Metafore & Metamorfosi (luglio)

INSY...

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Ti amo
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MA CHI SIAMO NOI...

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FINE PENA MAI

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HOMO TECHNOLOGICUS

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- Allora papà, non te l'ho ancora chiesto...
Come ti stai trovando con il nuovo i-pad che ti abbiamo regalato per il compleanno?
- Bene!
- Ti trovi bene con tutte le apps?
- Che tipo di apps? Per favore spostati un po'...
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AFRICA!

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OINOS

Fino all'ultimo

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Palermo 23 giugno 1992. Trigesimo della strage di Capaci. Chiesa di San Domenico. Paolo Borsellino arriva alla chiesa a piedi da Piazza Magione assieme alla sorella Rita, la scorta e a 30.000 ragazzi di tutta Italia, in un’imponente fiaccolata. Tra gli applausi scroscianti, che riempiono le navate, Borsellino si avvicina al pulpito, prende il microfono e di colpo cala il silenzio, un silenzio assoluto.

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Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la Mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua morte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.
Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone l’estremo pericolo che egli correva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva.
Perché non è fuggito; perché ha accettato questa tremenda situazione; perché non si è turbato; perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!
La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente, ha avuto ed ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali. intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene.
Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. E non solo nelle tecniche d’indagine. Ma anche consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno. La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità.
Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse : “La gente fa il tifo per noi”.
E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro, stava anche sommovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza di essa.
Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare solo poco perché ben presto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza al prezzo che alla lotta alla mafia, alla lotta al male, doveva essere pagato dalla cittadinanza.
Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza ad una lotta d’amore che costava però a ciascuno, non certo i terribili sacrifici di Falcone. Ma la rinuncia a tanti piccoli o grossi vantaggi, a tante piccole o grandi comode abitudini, a tante minime o consistenti situazioni fondate sull’indifferenza, sull’omertà o sulla complicità
Insofferenza che fini per invocare ed ottenere, purtroppo, provvedimenti legislativi che, fondati su una ubriacatura di garantismo, ostacolarono gravemente la repressione di Cosa Nostra e fornirono un alibi a chi, dolorosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha mai voluto occuparsene.
In questa situazione Falcone andò via da Palermo non fuggì. Cercò di ricreare altrove, da più vasta prospettiva, le ottime condizioni del suo lavoro. Per continuare a “dare”. Per continuare ad “amare”.
Venne accusato di essersi avvicinato troppo al potere politico. Menzogna!
Qualche mese di lavoro in un ministero non può fare dimenticare il suo lavoro di dieci anni. E come lo fece!
Lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. Per fare il magistrato, indipendente come sempre lo era stato, mentre si parlava male di lui, con vergogna di quelli che hanno malignato sulla sua buona condotta.
Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato e perseguitato, hanno perso il diritto di parlare! Nessuno tuttavia, ha perso il diritto, anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta.
Se egli è morto nella carne, ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze se non si sono svegliate debbono svegliarsi.
La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio, dal sacrificio della sua donna, dal sacrificio della sua scorta. Molti cittadini, è vero, ed è la prima volta, collaborarono con la giustizia per le indagini concernenti la morte di Falcone.
Il potere politico trova incredibilmente il coraggio di ammettere i suoi sbagli, e cerca di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupide scuse accademiche Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro: occorre dare un senso alla morte di Giovanni, alla morte della dolcissima Francesca, alla morte dei valorosi uomini della sua scorta.
Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagalo gioiosamente, continuando la loro opera: facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che impongono sacrifici: rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trame (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro), collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia, troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli, accentando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito: dimostrando a noi stessi ed al mondo che Falcone È vivo!

