Você é assim

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Você é assim
Um sonho pra mim
E quando eu não te vejo
Eu penso em você
Desde o amanhecer
Até quando eu me deito

Eu gosto de você
E gosto de ficar com você
Meu riso é tão feliz contigo
O meu melhor amigo é o meu amor

E a gente canta
E a gente dança
E a gente não se cansa
De ser criança
Da gente brincar
Da nossa velha infância...

Seus olhos meu clarão
Me guiam dentro da escuridão
Seus pés me abrem o caminho
Eu sigo e nunca me sinto só

Você é assim
Um sonho pra mim
Quero te encher de beijos
Eu penso em você
Desde o amanhecer
Até quando eu me deito

Eu gosto de você
E gosto de ficar com você
Meu riso é tão feliz contigo
O meu melhor amigo é o meu amor

E a gente canta
E a gente dança
E a gente não se cansa
De ser criança
Da gente brincar
Da nossa velha infância...

Du är det bästa jag har

Du är min renaste tröst,
du är mitt fastaste skydd,
du är det bästa jag har,
ty intet gör ont som du.

Nej, intet gör ont som du.
Du svider som is och eld,
du skär som ett stål min själ,
du är det bästa jag har.
________

Sei la mia consolazione più pura,
sei il mio più fermo rifugio,
tu sei il meglio che ho,
perchè niente fa male come te.

No, niente fa male come te.
Bruci come ghiaccio e fuoco,
tagli come acciaio la mia anima,
tu sei il meglio che ho.

Karin Boye

















Hur kan jag säga om din röst är vacker.
Jag vet ju bara, att den genomtränger mig
och kommer mig att darra som ett löv
och trasar sönder mig och spränger mig.

Vad vet jag om din hud och dina lemmar.
Det bara skakar mig att de är dina,
så att för mig finns ingen sömn och vila,
tills de är mina.
__________

Come posso dire se la tua voce è bella.
So soltanto che mi penetra
e mi fa tremare come una foglia
e mi lacera e mi dirompe.

Cosa so della tua pelle e delle tue membra.
Mi scuote soltanto che sono tue,
così che per me non c’è sonno né riposo,
finché non saranno mie.

Karin Boye

Sozaboy

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Non lo sai che qualsiasi sozasoldato che scappa via dal campo di battaglia è un sozadisertore e, se lo prendono, devono sparargli come a un montone? E tutto quello che sto facendo ora per te, come darti del cibo e farti le iniezioni, non sai forse che è soltanto per farti diventare bello grasso come un montone, cosicché possano ammazzarti e tu raggiunga il tuo amico Pallottola?
Sozaboy, dammi soltanto un po’ di tempo. Ti farò sputare sangue. Verrà quel giorno. Io sono Manmuswak, L’uomo-deve-vivere, e tu devi avere paura di me. Come devono aver paura di me tutti quelli che hanno sentito il mio nome sul fronte di guerra. Perché io sono un sozasoldato e io sono la guerra. Non ho nessun amico e posso combattere ben-bene contro chiunque.

Sozaboy, Ken Saro-Wiwa


Così, da quella volta, in qualsiasi posto vado, tutti mi chiamano “Sozaboy”, “Sozaboy”. Anzi, sono diventato proprio famoso a Dukana. Tutti i ragazzi dicono che sono un tipo in gamba. Sposando, come niente fosse, una bella ragazza di Lagos e poi preparandomi per andare ad arruolarmi nell’esercito. Dicono che, dopo un po’ di tempo, mi daranno un ruolo veramente importante nell’esercito. Per conto mio, ero molto orgoglioso. Quando mi chiamano “Sozaboy”, rispondo all’istante. E addirittura dico in giro, perfino, che Sozaboy è il mio nome. Se vado a casa di qualcuno e busso alla porta e chiedono chi è, rispondo “Sozaboy”. Quel nome mi piace proprio.

Sozaboy, Ken Saro-Wiwa

Not the Jail not the Death

Io non mi arrendo,
mi avrete soltanto con un colpo alle spalle.
Io non dimentico e non mi arrendo.
Io non mi arrendo,
è nell’indifferenza che un uomo,
un uomo vero, muore davvero.


A sangue freddo (Il teatro degli orrori)


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Abitare sul delta del Niger, nell'area sudorientale della Nigeria, può significare una scommessa con la morte. Qui non ci sono mine antiuomo pronte a esplodere, ma solo petrolio. Molto petrolio. La sua scoperta risale al 1958, anno in cui la Shell inizia a trivellare con successo l'Ogoniland, un territorio abitato da mezzo milione di Ogoni, che a partire da quel momento vedono il proprio ambiente devastato dall'azione intrusiva delle multinazionali e diventano sempre più poveri nonostante l'immane ricchezza sotto ai loro piedi. Un paradosso, quest'ultimo, ormai tristemente assurto a paradigma della "malaglobalizazione".
Un uomo, lo scrittore Ken Saro-Wiwa, decide di denunciare il degrado ambientale, l'esodo obbligato degli Ogoni privati della propria terra, lo strapotere della Shell, appoggiata dalla dittatura di turno. Ma il "patto scellerato" a tutela del profitto e del reciproco sostegno, chiaramente, tiene botta, persino alla marcia di trecentomila Ogoni all'inizio del 1993, fomentati da Ken Saro-Wiwa, per protestare contro la Shell e i gerarchi nigeriani.
Ken Saro-Wiwa, come ricordava Roberto Saviano nello speciale La bellezza e l'inferno, è riuscito a costruire il nostro immaginario sui bambini africani col ventre gonfio, le gambe magre magre, i volti affamati, i bambini nella guerra del Biafra che devastò la Nigeria dal 1967 al 1970.
Ken Saro-Wiwa è uno scrittore, ed è stato il suo impegno letterario a fare paura al potere. Non era un marginale, aveva ricoperto incarichi instituzionali all’interno del governo federale della Nigeria negli anni '70, per arrivare a conoscere e poi a denunciare con la potenza della parola letteraria la politica corrotta asservita alle multinazionali del petrolio nel Delta del Niger. Nel 1990 fondò il MOSOP (Movement for the Survival of Ogoni People, Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni).
Lo scrittore è ben cosciente del rischio che corre. Segue la sua incarcerazione, la lotta dal carcere, fino all'impiccagione il 10 novembre del 1995. Stessa sorte subiscono gli altri otto attivisti del MOSOP, il movimento per la sopravvivenza degli Ogoni. Prima di morire disse: "Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra".
Ma il dato più inquietante della sua storia è sicuramente quello del patteggiamento operato dalla Shell per evitare di comparire nell’imbarazzante processo post-mortem aperto nel 1996 dall’avvocato Jenny Green per conto del Center for Constitutional Rights al fine di dimostrare il coinvolgimento e la responsabilità penale della multinazionale nelle esecuzioni capitali. A maggio 2009, tredici anni dopo, la Shell ha patteggiato accettando di pagare 15,5 milioni di dollari.
Una multinazionale processata per l'impiccagione di un poeta, uno scrittore che ha fatto con la parola quello che non sono riusciti a fare prima ambientalisti e guerriglieri: paura al potere.
A volte non siamo in grado di cogliere il nuovo dell’esperienza; ciò che di originale e irripetibile vi è in essa viene immediatamente catalogato entro il dominio del “già noto” prima che la sua apparizione possa esser giudicata degna, di per sé, di valore.
I carnefici di Ken Saro-Wiwa sono certamente il governo nigeriano e la Shell, ma c'è un loro grande complice, un correo, un compartecipe: l’Indifferenza. E con il termine "indifferenza" non intendo chiamare in causa una divinità abscondita ed astratta e reificarla per comodità espressiva.
L’indifferenza esiste perché, al contrario dell’eroismo, alberga prepotentemente in ciascuno di noi. E' nell’indifferenza che un uomo, un uomo vero, muore davvero. L’indifferenza, non altro, può dirsi l’elemento sovraindividuale che accomuna l’odierna passività politica. Per quale motivo? Perché ciò che frena, ciò che è sempre in agguato, è la paura di morire.
In assenza di riferimenti, ad occhi chiusi, se mi chiedessero di definire un eroe, la prima cosa che immaginerei d’istinto è qualcuno che muore per la causa in cui crede. E non perché la morte sia in sé qualcosa di eroico. A questa idea romantica si potrebbe infatti facilmente obiettare che in fondo si tratta di un evento molto naturale, inscritto nel destino di ciascuno, a prescindere dalla modalità in cui si consuma, e che la maggior parte di coloro che muoiono eroicamente non sceglie e non desidera farlo. E’ altresì vero che la morte di qualcuno che ha sacrificato la vita - per come ha vissuto nel momento in cui viveva, dunque vivendo e non morendo - la morte di qualcuno che ha vissuto per qualcosa di più grande dell’autosostentamento, funge spontaneamente da monito per chi resta.
Per questo tipo di essere umano la morte non è solo la livella, non è ciò che lo rende uguale agli altri, ma ciò che lo rende diverso. E' essa, infatti, che permette ai superstiti di individuare un orizzonte di senso entro la sfera del mero accadimento con cui quell’esistenza individuale, indifferentemente dalle altre, sarebbe altrimenti venuta a coincidere.
La morte di chi si è dedicato a una nobile causa è, in altre parole, ciò che risveglia (dovrebbe risvegliare) l’opinione pubblica dall’indifferenza. Perché ciò contro cui dobbiamo scagliare il nostro risentimento è l’indifferenza, che rende necessaria la morte, e la consacrazione post-mortem, di chi in vita non ha voluto fare l’eroe, ma ha cercato piuttosto di combattere pur sapendo di non poter sostenere questo compito in solitudine.
L’eroe che è in Ken Saro-Wiwa, se tale lo si può definire, non è l’uomo ingiustamente condannato che ha stentato a morire per l'incapacità del plotone d’esecuzione, ma colui che ha cercato di risvegliare la dignità e il senso di appartenenza della propria gente ad una comunità, che ha tentato di mettere sotto gli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale il saccheggio ambientale ed economico praticato abusivamente, per anni, sulla propria terra.
Per questo motivo Roberto Saviano rifiuta di definirlo un eroe. Una simile consacrazione, al di là dei confini dell’umano, ubriaca in un primo tempo le coscienze intorpidite dall’indifferenza, ma in essa le risprofonda al termine dell’ebbrezza. Come a dire che, se riuscissimo a realizzare che colui che parla, scrive, mobilita, non è un eroe o un alieno ma piuttosto un uomo, ci renderemmo conto che i suoi gesti - e non “le gesta” - altro non sono che il tentato dialogo di un essere umano verso quanto di più "umano" c’è nell’uomo.
Solo facendo propria fino in fondo, senza mezze misure, la prospettiva terenziana del “Nihil humano a me alienum puto”, è possibile risemantizzare i due concetti di eroe e di uomo con la radicalità e, insieme, l’orizzontalità che meritano. Sarebbe eroica allora, nella sua paradossalità, la fuga del Sozaboy (il ragazzo-soldato protagonista dell’omonimo romanzo di Saro-Wiwa) dal teatro di guerra nel quale lui stesso ha voluto combattere, dopo aver pagato persino una mazzetta al capitano per ottenere un posto nell’esercito. Sarebbe eroica anche se è una fuga e fuggendo si rischia di esser colpiti alle spalle, ciò che per l’eroe classico è sintomo di codardia e motivo supremo d’onta. Sarebbe eroica perché è la fuga dall’orrore di ciò che da umano - troppo umano! - si è trasformato in disumano.
E’ nel riconoscimento della follia e contemporaneamente nel disconoscimento di essa, nel possederla e nel respingerla, come intima alienità che portiamo in noi stessi, è nello sfiorare e nel sostenere questo paradosso, che la reazione all'indifferenza, come la diserzione di Sozaboy, si trasformano infine in eroismo puro.


