Un Amore

Stare con te era come stare in prima linea. Era un continuo piovere di razzi, granate, napalm, un perenne scavare trincee, andare in pattuglia su sentieri minati, lanciare attacchi, ferire e venire feriti, urlare, singhiozzare, chiama il barelliere, dammi il caricatore, comandante non ce la faccio più...

Un Uomo, Oriana Fallaci

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[...] il tuo carattere non mi piaceva molto: con le sue smoderatezze, le sue ferocie, le sue sfuriate cattive e senza senso, le sue ebbrezze del primo stadio, secondo stadio, terzo stadio, le sue durezze di roccia, le sue chiusure da ostrica. Più tentavo di aprire l'ostrica per estrarne la perla, più lei mi resisteva colando un liquido nero, più scavavo la roccia in cerca di rubini e smeraldi più trovavo sassi e carbone.
Il tuo bosco era pieno di sterpi, di spine, appena vi coglievo un fiore mi graffiavo, mi insanguinavo. E l'arroganza grazie a cui pareva che tutto ti fosse permesso, la faciloneria con cui liquidavi situazioni e problemi, le contraddizioni in cui precipitavi. Tutte tare per me deplorevoli.
Ma allora perché avevo quell'impulso di correrti dietro, abbracciarti, sentire i tuoi baffi contro la mia guancia, perché ora sentivo il bisogno di raschiarmi la gola e ricacciare indietro le lacrime? [...]
Eppure non ero fisicamente gelosa di te. Non lo ero mai stata, nemmeno all'inizio quando m'ero accorta che accendere desideri solleticava la tua vanità, nemmeno in seguito quando i tuoi riti dionisiaci erano esplosi e t'avevo visto mordere la pipa fissando l'elefantessa e l'efebo secco che danzavano al buzuki. Parlo della gelosia che svuota le vene all'idea che l'essere amato penetri il corpo altrui, la gelosia che piega le gambe, toglie il sonno, distrugge il fegato, arrovella i pensieri, la gelosia che avvelena l'intelligenza con interrogativi, sospetti, paure, e mortifica la dignità con indagini, lamenti, tranelli, facendoti sentire derubato, ridicolo, trasformandoti in poliziotto inquisitore carceriere dell'essere amato.
Forse per cerebralismo, coerenza al principio che i rapporti d'amore debbano essere reinventati e anzitutto scrostati delle scorie, dei fardelli che a lungo andare li rendono soffocanti, m'ero sempre proibita di provare simili sofferenze per te. Saperti desiderato anzi mi lusingava, vederti aperto alle tentazioni mi divertiva, a volte le due cose aizzavano addirittura il gusto di disputarti a un'ingordigia che io stessa nutrivo essendoti compagna. Solo negli ultimi tempi i tuoi eccessi mi avevano addolorato, e non per il fatto di sapermi sostituita un'ora o una notte bensì per il torto che facevi a te stesso esponendoti a pettegolezzi, accettando i costumi di una società che volevi cambiare, adeguandoti alle sozzure di una sottocultura dove il culto del fallo umilia l'intelligenza. Tuttavia neanche allora avevo ceduto all'indignazione che ammutolisce e spinge a chiuderci la porta alle spalle dopo aver lasciato le chiavi sul letto.[...]
Forse non ero innamorata di te, o non volevo esserlo, forse non ero gelosa di te, o non volevo esserlo, forse m'ero detta un mucchio di verità e di menzogne, ma una cosa era certa: ti amavo come non avevo mai amato una creatura al mondo, come non avrei mai amato nessuno.
Una volta avevo scritto che l'amore non esiste, e se esiste è un imbroglio: che significa amare? Significava ciò che ora provavo a immaginarti impietrito, perdio, con lo sguardo di un cane preso a calci perché ha fatto pipì sul tappeto, perdio! Ti amavo, perdio. Ti amavo al punto da non sopportare l'idea di ferirti pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, le tue colpe, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni, il tuo corpo con le sue spalle troppo tonde, le sue braccia troppo corte, le sue mani troppo tozze, le sue unghie strappate. E certo l'amore non ha per oggetto un corpo, però anche se eravamo separati da un oceano quel corpo io lo portavo a letto con me, nel ricordo lo abbracciavo come quando abitavamo la casa nel bosco, d'inverno, e la notte faceva freddo e ci scaldavamo così, la mia testa contro la tua testa, il mio ventre contro il tuo ventre, le gambe annodate, oppure quando stavamo distesi nella camera di via Kolokotroni l'estate, i pomeriggi erano afosi e ci scostavamo ridendo, via-roba-calda, ma c'era sempre un momento in cui i tuoi occhietti strani, uno più alto e uno più basso, uno più chiuso e uno più aperto, mi ubriacavano di dolcezza, sicchè mi chinavo a baciare le tue palpebre gonfie, mandorle di carne, accarezzare con la punta dell'indice il tuo naso buffo, i tuoi baffi spinosi, le tue labbra increspate da tante rughine, labbra di vecchio dicevi, e strisciandoti il dito sul mento poi sulla mascella poi sullo zigomo risalivo lentissimamente agli orecchi, perfetti questi, ben disegnati, e tu subivi felice che ti ammirassi almeno gli orecchi: "Che orecchi! Che orecchi!"
E forse il tuo carattere non mi piaceva, né il tuo modo di comportarti, però ti amavo di un amore più forte del desiderio, più cieco della gelosia: a tal punto implacabile, a tal punto inguaribile, che ormai non potevo più concepire la vita senza di te. Ne facevi parte quanto il mio respiro, le mie mani, il mio cervello, e rinunciare a te era rinunciare a me stessa, ai miei sogni che erano i tuoi sogni, alle tue illusioni che erano le mie illusioni, alle tue speranze che erano le mie speranze, alla vita!
E l'amore esisteva, non era un imbroglio, era piuttosto una malattia, e di tale malattia potevo elencare tutti i segni, i fenomeni. Se parlavo di te con gente che non ti conosceva o alla quale non interessavi, mi affannavo a spiegare quanto tu fossi straordinario e geniale e grande; se passavo dinanzi a un negozio di cravatte e camice mi fermavo d'istinto a cercare la cravatta che si sarebbe piaciuta, la camicia che sarebbe andata d'accordo con una certa giacca; se mangiavo in un ristorante sceglievo senza accorgermene i piatti che tu preferivi e non che preferivo io; se leggevo il giornale notavo sempre la notizia che a te avrebbe interessato di più, la ritagliavo e te la spedivo; se mi svegliavi nel cuor della notte con un desiderio o con una telefonata, mi fingevo più desta di un fringuello che canta al mattino.[...]
Ma un amore simile non era neanche una malattia, era un cancro! Un cancro. Come un cancro che a poco a poco invade gli organi col suo moltiplicarsi di cellule, il suo plasma vischioso di male, e più cresce più divieni cosciente del fatto che nessuna medicina può arrestarlo, nessun intervento chirurgico può asportarlo, forse sarebbe stato possibile quand'era un granellino di sabbia, un chicco di riso, una voce che grida egò s'agapò, un amplesso mentre il vento fruscia tra i rami d'olivo, ora invece non è possibile perchè ti ruba ogni tuo organo, ogni tessuto, ti divora al punto che non sei più te stessa ma un impasto fuso con lui, un unico magma che può disfarsi solo con la morte, la sua morte che sarebbe anche la tua morte, così tu mi avevi invaso e mi stavi divorando, ammazzando.
V'è una caratteristica lugubre negli ammalati di cancro: appena capiscono che esso ha vinto o sta per vincere, cessano di opporgli i farmaci, il bisturi, la volontà e si lasciano uccidere con sottomissione, senza maledirlo, neanche rimproverarlo del martirio che esige. Il-mio-male, lo chiamano con affettuosa indulgenza, quasi fosse un amico, un padrone, o un possesso di cui non possono fare a meno, e quel "mio" risuona a volte con accento soave: lo stesso che gorgogliava nella mia voce appena pronunciavo il tuo nome.
Ecco, a tale stadio ero giunta per non averti estirpato quando eri un granellino di sabbia, un chicco di riso, e sebbene l'istinto m'avesse avvertito che chiunque entrasse nella tua sfera perdeva la pace per sempre.
Eppure di occasioni per sfuggirti ne avevo avute [...] ma le avevo sempre respinte e così il cancro aveva proseguito il suo corso per dimostrarmi che amare significa soffrire, che l'unico modo per non soffrire è non amare, che nei casi in cui non puoi fare a meno di amare sei destinato a soccombere. In altre parole il mio problema era insolubile, la mia sopravvivenza impossibile, e la fuga non serviva a nulla.

Un Uomo, Oriana Fallaci


Alla mia amata Oriana

Viaggio per inesplorate acque su una nave
che, come milioni di altre simili, peregrina
per oceani e mari
su rotte regolari
E altre ancora
(molte, davvero molte anche queste)
gettano l’ancora nei porti.