Paolo Borsellino

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Palermo 25 giugno 1992. Paolo Borsellino interviene al dibattito organizzato dalla rivista “Micromega” cui è stato invitato. Presenti, tra altri, l’ex sindaco Leoluca Orlando, il sociologo Nando Dalla Chiesa, l’avvocato Alfredo Galasso, il leader dell’associazione antiracket di Capo d’Orlando Tano Grasso.
Arriva ad incontro iniziato e, varcato l’atrio dell’ex convento dei gesuiti, è accolto da un altro lunghissimo applauso.
E’ la prima volta che, in pubblico, dichiara di “essere un testimone”.
Una dichiarazione che, prima di recarsi al dibattito, ha già fatto nell’atrio della Biblioteca comunale, rivelando di essere a conoscenza di “alcune cose”, che avrebbe riferito direttamente “a chi di competenza”, all’autorità giudiziaria.
Una dichiarazione che la sorella Rita ascolta da un’emittente locale e che la spaventa: era un avvertimento troppo esplicito. La moglie Agnese: “Se fa così, lo ammazzano...”.
Perché decide di esporsi? Come sempre, la verità non è nota. Una cosa è certa: l’incontro “segreto” avuto quel pomeriggio con i Ros Mori e De Donno incomincia ad incrinare la tradizionale, granitica riservatezza di Paolo Borsellino sulle indagini.
Dalla strage di Capaci, ha sempre atteso una convocazione per poter rilasciare una testimonianza: nessuno, meglio di lui, poteva essere a conoscenza di episodi o particolari
utili alle indagini. Nessuno l’ha mai chiamato.
Sarà l’ultimo discorso pubblico e non l’ha preparato. Come al solito, sta improvvisando.
Borsellino denunciò con forza e senza nessun ricorso alla diplomazia la costante opposizione al lavoro e al metodo di Giovanni Falcone di parti consistenti delle istituzioni, che hanno agito per isolare il fondatore del pool antimafia e per rendere impossibile il suo impegno: in questo senso, “Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988” quando il CSM gli preferì Antonino Meli per la carica di procuratore capo di Palermo.

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Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.
In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all'autorità giudiziaria, che è l'unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell'immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.
Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone.
Per prima cosa ne parlerò all'autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l'argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul "Sole 24 Ore" dalla giornalista - in questo momento non mi ricordo come si chiama... - Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.
Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un'affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell'evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all'autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte.
Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest'uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l'anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell'articolo di Leonardo Sciascia sul "Corriere della Sera" che bollava me come un professionista dell'antimafia, l'amico Orlando come professionista della politica, dell'antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C'eravamo tutti resi conto che c'era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest'uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all'ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.
Giovanni Falcone, dimostrando l'altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall'esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse.
Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d'Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l'aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l'opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.
L'opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell'agosto 1988, l'opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant'è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l'intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio.
Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po' più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l'ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.
Certo anch'io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell'attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch'esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall'ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo.
Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch'io ho espresso nell'immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l'organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque - e l'organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l'attentato del 23 maggio, l'ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.
Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all'esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l'indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.

Paolo Borsellino

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Alfonsina

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Alfonsina, terza di nove figli del contadino Pietro Morini, nacque a Castelfranco Emilia (Modena) 16 marzo 1891. Detta “il diavolo in gonnella” e “la regina della pedivella” esordì in pista nel 1907, settima contro 50 uomini nel cross di Stupinigi. Nel 1911 stabilì a Moncalieri il primato italiano femminile dell’ora (ufficioso): 27 km. In gara come dilettante al Giro di Lombardia del 1922 e del 1923, nel 1924 partecipò al Giro d’Italia, prima e unica donna della storia. Corse in sella a una bici ricevuta in regalo per le nozze, accolta sulle strade da bande, fiori e striscioni. Ferita in una caduta e boccheggiante per la bronchite, a Taranto arrivò con quasi tre ore di ritardo. Ancora in corsa nonostante i molti che le consigliavano il ritiro, arrivata all’Aquila con due ore e tre quarti di distacco, a Perugia finì fuori tempo massimo (4 ore di ritardo) e fu ufficialmente esclusa dalla corsa. Ancora in gara fuori concorso, a Verona finì a soli 7 minuti dai primi, a Milano a 30 minuti, festeggiatissima dal pubblico del Sempione che l’accolse al termine di una fatica durata 3.618 km (12 tappe). Negatale l’iscrizione al Giro del 1925, continuò a correre in mezza Europa, soprattutto su pista. Nel 1938 stabilì a Parigi Longchamp il record mondiale femminile dell’ora: 35,280 km. Rimasta vedova, dopo la guerra sposò l’ex ciclista Carlo Messori ed aprì un negozio di biciclette. Morì vittima di un infarto, il 13 settembre 1959, mentre metteva in moto la sua Guzzi.