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Nè la prigione nè la morte

Signor Presidente, tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale. Non siamo sotto processo solo io e i miei compagni. Qui è sotto processo la Shell. Ma questa compagnia non è oggi sul banco degli imputati. Verrà però certamente quel giorno e le lezioni che emergono da questo processo potranno essere usate come prove contro di essa, perché io vi dico senza alcun dubbio che la guerra che la compagnia ha scatenato contro l'ecosistema della regione del delta sarà prima o poi giudicata e che i crimini di questa guerra saranno debitamente puniti. Così come saranno puniti i crimini compiuti dalla compagnia nella guerra diretta contro il popolo Ogoni.

Testamento di Ken Saro-Wiwa



La vera prigione

Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un'intera generazione
E' il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L'inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
E' questo
E' questo
E' questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.

Ken Saro-Wiwa

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Parte precedente: Dall'Inferno alla Bellezza
Parte successiva: Città dell'uomo - Paradiso dei fiori


Soñar o lo que es lo mismo... ¡Luchar!

Los sueños cambíaron el destíno de los hombres y de las nacíones.

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Y si seguiremos
Si dicen perdido yo digo buscando,
Si dicen no llegas de puntillas alcanzamos,
Y sí seguiremos.
Si dicen caíste yo digo me levanto
Si dicen dormido es mejor soñando

Entre unos y otros ahí estás tú
Somos los mismos somos distintos
Pero nos llaman multitud.
Perdonen que no me levante
Cuando digan de frente y al paso
No somos tropas no somos soldados
Mejor gotas sobre olas flotando.

Y si seguiremos
Si dicen perdido yo digo buscando,
Si dicen no llegas de puntillas alcanzamos,
Y sí seguiremos.
Si dicen caíste yo digo me levanto
Si dicen dormido es mejor soñando

Perdonen que no me aclere
En medio de este mar enturbiado
Nos hicieron agua trasparente
No me ensucien mas,
Yo ya me he manchado.
y es que hay una gran diferencia
entre pensar y soñar
yo soy de lo segundo
En cada segundo vuelvo a empezar.

Y sí seguiremos
Si dicen perdido yo digo buscando,
Si dicen no llegas de puntillas alcanzamos,
Y sí seguiremos.
Si dicen caíste yo digo me levanto
Si dicen dormido es mejor soñando

Hoy sabemos que lo importante es soñar, liberar nuestro inconsciente, el filtro de censura del pensamiento, creemos que al soñar perdemos un tercio de nuestra vida, y nos equivocamos.

Y si seguiremos
Si dicen perdido yo digo buscando,
Si dicen no llegas de puntillas alcanzamos,
Y sí seguiremos.
Si dicen caíste yo digo me levanto
Si dicen dormido es mejor soñando
Si dicen caíste yo digo me levanto
Si dicen dormido es mejor soñando

Hoy sabemos que lo importante es soñar...

Qui ad Atene...

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Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così. La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così. Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così!

Paolo Rossi

Pericle - Discorso agli Ateniesi. Libera versione da Tucidide, La Guerra del Peloponneso, libro II, cap. I, 35 ss
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Aquí a Atenas nosotros hacemos así.
Aquí nuestro gobierno favorece los muchos en lugar de los pocos: y por éste es llamado democracia.
Aquí a Atenas nosotros hacemos así. Aquí las leyes aseguran una justicia igual por todo en sus disputas privadas, pero nosotros no ignoramos nunca los méritos de la excelencia.
Cuando un ciudadano se distingue, entonces ello será, a preferencia de otros, llamado a servir el Estado, pero no como un acto de privilegio, como una recompensa al mérito, y la pobreza no constituye un impedimento.
Aquí a Atenas nosotros hacemos así. La libertad de que gozamos también se extiende a la vida cotidiana; nosotros no somos sospechosos el uno del otro y no fastidiamos nunca a nuestro prójimo si a nuestro prójimo gusta vivir a su modo.
Nosotros estamos libres, libres de vivir justo como nos gusta y sin embargo siempre estamos listos a enfrentar cualquier peligro.
Un ciudadano ateniense no descuida los públicos asuntos cuando espera a los mismos asuntos privados, pero sobre todo no se ocupa de los públicos asuntos para solucionar sus cuestiones privadas.
Aquí a Atenas nosotros hacemos así. Allí ha sido enseñado de respetar a los magistrados, y allí también ha sido enseñado de respetar las leyes y de no olvidar nunca que tenemos que proteger a los que reciben ofensa.
Y allí también ha sido enseñado de respetar aquellas leyes no escritas que residen en el universal sentimiento de lo que es justo y de lo que es sentido común.
Aquí a Atenas nosotros hacemos así. Un hombre que no se interesa en el Estado no nos lo consideramos inocuo, pero inútil; y aunque en poco estén capaz de dar vida a una política, beh todo aquí a Atenas estamos capaz de juzgarla.
Nosotros no consideramos la discusión como un obstáculo sobre la calle de la democracia.
Nosotros creemos que la felicidad es el fruto de la libertad, pero la libertad sea sólo el fruto del valor.
Entonces, yo proclamo que Atenas es la escuela del Ellade y que cada ateniense crece desarrollando en si un feliz versalità, la confianza en él mismo, la prontitud a enfrentar cualquiera situación y es por éste que nuestra ciudad nos es abierta al mundo y a no cazamos nunca a un extranjero.
¡Aquí a Atenas nosotros hacemos así!