Per anni ho caricato questa nave
con tutto quello che mi davano
e che prendevo con enorme gioia
E poi
(lo ricordo come fosse oggi)
la dipingevo a tinte sgargianti
e stavo attento
che non si macchiasse in nessun punto
La volevo bella per il mio viaggio
E dopo avere atteso tanto –proprio tanto
giunse alla fine il momento di salpare
e salpai…

(Nave io e capitano
ed equipaggio per trovarti
fammi a pezzi
ma non farmi sanguinare il corpo)

Quando mi trovai in mare aperto
onde immense mi travolsero
e mi straziarono per rivelarmi
amare verità che ignoravo
Verità che dovevo imparare
Nell’abbraccio dell’oceano
con un lungo furente fragore
la solitudine
divenne per me faro del pensiero
indicando strade nuove

Il tempo passava e io
iniziavo a tracciare la rotta
ma non come mi avevano insegnato al porto
(anche se la mia nave mi sembrava diversa allora)
Così il mio viaggio
ora lo vedevo diverso
senza più pensare a porti e commerci
Il carico mi appariva ormai superfluo
ma continuavo a viaggiare
conoscendo il valore della nave
conoscendo il valore della merce

E continuo ancora il viaggio
che scricchiolino incessantemente le giunzioni
sperando che non si spezzino
perché sono legni marci da anni
(secoli dovrei dire)
verniciati di recente ma senza
una forza nuova che li tenga uniti
la rotta sempre contro il tempo
nella stiva solo zavorra
Zavorra che mi dissero
merce preziosa, come quella
che di solito si compra nei porti
Ma se dicessi che mi hanno ingannato
non sarei onesto
osservo la bussola
senza sosta
con accanto la mappa
su cui studio la rotta
lontano dai porti che segnalano il passaggio
Quando poi succede che splendano
(che istanti difficili!)
all’orizzonte i porti della terra
l’equipaggio guarda le luci
(luci sirene
che promettono molto
che anche il cuore e la carne pretendono)
sempre aspettando che dica
al timoniere di far virare la nave
e attraccare almeno un poco
Mentre l’ora trascorre e io
osservo silenzioso la carta
tutt’intorno cresce il tumulto
Proposte subdole
vestite con idee
idee vendute che vogliono sempre
Adornare l’inazione con le parole
e minacce
che vogliono passare per consigli
e promesse
che tentano la bestia e la risvegliano…
Quelle sono ore difficili
perché da ognuna di loro
dipende l’intero viaggio
E continuo ancora il viaggio
Desideri radicati nell’anima
sono diventati bussola per la mia nave
la mia mappa
altrettanto misteriosa
Ci sono ore in cui credo
che sia stata fatta
per chi non voglia approdare in nessun porto
e altre ore in cui confido
che il viaggio avvenga perché
su questa carta bisogna trovare
qualche cosa che manca
Così vado alla ricerca
guardando la mappa la bussola il cielo
in cielo, rintracciare segnali
nuove prove che dimostrino
che la bussola non sbaglia nel segnare
Non stupirti, questo non significa
che io abbia dei dubbi sulla mia bussola
E’ solo un’abitudine- una vecchia abitudine
che per secoli accompagnava l’anima
questa compagna
preziosa per i tempi bui
quando c’erano soltanto i semi nell’anima
degli amori che ora sono fioriti

E vado alla ricerca
Guardando la mappa la bussola il cielo
Le onde immense sembra che cerchino
di fare il gioco di chi vuole
che attracchi da qualche parte per un po’
E’ ognuna
di quelle onde un Golgota
e pensa
che la tempesta imperversa ininterrotta
Ma mentre aumenta
temo sempre più
che la spaventosa furia del mare
mi conduca ad avvistare
porti là sulla costa
porti che la mia mappa non indica
Sono ostacoli e momenti difficili
l’abbiamo detto
l’equipaggio comincerà a ribollire
quando quei porti appariranno sulla costa

E continuo il viaggio
alla ricerca ancora
pur sapendo di essere
nell’infinito del tempo un istante
nell’abisso dello spazio un puntino

E continuo il viaggio
anche se sono tenebra
e tutto atorno a me è tenebra
e la tempesta lo rende più spaventoso

E continuo il viaggio
e mi basta
che io tenebra
abbia amato la luce.

Alekos

Un Uomo

Fui sempre, e sono, un combattente che lotta per una Grecia migliore, un domani migliore, una società insomma che creda nell'Uomo. Se io mi trovo qui è perchè credo nell'Uomo. E credere nell'Uomo significa credere nella sua libertà. Libertà di pensiero, di parola, di critica, di opposizione: tutto ciò che il golpe fascista di Papadopulos ha eliminato.
Io non amo la violenza. La odio. Non mi piace nemmeno l'assassinio politico. Quando esso avviene in un paese dove esiste un libero Parlamento e ai cittadini è data la libertà di esprimersi, di opporsi, di pensare in maniera diversa, io lo condanno con disgusto e con ira. Ma quando un governo si impone con la violenza e con la violenza impedisce ai cittadini di esprimersi, di opporsi, addirittura di pensare, allora ricorrere alla violenza è una necessità. Anzi un imperativo. Gesù Cristo e Gandhi ve lo spiegherebbero meglio di me. Non c'è altra via, e che io non vi sia riuscito non conta. Altri seguiranno. E riusciranno. Preparatevi e tremate.

Alexandros "Alekos" Panagulis

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Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi! Sottrarsene era illusione. Alcuni tentavano, e si chiudevano nelle case, nei negozi, negli uffici, ovunque sembrasse di trovare un riparo, non udire almeno il ruggito, ma filtrando attraverso le porte, le finestre, i muri, esso gli giungeva ugualmente agli orecchi sicché dopo un poco finivano con l’arrendersi al suo sortilegio. Col pretesto di guardare uscivano, andavano incontro a un tentacolo e ci cadevano dentro, diventavano anche loro un pugno chiuso, un volto distorto, una bocca contratta. Zi, zi, zi! E la piovra cresceva, si spandeva in sussulti, a ciascun sussulto altri mille, altri diecimila, altri centomila. Alle due del pomeriggio erano cinquecentomila, alle tre un milione, alle quattro un milione e mezzo, alle cinque non si contavano più. Non venivano soltanto dalla città, da Atene. Venivano anche da lontano, dalle campagne dell’Attica e dell’Epiro, dalle isole dell’Egeo, dai villaggi del Peloponneso, della Macedonia, della Tessaglia: coi treni, coi battelli, con gli autobus, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio prima che la piovra li inghiottisse, contadini e pescatori con l’abito della domenica, operai con la tuta, donne coi bambini, studenti. Il popolo insomma. Quel popolo che fino a ieri t’aveva scansato, lasciato solo come un cane scomodo, ignorandoti quando dicevi non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere. Ora ti ascoltavano, ora che eri morto. Dirigendosi verso la piovra portavano il tuo ritratto, cartelli di minacce e di sfida, bandiere, ghirlande di alloro, corone a forma di A, di P, di Z, A per Alekos, P per Panagulis, Z per zi, zi, zi. Quintali di gardenie, garofani, rose. E faceva un caldo atroce quel mercoledì 5 maggio 1976, il puzzo dei petali cotti appestava, mi toglieva il respiro quanto la certezza che tutto ciò non sarebbe durato che un giorno, poi il ruggito si sarebbe spento, il dolore si sarebbe dissolto nell’indifferenza, la rabbia nell’ubbidienza, e le acque si sarebbero placate morbide molli obliose sul gorgo della tua nave affondata: il Potere avrebbe vinto ancora una volta. L’eterno Potere che non muore mai, cade sempre per risorgere dalle sue ceneri, magari credi di averlo abbattuto con una rivoluzione o un macello che chiamano rivoluzione e invece rieccolo, intatto, diverso nel colore e basta, qua nero, là rosso, o giallo o verde o viola, mentre il popolo accetta o subisce o si adegua. Per questo sorridevi quel sorriso impercettibile, amaro e beffardo?
La morte si affronta, le torture si subiscono, i silenzi no.
L'abitudine è la più infame delle malattie perchè ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portare le catene, a subire ingiustizie, a soffrire.
Ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto.
L'abitubine è il più spietato dei veleni perchè entra in noi molto lentamente, silenziosamente, cresce poco a poco, nutrendosi della nostra inconsapevolezza, quando scopriamo di averla addosso ogni fibra di noi si è già adeguata, ogni gesto si è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci.
Come acqua di cannella che goccia monotona, sempre unguale a se stessa,martellando rintocchi ossessivi, nel silenzio della notte vuota,sicchè a forza di udirla ti senti impazzire e inochi un rumore diverso,uno schianto magari, uno sparo che uccida, tutto fuorchè quell'atroce uniformità, quel buio.
Morto un leader se ne inventa un altro, morto un uomo d'azione se ne trova un altro, morto un poeta, invece, eliminato un eroe, si forma un vuoto incolmabile e bisogna attendere che gli dei lo facciano resuscitare, chissà dove, chissà quando.

Un Uomo, Oriana Fallaci
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ΕΚΠΛΗΞΕΙΣ

Κέρδιζα μια ζωή
Ένα εισιτήριο για το θάνατο
Και ταξιδεύω ακόμη
Κάποιες στιγμές
νόμισα πως έφτανα
στου ταξιδιού το τέλος.
Μα έκανα λάθος.
Εκπλήξεις ήταν μόνο
της διαδρομής.

Αλέξανδρος "Αλέκος" Παναγούλης


SORPRESE

Ho guadagnato una vita
un biglietto per la morte
e viaggio ancora
in certi momenti ho creduto
di essere
alla fine del viaggio
mi sbagliavo
erano solo
imprevisti del cammino.