Ogni volta che vedo una bici appoggiata a un muro penso ad Alfonsina, ci penso soprattutto se si tratta di una bici da donna, di quelle con i raggi a colori sulla ruota posteriore a protezione del vestito o della gonna. Vedo lei in surplace basculante, con le spalle sul muro, in equilibrio, sorridente e, nella stessa foto, un portone di legno offerto al vento, un campanello ossidato che suonerà poco e roco, un parafango arrugginito e il pensiero altrove e lento. Una bicicletta che aspetta è una presenza, un’attesa che sarà presto movimento, azione, fuga, nuova destinazione. Eppure Alfonsina è stata un’atleta molto più che una mamma in bici. Una storia molto strana, un cuneo aguzzo nella pancia borghese italiana. Così, mentre la guardo, afferro per il manubrio quella bici abbandonata, piede sul pedale, salgo sul sellino, accendo il mio motore e penso a lei e a come è andata. Sono tra il mare e la montagna, un po’ città e un po’campagna, le nuvole in cielo stanno diventando ruote, pedali e poi ali.
Alfonsina, sposata Strada, morì nel 1959. L’Italia si apriva a nuove speranze, si ritinteggiavano i muri e le credenze, comparivano i Geloso a bobine a tasti colorati, le rate per i salottini in sky tanto sospirati, sui giradischi Lesa a valigetta e gambe di metallo ondulavano, a 78 giri, le musiche da ballo, Bruno Martino, il Quartetto Cetra, Natalino Otto e Marcondirondirondello, urlava Volare in ogni angolo di strada Modugno e che il futuro arrivi e che vada come vada… Si girava La Grande Guerra perché la guerra era ancora vicina, si girava La Dolce Vita perché qualunque vita è dolce dopo la guerra. Le fidanzate si baciavano sul filobus prima del sacramento, ma la domenica, qualche fortunata, già faceva l’amore nella Nuova Cinquecento. In serie A c’erano Nordhal, Liedholm e Angelillo, tutti uomini che portavano il cappello. Roma si trasformava per l’Olimpiade imminente, sventrando i suoi Lungotevere e asfaltando i binari dei tram, errore grave dai molti rimpianti e pochi pentimenti. Con queste foto in bianco e nero si chiusero gli occhi di Alfonsina. Lei non poteva certo immaginare che molti anni dopo ci saremmo potuti tutti innamorare. Non bastarono le salite e le discese, per morire, le gomme sfinite e scoppiate, le biciclette pesanti come cancelli, le strade bianche di pozzanghere e buche, lei unica donna fra cento fratelli e le migliaia di chilometri nella polvere e nel fango, in quegli anni giovani in cui furoreggiava italico il tango, ma un motore ghiacciato e cattivo, ostinato a non partire. Si era comprata una moto perché non ce la faceva più tanto a pedalare. Destino estremo, letterario e paradossale.
Alfonsina aveva un negozio di bici e aspettava i suoi clienti affacciata sulla soglia, l’ultima di una vita vissuta sempre con la stessa maglia. Si andava da lei anche solo per parlare di nuovi modelli, di copertoni più leggeri e belli, del Giro d’Italia che cercava, dopo Coppi e Bartali, una nuova coppia di odiati fratelli, per amare e, dopo Malabrocca, un ultimo uomo nero da aspettare. Alla fine dell’inverno, si cercava di capire chi potesse scappare sul Berta, nella Milano-Sanremo prossima a venire. Di nascosto si annusava la gomma nuova, il profumo di strada futura, l’ottimismo di partire per un’altra prova. Non sarebbe dovuta morire mai, Alfonsina Strada, la donna che da ciclista era diventata un saltimbanco, che aveva sfidato le saette e i temporali, le sette leghe e i sette mari sui pedali, lo scherno e le dicerie, le battute offensive di certi giornali che ironizzavano sul sellino che accoglieva i suoi glutei di ragazza, infilandosi privilegiato tra le cosce come una ruvida carezza.
La bicicletta, che fino a pochi anni prima era disdicevole per i preti e per i farmacisti, per i medici e perfino per i socialisti, la bicicletta, che il Lombroso associava alla malattia mentale, la bicicletta, che portava gli operai in fabbrica, i preti in chiesa, i comunisti in sezione, i ragazzi a scuola, i contadini ai campi, i pastori alla messa di Natale e pure le ragazze al mare, i partigiani a morire, i ladri a rubare, i metronotte a sorvegliare, i bambini a volare, la bicicletta con Alfonsina Strada divenne coraggio, anticonformismo, tenacia, parità di diritti, pensiero e azione, avventura, fortuna e disperazione.
Alfonsina prese parte al Giro d’Italia del 1924, caso unico per una donna nella storia della grande corsa rosa. Suscitò subito stupore e imbarazzo. Perfino gli organizzatori pare la iscrivessero alle partenze come Alfonsin: un uomo, una donna, un pazzo? Ma senza la vocale finale, per l’ambiguità fino in fondo di non essere stati troppo arditi. Arrivò fuori tempo massimo, Alfonsina, ma portò a termine il Giro con un manipolo di eroi sfiniti. Era il ’24, l’anno di Matteotti, che la Marcia su Roma aveva lasciato impronte fresche, i manganelli di Farinacci ferite lacere ancora al sangue, che le donne non avevano diritto né al voto né all’orgasmo, che la tv non era ancora nata, e la radio gracchiava notiziari misti di propaganda ed entusiasmo e i lampi al magnesio immortalavano ricordi. E gli italiani di fronte a tutto questo ciechi e sordi. Queste foto abitarono gli occhi di Alfonsina nei giorni dei suoi pedali più belli.
Qualche anno fa, con i Têtes de Bois, si era di scena a Milano, proprio nei paraggi della Varesina, la strada che si avventura, ormai tutta urbana, verso i laghi. Ci venne in mente Alfonsina. Volevamo sapere della sua vecchia bottega, se ci fosse ancora qualche traccia di lei da qualche parte, che quella era stata la casa della sua arte. Ci indirizzarono da un vecchio lattaio, un piccolo buchetto quasi buio con pianale del bancone in formica verde e un frigo antico con i maniglioni a leva. Ci apparve un tipetto tutto bianco con il grembiule ben stirato: "Ragazzi, cosa vi serve?". Ci chiedevamo... "Me la ricordo io, l’Alfonsina, le davo un quarto di latte ogni sera. Lei fu una donna vera, ecco il suo civico...". E sussurrando tracciò, penna blu su carta, quel numero, come un numero vincente. In fila indiana ci avviammo fino alla porta promessa, come un viaggio della mente. Per un attimo verso l’alto gli occhi: come se stessimo facendo un gran peccato, eravamo spiati da cento lune di metallo, curiose dai balconi come astri lucenti. Immobili riflessi in serie, eco a pagamento del mondo e del mercato. Scatto e autoscatto: la sua tana è ora una rivendita di telefonia con l’ultima offerta in programma, unico oro da piazzare con successo in questo sterile Duemila. E con i soldi di mamma in attesa una lunga fila.
Così a una stella che ci guardava dalla cucina ho dato nome Alfonsina.