Paolo Rossi

Péricles - Descurso a los Atenienses. Libre versión de Tucidide, Guerra del Peloponneso, libro II, cap. I, 35 ss

Necesito tu sonrisa

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No dejes que este mundo roto
Estropee tú sonrisa leré
No dejes que este mundo roto
Estropee tú sonrisa leré

Si la vida es un momento,
Penitas pa´fuera; échalas al viento,
Suéltale un soplío, vacila otra vez tú caminar.

Cicatrices, grietas
Del mundo que nos lleva.
Mientras tanto, mi niña,
Tu giras mis antenas,
Realidades desbordadas
Imponen soledad.
Mientras tanto, mi niña,
Tu mano en mi mano va.
Sonidos dormidos:
Los tuyos silencios vivos;
Tu oro, solere pa´mi lerele

No dejes que este mundo roto
Estropee tú sonrisa leré
No dejes que este mundo roto
Estropee tú sonrisa leré

Si la vida es un momento,
Penitas pa´fuera; échalas al viento,
Suéltale un soplío, vacila otra vez tú caminar.

El ruido de afuera
A mi no me dice ná.
Mientras tanto, mi niña,
Tu sonrisa me da verdad.
Entre calma y tormenta,
La marea así nos lleva.
Mientras tanto, mi niña,
Tu alzaste mi vela.
Tus respuestas sin palabras,
Soplidos de esperanza
Que giran la veleta
De mi solerelere

Y hoy en mi balanza,
Se mecen las distancias.
Como en mundo roto puedes tú
Coser los retales de mi esbozo.

No dejes que este mundo roto
Estropee tú sonrisa leré
No dejes que este mundo roto
Estropee tú sonrisa leré

Si la vida es un momento,
Penitas pa´fuera; échalas al viento,
Suéltale un soplío, vacila otra vez tú caminar.

No dejes que este mundo roto
Estropee tú sonrisa leré
No dejes que este mundo roto
Estropee tú sonrisa leré

Qué las grietas no nos apaguen la llama!
Iluminando ditancias,
Rearmando lo que se separa
Todos dicen...

Un homme libre

Pour l'impérialisme il est plus important de nous dominer culturellement que militairement. La domination culturelle est la plus souple, la plus efficace, la moins coûteuse. Notre devoir consiste à décoloniser notre mentalité.
Thomas Sankara

Per l'imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità.
Thomas Sankara

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Thomas Sankara, ex-presidente del Burkina Faso, paese tra i più poveri dell'Africa ed ex-colonia francese. In soli 4 anni di governo riuscì a risollevare il suo paese oppresso dalla fame e dalla povertà e lo fece sfruttando le esigue risorse che questo poteva offrire.
Nel suo "discorso sul debito", pronunciato in occasione della conferenza dell'OUA, l'Organizzazione dell'Unità Africana, ad Addis-Abeba il 29 luglio 1987, espresse una forte opposizione al pagamento del debito che tutt'oggi opprime la libertà e lo sviluppo dei paesi africani.
Questo discorso gli costò l'inimicizia di Francia e Stati Uniti che meno di tre mesi dopo, il 15 ottobre, lo fecero assassinare. Thomas Sankara morì così all'età di soli 38 anni, lasciando moglie e figli e un paese che sarebbe presto ritornato nella povertà.