Alexandros "Alekos" Panagulis

Berlusconeide



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Quando c'era Silvio di Beppe Cremagni e Enrico Deaglio
Regia: Ruben H. Oliva
Fotografia: Armando Bolzoni
Musiche: Carlo Boccadoro
con Lella Costa e Jean Blancheart

I furbetti del Lingotto

Solo gli imprenditori e i grandi manager sono riusciti, finora, a scansare il banco degli imputati, assumento il tono severo e l'espressione accigliata dei giudici imparziali. Danno la pagella a tutti gli altri e trovano sempre nel contesto politico-sociale, nazionale e internazionale, le cause del cattivo andamento delle loro imprese. Ma ritenerli l'unica categoria esente da responsabilità sarebbe perlomeno illogico.

La paga dei padroni, Gianni Dragoni e Giorgio Meletti
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Art. 185 - Manipolazione del mercato
1. Chiunque diffonde notizie false o pone in essere operazioni simulate o altri artifizi concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro ventimila a euro cinque milioni.
2. Il giudice può aumentare la multa fino al triplo o fino al maggiore importo di dieci volte il prodotto o il profitto conseguito dal reato quando, per la rilevante offensività del fatto, per le qualità personali del colpevole o per l'entità del prodotto o del profitto conseguito dal reato, essa appare inadeguata anche se applicata nel massimo.
2-bis. Nel caso di operazioni relative agli strumenti finanziari di cui all’articolo 180, comma 1, lettera a), numero 2), la sanzione penale è quella dell’ammenda fino a euro centotremila e duecentonovantuno e dell’arresto fino a tre anni.
Decreto Legislativo 24 febbraio 1998, n. 58
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La legge deve affermarsi sul mercato. Gli imputati hanno sottolineato di aver salvato la Fiat: non escludo che queste persone siano tra le migliori che operano sul mercato. Ma proprio per questo è irrinunciabile la pretesa che i migliori rispettino la legge... Spiegano di aver evitato lo "spezzatino". Ma chi è stato a gettare la Fiat come una mezzena sul bancone del macellaio?

Requisitoria al processo contro i vertici Fiat per reato di aggiotaggio informativo.
Giancarlo Avenati Bassi, Sostituto Procuratore della Repubblica

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"La Fiat, un'azienda che pochi anni fa era a un passo dalla vendita oggi sbarca in America e compra la Chrysler, mentre in Germania è a un passo dall'acquisto della Opel, il prestigioso marchio europeo controllato dalla General Motors. Il piano Marchionne ha portato la Fiat al centro dello scenario economico mondiale. L'indebitamento della Fiat consente un'operazione di questa portata? Gli aiuti di Stato al settore dell'auto nei paesi dove la Fiat compra, Germania e Stati Uniti, sono la ragione dell'operazione? Gli stabilimenti italiani della Fiat, come Pomigliano d'Arco e Termini Imerese, rischiano la chiusura? La Fiat è da sempre della famiglia Agnelli. Sarà ancora così o di fatto l'azienda torinese sta uscendo dall'Italia?"
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Il 15 settembre 2005 per il gruppo Fiat andava in scadenza un prestito, un cosiddetto “convertendo”, pari a oltre 3 miliardi di euro. Un "convertendo" è un presito che alla sua maturazione prevede, appunto, l'esercizio di una opzione di conversione del finanziamento in azioni. Quindi, o la Fiat rimborsava il valore nominale del debito alle banche, che a livello aggregato risultava pari ad oltre 3 milardi di euro (corrispondente a 10,28 euro per azione) o le banche entravano nel capitale azionario Fiat, convertendo le obbligazioni in azioni (per circa l’8% del capitale) e facendo in modo che la quota di controllo dell’Ifil (la finanziaria attraverso cui gli Agnelli controllano Fiat) scendesse dal 30 al 22%. Le banche (tra cui Intesa, Unicredit, San Paolo e Mps) sarebbero invece arrivate al 28%, assumendo di fatto il controllo.
Nella primavera 2005 le azioni Fiat scesero ai minimi storici con un prezzo di 4,38 euro. Più a fondo di così non si poteva andare. Il 26 aprile 2005 Exor, una società di diritto lussemburghese di cui Gabetti e Grande Stevens sono rispettivamente Presidente ed Amministratore Delegato, stipulò con la Merrill Lynch un contratto derivato di equity swap. A pronti contro termine la banca si impegnava a rastrellare sul mercato 90 milioni di azioni ordinarie Fiat a 5,5 euro; al termine, in caso di plusvalenza, la Fiat avrebbe incassato il capital gain dalla banca, mentre in caso di minusvalenza avrebbe dovuto rimborsare la banca per coprire la perdita.
In pratica Exor, società controllante di Fiat tramite la sua partecipazione strategica in Ifil (la cassaforte della famiglia Agnelli) prende posizione puntando su un apprezzamento delle quotazioni di quella che è la società operativa in fondo alla sua catena di controllo, la Fiat appunto.
In Italia vige una una legge per cui, se un soggetto, da solo o in accordo con altri, supera la soglia del 30% della proprietà azionaria (come nel caso della Ifil, la finanziaria degli Agnelli) allora deve lanciare una Opa, cioè un'offerta pubblica d’acquisto totalitaria, obbligatoria per tutte le azioni (Decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, ai sensi degli articoli 8 e 21 della legge 6 febbraio 1996, n. 52. Art. 106: "Chiunque, a seguito di acquisti, venga a detenere una partecipazione superiore alla soglia del trenta per cento promuove un'offerta pubblica di acquisto rivolta a tutti i possessori di titoli sulla totalità dei titoli ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato in loro possesso"). Il tutto sotto controllo da parte dell'autorità di vigilanza sulla Borsa, la Consob.
Le azioni Fiat che stavano a 4,38 euro in primavera, cominciano a salire. Tra aprile, giugno e luglio vanno da 5 a 6 a 7 euro, e i rumors dicono che un compratore sta scalando la Fiat. Quando Merrill Lynch, che compra le azioni per la Exor, oltrepassa la soglia di partecipazione rilevante, fissata al 2% dalla normativa, comunica alla Consob questa variazione nell’assetto azionario della Fiat. Ma le altre comunicazioni alla Consob, in seguito al superamento del 5% e del 7,5% durante la fase di rastrellamento, non vengono fatte nonostante in questa fase le azioni Fiat stiano aumentando il loro valore di mercato senza nessuna notizia rilevante di natura industriale.
Il 21 luglio la Consob chiede a Fiat e Ifil un comunicato di commento. Viene data risposta che “la società non dispone di alcun elemento utile o di informazioni relative a fatti rilevanti tali da influire sulle quotazioni”.
Il 27 agosto dalla Consob contattano Grande Stevens e Gabetti per chiedere: “Non è che per caso state comprando voi?”. E quelli fingono di cadere dalle nuvole: “Noi? nooo, ma che scherzate? Noi non abbiamo preso nessuna iniziativa in relazione alla scadenza del prestito”.
Il 15 settembre, neppure tre settimane dopo, si chiude il cerchio. Si esegue l’aumento di capitale, già annunciato e probabilmente scontato dal mercato, al servizio del prestito convertendo. In questo modo la Ifil perde circa l’8% del capitale in Fiat (precedentemente la partecipazione di Ifil in Fiat era pari al 30,6%) e rischia un take over ostile, perdendo il controllo della società. Per i piccoli azionisti potrebbe andare bene perché potrebbero vedere aumentare il prezzo del titolo a causa della contesa per il controllo, mentre la Ifil rischia di perdere il controllo di fatto della società.
Ma Ifil annuncia "a sorpresa" di aver comprato, a soli cinque giorni dalla scadenza del prestito di "convertendo", dalla Exor - una finanziaria lussemburghese riconducibile sempre agli Agnelli – più di 80 milioni di azioni Fiat!
La Exor a sua volta li aveva comprati, come visto, tramite la Merryll Linch, con un contratto di equity swap, a 5,5 euro l’una. Grande Stevens, infatti, modifica con Merril Lynch il contratto di equity swap riscattando simultaneamente all’aumento di capitale, le azioni oggetto del contratto, anziché incassare la plusvalenza in contanti.
Ifil mantiene così il 30,4% di Fiat senza aver mai rischiato di perdere il controllo della società operativa e senza la necessità di fare una nuova OPA totalitaria, come visto obbligatoria per legge in caso di superamento del 30% del capitale azionario. L’obiettivo dei vertici era infatti mantenere la quota azionaria prima dell’aumento di capitale ed aveva le seguenti alternative: pagare 10,28 euro per azione alle banche per il convertendo o spendere 6,5 euro per azione per acquisire da Exor i titoli necessari a mantenere il controllo di Fiat. La scelta fu scontata quanto scorretta.
Gianni Dragoni nel suo libro conclude: “Così l’Ifil risalì all’istante al 30,4%, spendendo meno di quanto avrebbe fatto se avesse acquistato i titoli sul mercato. L’operazione ha fruttato un guadagno di 8 milioni a Merryll, di 74 alla Exor, che le ha rivendute a Ifil a un prezzo maggiore di quello pagato alla banca. Il guadagno è andato soprattutto agli Agnelli, detentori attraverso l’accomandita di famiglia del 70% di Exor. Quando l’operazione fu svelata, il titolo perse di colpo il 7,9%: per tutti gli altri azionisti il danno fu evidente”.
Gabetti e Grande Stevens sono stati ovviamente rinviati a giudizio e processati a Torino, per il reato di aggiotaggio, mentre la causa civile è arrivata al secondo grado di giudizio, con condanna.
Il pm ha chiesto per Franzo Grande Stevens, 2 anni e 6 mesi di reclusione e una multa di 500.000 euro, e per Gianluigi Gabetti, due anni e 400.000 euro. Per le società coinvolte, l'Ifil e l'accomandita di famiglia, una sanzione di 700.000 euro.
Ma non c'è da preoccuaprsi, se la caveranno tutti. Anche se Grande Stevens e Gabetti dovessero essere riconosciuti colpevoli fino in Cassazione, il tempo non tornerà indietro: Gabetti ha 86 anni, Grande Stevens 81! In caso di condanna, vista la concessione delle attenuanti generiche, la condizionale e l'età avanzata, eviteranno sicuramente la prigione, mentre le multe sono già state assorbite da quelle irrogate a suo tempo dalla Consob.
La Fiat, poi, non rischia proprio nulla, visto che l’iniziativa – per ammissione degli stessi imputati – è stata presa "a titolo personale".
Il 13 dicembre 2007 Luca Cordero di Montezemolo nel corso di una conferenza stampa ha dichiarato che "senza l’operazione finanziaria del 2005 messa in atto dai vertici Fiat, non ci sarebbe stata la Fiat di oggi". Il cerchio s'è chiuso. (D*)


