stato quello di aver escluso le donne dalla cittadinanza. la femminista repubblicana Olympe de Gouges, che ha scritto la "Dichiarazione dei diritti della donna e del Cittadino", fu ghigliottinata nel 1793. Il moderno concetto di libertà non può ignorare l'oppressione di genere imposto alla metà dell'umanità, e la centralità della lotta delle donne per la liberazione. In questa lotta ha un significato particolare il diritto delle donne di disporre del proprio corpo.

Uguaglianza e Fraternità

Che cosa significa "uguaglianza"? Nelle prime Costituzioni rivoluzionarie si scrisse uguaglianza di fronte alla legge. Ciò è assolutamente necessario ed è ancora lontano dalla realtà del mondo d'oggi, ma tuttavia è insufficiente. Il problema è il gap mostruoso tra Nord e Sud del pianeta e, all'interno dei paesi, tra la piccola élite che monopolizza il potere economico e dei mezzi di produzione, e la stragrande maggioranza della popolazione che vive della sua forza lavoro, quando non della disoccupazione, ed è esclusa dalla vita sociale. Le cifre sono note: quattro cittadini statunitensi - Bill Gates, Paul Allen, Warren Buffett e Larry Ellyson -concentrano nelle loro mani una fortuna equivalente al PIL di 42 paesi poveri, con una popolazione di 600 milioni di persone. Il sistema del debito estero, la logica del mercato mondiale e il potere illimitato del capitale finanziario hanno determinato ad un peggioramento di questa disuguaglianza, che s'è aggravata negli ultimi 20 anni. La domanda per l'uguaglianza e la giustizia sociale - due valori inscindibili - hanno ispirato diversi progetti socio-economici alternativi che sono all'ordine del giorno. Dal punto di vista di una prospettiva più ampia, questo implica un altro modo di produzione e di distribuzione.
La disuguaglianza economica non è l'unica forma di ingiustizia nella società capitalistica liberale: la persecuzione degli "irregolari" in Europa, l'esclusione dei discendenti degli schiavi neri e degli indigeni delle Americhe, l'oppressione di milioni di individui appartenenti alla casta degli "intoccabili" in India, e molte altre forme di razzismo o di discriminazione in base al colore, la religione o la lingua, sono onnipresenti dal nord al sud del pianeta. Una società egualitaria significa l'eliminazione radicale di tali discriminazioni. Essa implica anche un diverso rapporto tra uomini e donne, rompendo col più antico sistema di disuguaglianza della storia umana - il patriarcato - responsabile delle violenze contro le donne, della loro emarginazione nella sfera pubblica, e della loro esclusione dal lavoro. La stragrande maggioranza dei poveri e dei disoccupati nel mondo sono donne.
Che cosa significa "fratellanza"? E' la prima traduzione moderna del vecchio principio giudeo-cristiano dell'amore del prossimo. E' la sostituzione dei rapporti di concorrenza feroce, della guerra di tutti contro tutti, che rende l'individuo, nella società di oggi, un homo homini lupus (un lupo per gli altri esseri umani), con le relazioni di cooperazione, l'aiuto reciproco, la condivisione, solidarietà. Una solidarietà che include non solo i fratelli ("fratellanza" in latino), ma anche le sorelle, e che supera i limiti della famiglia, del clan, della tribù, dell'etnia, della comunità religiosa, della nazione, per essere veramente universale, globale, internazionale. In altre parole: internazionalista, nel senso dato a questo valore da intere generazioni di militanti dei movimenti operai e socialisti.
La globalizzazione neoliberista produce e riproduce i conflitti tribali ed etnici, le guerre di "pulizia etnica", l'espansionismo militare, l'intollerante fondamentalismo religioso, la xenofobia. Tale senso panico indotto dalla perdita di identità è l'altra faccia di una stessa medaglia, una naturale estensione della globalizzazione imperiale. La civiltà che sognamo sarà "un mondo che include molti mondi" (secondo la bella espressione degli zapatisti), una civiltà mondiale di solidarietà e di diversità. Di fronte alla omogeneizzazione commerciale e quantitativa del mondo, di fronte al falso universalismo capitalista, è più che mai importante riaffermare la ricchezza della diversità culturale, e il contributo unico e insostituibile di ogni popolo, di ogni cultura, di ogni individuo.