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Monsieur le président, messieurs les chefs des délégations, je voudrais qu’à cet instant nous puissions parler de cette autre question qui nous tiraille : la question de la dette, la question de la situation économique de l’ Afrique. Autant que la paix, elle est une condition importante de notre survie. Et c’est pourquoi j’ai cru devoir vous imposer quelques minutes supplémentaires pour que nous en parlions.
Le Burkina Faso voudrait dire tout d’abord sa crainte. La crainte que nous avons c’est que les réunions de l’OUA se succèdent, se ressemblent mais qu’il y ait de moins en moins d’intéressement à ce que nous faisons.
Monsieur le président, combien sont-ils les chefs d’Etat qui sont ici présents alors qu’ils ont dument appelés à venir parler de l’Afrique en Afrique?
Monsieur le président, combien de chefs d’Etats sont prêt à bondir à Paris, à Londres, à Washington lorsque là-bas on les appelle en réunion mais ne peuvent pas venir en réunion ici à Addis-Abeba en Afrique? Ceci est très important
.[applaudissements]
Je sais que certains ont des raisons valables de ne pas venir. C’est pourquoi je voudrais proposer, Monsieur le président, que nous établissions un barème de sanctions pour les chefs d’Etats qui ne répondent pas présents à l’appel. Faisons en sorte que par un ensemble de points de bonne conduite, ceux qui viennent régulièrement, comme nous par exemple,
[Rires] puissent être soutenus dans certains de leurs efforts. Exemple : les projets que nous soumettons à la Banque africaine de développement (BAD) doivent être affectés d’un coefficient d’africanité.[applaudissements] Les moins africains seront pénalisés. Comme cela tout le monde viendra aux réunions.
Je voudrais vous dire, Monsieur le président, que la question de la dette est en question que nous ne saurions occulter. Vous-même vous en savez quelque chose dans votre pays où vous avez du prendre des décisions courageuses, téméraires même. Des décisions qui ne semblent pas du tout être en rapport avec votre age et vos cheveux blancs.
[Rires] Son Excellence le président Habib Bourguiba qui n’a pas pu venir mais qui nous a fait délivrer un important message donné cet autre exemple à l’Afrique, lorsque en Tunisie, pour des raisons économiques, sociales et politiques, il a du lui aussi prendre des décisions courageuses.
Mais, Monsieur le président, allons-nous continuer à laisser les chefs d’Etats chercher individuellement des solutions au problème de la dette avec le risque de créer chez eux des conflits sociaux qui pourraient mettre en péril leurs stabilités et même la construction de l’unité africaine ? Ces exemples que j’ai cités, il y en a bien d’autres, méritent que les sommets de l’OUA apportent une réponse sécurisante à chacun de nous quant à la question de la dette.
Nous estimons que la dette s’analyse d’abord de par son origine. Les origines de la dette remontent aux origines du colonialisme. Ceux qui nous ont prêtés de l’argent, ce sont eux qui nous ont colonisés. Ce sont les mêmes qui géraient nos économies. Ce sont les colonisateurs qui endettaient l’Afrique auprès des bailleurs de fond, leurs frères et cousins. Nous sommes étrangers à la dette. Nous ne pouvons donc pas la payer.
La dette c’est encore le néo-colonialisme ou les colonialistes qui se sont transformés en " assistants techniques ". En fait, nous devrions dire en assassins technique. Et ce sont eux qui nous ont proposé des sources de financement, des " bailleurs de fonds ". Un terme que l’on emploie chaque jour comme s’il y avait des hommes dont le "bâillement" suffirait à créer le développement chez d’autres. Ces bailleurs de fonds nous ont été conseillés, recommandés. On nous a présenté des dossiers et des montages financiers alléchants. Nous nous sommes endettés pour cinquante ans, soixante ans et même plus. C’est-à-dire que l’on nous à amenés à compromettre nos peuples pendant cinquante ans et plus.
La dette sous sa forme actuelle, est une reconquête savamment organisée de l’Afrique, pour que sa croissance et son développement obéissent à des paliers, à des normes qui nous sont totalement étrangers. Faisant en sorte que chacun de nous devienne l’esclave financier, c’est-à-dire l’esclave tout court, de ceux qui ont eu l’opportunité, la ruse, la fourberie de placer des fonds chez nous avec l’obligation de rembourser. On nous dit de rembourser la dette. Ce n’est pas une question morale. Ce n’est point une question de ce prétendu honneur que de rembourser ou de ne pas rembourser.
Monsieur le président, nous avons écouté et applaudi le premier ministre de Norvège lorsqu’elle est intervenue ici même. Elle a dit, elle qui est européenne, que toute la dette ne peut pas être remboursée. Je voudrais simplement la compléter et dire que la dette ne peut pas être remboursée. La dette ne peut pas être remboursée parce que d’abord si nous ne payons pas, nos bailleurs de fonds ne mourront pas. Soyons-en surs. Par contre si nous payons, c’est nous qui allons mourir. Soyons-en surs également. Ceux qui nous ont conduits à l’endettement ont joué comme au casino. Tant qu’ils gagnaient, il n’y avait point de débat. Maintenant qu’ils perdent au jeu, ils nous exigent le remboursement. Et on parle de crise. Non, Monsieur le président, ils ont joué, ils ont perdu, c’est la règle du jeu. Et la vie continue
[Applaudissements] Nous ne pouvons pas rembourser la dette parce que nous n’avons pas de quoi payer. Nous ne pouvons pas rembourser la dette parce que nous ne sommes pas responsables de la dette. Nous ne pouvons pas payer la dette parce qu’au contraire les autres nous doivent ce que les plus grandes richesses ne pourront jamais payer, c’est-à-dire la dette de sang. C’est notre sang qui a été versé.
On parle du Plan Marshall qui a refait l’Europe économique. Mais l’on ne parle pas du Plan africain qui a permis à l’Europe de faire face aux hordes hitlériennes lorsque leurs économies étaient menacés, leurs stabilités étaient menacées. Qui a sauvé l’Europe ? C’est l’Afrique. On en parle très peu. On parle si peu que nous ne pouvons, nous, être complices de ce silence ingrat. Si les autres ne peuvent pas chanter nos louanges, nous en avons au moins le devoir de dire que nos pères furent courageux et que nos anciens combattants ont sauvé l’Europe et finalement ont permis au monde de se débarrasser du nazisme.
La dette, c’est aussi la conséquence des affrontements. Lorsque on nous parle de crise économique, on oublie de nous dire que la crise n’est pas venue de façon subite. La crise existe de tout temps et elle ira en s’aggravant chaque fois que les masses populaires seront de plus en plus conscientes de leurs droits face aux exploiteurs.
Il y a crise aujourd’hui parce que les masses refusent que les richesses soient concentrées entre les mains de quelques individus. Il y a crise parce que quelques individus déposent dans des banques à l’étranger des sommes colossales qui suffiraient à développer l’Afrique. Il y a crise parce que face à ces richesses individuelles que l’on peut nommer, les masses populaires refusent de vivre dans les ghettos et les bas-quartiers. Il y a crise parce que les peuples partout refusent d’être dans Soweto face à Johannesburg. Il y a donc lutte et l’exacerbation de cette lutte amène les tenants du pouvoirs financier à s’inquiéter.