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P.s. Dimenticavo... C'era un manager, Giuseppe Monorchio, che rischiava di creare problemi all'operazione, ed è stato prontamente messo alla porta. Mentre ne è stato trovato un altro funzionale alla partita. Il nome? Lo fa Gabetti nel filmato: Sergio "pulloverino" Marchionne. Lo stesso che oggi apre la sua inutile bocca per dargli fiato.

Mi corazón en tus manos

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Quizá no fue coincidencia encontrarme contigo,
tal vez esto lo hizo el destino.
Quiero dormirme de nuevo en tu pecho,
y después me despierten tus besos.
Tu sexto sentido sueña conmigo,
se que pronto estaremos unidos,
esa sonrisa traviesa que vive conmigo,
se que pronto estaré en tu camino.

Sabes que estoy colgando en tus manos,
así que no me dejes caer.
Sabes que estoy colgando en tus manos...

Te envió poemas de mi puño y letra,
te envió canciones de 4.40,
te envió las fotos cenando en Marbella
y cuando estuvimos por Venezuela,
y así me recuerdes y tengas presente
que mi corazón esta colgando en tus manos...
Cuidado, cuidado,
que mi corazón esta colgando en tus manos...

No perderé la esperanza de hablar contigo,
no me importa que dice el destino,
quiero tener tu fragancia conmigo,
y beberme de ti lo prohibido.

Sabes que estoy colgando en tus manos,
así que no me dejes caer...
Sabes que estoy colgando en tus manos...

Te envió poemas de mi puño y letra,
te envió canciones de 4.40,
te envió las fotos cenando en Marbella
y cuando estuvimos por Venezuela,
y así me recuerdes y tengas presente
que mi corazón esta colgando en tus manos...
Cuidado, cuidado,
que mi corazón esta colgando en tus manos...

Cuidado, cuidado, mucho cuidado, cuidado,
no perdere la esperanza de estar contigo...
Cuidado, mucho cuidado,
quiero beberme de ti todo lo prohibido...
Cuidado, mucho cuidado,
quiero amanecer besando toda,
toda tu ternura, mi niña, mi vida, te necesito...

Te envió poemas de mi puño y letra,
te envió canciones de 4.40,
te envió las fotos cenando en Marbella
y cuando estuvimos por Venezuela,
y así me recuerdes y tengas presente
que mi corazón esta colgando en tus manos...
Cuidado, cuidado,
que mi corazón esta colgando en tus manos...


Y que jamás reposan

Penetro tu cuerpo tu cuerpo
De carne penetro me hundo
Entre tu lengua y tu mirada pura
Primero con mis ojos
Con mi corazón con mis labios
Luego con mi soledad
Con mis huesos con mi glande
Entro y salgo de tu cuerpo
Como si fuera un espejo
Atravieso pelos y quejidos
No sé cuál es tu piel y cuál la mía
Cuál mi esqueleto y cuál el tuyo
Tu sangre brilla en mis arterias
Semejante a un lucero
Mis brazos y tus brazos son los brazos
De una estrella que se multiplica
Y que nos llena de ternura
Somos un animal que se enamora
Mitad ceniza mitad latido
Un puñado de tierra que respira
De incandescentes materias
Que jadean y que gozan
Y que jamás reposan.

Jorge Eduardo Eielson
























Penetro il tuo corpo il tuo corpo
Di carne penetro sprofondo
Fra la tua lingua e il tuo sguardo puro
Prima con i miei occhi
Il mio cuore le mie labbra
Dopo con la mia solitudine
Con le mie ossa il mio glande
Entro ed esco dal tuo corpo
Come se fosse uno specchio
Passo tra peli e gemiti
Non so quale è la tua pelle o la mia
Quale il mio scheletro o il tuo
Il tuo sangue brilla nelle mie arterie
Simile a una stella
Le mie braccia e le tue braccia sono quelle
Di un astro che si moltiplica
E ci riempie di dolcezza
Siamo un animale che si innamora
Metà cenere e metà battito
Una manciata di terra che respira
Di materie incandescenti
Che ansimano e godono
Senza riposarsi mai.

Jorge Eduardo Eielson

Niños

Día tras día, se niega a los niños el derecho a ser niños. Los hechos, que se burlan de ese derecho, imparten sus enseñanzas en la vida cotidiana. El mundo trata a los niños ricos como si fueran dinero, para que se acostumbren a actuar como el dinero actúa. El mundo trata a los niños pobres como si fueran basura, para que se conviertan en basura. Y a los del medio, a los niños que no son ricos ni pobres, los tiene atados a la pata del televisor, para que desde muy temprano acepten, como destino, la vida prisionera. Mucha magia y mucha suerte tienen los niños que consiguen ser niños.

Patas para arriba: la escuela del mundo al revés. Eduardo Galeano
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Giorno dopo giorno, si nega ai bambini il diritto di essere tali. I fatti, che si burlano di questi diritti, impartiscono i loro insegnamenti nella vita quotidiana. Il mondo tratta i bambini ricchi come se fossero denaro, affinché si abituino ad agire come agisce il denaro. Il mondo tratta i bambini poveri come se fossero rifiuti, affinché diventino dei rifiuti. E quelli che stanno in mezzo, i bambini che non sono né ricchi né poveri, li tiene legati alla gamba del televisore, perché fin da molto piccoli accettino, come destino, una vita prigioniera. I bambini che riescono a essere bambini hanno molta magia e molta fortuna.

A testa in giù: la scuola del mondo alla rovescia. Eduardo Galeano


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Día tras día se niega a los niños el derecho de ser niños. El mundo trata a los niños pobres como si fueran basura. El mundo trata a los niños ricos como si fueran dinero. Y a los del medio, a los que no son ni pobres ni ricos, el mundo los tiene bien ataditos a la pata del televisor para que desde muy temprano acepten como destino la vida prisionera.
Hoy voy a contarles a mí modo y manera, algunas historias de niños que les rinden homenaje.

El viaje

Oriol Valls, un médico que se ocupa de los recién nacidos en un hospital de Barcelona, dice que el primer gesto humano es el abrazo. Al principio de sus días los bebés, los recién nacidos, mueven los brazos como… como buscando a alguien. Y otros médicos, especialistas en los ya vividos, dicen que al fin de sus días los viejos mueren moviendo los brazos… como buscando a alguien. Y así, así es la cosa. Por muchas palabras que le pongamos y por muchas vueltas que le demos al asunto… entre dos aleteos, transcurre el viaje.

Ventana sobre lo prohibido

El hijo de Pilar y Daniel Wainberg fue bautizado en la costanera. Y en el bautismo le enseñaron lo sagrado:
Recibió una caracola… “Para que aprendas a amar el agua”;
Abrieron la jaula de un pájaro preso… “Para que aprendas a amar el aire”;
Le dieron una flor de malvón… “Para que aprendas a amar la tierra”;
Y también le dieron una botellita cerrada… “No la abras nunca, nunca, para que aprendas a amar el misterio”.

Duérmete mi niño

Los más famosos cuentos infantiles, la literatura para niños escrita por los adultos, son obras terroristas que bien merecen figurar en el arsenal de los adultos contra las huestes de la gente menuda. Hansel y Gretel te advierten: “Serás abandonado por tus padres”. Caperucita Roja te informa que cada desconocido puede ser un lobo que te comerá. La Cenicienta te obliga a desconfiar de las madrastras y de las hermanastras, y así sucesivamente… los niños siguen siendo desde temprano entrenados para el terror: “Vendrá el ogro, y el ogro te devorará si no obedeces, si haces lo que no debes, si ejercitas tu Libertad”.