Andrea Satta


Metafore & Metamorfosi (luglio)

ORE 04:40

- Avvoca', qui è la Polizia di Stato. La cercavamo per mare e per monti...
- No no, che Monti... mare.
- Ci scusi l'ora, ma alle 3:55 abbiamo fatto un arresto.
- Ehm... Posso dichiararmi irreperibile?
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CANNA-BIS (tris...quatris...)

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RITORNERA'...

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OLIMPIADI

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FALLEN IN LOVE

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Silvio, tu devi tornare
la culona ci vuole spolpare
per colpa dell'euro non puoi svalutare,
noi vogliamo tornare a stampare!
Questo Monti ci vuol far crepare
io non ci credevo: ti voglio votare!!
Torna solo anche un momento,
è nato un sentimento
e giuro che tra noi
non finirà!!

Questi buffoni del centrosinistra
fanno l'anticasta a spese mie,
anziché dell'euro loro stavano attenti
a quante volte andavi a letto e con chi,
ma sai che succede?
Io sono cambiato!
Se tu ritorni voterò te...
Voterò te!!

Silvio, tu devi tornare
questa volta non farti incastrare!
Stacchiamo la spina e torniamo a votare,
sento che ce la possiamo fare!
Alla lira vogliamo tornare
prima che l'Europa ci fa cappottare!!
Manda a casa 'sto governo
che è peggio dell'inferno
e il cinquantun percento
arriverà!!

Silvio, tu devi tornare
per colpa dell'euro non puoi svalutare,
questo Monti ci vuol far crepare
io non ci credevo: ti voglio votare!!
Torna solo anche un momento,
mi è nato un sentimento
e giuro che tra noi
non finirà!!