La democrazia come valore essenziale

Vi è un altro valore che, dal 1789, è inseparabile dalle altre tre: la democrazia. Non solo nel senso limitato che questo concetto politico riveste nel discorso liberal/democratico - la libera elezione di rappresentanti ogni tanti anni - in realtà deformato e distorto dal controllo esercitato dal potere economico sui media. Questa democrazia rappresentativa - anche se risultato di molte lotte, e costantemente minacciata da potenti interessi, come dimostra la storia dell'America Latina 1964-1985 - è necessaria ma non sufficiente. Abbiamo bisogno di forme più elevate di partecipazione, che permettano alle persone di esercitare direttamente il loro potere di decisione e di controllo, come nel caso del sistema partecipativo del comune di Porto Alegre e dello stato di Rio Grande do Sul.
La sfida, dal punto di vista di un progetto sociale alternativo, è quella di estendere la democrazia nel campo economico e sociale. Perché permettere in questo campo il potere esclusivo di una élite che rifiutiamo nel campo politico? Una democrazia sociale significa che le grandi opzioni socio-economiche, le priorità di investimento, le linee fondamentali della produzione e della distribuzione sono democraticamente discusse e decise dal popolo stesso, e non da parte di un pugno di sfruttatori o in base a presunte "leggi mercato" (o anche, variante che c'è già stata, ad opera di un Politburo onnipotente). A questi grandi valori, frutto della storia rivoluzionaria moderna, dobbiamo aggiungerne un altro, che è al tempo stesso il più antico e il più recente: la compatibilità ambientale. Possiamo trovare questo valore nello stile di vita delle tribù indigene delle Americhe e nelle comunità rurali pre-capitaliste in diversi continenti, e anche al centro del movimento ambientalista moderno. La globalizzazione capitalista è responsabile della distruzione e dell'avvelenamento in rapida crescita - con progressione geometrica - dell'ambiente: l'inquinamento della terra, del mare, dei fiumi e dell'aria; "effetto serra", con conseguenze catastrofiche, rischio di distruzione dello strato di ozono, che ci protegge dalle mortali radiazioni ultraviolette; la distruzione delle foreste e della biodiversità. Una civiltà di solidarietà non può che essere una civiltà di solidarietà con la natura, in quanto la specie umana non può sopravvivere se l'equilibrio ecologico del pianeta viene rotto.

Il socialismo come alternativa

Questo elenco non ha nulla di esaustivo. Ciascuno può, a seconda della propria esperienza e riflessione, aggiungerne altri. Come riassumere in una sola parola questa serie di valori presenti in un modo o nell'altro, nel movimento contro la globalizzazione capitalista, nelle manifestazioni di strada a Seattle, a Genova, e nelle discussioni del Forum Sociale Mondiale? Credo che l'espressione civiltà della solidarietà, è una sintesi corretta di questo progetto alternativo. Ciò significa non solo una struttura economica e politica radicalmente diversa, ma soprattutto, una società alternativa che valorizza le idee del bene comune, l'interesse pubblico, i diritti universali, la gratuità. Propongo di definire questa società con un termine che riassume, da quasi due secoli, le aspirazioni dell'umanità a un nuovo stile di vita, più libero, più egualitario, più democratico e più solidale. Un termine che, come tutti gli altri ("libertà", "democrazia", ecc) è stato manipolato da interessi profondamente impopolari e autoritari, ma che non per questo ha perso il suo valore originale e autentico: il socialismo.
In una recente sondaggio sull'opinione pubblica brasiliana, commissionato dalla Confederazione Nazionale delle Industrie (!), il 55% degli intervistati ha dichiarato che il Brasile aveva bisogno di una rivoluzione socialista. Alla domanda su cosa si intende per socialismo, ha risposto citando alcuni valori: "amicizia", "comunione", "condivisione", "rispetto", "giustizia" e "solidarietà". La civiltà della solidarietà è una civiltà socialista.
In conclusione: un altro mondo è possibile, sulla base di altri valori, radicalmente antagonisti a quelli che dominano oggi. Ma non possiamo dimenticare che il futuro comincia adesso: questi valori sono già prefigurati nelle iniziative che guidano il nostro movimento oggi. Esse ispirano la campagna contro il debito del Terzo Mondo e la resistenza ai progetti del WTO; la lotta contro gli OGM ed il progetto di una tassa sulla speculazione finanziaria. Sono presenti nelle lotte sociali, nelle iniziative popolari, nelle esperienze di solidarietà, cooperazione e democrazia partecipativa - dalla lotta ecologica degli agricoltori in India al modello partecipativo di Rio Grande do Sul, dalle lotte per il diritto alla rappresentanza sindacale nella Corea del Sud fino agli scioperi in difesa dei servizi pubblici in Francia, dagli zapatisti nei villaggi del Chiapas fino agli accamamenti del MST (Movimento dos Trabalhadores Sem Terra) . Il futuro inizia qui e ora, nei semi di una nuova civiltà che stiamo piantando nella nostra lotta, e il nostro sforzo per costruire uomini e donne nuovi, a partire dai valori soggettivi ed etici che si assumono nella nostra vita di militanti.

Valori di una nuova civiltà, Michael Löwy e Frei Betto