El arte para las niñas

Mi buen amigo Onelio Jorge Cardoso, escritor cubano, hombre sabroso, escritor jugoso, me contó lo que le ocurrió una vez, que una madre le pidió desesperada…”Auxilio”, porque la nena, la hija, chiquita, se negaba a comer. Tenía los puñitos cerrados, la boca cerradísima, la nariz fruncida.. y no comía y no había manera de que comiera. Y entonces la madre le dijo: “Onelio, tu que eres escritor, un escritor tan simpático, a ver si consigues que la niña coma. Cuéntale un cuento Onelio, sé bueno, llevo horas aquí con ésta cuchara y la sopa se enfría… y nada…” Y Onelio con toda su sabiduría y su paciencia se acercó a la niña y le contó un cuento al estilo de los cuentos que los adultos contamos a los niños: "Había una vez una pajarita que no quería comer la comidita. Y la mamita le decía: Abre el piquito pajarita para comer la comidita porque sino te vas a quedar cortita y flaquita, en lugar de ser una pajarita bien crecidita… y entonces pajarita, por favor, abre el piquito para comer tu comidita…., pero la pajarita seguía con el piquito cerradito, cerradito y se negaba…" Y ahí la niña interrumpió y dijo: “Qué pajarita de mierdita”.

La cultura del terror

La extorsión, el insulto, la amenaza, el coscorrón, la bofetada, la paliza, el azote, el cuarto oscuro, la ducha helada, el ayuno obligatorio, la comida obligatoria, la prohibición de salir, la prohibición de decir lo que se piensa, la prohibición de hacer lo que se siente y la humillación pública, son algunos de los métodos de penitencia y tortura tradicionales en la vida de familia. Para castigo de la desobediencia y escarmiento de la libertad, la tradición familiar perpetúa una cultura del terror que humilla a la mujer, enseña a los hijos a mentir y contagia la peste del miedo.
En Chile, me comenta, Andrés Rodriguez: “Los derechos humanos, tendrían que empezar por casa”.

Ventana sobre el castigo

Era Navidad, y un señor suizo había regalado un reloj suizo a su hijo suizo. El niño desarmó el reloj sobre la cama… y estaba jugando con las agujas, el resorte, el cristal, la corona… y todos los demás engranajitos, cuando el papá lo descubrió y le propinó tremenda paliza.
Hasta entonces Nicole Ruan y su hermanito habían sido enemigos. Pero desde aquella Navidad, la primera Navidad que ella recuerda, los dos fueron por siempre amigos. Quizás ella supo entonces, que también ella sería castigada a lo largo de sus años… porque en lugar de preguntar la hora a los relojes iba a preguntarles cómo son por dentro.

El pequeño Rey zaparrastroso

Lejos de los demás, lejos de todos, el chiquilin se sentaba cada tarde a la sombra de la enramada y con la espalda apoyada contra el tronco, echado, con su perro siempre al lado acompañándolo… el perro con las orejitas bien paradas… se ponía a mover las manos. Contra el pecho la mano derecha bailaba como rascando el pecho, mientras la otra mano, la izquierda, se abría y se cerraba en pulsaciones rápidas… Así siempre, siempre lo mismo.
Un día le regalaron una guitarra. El la recibió. La miró… lustrosa, linda de tocar… probó las seis cuerdas a lo largo del diapasón y pensó: “Que suerte, ahora tengo dos”.

El maestro

Los alumnos del Sexto Grado, en una Escuela de Montevideo, organizaron un concurso de Novelas. Participaron todos. Todos escribieron novelas en aquél concurso dónde yo fuí uno de los tres jurados; los otros dos eran: el maestro, el maestro Oscar, puños raídos, sueldo de faquir… y una alumna que era la delegada de los concursantes. A la ceremonia de premiación se prohibió la entrada de todos los adultos, con excepción del maestro, yo, que era miembro del jurado y los niños que eran los participantes en el concurso. Todos fueron premiados. Hubo un premio para cada trabajo y con el premio una pequeña explicación de los méritos del trabajo presentado. Y cada premio fue celebrado con una ovación por todos los niños de la clase… y hubo lluvia de confetis y de serpentinas… y al final, me quedé conversando con los chiquilines, y el maestro me dijo, el maestro Oscar me dijo: "Nos llevamos tan bien, que me dan ganas de dejarlos a todos, repetidores".
Y una nena, venida del interior, de un pueblito del interior me dijo que ella cuando llegó en los primeros tiempos era muy callada, no había manera de sacarle una palabra de la boca y ahora, me dijo, el problema es que no me puedo callar, hablo todo el el tiempo… y yo al maestro Oscar lo quiero muuuucho, muuuchísimo, porque él me enseñó a perder el miedo de equivocarme.

La función del arte

Diego no conocía la mar. Y su padre, Santiago Kovadloff, lo llevó a descubrirla. Viajaron al Sur, donde ella, la mar, escondida tras los altos medanos, los estaba esperando. Y cuando el padre y el hijo alcanzaron por fin aquellas cumbres de arena, la mar… estalló ante sus ojos. Y fue tanta su inmensidad y tanto su fulgor, que el niño quedó mudo de hermosura. Y cuando por fin consiguió hablar, tartamudeando, le pidió, al padre le pidió: "Ayudame a mirar".

Pájaros prohibidos

Por increíble que parezca, la principal cárcel de la dictadura militar uruguaya, se llamaba Libertad. Y por increíble que parezca, estaba prohibido en esa cárcel llamada Libertad, que los presos dibujaran o recibieran dibujos de mariposas, estrellas, parejas y pájaros.
Uno de los presos, Didaskó Pérez, maestro de escuela, preso por tener, como dijo el oficial que lo detuvo…preso por tener “ideas ideológicas”, recibió un domingo la visita de su hija Milay de cinco años. La hija le trajo un dibujo de pájaros. Como los pájaros estaban prohibidos, la censura se lo rompió; los censores rompieron el dibujo a la entrada de la cárcel.
Al domingo siguiente Milay trajo un dibujo de árboles, como los árboles no estaban prohibidos el dibujo, pasó. Y el padre le preguntó: "Esas frutas, esas frutas de colores que hay… ¿Qué son?, ¿Naranjas, limones,manzanas?, ¿Qué son?" Y la niña lo hizo callar: "Shhh, bobo, ¿No vés que son ojos? Los ojos de los pájaros que te traje a escondidas".

La abuela

La abuela Raquel estaba ciega cuando murió. Pero algún tiempo después, en el sueño de Elena, la abuela veía. Y en el sueño, la abuela no tenía un montón de años, no era un puñado de cansados huesitos. Era nueva. La abuela era nueva en el sueño de la nieta. Tenía, la abuela, cuatro años. Y era una emigrante entre otros emigrantes, que estaba llegando, al cabo de una larga travesía por la mar, desde la remota Besarabia. Y en el sueño, la abuela pedía a la nieta que la alzara, porque quería ver el puerto de Buenos Aires. Y así, la abuela, en brazos de la nieta, conoció el lugar donde iba a pasar todos los días de su vida.

El monstruo amigo mío

Yo al principio no lo quería, porque creía que me iba a comer un pié. Los monstruos son agarradores de mujeres, que se llevan una mujer en cada hombro, y si son monstruos viejitos, se cansan y tiran a una de las mujeres en la cuneta del camino. Pero este monstruo, el amigo mío, no agarra mujeres ni nada. Todos le tienen miedo porque el pobre no sabe hablar, pero él es bueno. El problema es que es tan, pero tan grande que los gigantes le llegan al tobillo. Viene y me visita. En el cielo no vive, porque si viviera en el cielo como Dios, se caería. Es demasiado grande para vivir en el cielo. Hay otros monstruos, no tan grandes, que viven en Plutón, o en el infinito, o en el piranfinito, pero él vive en el África. Y de ahí viene y me visita. Ahora, cualquier día de estos va a aparecer ¿Eh?. Va a venir, caminando por el mar, va a venir, convertido en un guerrero que más inmenso no puede ser y echando fuego por la boca, y de un solo soplido va a reventar la cárcel donde lo tienen preso a mi papá y me lo va a traer en la uña del dedo chiquito y yo me lo voy a meter a mi cuarto, por la ventana me lo voy a meter y yo le voy a decir: “Hola” y el monstruo se va a volver al África despacito por la mar y entonces mi papá va a salir a comprarme caramelos y chocolatines y una nena. Y se va a conseguir un caballo de verdad y vamos a salir a galope por la tierra. Mi papá y yo. Yo agarrado de la cola del caballo al galope, lejos. Y después, cuando mi papá sea chiquito, yo le voy a contar la historia del monstruo amigo mío, para que mi papá se duerma cuando llegue la noche.

Gracias a todos los niños. Tengo el privilegio de recibir cada día una sonrisa como regalo, o un abrazo, o algún dibujito.
Ellos tienen el alma desnuda en sus ojos, la ingenua alegrìa de los sueños, la curiosidad temeraria en sus pasos, y un arsenal lleno de amor en sus manos.
Feliz dìa a los que tienen la gran suerte de serlo todavìa y, para quienes hemos crecido, aprendamos un poco de ellos.

Eduardo Galeano



Giorno dopo giorno si nega ai bambini il diritto di essere bambini. Il mondo tratta i bambini poveri come se fossero spazzatura. Il mondo tratta i bambini ricchi come se fossero denaro. Ed quelli di mezzo, i quali non sono né poveri né ricchi, il mondo li ha ben legati alla gamba del televisore perché fin da piccoli accettino come destino una vita prigioniera.
Oggi vi racconto a mio modo e alla mia maniera, alcune storie di bambini che rendono loro omaggio.