On nous demande aujourd’hui d’être complices de la recherche d’un équilibre. Equilibre en faveur des tenants du pouvoir financier. Equilibre au détriment de nos masses populaires. Non ! Nous ne pouvons pas être complices. Non ; nous ne pouvons pas accompagner ceux qui sucent le sang de nos peuples et qui vivent de la sueur de nos peuples. Nous ne pouvons pas les accompagner dans leurs démarches assassines.
Monsieur le président, nous entendons parler de clubs - club de Rome, club de Paris, club de Partout. Nous entendons parler du Groupe des Cinq, des Sept, du Groupe des Dix, peut être du Groupe des Cent. Que sais-je encore ? Il est normal que nous ayons aussi notre club et notre groupe. Faisons en sorte que dès aujourd’hui Addis-Abeba devienne également le siège, le centre d’ou partira le souffle nouveau du Club d’ Addis-Abeba contre la dette. Ce n’est que de cette façon que nous pourrons dire aujourd’hui, qu’en refusant de payer, nous ne venons pas dans une démarche belliqueuse mais au contraire dans une démarche fraternelle pour dire ce qui est.

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Du reste les masses populaires en Europe ne sont pas opposées aux masses populaire en Afrique. Ceux qui veulent exploiter l’Afrique sont les mêmes qui exploitent l’Europe. Nous avons un ennemi commun. Donc notre club parti d’Addis-Abeba devra également dire aux uns et aux autres que la dette ne saura être payée. Quand nous disons que la dette ne saura payée ce n’est point que nous sommes contre la morale, la dignité, le respect de la parole. Nous estimons que nous n’avons pas la même morale que les autres. La Bible, le Coran, ne peuvent pas servir de la même manière celui qui exploite le peuple et celui qui est exploité. Il faudra qu’il y ait deux éditions de la Bible et deux éditions du Coran.
[applaudissements]
Nous ne pouvons pas accepter leur morale. Nous ne pouvons pas accepter que l’on nous parle de dignité. Nous ne pouvons pas accepter que l’on nous parle du mérite de ceux qui paient et de perte de confiance vis-à-vis de ceux qui ne paieraient pas. Nous devons au contraire dire que c’est normal aujourd’hui que l’on préfère reconnaître que les plus grands voleurs sont les plus riches. Un pauvre quand il vole ne commet qu’un larcin, une peccadille tout juste pour survivre et par nécessité. Les riches, ce sont eux qui volent le fisc, les douanes. Ce sont eux qui exploitent le peuple.
Monsieur la président, ma proposition ne vise pas simplement à provoquer ou à faire du spectacle. Je voudrais dire ce que chacun de nous pense et souhaite. Qui, ici, ne souhaite pas que la dette ne soit purement et simplement effacée ? Celui qui ne le souhaite pas peut sortir, prendre son avion et aller tout de suite à la Banque mondiale payer.
[applaudissements]
Je ne voudrais pas que l’on prenne la proposition du Burkina Faso comme celle qui viendrait de la part de jeunes sans maturité, sans expérience. Je ne voudrais pas non plus que l’on pense qu’il n’y a que les révolutionnaires à parler de cette façon. Je voudrais que l’on admette que c’est simplement l’objectivité et l’obligation.
Je peux citer dans les exemples de ceux qui ont dit de ne pas payer la dette, des révolutionnaires comme des non-révolutionnaires, des jeunes comme des vieux. Je citerai par exemple : Fidel Castro. Il a déjà dit de ne pas payer. Il n’a pas mon âge même s’il est révolutionnaire. Egalement François Mitterrand a dit que les pays africains ne peuvent pas payer, que les pays pauvres ne peuvent pas payer. Je citerai Madame le premier ministre de Norvège. Je ne connais pas son âge et je m’en voudrais de le lui demander. Rires et applaudissements. Je voudrais citer également le président Félix Houphouët Boigny. Il n’a pas mon âge. Cependant il a déclaré officiellement et publiquement qu’au moins pour ce qui concerne son pays, la dette ne pourra être payée. Or la Côte d’Ivoire est classée parmi les pays les plus aisés d’Afrique. Au moins d’Afrique francophone. C’est pourquoi, d’ailleurs, il est normal qu’elle paie plus sa contribution ici.
[applaudissements]
Monsieur le président, ce n’est donc pas de la provocation. Je voudrais que très sagement vous nous offriez des solutions. Je voudrais que notre conférence adopte la nécessité de dire clairement que nous ne pouvons pas payer le dette. Non pas dans un esprit belliqueux, belliciste. Ceci, pour éviter que nous allions individuellement nous faire assassiner. Si le Burkina Faso tout seul refuse de payer la dette, je ne serai pas là à la prochaine conférence! Par contre, avec le soutient de tous, donc j’ai grand besoin,
[applaudissements] avec le soutien de tous, nous pourrons éviter de payer. Et en évitant de payer nous pourrons consacrer nos maigres ressources à notre développement.
Et je voudrais terminer en disant que nous pouvons rassurer les pays auxquels nous disons que nous n’allons pas payer la dette, que ce qui sera économisé n’ira pas dans les dépenses de prestige. Nous n’en voulons plus. Ce qui sera économisé ira dans le développement. En particulier nous éviterons d’aller nous endetter pour nous armer car un pays africain qui achète des armes ne peut l’avoir fait que contre un Africain. Ce n’est pas contre un Européen, ce n’est pas contre un pays asiatique. Par conséquent nous devons également dans la lancée de la résolution de la question de la dette trouver une solution au problème de l’armement.
Je suis militaire et je porte une arme. Mais Monsieur le président, je voudrais que nous nous désarmions. Parce que moi je porte l’unique arme que je possède. D’autres ont camouflé les armes qu’ils ont
.[rires et applaudissements]
Alors, chers frères, avec le soutien de tous, nous pourrons faire la paix chez nous.
Nous pourrons également utiliser ses immenses potentialité pour développer l’Afrique parce que notre sol et notre sous-sol sont riches. Nous avons suffisamment de quoi faire et nous avons un marché immense, très vaste du Nord au Sud, de l’Est à l’Ouest. Nous avons suffisamment de capacité intellectuelle pour créer ou tout au moins prendre la technologie et la science partout où nous pouvons les trouver.
Monsieur le président, faisons en sorte que nous mettions au point ce Front uni d’Addis-Abeba contre la dette. Faisons en sorte que ce soit à partir d’Addis-Abeba que nous décidions de limiter la course aux armements entre pays faibles et pauvres. Les gourdins et les coutelas que nous achetons sont inutiles. Faisons en sorte également que le marché africain soit le marché des Africains. Produire en Afrique, transformer en Afrique et consommer en Afrique. Produisons ce dont nous avons besoin et consommons ce que nous produisons au lieu de l’importer.
Le Burkina Faso est venu vous exposer ici la cotonnade, produite au Burkina Faso, tissée au Burkina Faso, cousue au Burkina Faso pour habiller les Burkinabé. Ma délégation et moi-même, nous sommes habillés par nos tisserands, nos paysans. Il n’y a pas un seul fil qui vienne d’Europe ou d’Amérique
.[applaudissements] Je ne fais pas un défilé de mode mais je voudrais simplement dire que nous devons accepter de vivre africain. C’est la seule façon de vivre libre et de vivre digne.
Je vous remercie, Monsieur le président.
La patrie ou la mort, nous vaincrons !
[longs applaudissements]

