Metafore e Metamorfosi (marzo)

IL MAESTRO E LA MARGHERITA

video

PUNTO UNO: LA MERAVIGLIA

Tutti sembrano meravigliarsi del fatto che Luigi Lusi, tesoriere della Margherita, abbia sottratto al suo partito un malloppo di oltre 20 milioni di euro. Io mi meravilgio del fatto che l'abbia fatto indisturbato.
Nel 2005, prima di entrare in politica, il mio esimio coalbista (non mi sento collega di un soggetto così squallido!) dichiarava un reddito di circa 32 mila euro, cioè più o meno 2.700 euro al mese, appena in linea con gli studi di settore.
Divenuto senatore, nella XV° legislatura per L'Ulivo e nella XVI° legislatura per il Partito Democratico, il suo reddito lievita già a 340 mila euro l'anno. Cioè si moltiplica di dieci volte. Il nostro s'è rimpannucciato.
L'ex got del Tribunale di Velletri è forse diventato improvvisamente un genio del diritto? Un grande penalista? Lui dice di sì, e per dimostrarlo si compra una villa liberty con parco a Genzano (valore 3 milioni di euro), un appartamento in via Monserrato a Roma (valore circa 2 milioni di euro), a due passi da Campo dei fiori (la stessa via, per dare l'idea, dove ha la sua residenza romana Carlo De Benedetti) e, attraverso due società di comodo, la TTT e la Paradiso Immobiliare, anche una seconda casa a Genzano (dove vivono la prima moglie e i suoi due pargoli, Benedetta e Giovanni) e una casa di 110 metri quadrati a Roma in cui abita la madre. Questo in aggiunta alla casa di famiglia e cinque appartamenti a Capistrello.
Ora, dico io, siccome le case vengono accatastate, la loro attribuzione è nota ufficialmente al catasto, e di conseguenza anche all'Agenzia delle entrate. Il fisco, quindi, avrebbe dovuto esserne necessariamente a conoscenza.
E se il fisco ne era a conoscenza, allora perché il senatore Lusi non ha ricevuto un accertamento fulminante da parte dell'amministrazione finanaziaria dello Stato? Una cosa semplice semplice, del tipo: come cazzo hai fatto a comprarti tante case?
Ancora. Luigi Lusi spendeva, dicono, in modo compulsivo i soldi del partito. Dal conto Bnl n. 7975, risulta aver prelevato per le spese correnti, in soli 4 anni, quasi un milione e mezzo di euro (1.399.100, per la precisione). A conti fatti questo vuol dire circa 30 mila euro al mese. Ora mi chiedo, e le norme sulla tracciabilità? E l'antiriciclaggio?
Gli investigatori del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza che alla guida del vittorioso generale Virginio Pomponi (pomposo perfino nel nome!) giorni fa hanno eroicamente dato l'assalto ai 2 milioni di euro depositati presso un conto della Allianz Bank intestato a Lusi, ponendoli prontamente sotto sequestro, prima di questa ardimentosa impresa dov'erano? Forse a Cortina?
Oggi Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza, Polizia Tributaria si sono svegliati e, tramite l'Autorità Giudiziaria, contestano reati quali ricettazione, riciclaggio ed intestazione fittizia di beni. Perfino l'attuale moglie (la seconda) di Lusi (all'anagrafe Giovanna Petricone) è indagata per ricettazione e riciclaggio. A lei viene contestato l’accredito, sul proprio conto corrente, di ben tre milioni e 300 mila euro, "provento parziale" - si legge nel decreto di sequestro - "dell’appropriazione indebita attribuita a Lusi". Ma perché fino ad ora che pensavano fosse? Il provento dell'attivtà di chiropratica della signora Petricone?
Lusi risulta aver fatto vita dispendiosa: viaggi, auto di lusso con autista, ristoranti... 80 mila euro per una vacanza (aprile 2011) tra Toronto (paese natale della seconda moglie), Nassau, Roma e l’atollo di Kamalame (Bahamas); 8.700 euro di sola penale per la cancellazione di un viaggio a Sveti Stefan in Montenegro (conto di 11.600 euro) in un resort extra-lusso; 1.500 euro di conto al ristorante “Da Mauro” a Carsoli (L’Aquila), per delle specialità di carne e funghi porcini. 637 euro di conto al ristorante romano “La Rosetta”, alle spalle del Pantheon. Ostriche, tartufi e un meraviglioso piatto di spaghetti al caviale da 180 euro...ecc...
Mi chiedo: perché non è stato chiamato per tempo dalla Guardia di Finanza a dare spiegazioni convincenti della discordanza fra i suoi redditi e il suo stile di vita, i suoi conti bancari e i suoi investimenti immobiliari. Così facendo l'erario, non solo avrebbe potuto recuperare una grossa contribuzione fiscale, ma avrebbe anche potuto fornire indizi di reato all'autorità giudiziaria.
Ecco, tutto questo non mi spiego! Non mi spiego come quello che dovrebbe essere percorso e metodo costante e sistematico dell'attività della Guardia di Finanza e dell'Agenzia delle Entrate nella ricerca di cespiti da colpire fiscalmente, di fatto poi non venga praticato. Salvo poi fare le "retate fiscali", nelle vie del lusso come nei mercatini rionali (a dimostrazione del fatto che il fisco non guarda in faccia a nessuno), a solo uso e consumo del telegiornali della sera, mentre i ladri, quelli veri, i Lusi, circolano tranquillamente alla luce del sole.