Il viaggio

Oriol Valls, un medico che si occupa dei neonati in un ospedale di Barcellona, dice che il primo gesto umano è l'abbraccio. Al principio dei loro giorni i bebè, i neonati, muovono le braccia come... come cercando qualcuno. Ed altri medici, specialisti in quanti hanno già vissuto, dicono che al finire dei loro giorni i vecchi muoiono muovendo le braccia... come cercando qualcuno. E così, in questo modo che va la cosa. Per quante parole vogliamo usare e per quanti giri vogliamo dare al tema... in due battiti d'ala, trascorre il viaggio.

Finestra sul proibito

Il figlio di Pilar e Daniel Wainberg fu battezzato sul lungomare. E durante il battesimo gli mostrarono cosa è sacro:
Ricevette in dono una conchiglia... "Affinché impari ad amare l'acqua";
Aprirono la gabbia di un uccello prigioniero... "Affinché impari ad amare l'aria";
Gli diedero un fiore di geranio... "Affinché impari ad amare la terra";
E gli diedero anche una bottiglietta chiusa... "Che non l'apra mai, mai! Affinché impari ad amare il mistero".

Dormi bimbo mio

I più famosi racconti per l'infanzia, la letteratura per i bambini scritta per gli adulti, sono opere terroristiche che ben meritano di figurare nell'arsenale degli adulti contro quanti militano tra la gente minuta. Hansel e Gretel ti avvertono: "Sarai abbandonato dai tuoi genitori". Cappuccetto Rosso ti informa che ogni sconosciuto può essere un lupo che ti mangerà. La Cenerentola ti impone di diffidare delle matrigne e delle sorellastre, e così via... i bambini continuano ad essere abituati fin da piccoli al terrore: "Verrà l'orco, e l'orco ti divorerà se non ubbidisci, se fai quello che non devi, se eserciti la tua Libertà".

L'arte al servizio delle bambine

Il mio buon amico Onelio Jorge Cardoso, scrittore cubano, uomo salace, scrittore succoso, mi raccontò quello che gli accadde una volta che una madre gli chiese disperata... "Aiuto", perché la bimba, la figlia, piccina, si rifiutava di mangiare. Aveva i pugni chiusi, la bocca chiusa, il naso corrugato... e non mangiava e non c'era verso che mangiasse. Ed allora la madre gli disse: "Onelio, tu che sei scrittore, uno scrittore tanto simpático, vediamo se riesci a fare in modo che la bambina mangi. Raccontagli un racconto Onelio, sii buono, sono qui da ore con questa cucchiaio e la zuppa si raffredda... e nulla". E Onelio con tutta la sua saggezza e la sua pazienza si avvicinò alla bambina e gli raccontò un racconto nello stile dei racconti che gli adulti raccontano i bambini: "C'era una volta un'uccellina che non voleva mangiare il cibo. E la mammina gli diceva: apri il becco uccellina per mangiare il cibo perché sennò rimani piccina e magrolina, invece di essere bene un'uccellina ben pasciuta... ed allora uccellina, per favore, apri il becco per mangiare il tuo cibo. Ma l'uccellina continuava a serrare il becco, lo serrava e si negava..." E lì la bambina lo interruppe e disse: "Che uccellina di merdina."

La cultura del terrore

L'estorsione, l'insulto, la minaccia, lo scappellotto, lo schiaffo, la bastonata, la frusta, la stanza buia, la doccia gelata, il digiuno obbligatorio, il cibo obbligatorio, la proibizione di uscire, il divieto di dire quello che si pensa, la proibizione di fare quello che si sente e l'umiliazione pubblica, sono alcuni dei metodi di penitenza e tortura tradizionali nella vita di famiglia. Per punizione della disubbidienza e monito della libertà, la tradizione familiare perpetua una cultura del terrore che umilia la donna, insegna ai figli a mentire e contagia la peste della paura.
In Cile, mi commenta, Andrés Rodriguez: "I diritti umani, dovrebbero incominciare a casa".

Finestra sulla punizione

Era Natale, ed un signore svizzero aveva regalato un orologio svizzero a suo figlio svizzero. Il bambino smontò l'orologio sul letto e stava giocando con le lancette, la molla, il vetro, la corona... e tutti gli altri ingranaggi, quando il papà lo scoprì e gli propinò una tremenda bacchettata.
Fino ad allora Nicole Ruán e suo fratello erano stati nemici. Ma da quel Natale, il primo Natale che lei ricorda, i due furono per sempre amici. Magari fu perché ella seppe allora che anche lei sarebbe stata punita nel corso dei suoi anni.... perché invece di domandare l'ora agli orologi chiedeva loro come sono fatti dentro.

Il maestro

Gli alunni della Sesta Classe, in una Scuola di Montevideo, organizzarono un concorso di novelle. Diffusero a tutti la notizia. Tutti scrissero novelle in quel concorso dove io fui uno dei tre membri della giuria. Gli altri due erano: il maestro, il maestro Oscar, pugni logori, stipendio da fachiro... e un'alunna che era la delegata dei concorrenti. Alla cerimonia di premiazione si proibì l'ingresso a tutti gli adulti, ad eccezione del maestro, io che ero membro della giuria ed i bambini che erano i partecipanti al concorso. Tutti furono premiati. Ci fu un premio per ogni lavoro e col premio una piccola spiegazione dei meriti del lavoro presentato. Ed ogni premio fu celebrato con un'ovazione da tutti i bambini della classe... e ci fu pioggia di coriandoli e di stelle filanti... ed alla fine, rimasi a conversare coi piccini, ed il maestro mi disse, il maestro Oscar mi disse: "Andiamo d'accordo, tanto che mi fanno venir voglia di lasciarli tutti qui, ripetenti".
Ed una bimba, venuta dall'interno, da un villaggio dell'interno, mi disse che lei quando arrivò, i primi tempi era molto silenziosa, non c'era maniera di tirarle fuori una parola dalla bocca, ed ora, mi disse, il problema è che non posso tacere, parlo tutto il tempo.... e io al maestro Oscar voglio mooolto bene, moooltissimo, perché lui mi ha insegnato a perdere la paura di sbagliarmi.

La funzione dell'arte

Diego non conosceva il mare. E suo padre, Santiago Kovadloff, lo portò a scoprirlo. Viaggiarono verso Sud, dove egli, il mare, nascosto dietro le alte dune, stava aspettandoli. E quando il padre e il figlio raggiunsero finalmente quelle dune di sabbia, il mare... esplose davanti ai loro occhi. E fu tanta la sua immensità e tanto il suo fulgore che il bambino rimase muto di meraviglia. E quando finalmente riuscì a parlare, balbettando, gli chiese, chiese al padre: "Aiutami a guardare".

Uccelli proibiti

Per incredibile che possa sembrare, la principale prigione della dittatura militare uruguaiana, si chiamava Libertà. E per incredibile che possa sembrare, era proibito in quella prigione chiamata Libertà che i carcerati disegnassero o ricevessero disegni di farfalle, stelle, coppie ed uccelli.
Uno dei carcerati, Didaskó Pérez, maestro di scuola, carcerato per avere, come disse l'ufficiale che lo fermò, delle "idee ideologiche", ricevette una domenica la visita di sua figlia Milay di cinque anni. La figlia gli portò un disegno di uccelli. Siccome gli uccelli erano proibiti, la censura lo strappò; i censori strapparono il disegno all'entrata della prigione.
La domenica seguente Milay portò un disegno di alberi, e siccome gli alberi non erano proibiti, il disegno, passò. Ed il padre gli domandò: "Questi frutti, questi frutte tanto colorati che si vedono... Che cosa sono?, Arance, limoni, mele?, Che cosa sono?" E la bambina lo fece tacere: "Shhh, stupido, Non vedi che sono occhi? Gli occhi degli uccelli che sono riuscita a portarti di nascosto".

La nonna

La nonna Raquel era cieca quando morì. Ma qualche tempo dopo, nel sogno di Elena, la nonna vedeva. E nel sogno, la nonna non aveva un mucchio di anni, non era un pugno di stanche ossa. Era nuova. La nonna era nuova nel sogno della nipote. Aveva, la nonna, quattro anni. Ed era un'emigrante tra altri emigranti che stavano arrivando, dopo una lunga traversa per la mare, dalla remota Bessarabia. E nel sogno, la nonna chiedeva alla nipote che la sollevasse, perché voleva vedere il porto di Buenos Aires. E così, la nonna, in braccio alla nipote, conobbe il posto dove avrebbe trascorso tutti i giorni della sua vita.