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GRILLI E CAVALLETTE

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CERVELLI VERDI FRITTI

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LA PASIONARIA

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La dimissionaria, anzi dimissionata, Nicole Minetti fa la resistenza. Non per salvare la reputazione ormai andata letteralmente a puttane, ma il vitalizio da consigliera regionale; vitalizio che dovrebbe maturare solo di qui a tre mesi.
Non sarà facile accampare scuse fino all'autunno, ma siamo sicuri che Nicole Claretta Minetti ce la farà, perché l'alternativa sarebbe dover rinunciare alla ricca prebenda pagata, con una colletta generale, da noi contribuenti.
Veramente, ancora prima, non si capisce perché noi si debba pagare uno stipendio a vita agli ex consiglieri regionali in generale, oltre che alla Minetti in particolare. Gli ex consiglieri regionali facciano come tutti noi: vadano a lavorare! Idem la Minetti, magari sul raccordo anulare.
Purtroppo siamo certi che, alla fine, una rendita a vita alla puttana di regime si finirà per accordarla...e metterla in conto a noi. Per averne la certezza basta guardarla parlare al cellulare (di certo con Papi) o sorridere ai fotografi e alle telecamere mentre ancheggia nei corridoi del Pirellone: questa non ha nessuna intenzione di andare a lavorare. Quindi qualcuno dovrà provvedere ai suoi bisogni. Noi o Papi. O tutti e due, ch'è meglio.
Diritto e buon senso dicono che a provvedere dovrebbe essere il Papi, e senza fare tante discussioni: sua era la mano nelle mutande, suo il burlesque, sia dunque lui a pagare. Ma, chissà perché, ho il sospetto che a pagare saremo invece noi. Non abbiamo goduto le grazie della troia ma pagheremo soldo su soldo la sua marchetta, senza che lei neanche ci dica grazie.
Dovendo trovare una (magra) consolazione, possiamo solo pensare che Nicole Petacci Minetti almeno c'ha il culo e le tette, ma quali sono le virtù di un Ignazio La Russa o di un Giuseppe Fioroni? E nessuno per favore dica l'intelligenza. Dai, siamo seri.

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LA MISSIONARIA


Simona Pari, Simona Torretta, Giuliana Sgrena... Ora questa deficiente. Quanto c'è costato?
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METAFORE

LA PADANIA...

I due servi si scostarono per lasciare passare Carlo da Mirandola ed Elbuanco da Parma. "Se il ponte crolla, crollerà subito, sotto il primo cavallo" spiegò Giovanni detto Cane alla contessa mentre gli tratteneva il suo cavallo per il morso. "Reggerebbe un esercito di cavalieri con corazze e spadoni" disse Carlo da Mirandola quando fu al centro del ponte. E rise, tanto forte, che il ponte crollò.

Padania felix, Giuseppe Pederiali
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A PENSAR MALE...

Martedì 12 giugno
"Il governo di Roma ha adottato in questi mesi misure che probabilmente porteranno a un chiaro fallimento degli obiettivi di deficit. Un ulteriore e significativo rialzo dei rendimenti, verosimilmente causato da un'escalation della crisi dei debiti sovrani, renderà più profonda ed estenderà la recessione, accelerando l'incremento del rapporto debito/Pil e innescando un circolo vizioso che con ogni probabilità lascerà l'Italia nella necessità di chiedere un aiuto esterno. Questo processo, esiziale per l'Italia, sarà accompagnato da ulteriori declassamenti per il paese: si prevede che Moody's ridurrà l'attuale rating da A3 a Baa3 nel lungo termine, e Standard&Poor's da BBB+ a BBB-. In un contesto di crescenti costi di reperimento delle risorse l'Italia si troverà costretta a richiedere un aiuto esterno da parte di Bce, Fmi e Efsf-Esm." Report Citigroup Inc.


Venerdì 13 luglio
Moody's ha abbassato di due gradini il giudizio sui titoli di stato italiani, da A3 a Baa2, e ha mantenuto la prospettiva negativa, tenendo conto del deterioramento della situazione della zona euro e soprattutto di un eventuale effetto contagio da spagna e grecia. La notizia è arrivata nella notte proprio mentre il premier, Mario Monti, atterrava negli stati uniti per recarsi alla Allen conference di Sun Valley. Agenzia di stampa
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L'UMARELL

Danilo Masotti, massimo bolognesologo vivente, ha scritto un libro sull'umarell. L'umarello (omarino) è un signore grigio, attempato, senza qualità evidenti che, dopo una vita da formica, si gode pensione e casa di proprietà. Principale passatempo: scuotere la testa osservando i più giovani i cui scarsi redditi e le cui scarse case sarebbero il risultato di vite da cicala. Il cappottino di quest'inverno, i pantaloni senili e il maglioncino triste indossati a Camp David, il pettinino, gli impacci tecnologici al Senato, le interviste a Famiglia Cristiana, l'ostentato fastidio verso chi, nonostante tutto, cerca di vivere e non semplicemente di vegetare in attesa del trapasso, fanno di Monti un umarell ad honorem. Honorem, faccio per dire.