PUNTO DUE: IL PARTITO DIPLOMATO

Nel comunicato diffuso da Francesco Cicciobello Rutelli a nome della Margherita si legge: "La Margherita-DL è un partito che ha bilanci sani; tra i pochi ad aver concluso l’attività senza contrarre debiti ma, anzi, con un attivo di bilancio, anche dopo aver risolto ogni contenzioso con i 4 partiti fondatori. Nei 4 anni successivi alla nascita del Partito Democratico, restavano da sciogliere gli ultimi nodi. Il personale (circa 100 persone), le residue attività politiche e gestionali, la sede di via S. Andrea delle Fratte, il rapporto con il quotidiano Europa. Il potere amministrativo, in base allo Statuto, era interamente nelle mani del sen Luigi Lusi: persona da tutti stimata, che aveva iniziato la propria attività, in quanto Direttore Generale degli Scout (AGESCI), apprezzato dal Sindaco Rutelli e quindi eletto due volte come amministratore del partito, sino alla fase – non breve, per motivi tecnico-amministrativi – di scioglimento del partito."
Che dire? Questo è il diplomato (sich!) che vuol governare l'Italia!

PUNTO TRE: LA FACCIA

Luigi Lusi. Da senatore nell'apile di due anni fa ha preso la parolain aula sul tema della "Prevenzione e contrasto di fenomeni corruttivi nella pubblica amministrazione". In quell'occasione tuonava: “Il miglior nemico della corruzione risiede in un costante ed efficace agire della politica che faccia della trasparenza il suo principale connotato. E’ dalla trasparenza dell’azione amministrativa che bisogna partire se si vuole combattere questo drammatico fenomeno con l’obiettivo di contrastarlo prima e sconfiggerlo poi.
Un anno prima, nel 2009, aveva dato alle stampe uno scritto ispirato dal titolo "Riflessioni sul Partito Democratico e il coraggio di cambiare". Dopo aver sostenuto la tesi secondo cui il Partito Democratico non doveva avere più a che fare con la sinistra ma posizionarsi stabilmente "al centro del crocevia politico italiano", invitava il partito nuovo ad avere coraggio nel “recupero di una trasparente etica del servizio pubblico. Tanto più di fronte alla crisi economica che si accompagna a una crescente diffidenza verso la politica, i politici debbono essere sempre interpellabili sul proprio tenore di vita.” Parole profetiche!
Oggi semplicemente dice: “Avevo bisogno di soldi e li ho presi, ora posso restituire 5 milioni...
La faccia non ce l’ha. E non da oggi.


________________


IL MAGNA MAGNA

video

Vede analogie tra il Pd e i tempi d’oro del Psi piglia-tutto?

Macché analogie. Vedo un’assoluta identità.

Perché?

Craxi diceva: i mariuoli ci sono ma i soldi servono ai partiti. L’unica cosa che si capisce da questa vicenda è che la sinistra è la stessa cosa della destra, quanto a onestà.

Ce lo spieghi meglio.

C’è poco da spiegare: rubano tutti. Tutti i politici hanno lo stesso interesse: avere il potere e fare soldi. La via è comune.

Nella sua similitudine tra Pd e Psi non torna solo la lungimiranza. Il partito di Craxi fu annientato dagli scandali. Il Pd vuol fare la stessa fine? Non è vero che la storia insegna?

Historia magistra? Mah... Guardi, le dico questo: alla fine della Guerra io e altri partigiani pensavamo che il Partito socialista avrebbe cambiato il modo di fare politica in Italia. Nel giro di pochi anni tutte le persone per bene e oneste sono state cacciate da quel partito. Dove sono rimasti solo i furbi e i ladri. Vuol farmi dire che la politica è cambiata? Non lo penso.

Non voglio farle dire nulla: le chiedo come può la dirigenza del Pd essere così miope.

Non c’è nessun disegno politico, questa è la cosa grave. C’è l’istinto, in chi fa politica, di usare i mezzi più facili.

Quali sono?

Mettere le mani sul denaro e corrompere. Non mi pare si tratti di altro.

Tangentopoli non è servita.