Discours prononcé à l'occasion de la vingt-cinquième conférence au sommet des pays membres de l'OUA à Addis-Abeba le 29 juillet 1987

Capitaine Thomas Isidore Noël Sankara





Signor presidente, signori capi delle delegazioni, vorrei che in questo istante potessimo parlare di quest'altra questione che ci preme: la questione del debito, la questione realtiva alla situazione economica dell'Africa. Poiché questa, tanto quanto la pace, è una condizione importante della nostra sopravvivenza. Ecco perché ho creduto di dovervi imporre alcuni minuti supplementari affinché ne parliamo.
Il Burkina Faso vorrebbe esprimere innanzitutto il suo timore. Il timore che abbiamo è che le riunioni dell'OUA (Organizzazione dell'Unità Africana) si susseguano, si somiglino, ma che alla fine ci sia sempre meno interesse a ciò che facciamo.
Signor presidente, quanti sono i capi di stato qui presenti che sono stati giustamente chiamati a venire a parlare dell'Africa in Africa? Signor Presidente, quanti capi di stato sono pronti a volare a Parigi, a Londra, a Washington quando laggiù li si chiama in riunione ma non possono venire qui ad Addis-Abeba in Africa? Questo è molto importante. [applausi]
So che alcuni hanno delle valide ragioni per non venire. Perciò vorrei proporre, signor presidente, che stabilissimo delle misure di sanzione per i capi di stato che non rispondono all’appello. Facciamo in modo che attraverso un sistema di punti di buona condotta, quelli che vengono regolarmente, come noi per esempio [risa], possano essere sostenuti in alcuni dei loro sforzi. Per esempio: ai progetti che presentiamo alla Banque Africaine de Développement (BAD, Banca Africana di Sviluppo) deve essere attribuito un coefficiente di africanità.[applausi] I meno africani saranno penalizzati. Così tutti verranno qui alle riunioni.
Vorrei dirvi, signor presidente, che il problema del debito è una questione che non possiamo eludere. Voi stesso ne sapete qualche cosa nel vostro paese dove avete dovuto prendere delle decisioni coraggiose, perfino temerarie. Delle decisioni che non sembrano essere tutte in rapporto con la vostra età e i vostri capelli bianchi. [risa] Sua Eccellenza il presidente Habib Bourguiba che non è potuto venire ma che ci ha fatto pervenire un importante messaggio, ha dato un altro esempio all'Africa, quando in Tunisia, per le ragioni economiche, sociali e politiche, ha anch'egli dovuto prendere delle decisioni coraggiose.
Ma, signor presidente, vogliamo continuare a lasciare i capi di stato cercare individualmente delle soluzioni al problema del debito col rischio di creare nei loro paesi dei conflitti sociali che potrebbero mettere in pericolo la loro stabilità ed anche la costruzione dell'unità africana? Questi esempi che ho citato, e ce ne sono altri, meritano che i vertici dell'OUA portino una risposta rassicurante a ciascuno di noi in quanto alla questione del debito.
Noi pensiamo che il debito si analizza prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo.
Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici anzi dovremmo invece dire "assassini tecnici". Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei "finanziatori". Un termine che si impiega ogni giorno come se ci fossero degli uomini che solo "sbadigliando" possono creare lo sviluppo degli altri [gioco di parole in francese sbadigliatore/finanziatore, bâillement/bailleurs de fonds ]. Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati.
Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per cinquant'anni, sessant'anni anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per cinquant'anni e più.
Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore.
Signor presidente, abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia intervenuta qui. Ha detto, lei che è un'europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri. Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, Signor presidente. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua. [applausi]
Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato. Si parla del Piano Marshall che ha rifatto l’Europa economica. Ma non si parla mai del Piano africano che ha permesso all’Europa di far fronte alle orde hitleriane quando la sua economia e la sua stabilità erano minacciate. Chi ha salvato l’Europa? E’ stata l’Africa. Se ne parla molto poco. Così poco che noi non possiamo essere complici di questo silenzio ingrato. Se gli altri non possono cantare le nostre lodi, noi abbiamo almeno il dovere di dire che i nostri padri furono coraggiosi e che i nostri combattenti hanno salvato l’Europa e alla fine hanno permesso al mondo di sbarazzarsi del nazismo.
Il debito è anche conseguenza degli scontri. Quando ci parlano di crisi economica, dimenticano di dirci che la crisi non è venuta all’improvviso. La crisi è sempre esistita e si aggraverà ogni volta che le masse popolari diventeranno più coscienti dei loro diritti di fronte allo sfruttatore. Oggi c’è crisi perché le masse rifiutano che le ricchezze siano concentrate nelle mani di pochi individi. C’è crisi perché pochi individui depositano nelle banche estere delle somme colossali che basterebbero a sviluppare l’Africa intera. C’è crisi perché di fronte a queste ricchezze individuali che hanno nomi e cognomi, le masse popolari si rifiutano di vivere nei ghetti e nei bassi fondi. C’è crisi perché i popoli rifiutano dappertutto di essere dentro una Soweto di fronte a Johannesburg. C’è quindi lotta, e l’esacerbazione di questa lotta preoccupa chi ha il potere finanziario.
Ci si chiede oggi di essere complici della ricerca di un equilibrio. Equilibrio a favore di chi ha il potere finanziario. Equilibrio a scapito delle nostre masse popolari.
No! Non possiamo essere complici. No! Non possiamo accompagnare quelli che succhiano il sangue dei nostri popoli e vivono del sudore dei nostri popoli nelle loro azioni assassine.
Signor presidente, sentiamo parlare di club – club di Roma, club di Parigi, club di dappertutto. Sentiamo parlare del Gruppo dei cinque, dei sette, del Gruppo dei dieci, forse del Gruppo dei cento o che so io. E’ normale allora che anche noi creiamo il nostro club e il nostro gruppo. Facciamo in modo che a partire da oggi anche Addis Abeba diventi la sede, il centro da cui partirà il vento nuovo del Club di Addis Abeba. Abbiamo il dovere di creare oggi il fronte unito di Addis Abeba contro il debito. E’ solo così che potremo dire oggi che rifiutando di pagare non abbiamo intenzioni bellicose ma al contrario intenzioni fraterne.
Del resto le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune. Quindi il club di Addis Abeba dovrà dire agli uni e agli altri che il debito non sarà pagato. Quando diciamo che il debito non sarà pagato non vuol dire che siamo contro la morale, la dignità, il rispetto della parola. Noi pensiamo di non avere la stessa morale degli altri. Tra il ricco e il povero non c’è la stessa morale. La Bibbia, il Corano, non possono servire nello stesso modo chi sfrutta il popolo e chi è sfruttato. C’è bisogno che ci siano due edizioni della Bibbia e due edizioni del Corano. [applausi]
Non possiamo accettare che ci parlino di dignità. Non possiamo accettare che ci parlino di merito per quelli che pagano e perdita di fiducia per quelli che non dovessero pagare. Noi dobbiamo dire al contrario che oggi è normale si preferisca riconoscere come i più grandi ladri siano i più ricchi. Un povero, quando ruba, non commette che un peccatucolo per sopravvivere e per necessità. I ricchi, sono quelli che rubano al fisco, alle dogane. Sono quelli che sfruttano il popolo.
Signor presidente, non è quindi provocazione o spettacolo. Dico solo ciò che ognuno di noi pensa e vorrebbe. Chi non vorrebbe qui che il debito fosse semplicemente cancellato? Quelli che non lo vogliono possono subito uscire, prendere il loro aereo e andare dritti alla Banca Mondiale a pagare! [applausi]
Non vorrei poi che si prendesse la proposta del Burkina Faso come fatta da "giovani", senza maturità e esperienza. Non vorrei neanche che si pensasse che solo i rivoluzionari parlano in questo modo. Vorrei semplicemente che si ammettesse che è una cosa oggettiva, un fatto dovuto.
E posso citare tra quelli che dicono di non pagare il debito dei rivoluzionari e non, dei giovani e degli anziani. Per esempio Fidel Castro ha già detto di non pagare.
Non ha la mia età, anche se è un rivoluzionario. Ma posso citare anche François Mitterrand che ha detto che i Paesi africani non possono pagare, i paesi poveri non possono pagare. Posso citare la signora Primo Ministro di Norvegia. Non conosco la sua età e mi dispiacerebbe chiederglielo È solo un esempio. Vorrei anche citare il presidente Félix Houphouët Boigny. Non ha la mia età, eppure ha dichiarato pubblicamente che quanto al suo Paese, la Costa d’Avorio, non può pagare.
Ma la Costa d’Avorio è tra i paesi che stanno meglio in Africa, almeno nell’Africa francofona. Ed è per questo d’altronde normale che paghi un contributo maggiore qui... [applausi]
Signor Presidente, la mia non è quindi una provocazione. Vorrei che molto saggiamente lei ci offrisse delle soluzioni. Vorrei che la nostra conferenza adottasse la risoluzione di dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito. Non in uno spirito bellicoso, bellico. Questo per evitare di farci assassinare individualmente.
Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il debito, non sarò qui alla prossima conferenza! Invece, col sostegno di tutti, [applausi] di cui ho molto bisogno, col sostegno di tutti potremo evitare di pagare. Ed evitando di pagare potremo consacrare le nostre magre risorse al nostro sviluppo.
E vorrei terminare dicendo che ogni volta che un paese africano compra un’arma è contro un africano. Non contro un europeo, non contro un asiatico. E’ contro un africano. Perciò dobbiamo, anche sulla scia della risoluzione sul problema del debito, trovare una soluzione al problema delle armi.
Sono militare e porto un’arma. Ma signor presidente, vorrei che ci disarmassimo. Perché io porto l’unica arma che possiedo. Altri hanno nascosto le armi che pure portano. [risa e applausi]
Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra.
Potremo anche usare le sue immense potenzialità per sviluppare l’Africa, perché il nostro suolo e il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia e un mercato immenso, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Abbiamo abbastanza capacità intellettuali per creare, o almeno prendere la tecnologia e la scienza in ogni luogo dove si trovano.
Signor presidente, facciamo in modo di realizzare questo fronte unito di Addis Abeba contro il debito. Facciamo in modo che a partire da Addis Abeba decidiamo di limitare la corsa agli armamenti tra paesi deboli e poveri. I manganelli e i macete che compriamo sono inutili. Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo.
Il Burkina Faso è venuto a mostrare qui la cotonnade, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé. La mia delegazione ed io stesso siamo vestiti dai nostri tessitori, dai nostri contadini. Non c’è un solo filo che venga d’Europa o d’America. Non faccio una sfilata di moda ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano. E’ il solo modo di vivere liberi e degni.
La ringrazio Signor presidente.
Patria o morte, vinceremo! [lungo applauso]

Discorso pronunciato in occasione della venticinquesima conferenza dei paesi membri dell'OUA ad Addis-Abeba il 29 luglio 1987.

Capitano Thomas Isidore Noël Sankara

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A la luz del amanecer...

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Te busco en la noche
te encuentro entre sueños
te advierto que traigo
desnudos
el alma y el cuerpo.

Anclada en tus manos
me gasto en tus besos
no hay nada ni el aire
más puro
se cuela tan dentro.

Y vamos volando
sin alas
y vamos restando
silencios
si no me despiertas
te debo este sueño.

A la luz del amanecer
me voy despertando
y sigo soñando
de tanto querer.

A la luz del amanecer
me quedo este sueño
y sigo soñando
que vas a volver.

Le vamos robando
trocitos al tiempo
y así comprendemos
lo mucho
que vale un momento.

Sentada en el aire
colgados del viento
miramos el mundo
que es distinto
si tú no estás dentro.

Y vamos volando
sin alas
y vamos restando
silencios
si no me despiertas
te debo este sueño.

A la luz del amanecer
me voy despertando
y sigo soñando
de tanto querer.

A la luz del amanecer
me quedo este sueño
y sigo soñando
que vas a volver.

A la luz del amanecer
me voy despertando
y sigo soñando
de tanto querer.

A la luz del amanecer
me quedo este sueño
y sigo soñando
que vas a volver.

Te busco en la noche...


Te espero


A ti sólo se llega
por ti. Te espero.

Yo sí que sé dónde estoy,
mi ciudad, la calle, el nombre
por el que todos me llaman.
Pero no sé dónde estuve contigo.
Allí me llevaste tú.

¿Como iba a aprender el camino
si yo no miraba a nada más que a ti,
si el camino era tu andar,
y el final fue cuando tú te paraste?
¿Que más podía haber ya
que tú ofrecida, mirándome?

Pero ahorae, ¡qué desterrado,
qué ausente
es estar donde uno está!
Espero, pasan los trenes,
los azares, las miradas.
Me llevarían adonde nunca he estado.
Pero yo no quiero los cielos nuevos.
Yo quiero estar donde estuve.
Contigo, volver.
¡Qué novedad tan immensa
eso, volver otra vez,
repetir lo nunca igual
de aquel asombro infinito!

Y mientras no vengas tú
yo me quedaré en la orilla
de los vuelos, de los sueños,
de las estelas, inmovíl.
Porque sé que adonde estuve
ni alas, ni ruedas, ni velas llevan.
Todas van extraviadas.
Porque sé que adonde estuve
sólo se va contigo, por ti.


Pedro Salinas






















A te si arriva solo
attraverso te. Ti aspetto.