Camillo Langone
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ASPIRAZIONI FRUSTRATE

Nell'adolescenza avrei voluto essere ebreo, bolscevico, negro, drogato e mezzo matto, ma sono diventato solo un professore di letteratura.

I dispiaceri del vero poliziotto, Roberto Bolaño
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IL CAIRO!? MAGARI

"Quando parto dal Cairo e vado a Roma, mi pare di essere a Londra. Quando parto da Londra e vado a Roma, mi pare di essere al Cairo.

Opinione di un giornalista americano riferita da Piero Ottone.
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UN UTILE DIVERSIVO

Lo sappiamo, è quasi impensabile che dal porcellum si passi all'humanum, ma la discussione sul sistema elettorale ferve e si sviluppa, altrimenti si dovrebbe parlare di politica.

Massimo Bucchi
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LA BANDA SCORDATA

Della banda, le cornette e i pistoncini cantano, i clarini si sdilinquiscono e, in fondo, vengono i tromboni, che hanno ogni tanto delle idee improvvise ma le lasciano lì; poi le riprendono e dicono sempre la stessa cosa e non sono per niente soddisfatti; e spesso dimostrano qualcosa che assomigli alla insospettata agilità che hanno le dita degli obesi; e, finalmente, dagli strumentini la marcia passa a tutta la banda, con uno scoppio entusiastico di piatti, tamburi, trombe e grancassa.

Cantilena all'angolo di strada, Achille Campanile
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LA FINE

Grillo esige che si voti nei teatri, Formigoni studia da Nilde Yacht, Montezemolo vuol scendere, invece che in politica, direttamente in economia. È la fine, dice Ricky Gianco. E l'hai voluto tu.

Massimo Bucchi


Gli italiani sono fatti così

Se potessi sperare in una palingenesi anarchica — cioè il meglio nel migliore dei modi possibili — non dico tra sei mesi, ma tra venti, cento anni, mi murerei nell'intransigenza anarchica. [...] Ma non ho speranza in nessuna palingenesi. A chi chiede il mio parere sul da farsi [...] consiglio di stringersi fortemente il naso tra pollice e indice.