Il mio colossale amico

All'inizio non lo amavo, perché credevo che mi avrebbe mangiato un piede. I mostri sono rapitori di donne, che si portano una su ogni spalla, e se sono mostri vecchi, si stancano e butano una delle donne nella cunetta della strada. Ma questo mostro, il mio amico, non afferra donne né niente. Tutti ne hanno paura perché lui, poverino, non sa parlare, ma è buono. Il problema è che è tanto, ma tanto grande che i giganti gli arrivano alla caviglia. Viene e mi fa visita. Non vive in cielo, perché se vivesse in cielo come Dio, cadrebbe giù. È troppo grande per vivere nel cielo. Ci sono altri mostri, non tanto grandi che vivono su Plutone, o nell'infinito, o nel parainfinito, ma lui vive in Africa. E da lì viene e mi fa visita. Ora, qualche giorno di questi compare, Eh!? Viene, camminando attraverso il mare, viene, trasformato in un guerriero che più immenso non si può e buttando fuoco dalla bocca, e con un solo soffio fa crollare la prigione dove hanno carcerato mio papà e me lo porta sull'unghia del dito mignolo ed io lo metto nella mia stanza, facendolo passare per la finestra e gli dico: "Ciao" ed il mostro se ne torna pian pianino in Africa attraverso il mare ed allora mio papà esce a comprarmi caramelle e cioccolatini ed una bambolina. E si procura un cavallo vero e usciamo al galoppo per la terra. Mio papà ed io. Io afferrato alla coda del cavallo al galoppo, lontano. E dopo, quando mio papà sarà piccolino, io gli racconto la storia del mio colossale amico, affinché mio papà si addormenti quando arrivi la notte.

Grazie a tutti i bambini. Ho il privilegio di ricevere ogni giorno un sorriso come regalo, o un abbraccio, o qualche disegnino.
Essi hanno l'anima nuda nei loro occhi, l'ingenua allegria dei sogni, la curiosità temeraria nei loro passi, e un arsenale pieno d'amore nelle loro mani.
Felice giorno a quanti hanno la gran fortuna di esserlo ancora e pre quelli di noi che siano cresciuti, impariamo un poco da loro.

Eduardo Galeano


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Los de arriba, los de abajo y los del medio

En el océano del desamparo, se alzan las islas del privilegio. Son lujosos campos de concentración, donde los poderosos sólo se encuentran con los poderosos y jamás pueden olvidar, ni por un ratito, que son poderosos. En algunas de las grandes ciudades latinoamericanas, los secuestros se han hecho costumbre, y los niños ricos crecen encerrados dentro de la burbuja del miedo. Habitan mansiones amuralladas, grandes casas o grupos de casas rodeadas de cercos electrificados y de guardias armados, y están día y noche vigilados por los guardaespaldas y por las cámaras de los circuitos cerrados de seguridad. Los niños ricos viajan, como el dinero, en autos blindados. No conocen, más que de vista, su ciudad. Descubren el subterráneo en Paris o en Nueva York, pero jamás lo usan en San Pablo o en la capital de México.
Ellos no viven en la ciudad donde viven. Tienen prohibido ese vasto infierno que acecha su minúsculo cielo privado. Más allá de las fronteras, se extiende una región del terror donde la gente es mucha, fea, sucia y envidiosa. En plena era de la globalización, los niños ya no pertenecen a ningún lugar, pero los que menos lugar tienen son los que más cosas tienen: ellos crecen sin raíces, despojados de identidad cultural, y sin más sentido social que la certeza de que la realidad es un peligro. Su patria está en las marcas de prestigio universal, que distinguen sus ropas y todo lo que usan, y su lenguaje es el lenguaje de los códigos electrónicos internacionales. En las ciudades más diversas, y en los más distantes lugares del mundo, los hijos del privilegio se parecen entre sí, en sus costumbres y en sus tendencias, como entre sí se parecen los shopping centers y los aeropuertos, que están fuera del tiempo y del espacio. Educados en la realidad virtual, se deseducan en la ignorancia de la realidad real, que sólo existe para ser temida o para ser comprada.
Fast food, fast cars, fast life: desde que nacen, los niños ricos son entrenados para el consumo y para la fugacidad, y transcurren la infancia comprobando que las máquinas son más dignas de confianza que las personas. Cuando llegue la hora del ritual de iniciación, les será ofrendada su primera coraza todo terreno, con tracción a cuatro ruedas. Durante los años de la espera, ellos se lanzan a toda velocidad a las autopistas cibernéticas y confirman su identidad devorando imágenes y mercancías, haciendo zapping y haciendo shopping. Los ciberniños navegan por el ciberespacio con la misma soltura con que los niños abandonados deambulan por las calles de las ciudades.
Mucho antes de que los niños ricos dejen de ser niños y descubran las drogas caras que aturden la soledad y enmascaran el miedo, ya los niños pobres están aspirando gasolina o pegamento. Mientras los niños ricos juegan a la guerra con balas de rayos láser, ya las balas de plomo amenazan a los niños de la calle.
En América latina, los niños y los adolescentes suman casi la mitad de la población total. La mitad de esa mitad vive en la miseria. Niños son, en su mayoría, los pobres; y pobres son, en su mayoría, los niños. Y entre todos los rehenes del sistema, ellos son los que peor lo pasan. La sociedad los exprime, los vigila, los castiga, a veces los mata: casi nunca los escucha, jamás los comprende.
Después de aprender a caminar, aprenden cuáles son las recompensas que se otorgan a los pobres que se portan bien: ellos y ellas, son la mano gratuita de los talleres y tiendas, o son la mano de obra a precio de ganga de las industrias de exportación que fabrican ropa deportiva para las grandes empresas multinacionales. Son esclavitos o esclavitas de la economía familiar o del sector informal de la economía globalizada, donde ocupan el escalón más bajo de la población activa, donde ocupan el escalón más bajo de la población activa al servicio del mercado mundial:
En los basurales de la ciudad de México, Manila o Lagos, juntan vidrios, latas y papeles, y disputan los restos de comida con los buitres;
Se sumergen en el mar de Java, buscando perlas;
Persiguen diamantes en las minas del Congo;
Son topos en las galerías de las minas del Perú, imprescindible por su corta estatura, y cuando sus pulmones no dan más, van a parar a los cementerios clandestinos;
Cosechan café en Colombia y en Tanzania, y se envenenan con los pesticidas;
Se envenenan con pos pesticidas en las plantaciones de algodón de Guatemala y en las bananeras de Honduras; en Malasia recogen la leche de los árboles de caucho, en jornadas de trabajo que se extienden de estrella a estrella;
Tienden vías de ferrocarril en Birmania.
Al norte de la India, se derriten en los hornos de vidrio, y al sur en los hornos de ladrillos;
En Bangladesh, desempeñan más de trescientas ocupaciones diferentes con salarios que oscilan entre la nada y la casi nada por cada día de nunca acabar;
Corren carreras de camellos para los emires árabes y son jinetes pastores en las estancias del río de la Plata;
Cosen ropa en Tailandia y cosen zapatos de Fútbol en Vietnam;
Cosen pelotas de fútbol y pelotas de béisbol en Honduras y Haití;
Alquilados por sus padres, tejen alfombras en Irán, Nepal y en la India, desde antes del amanecer hasta pasada la medianoche, y cuando alguien llega a rescatarlos, preguntan: ¿es usted mi nuevo amo?
Vendidos a cien dólares por sus padres, se ofrecen en Sudán para labores sexuales y todo trabajo
La prostitución es el temprano destino de muchas niñas y, en menor medida también de unos cuantos niños, en el mundo entero. Por asombroso que parezca, se calcula que hay por lo menos cien mil prostitutas infantiles en los Estados Unidos, según un informe de UNICEF de 1997. En algunas playas del mar Caribe, la próspera industria del turismo sexual ofrece niñas vírgenes a quien pueda pagarlas.
¿ Y los demás niños pobres? De los demás son muchos los que sobran. No son rentables, jamás lo serán...ellos empiezan robando el aire que respiran y después roban todo lo que encuentran Entre la cuna y la sepultura, el hambre o las balas suelen interrumpirles el viaje. El mismo sistema productivo que desprecia a los viejos, teme a los niños. La vejez es un fracaso, la infancia es un peligro. Cada vez hay más y más niños marginados que nacen con tendencia al crimen, al decir de algunos especialistas. Los niños que vienen del campo a la ciudad, y los niños pobres en general, son de conducta potencialmente antisocial. Los gobiernos y algunos expertos comparten la obsesión por los niños enfermos de violencia, orientados al vicio y la perdición. Cada niño contiene una posible corriente de El Niño, y es preciso prevenir la devastación que puede provocar. Son POTENCIALMENTE DELINCUENTE.
¿Qué derecho tienen los nadie? ¿ Y los hijos de los nadie? El hambre los empuja al robo, a la mendicidad y a la prostitución; y la sociedad de consumo los insulta ofreciendo lo que niega. Y ellos se vengan lanzándose al asalto, bandas de desesperados unidos por la certeza de la muerte que espera: según UNICEF, en 1995 había ocho millones de niños abandonados, niños de la calle, en las grandes ciudades latinoamericanas, en 1993 los escuadrones parapoliciales asesinaron a seis niños por día en Colombia y a cuatro por día en Brasil.
Entre una punta y otra, el medio. Entre los niños que viven prisioneros de la opulencia y los niños que viven prisioneros del desamparo, están los niños que tienen bastante más que nada, pero mucho menos que todo. Cada vez son menos libres los niños de la clase media. A los niños les confisca la libertad, ya no hay garantías, se evaporan los empleos, se desvanece el dinero, llegar a fin de mes es una hazaña. La clase media está asfixiada por las deudas y paralizada por el pánico y en el pánico cría a sus hijos. Pánico de vivir, pánico de caer; pánico de perder el trabajo, el auto, la casa, las cosas, pánico de no llegar a tener lo que se de debe tener para llegar a ser.
Atrapados en las trampas del pánico, los niños de la clase media están cada vez más condenados a la humillación del encierro perpetuo. En la ciudad del futuro, que ya está siendo ciudad del presente, los teleniños, vigilados por niñeras electrónicas, contemplarán la calle desde alguna ventana de sus telecasas: la calle prohibida por la violencia o por el pánico a la violencia, la calle donde ocurre el siempre peligroso, y a veces prodigioso, espectáculo de la vida.