Io sì che so dove mi trovo,
la mia città, la via, il nome
con cui tutti mi chiamano.
Però non so dove sono stato con te.
Là mi hai portato tu.

Come avrei imparato la strada
se non guardavo nient'altro che te,
se la strada era dove tu andavi,
e la fine fu quando ti sei fermata?
Che altro poteva esserci
più di te che ti offrivi, guardandomi?

Però adesso che esilio,
che mancanza,
e lo stare dove si sta.
Aspetto, passano i treni,
i destini, gli sguardi.
Mi porterebbero dove non sono stato mai.
Ma io non cerco nuovi cieli.
Io voglio stare dove sono stato.
Con te, ritornarci.
Che intensa novità,
ritornare un'altra volta,
ripetere mai uguale
quello stupore infinito.

E fino a quando non verrai tu
io resterò sulla sponda
dei voli, dei sogni,
delle stelle, immobile.
Perché so che dove sono stato
non portano né ali, né ruote, né vele.
Esse vagano smarrite.
Perché so che dove sono stato con te
si va solo con te, attraverso te.

Pedro Salinas

El soldado rebelde

If tyranny and oppression come to this land, it will be in the guise of fighting a foreign enemy... The loss of liberty at home is to be charged to the provisions against danger, real or imagined, from abroad.
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Si la tirania y la opresion llegase a esta tierra, sera bajo el disfraz de lucha contra un enemigo extranjero... La pérdida de la libertad doméstica será cargada de provisiones contra el peligro extranjero, real o imaginario.
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Se la tirannia e l'oppressione si abbatteranno su questa terra, sarà con il pretesto della lotta contro un nemico straniero... La perdita della sovranità nazionale e quella delle libertà individuali saranno a causa delle disposizioni interne, contro il pericolo esterno, reale o immaginario.
James Madison


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I tried hard to be proud of my service but all I could feel was shame and racism could no longer mask the occupation. These were people. There were human beings. I've since been plagued by guilt anytime I see an elderly man, like the one who couldn't walk and we rolled onto a stretcher, told the Iraqi police to take him away. I feel guilt anytime I see a mother with her children like the one who cried hysterically and screamed that we were worse than Saddam as we forced her from her home.
I feel guilt anytime I see a young girl like the one I grabbed by the arm and dragged into the street. We were told we were fighting terrorists, but the real terrorist was me and the real terrorism is this occupation. Racism within the military has long been an important tool to justify the destruction and occupation of another country.
It has long been used to justify the killing, subjugation, and torture of another people. Racism is a vital weapon deployed by this government. It is a more important weapon than a rifle, a tank, a bomber or a battleship. It is more destructive than an artillery shell, or a bunker buster, or a tomahawk missile.
While all of those weapons are created and owned by this government, they are harmless without people willing to use them. Those who send us to war do not have to pull a trigger or lob a mortar round. They do not have to fight the war. They merely have to sell the war. They need a public who is willing to send their soldiers into harm's way and they need soldiers who are willing to kill or be killed without question.
They can spend millions on a single bomb, but that bomb only becomes a weapon when the ranks in the military are willing to follow orders to use it. They can send every last soldier anywhere on earth, but there will only be a war if soldiers are willing to fight, and the ruling class: the billionaires who profit from human suffering care only about expanding their wealth, controlling the world economy, understand that their power lies only in their ability to convince us that war, oppression, and exploitation is in our interests. They understand that their wealth is dependent on their ability to convince the working class to die to control the market of another country. And convincing us to kill and die is based on their ability to make us think that we are somehow superior.
Soldiers, sailors, marines, airmen, have nothing to gain from this occupation. The vast majority of people living in the US have nothing to gain from this occupation. In fact, not only do we have nothing to gain, but we suffer more because of it. We lose limbs, endure trauma, and give our lives. Our families have to watch flag draped coffins lowered into the earth. Millions in this country without healthcare, jobs, or access to education must watch this government squander over $450 million a day on this occupation.
Poor and working people in this country are sent to kill poor and working people in another country to make the rich richer, and without racism soldiers would realize that they have more in common with the Iraqi people than they do with the billionaires who send us to war. I threw families onto the street in Iraq only to come home and find families thrown onto the street in this country in this tragic, tragic and unneccesary forclosure crisis; only to wake up and realize that our real enemies are not in some distant land. But not people whose names we don't know, and cultures we don't understand. The enemy is people we know very well and people we can identify. The enemy is a system that wages war when it's profitable. The enemy is the CEOs who lay us off our jobs when it's profitable; it's the insurance companies who deny us health care when it's profitable; it's the banks who take away our homes when it's profitable. Our enemies are not 5000 miles away, they are right here at home.
If we organize and fight with our sisters and brothers, we can stop this war, we can stop this government, and we can create a better world.


Mike Prysner
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Ho cercato di essere orgoglioso della mia missione ma ciò che riesco a provare è solo vergogna. Il razzismo oramai non poteva piu mascherare la realtà della nostra occupazione ancora a lungo, erano persone, esseri umani... Da allora ho rimorsi, a volte vedo un uomo anziano come quello che non poteva camminare, lo facemmo rotolare per farlo salire su una barella della polizia irakena che lo portò via. Provo senso di colpa ogni volta che vedo una madre con i suoi figli, come quella che piangeva istericamente gridando che eravamo peggio di Saddam mentre la obbligavamo ad uscire da casa sua.
Provo senso di colpa ogni volta che vedo una ragazzina, come quella che ho preso per un braccio e arrestato per strada. Ci è stato detto che lottavamo contro i terroristi, il vero terrorista ero io. Ed il vero terrorismo era questa occupazione, il razzismo dentro l’esercito è stato a lungo una scusa per giustificare la distruzione ed occupazione di altri Paesi.
Per molto tempo è stato usato per giustificare gli omicidi, la nostra colpa e le torture su altre persone. Il razzismo è un’arma vitale utilizzata da questo governo. È un’arma più potente di un fucile, di un carro armato, di un bombardiere o di una nave corazzata. È più distruttivo di un proiettile di artiglieria o di uno spezza-bunker o di un missile tomahawk.
Mentre queste armi sono create e di proprietà del governo, restano inoffensive se ci sono persone che si rifiutano di usarle, quelli che ci mandano in guerra non devono premere il grilletto o usare i mortai, non devono lottare in guerra, solo devono venderla, la guerra! Hanno bisogno di un pubblico disposto ad inviare e a mettere in pericolo i propri soldati, hanno bisogno di soldati disposti ad uccidere ed essere uccisi senza obiettare.
Possono spendere milioni per una bomba, ma quella bomba diventa un’arma solo se i ranghi militari sono disposti a eseguire ordini per usarla. Possono inviare l’ultimo soldato in qualsiasi parte del mondo, ma ci sarà guerra solo se i soldati saranno disposti a lottare. E' la classe dominante, sono i miliardari che ottengono benefici dalla sofferenza umana. Si preoccupano solo di espandere la loro ricchezza, di controllare l’economia mondiale. Capite che il loro potere risiede solo nell’abilità del riuscire a convincerci che la guerra, l’oppressione e l'esplosione è nel nostro interesse. Loro capiscono che la loro ricchezza dipende dalla loro abilità di convincere la classe operaia a morire per controllare il mercato di altri paesi, e il convincerci ad uccidere o morire si basa nella loro abilità di farci pensare che in qualche modo siamo superiori.
Soldati, marines, uomini della marina, piloti non ci guadagnano niente con questa occupazione. La maggior parte delle persone che vive negli USA non guadagna niente da questa occupazione. E' un dato di fatto che, non solo non ci guadagniamo niente, ma soffriamo ancora di più a causa della guerra. Perdiamo compagni e diamo la nostra vita in maniera traumatica. Le nostre famiglie devono contemplare le casse coperte con la bandiera scendere dall’aereo. Milioni di persone in questo paese sono senza lavoro, assistenza medica, educazione. Dobbiamo guardare come questo governo butta 450 milioni di dollari al giorno per questa operazione.
Cittadini, lavoratori e poveri di questo Paese inviati ad uccidere cittadini poveri e lavoratori di altri Paesi per rendere i ricchi ancora più ricchi! Senza il razzismo, i soldati si renderebbero conto che hanno più in comune con il popolo irakeno che con i miliardari che ci mandano in guerra. Ho buttato per strada famiglie intere in Iraq, solo per tornare a casa e trovarmi con famiglie buttate per strada in questo Paese, con questa tragica ed inutile crisi ipotecaria. Dobbiamo svegliarci e renderci conto che i nostri veri nemici non si trovano in un Paese lontano. E non sono persone i cui nomi ci sono ignoti, né culture che non comprendiamo. I veri nemici sono persone che conosciamo molto bene, che possiamo identificare. Il nemico è un sistema che dichiara guerra quando essa è redditizia. I nemici sono i managers che ci licenziano dal lavoro quando è redditizio. Sono le compagnie assicurative che ci negano assistenza medica quando non è redditizia. Sono le banche che ci espropriano delle nostre case quando è redditizio. Il nostro nemico non è a 5.000 miglia di distanza, è qui in casa!
Se ci organizziamo e lottiamo insieme con i nostri mezzi, fratelli e sorelle, possiamo fermare questa guerra, possiamo fermare questo governo. E possiamo creare un mondo migliore.