A un'amica anarchica, 1953. Gaetano Salvemini


Molte volte per spiegare, o peggio ancora per giustificare, gli spropositi e le porcherie fatte ieri e oggi dai politicanti italiani di ogni denominazione, si ripete che “gli italiani son fatti così” e la botte non può dare che il vino che ha.
Giolitti ai suoi tempi diceva che il popolo italiano era gobbo e – lui – non poteva fare a un gobbo altro che un abito da gobbo. E certo il popolo italiano era gobbo. Ma Giolitti invece di tentare quanto sarebbe stato possibile per farlo, non dico dritto come un fuso, ma un gobbo meno gobbo di quanto egli aveva trovato, lo rese più gobbo di quanto fosse prima. Poi venne Mussolini e disse che il popolo italiano era buono a nulla. Poi sono venuti molti – troppi – antifascisti e anch’essi dicono che il popolo italiano è fatto così. Dove tutti sono responsabili, nessuno è responsabile.
La verità è che dove tutti sono responsabili, ciascuno è responsabile per la parte che gli spetta, in proporzione della sua capacità a fare il bene o fare il male, e in proporzione del male che ha realmente fatto e non ha cercato di impedire. Un contadino sardo è anche lui responsabile per la sua quarantacinquemilionesima parte di quanto avviene oggi in Italia. Ma un Ministro che sta a Roma è infinitamente più responsabile che un contadino sardo, per quel che avviene col suo consenso , o per suo ordine, o con la sua complice passività.
Gli italiani furono responsabili per non aver mandato al diavolo il re col suo duce, sebbene, a dire il vero, sia difficile spiegare che cosa gli italiani avrebbero potuto fare, ridotti come erano a polvere incoerente e passiva da un'organizzazione di pretoriani armati e da una polizia onnipotente. Ma lui il re, che non correva nessun pericolo di essere bastonato o mandato al domicilio coatto e in galera, lui, il re che aveva ai suoi ordini un esercito, non ebbe dunque nessuna responsabilità nelle vigliaccherie e nelle perfidie per cui rimarrà immortale nella storia?
Sissignori, gli italiani presi uno per uno sono quello che sono. Ma grazie al cielo, non tutti sono allo stesso modo. Ve ne sono alcuni che...sono fatti diversamente.
Quanti siano stati partigiani in Italia fra il settembre 1943 e l’aprile 1945 nessuno saprà mai. Il comandante delle truppe angloamericane ammise che nei primi mesi del 1945 essi distrassero dal fronte di combattimento sei divisioni nazifasciste. Sei divisioni, anche calcolando diecimila uomini per divisione, fanno 60.000 uomini. Per tenere a bada 60.000 uomini bene armati, organizzati alla tedesca sotto una direzione centrale, quei partigiani scalcagnati, divisi in gruppi scombinati, senza rapide comunicazioni, e con un direzione centrale che funzionava come Dio voleva, devono essere stai almeno tre volte più numerosi delle divisioni nazifasciste. Dunque non corriamo pericolo di esagerare se mettiamo che nei primi mesi del 1945 vi erano nell’Italia del Nord non meno di 180.000 partigiani. Ma mettiamo fossero non più di 100.000. Dietro a quei 100.000 uomini di prima linea, c’erano le seconde e le terze linee, senza il cui favore la prima linea non avrebbe potuto tenere duro per mesi. Se calcoliamo tre persone (uomini e donne) di seconda e terza linea per ogni uomo di prima linea, siamo certi di non esagerare. Abbiamo dunque un totale di 100.000 più 300.000 uomini e donne: cifra tonda 400.000 italiani.
Non tutti sono stinchi di santo. D’accordo. Molti erano anch'essi fatti così. D’accordo. Facciamo una tara della metà. Facciamo una tara dei due terzi. Facciamo una tara dei tre quarti. Si potrebbe essere più pessimisti di così? Restano sempre 100.000 uomini e donne, in tutti i partiti e fuori di tutti i partiti, che erano fatti diversamente.
E quand’anche gli italiani che sono fatti diversamente, fossero non centomila, ma appena mille, cento, dieci, uno solo, quell’uomo solo – degno di rispetto e non carogna – dovrebbe tener duro e non mollare. E sarebbe dovere approvarlo, incoraggiarlo, sostenerlo e non dirgli: “Pensa alla salute, tira a campare, chi te lo fa fare, bada ai fatti tuoi, lascia correre: gli italiani son fatti così”.
Un uomo degno di rispetto è una ricchezza che non si deve buttare via. Chi sa? Quell’uomo solo potrebbe diventare, quando meno lui stesso se lo aspetta, centro d’attrazione e di cristallizzazione per molti altri.

Gli italiani sono fatti così, 1947. Gaetano Salvemini


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Secondo me gli italiani e l'Italia hanno sempre avuto un rapporto conflittuale. Ma la colpa non è certo dell'Italia, ma degli italiani che sono sempre stati un popolo indisciplinato, individualista, se vogliamo un po' anarchico, ribelle, e troppo spesso cialtrone.
Secondo me gli italiani non si sentono per niente italiani. Ma quando vanno all'estero li riconoscono subito.
Secondo me gli italiani sono cattolici e laici. Ma anche ai più laici piace la benedizione del Papa. Non si sa mai...
Secondo me gli italiani sono poco aggiornati e un po' confusi perché non leggono i giornali. Figuriamoci se li leggessero!
Secondo me non è vero che gli italiani sono antifemministi. Per loro la donna è troppo importante. Specialmente la mamma.
Secondo me gli italiani hanno sempre avuto come modello i russi e gli americani. Ecco come va a finire quando si frequentano le cattive compagnie.
Secondo me gli italiani sentono che lo Stato gli vuol bene. Anche perché non li lascia mai soli.
Secondo me gli italiani sono più intelligenti degli svizzeri. Ma se si guarda il reddito medio procapite della Svizzera, viene il sospetto che sarebbe meglio essere un po' più scemi.
Secondo me gli italiani sono tutti dei grandi amatori. Peccato che nessuna moglie italiana se ne sia accorta.
Secondo me gli italiani al bar sono tutti dei grandi statisti. Ma quando vanno in parlamento sono tutti statisti da bar.
Secondo me un italiano quando incontra uno che la pensa come lui fa un partito. In due è già maggioranza.
Secondo me gli italiani sono i maggiori acquirenti di telefonini. E non è vero che tutti quelli che hanno il telefonino sono imbecilli... è che tutti gli imbecilli hanno il telefonino.
Secondo me gli italiani non sono affatto orgogliosi di essere italiani. E questo è grave. Gli altri invece sono orgogliosi di essere inglesi, tedeschi, francesi, e anche americani... e questo è gravissimo.
Secondo me gli italiani sono i più bravi a parlare con i gesti. E quando devono pagare le tasso fanno... [gesto dell'ombrello].
"Italiani popolo di combattenti". L'ha detto Giosuè Carducci.
"Italiani popolo di pensatori". L'ha detto Benedetto Croce.
"Italiani popolo di eroi". L'ha detto Gabriele D'Annunzio.
"Italiani popolo di sognatori". L'ha detto Gigi Marzullo.
Secondo me gli italiani e l'Italia hanno sempre avuto un rapporto conflittuale. Ma la colpa non è certo degli italiani, ma dell'Italia che ha sempre avuto dei governi con uomini incapaci, deboli, arroganti, opportunisti, troppo spesso ladri, e in passato a volte addirittura assassini.
Eppure gli italiani, non si sa con quale miracolo, sono riusciti a rendere questo paese accettabile, vivibile, addirittura allegro. Complimenti!