Extracto de Patas para arriba: la escuela del mundo al revés. Capitulo: Educando con el ejemplo

Eduardo Galeano


Quelli in alto, quelli in basso e quelli nel mezzo

Dall'oceano dell'abbandono, si levano le isole dal privilegio. Sono lussuosi campi di concentramento, dove i facoltosi si ritrovano solo coi facoltosi e non possono dimenticare mai, nemmeno per un momento che sono facoltosi. In alcune delle grandi città latinoamericane, i sequestri si sono fatti abitudine, e i bambini ricchi crescono rinchiusi dentro la bolla della paura. Abitano magioni circondate da mura, grandi case o gruppi di case circondate da recinzioni elettrificate e da guardie armate, e sono giorno e notte vigilati dalla guardia del corpo e dalle telecamere di sicurezza a circuito chiuso. I bambini ricchi viaggiano, come il denaro, in auto blindate. Non conoscono, se non di vista, la propria città. Scoprono la metropolitana a Parigi o a New York, ma non la usano mai a San Pablo o nella capitale del Messico.
Essi non vivono nella città dove abitano. Gli è precluso quel vasto inferno che è in agguato al loro minuscolo cielo privato. Oltre le frontiere, si estende una regione del terrore dove la gente è molta, brutta, sporca e invidiosa. In piena era della globalizzazione, i bambini non appartengono oramai a nessun posto, ma quelli che hanno meno posto di tutti sono proprio quelli che hanno più cose: essi crescono senza radici, privi di identità culturale, e senza più senso sociale se non la certezza che la realtà è un pericolo. La loro patria sta nelle marche di prestigio universale che contradistinguono i loro vestiti e tutto quello che usano, e il loro linguaggio è il linguaggio dei codici elettronici internazionali. Nelle città più diverse, e nei più distanti posti del mondo, i figli del privilegio si somigliano tra loro, nelle loro abitudini e nelle loro tendenze, come si somigliano tra loro gli shopping centers e gli aeroporti, poiché stanno fuori del tempo e dello spazio. Educati nella realtà virtuale, si diseducano nell'ignoranza della realtà reale che esiste solo per essere temuta o per essere comprata.
Fast food, fast cars, fast life: da quando nascono, i bambini ricchi sono allenati per il consumo e per la fugacità, e trascorrono l'infanzia convincendosi che le macchine sono più degne di fiducia delle persone. Quando arriva l'ora del rituale di iniziazione, sarà loro offerto in dono il primo blindato multi-terreno, con trazione a quattro ruote. Durante gli anni dell'attesa, essi si lanciano a tutta velocità sulle autostrade cibernetiche e confermano la loro identità divorando immagini e merci, facendo zapping e facendo shopping. I ciberniños navigano per il ciberspazio con la stessa scioltezza con cui i bambini abbandonati vagano per le strade delle città.
Molto prima che i bambini ricchi smettano di essere bambini e scoprano le droghe che stordiscono la solitudine e mascherano la paura, già i bambini poveri stanno aspirando benzina o colla. Mentre i bambini ricchi giocano alla guerra a colpi di raggi laser, già le pallottole di piombo minacciano i bambini di strada
In America Latina, i bambini e gli adolescenti raggiungono quasi la metà della popolazione totale. La metà di quella metà vive nella miseria. I bambini sono, nella loro maggioranza, poveri; e i poveri sono, nella loro maggioranza, bambini. E tra tutti gli ostaggi del sistema, essi sono quelli che se la passano peggio. La società li spreme, li vigila, li punisce, a volte li uccide: quasi mai li ascolta, mai li comprende.
Dopo avere imparato a camminare, imparano quali sono le ricompense che si concedono ai poveri che si comportano bene: bambini d'ambo i sessi sono la mano gratuita delle officine e dei negozi, o sono la manodopera a prezzo d'affarone delle industrie di esportazione che fabbricano vestiti sportivi per le grandi imprese multinazionali. Sono schiavi o schiave dell'economia familiare o del settore informale dell'economia globalizzata, dove occupano lo scalino più basso della popolazione attiva, dove occupano lo scalino più basso della popolazione attiva al servizio del mercato mondiale:
Negli immondezzai delle città di Messico, Manila o Lagos, raccolgono vetri, lattine e carta, e disputano gli avanzi di cibo con gli avvoltoi;
Si immergono nel mare di Java, cercando perle;
Cercano diamanti nelle miniere del Congo;
Sono talpe nelle gallerie delle miniere del Perù, indispensabili per la loro bassa statura, e quando i loro polmoni non ce la fanno più, vanno a finire nei cimiteri clandestini;
Raccolgono caffè in Colombia e in Tanzania, e si avvelenano coi pesticidi;
Si avvelenano con pesticidi pos nelle piantagioni di cotone del Guatemala e nelle bananiere del Honduras; in Malesia raccolgono il latte degli alberi di caucciù, in giornate di lavoro che vanno dall'alba al tramonto;
Stendono i binari per la ferrovia in Birmania.
Al nord dell'India, si distruggono nei forni per il vetro, e al sud nelle fornaci per i mattoni;
In Bangladesh, svolgono più di trecento occupazioni differenti con salari che oscillano tra il niente e quasi il niente per ogni giorno che non finisce mai;
Corrono corse di cammelli per gli emiri arabi e sono fantini pastori nei ranch del Río de la Plata;
Cuciono vestiti in Thailandia e cuciono scarpe da football in Vietnam;
Cuciono palloni da calcio e palle da baseball in Honduras e Haiti;
Affittati dai propri genitori, tessono tappeti in Iran, Nepal e India, da prima dell'alba fino a passata la mezzanotte, e quando qualcuno arriva a riscattarli, domandano: è lei il mio nuovo padrone?
Spacciati a cento dollari dai propri genitori, si offrono in Sudan per prestazioni sessuali ed ogni lavoro. La prostituzione è il precoce destino di molte bambine e, in minore misura anche di parecchi bambini, nel mondo intero. Per sorprendente che possa sembrare, si calcola che ci sono per lo meno centomila prostitute bambine negli Stati Uniti, secondo una relazione del UNICEF del 1997. In alcuni spiagge del mar dei Caraibi, la prospera industria del turismo sessuale offre bambine vergini a chi possa pagarle.
E gli altri bambini poveri? Degli altri sono molti quelli che sono superflui. Non sono redditizi, non lo saranno mai... essi incominciano rubando l'aria che respirano e dopo rubano tutto quello che trovano. Tra la culla e la sepoltura, la fame o le pallottole normalmente interrompono il loro viaggio. Lo stesso sistema produttivo che disprezza i vecchi, teme i bambini. La vecchiaia è un fallimento, l'infanzia è un pericolo. Ogni volta sono sempre di più i bambini emarginati che nascono con la tendenza al crimine, secondo alcuni specialisti. I bambini che vengono dalle campagne in città, e i bambini poveri in generale, sono potenzialmente di condotta asociale. I governi ed alcuni esperti condividono l'ossessione per i bambini malati di violenza, predisposti al vizio e alla perdizione. Ogni bambino è portatore di una possibile corrente da El Niño, ed è necessario prevenire la devastazione che può provocare. Sono POTENZIALMENTE DELINQUENTI.
Che diritti hanno i nessuno? E i figli di nessuno? La fame li spinge al furto, alla mendicità e alla prostituzione; e la società dei consumi li insulta offrendo quello che nega. Ed essi si vendicano lanciandosi all'assalto, bande di disperati uniti dalla certezza della morte che li aspetta: secondo l'UNICEF, nel 1995 c'erano otto milioni di bambini abbandonati, bambini di strada, nelle grandi città latinoamericane, nel 1993 gli squadroni paramilitari assassinarono sei bambini al giorno in Colombia e quattro al giorno in Brasile.
Tra una punta ed un'altra, il mezzo. Tra i bambini che vivono prigionieri dell'opulenza e i bambini che vivono prigionieri dell'abbandono, stanno i bambini che hanno abbastanza, meglio che niente, ma molto meno che tutto. I bambini della classe media sono ogni volta meno liberi. Ai bambini si confisca loro la libertà, non ci sono oramai garanzie, si volatilizzano i posti di lavoro, svanisce il denaro, arrivare a fine mese è un'impresa. La classe media è soffocata dai debiti e paralizzata dal panico e nel panico alleva i propri figli. Panico di vivere, panico di cadere; panico di perdere il lavoro, l'auto, la casa, le cose, panico di non arrivare ad avere quello che si deve avere per arrivare ad essere.
Afferrati nelle trappole del panico, i bambini della classe media sono sempre più condannati all'umiliazione della reclusione perpetua. Nella città del futuro che sta per essere ormai città del presente, i teleniños, vigilati da bambinaie elettroniche, contempleranno la strada da qualche finestra della loro telecasa: la strada proibita per la violenza o per il panico della violenza, la strada dove succede sempre il pericoloso, ed a volte prodigioso, spettacolo della vita.

Tratto da A testa in giù: la scuola del mondo alla rovescia. Capitolo: Educando con l'esempio

Eduardo Galeano


La vida según Galeano:
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