Mike Prysner


I’ve toppled statues and vandalized portraits, while wearing an American flag on my sleeve, and struggling to learn how to understand… I joined the army as soon as I was eligible – turned down a writing scholarship to a state university, eager to serve my country, ready to die for the ideals I fell in love with. Two years later I found myself moments away from a landing onto a pitch black airstrip, ready to charge into a country I didn't believe I belonged in, with your words (from the Oscars) repeating in my head. My time in Iraq has always involved finding things to convince myself that I can be proud of my actions; that I was a part of something just. But no matter what pro-war argument I came up with, I pictured my smirking commander-in-chief, thinking he was fooling a nation.

Mike Prysner, mail to Michael Moore from Irak
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He derribado estatuas y destrozado retratos mientras usaba una bandera norteamericana en mi manga, y luchaba por aprender a entenderlo. Me uní al ejército en cuanto tuve el mínimo de edad -rechacé una beca de escritura en una universidad estatal para servir a mi país, listo a morir por los ideales que aprendí a amar. Dos años después me encontré a punto de desembarcar en una pista aérea negra como la noche, listo a atacar a un país en el cual yo no creía que debía estar Durante todo el tiempo que he estado en Irak he estado buscando ideas para convencerme de que puedo sentirme orgulloso de mis actos, que yo era parte de algo justo. Pero no importa qué argumento encontraba a favor de la guerra me venía a la cabeza la imagen de mi comandante en jefe que sonríe con presunción mientras piensa que ha engañado a un país.

Mike Prysner, de una carta que escribió desde Irak a Michael Moore
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Ho abbattuto statue e distrutto ritratti, mentre portavo una bandiera a stelle e strisce sulla manica dell'uniforme, e lottavo per sforzarmi di comprendere. Mi arruolai nell'esercito non appena raggiunta l'età minima - rifiutai una borsa di studio di scrittura presso un'Università statale per servire il mio Paese, pronto a morire per gli ideali che avevo imparato ad amare. Due anni dopo mi ritrovai ad atterrare su una pista aerea nera come la notte, pronto ad attaccare un paese nel quale io non credevo di dover stare. Per tutto il tempo che sono stato in Iraq ho cercato idee per convincermi che posso sentirmi orgoglioso delle mie azioni, che io ero giusta parte di qualcosa. Ma non importa che argomento trovassi a favore della guerra, mi veniva sempre in mente l'immagine del mio comandante in capo che sorride con presunzione mentre pensa di aver ingannato un paese.

Mike Prysner, da una lettera scritta dall'Irak a Michael Moore

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Pero solo pude sentir vergüenza. El racismo ya no podía enmascarar la realidad de la ocupación por más tiempo, eran personas, eran seres humanos, desde entonces me plafa la culpa, puede que vea a un hombre mayor, como el que no podía caminar y lo rodamos sobre una camilla para que la policía Iraquí se lo llevara, siento culpabilidad cada vez que veo una madre con sus hijos como la que sollozaba histericamente gritandonos que èramos peores que Saddam, mientras la obligábamos a salir de su casa.
Siento culpabilidad cada vez que veo a una niña joven como la que agarré por el brazo y arrastré hacia la calle. Se nos dijo que luchábamos contra los terroristas, el verdadero terrorista era yo, el verdadero terrorismo era esta ocupación, el racismo dentro de lo militar ha sido durante largo tiempo una herramienta para justificar la destrucción y ocupación de otro país.
Durante mucho tiempo se ha usado para justificar las matanzas, la subyugación y torturas de otras gentes, el racismo es un arma vital empleada por este gobierno, es un arma mas importante que un rifle, un tanque, un bombardero, o que un barco acorazado, es mas destructiva que el proyectil de artillería o un rompe bunker o un misil tomahawk.
Mientras que esas armas son creadas y de la propiedad de este gobierno son inofensivas, mientras haya personas que se nieguen a usarlas. Aquellos que nos envían a la guerra, no tienen que apretar el gatillo o tirar una ronda de moteros. No tienen que luchar en la guerra, solo tienen que vender la guerra. Necesitan a un público dispuesto a enviar y a poner a sus soldados en peligro. Necesitan a soldados dispuestos a matar y a ser matados sin cuestionarlo.
Pueden despilfarrar millones en una sola bomba, pero esa bomba solo se convierte en arma cuando los rangos militares están dispuestos a seguir ordenes para usarla. Pueden enviar al ultimo soldado a cualquier parte del mundo, pero solo habrá guerra si los soldados están dispuestos a luchar. Y la clase dominante, los billionarios que optienen beneficio del sufrimiento humano solo se preocupan en expandir su riqueza, en controlar la economía mundial, comprendan que su poder solo yace en su habilidad para convencernos de que la guerra, la opresión y la explotación, es por nuestro interés, ellos entienden que su riqueza depende de su habilidad en convencer a la clase obrera a que mueran para controlar el mercado de otro país y de convencernos a que matemos o muramos se basa en su habilidad de hacernos pensar de que de alguna forma, somos superiores.
Soldados, marineros, marines, aviadores, no tienen nada que ganar con esta ocupación, la mayoria de gente viviendo en E.E.U.U no tienen nada que ganar con esta ocupación de hecho no tenemos nada que ganar que incluso sufrimos mas, debido a ella perdemos miembros y damos nuestras vidas de forma traumática. Nuestras familias deben contemplar nuestros féretros abanderados siendo bajados a la tierra, millones de personas en este país, sin asistencia médica, sin trabajo, sin acceso a la educación, debemos mirar como este gobierno derrocha 450 millones de dólares diarios en esta ocupación.
Gente trabajadora y pobre de este país, es enviada a matar gente trabajadora y pobre de otro país para convertir a los ricos mas ricos aún, sin el racismo los soldados se darían cuenta de que tienen mas que ver con el pueblo Iraquí de lo que lo tienen con los billionarios que nos envian a la guerra. Tiré a familias enteras a la calle en Irak solo para volver a casa y encontrarme con famílias siendo tiradas a la calle en este país, con esta trágica e innecesaria crisis hipotecaria, debemos despertarnos y darnos cuenta de que nuestros verdaderos enemigos no se encuentran en un país lejano y no son personas cuyos nombres desconocemos ni culturas que no comprendemos, el enemigo son personas que conocemos muy bien, personas que podemos identificar, el enemigo es un sistema que declara la guerra cuando es rentable, el enemigo son los jefes Ejecutivos que nos despiden de nuestros puestos de trabajo cuando es rentable son las compañias Aseguradoras que nos niegan la asistencia medica cuando es rentable, son los bancos que nos expropian nuestros hogares cuando es rentable, nuestro enemigo está aquí en casa, no a 5000 millas de distancia.
Si nos organizamos y luchamos juntos con nuestros hermanos y hermanas podemos detener esta guerra podemos detener a este gobierno y podemos crear un mundo mejor.

Mike Prysner




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