Secondo me gli italiani Giorgio Gaber & Sandro Luporini


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Vent'anni all'estero da minatore,
oppure in galleria come editore,
scudetti in mezzo, buon meridionale,
se ammazzo in Africa son coloniale,
se ammazzo austriaci son patriota,
canto da sempre non conosco nota.

Piaccio alle nordiche, specie svedesi,
cambio governo quasi ogni sei mesi,
sono cattolico per adozione
e l'hobby invece è la rivoluzione,
mio figlio un giorno sarà calciatore,
per il momento è in terza dalle suore.

Ma cosa guardi, cosa c'è di strano?
Chi sono dici? Beh, sono italiano,
son stato il solo a perdere la mano
sia col tedesco che l'americano,
ma se mi chiedi chi fu Garibaldi
uno che nacque presto e morì tardi,
ma cosa guardi, cosa c'è di strano?
Chi sono dici? Beh, sono italiano.

Siam tutti preti, navigatori
figli di 'gnotta e grandi cantautori,
mamma è una santa, le altre da bordello,
se perde il Napoli faccio un macello,
se trovo un portafogli perchè è vecchio
tv a colori e pane dentro al secchio.
Siam diplomatici, laici, estremisti,
furbetti, asmatici e poi femministi,
di calcio tecnici, d'amor maestri,
figli di parroci in gite campestri,
del cruciverba siamo i pensatori,
quattro infermieri, centosei dottori.

Ma cosa guardi, cosa c'è di strano?
Chi sono dici? Beh, sono italiano,
son stato il solo a perdere la mano
anzi il pallone con il coreano,
son stato il solo a vincere la guerra
sia con la Svizzera che l'Inghilterra,
ma cosa guardi, cosa c'è di strano?
Chi sono dici? Beh, sono italiano.

Da vivo sono un po' menefreghista,
da morto invece son nazionalista,
specie se ho nomina da deputato
da giornalista a volte pensionato,
ma la domenica problemi grossi
segna Giordano, segna Paolo Rossi.

Ma cosa guardi, cosa c'è di strano?
Chi sono dici? Beh, sono italiano,
son stato il primo a perdere la mano
sia col tedesco che l'americano,
confesso, è vero, ma non è finita
prossima vittima è l'ora proibita,
ma cosa guardi, cosa c'è di strano?
Chi sono dici? Beh, sono italiano!

Tengo... para ti

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Prometo guardarte en el fondo de mi corazón,
prometo acordarme siempre de aquel raro diciembre,
prometo encender en tu día especial una vela
y soplarla por ti...
Prometo no olvidarlo nunca.

Tenia tanto que darte,
tantas cosas que contarte...
Tenia tanto amor,
guardado para ti...

Tenia tanto que darte,
tantas cosas que contarte...
Tenia tanto amor,
guardado para ti...

Camino despacio
pensando volver hacia atrás.
No puedo, en la vida
las cosas suceden no más...
Aún pregunto que parte
de tu destino se quedó conmigo,
pregunto que parte
se quedo por el camino...

Tenia tanto que darte,
tantas cosas que contarte...
Tenia tanto amor,
guardado para ti...

Tenia tanto que darte,
tantas cosas que contarte...
Tenia tanto amor,
guardado para ti...

Tenia tanto que a veces
maldigo mi suerte...
A veces la maldigo
por no seguir contigo...

Tenia tanto que darte,
tantas cosas que contarte...
Tenia tanto amor,
guardado para ti.