Vista dal punto di vista di uno storico no. Andiamo ancora più indietro. Che ha fatto Giulio Cesare quando aveva consumato il suo patrimonio? S’è fatto mandare in Spagna, dove ha rubato talmente tanto che è tornato a Roma ricchissimo. Ha armato un esercito e si è impadronito del potere. Le dinamiche sono abbastanza chiare.

Bersani dovrebbe fare un passo indietro, considerando i suoi rapporti stretti con Penati?

Altro che far passi indietro. Dovrebbe fare un tuffo nel mare.

Ci sono stati tempi in cui la politica era diversa?

Forse solo nelle grandi emergenze, durante le guerre, si sono visti politici onesti e disposti anche a farsi fucilare per la libertà. Ma quando la politica diventa amministrazione scade, di solito, a un livello bassissimo. Non conosco oggi un politico che sia stimabile come persona privata. Un uomo come me, che a vent’anni comandava una divisione partigiana, aveva tutte le opportunità di impegnarsi in politica. Ma ho capito immediatamente che era un rischio da non correre. E non me ne sono pentito. Mai.

Così non c’è scampo.

Come si fa a sperare? Io non vedo segni di cambiamento.

Non dappertutto è così. Nella maggior parte dei Paesi a regime democratico l’etica pubblica è un valore.

Dove si sono stabilite – almeno in minima parte – le regole del gioco, il codice viene rispettato. Noi le avevamo stabilite, ma le abbiamo anche mandate all’aria. Dopo la guerra partigiana e la Liberazione dell’Italia, l’onestà è stata, per quasi mezzo secolo, un valore condiviso. Allora i partiti rubavano, ma lo facevano con cautela e vergognandosene quando venivano scoperti. Ora si ruba senza nemmeno vergogna.

È una questione statistica. Essere indagati o imputati, per i politici, fa quasi curriculum...

Sì, è un metodo. Un sistema: lo diceva oggi (ieri, ndr) nel suo articolo sul Fatto Nando Dalla Chiesa, una persona che stimo, come del resto stimavo molto suo padre. Però anche lui non scrive a chiare lettere: lì c’è gente che ruba. Con i nomi e i cognomi.

Siamo ancora nella fase delle indagini preliminari. Diventa un reato fare certe affermazioni prima dei processi.

Sì, ma mi ha stupito il tono di Dalla Chiesa, troppo leggero. Oggi è impossibile dire a un politico che ha rubato “hai rubato”. Ma allora cos’è questo giro di affari, soldi, tangenti?

Bersani, all’alba della vicenda Penati, minacciò querele a destra e a manca.

È vero, infatti mi sono ben guardato dallo scrivere articoli sull’argomento. Le querele volano e i giornali nemmeno ti sostengono. Un tempo mi sarei lanciato nella discussione, stavolta non l’ho fatto anche con un senso di paura.

Al di là dell’opportunità, secondo lei dire “faremo una class action contro i giornalisti” è un discorso politico?

La classe politica rivendica il diritto di far paura alla stampa.

Più che politica è arroganza.

I potenti dicono: state zitti perché comandiamo noi.

Non sono comportamenti molto diversi da quelli dei partiti di governo.

Berlusconi è più moderno, ha capito che con il denaro si risolve tutto. La sua calma si legge così: io li compro e tanti saluti. Gli altri, semplicemente, non hanno abbastanza soldi. E hanno delle preoccupazioni d’immagine. Ma come fa Penati a difendersi?

I democratici si sentono – e si professano – molto diversi dal centrodestra.

Certo che si dicono diversi. Lo fanno perché agli occhi della pubblica opinione non vogliono apparire uguali agli altri. Uguali ai ladri.

Vede pericoli?

L’unico pericolo è che questa intera classe dirigente, per non andare in galera, faccia un golpe.

Un loro azzeramento no?

Proveranno a tirare avanti, come han fatto fino a ora. Chi ha i soldi se la cava. Cesare è ricordato come uno dei più grandi uomini politici della romanità ed era uno che confessava candidamente di aver rubato. Però potrebbe arrivare anche un moto d’ira popolare che li manda tutti a casa. Mi trovo di fronte a un’umanità incomprensibile. Un politico che ruba, sa di essere al di fuori dell’etica. Eppure lo fa. Io veramente non li capisco.

Crede che la prudenza dei vertici del partito sulla questione Penati vanificherà il successo delle amministrative e dei referendum?

Mi pare che ci sia un fraintendimento su questo nuovo interessamento alla politica. Lo scambiamo per un cambiamento morale. Ma è più che altro una moda.

Ha compiuto 91 anni tre giorni fa...

...quindi posso dire tutto, anche le sciocchezze?

No, le chiedevo cosa direbbe a un ragazzo italiano di vent’anni.

Gli direi: “Non rubare”. Si vive meglio da onesti. L’onestà è l’unica riserva per sopportare questa vita terrena, che è piena di insidie e porcherie.

Evangelico.

Certo. Sono sempre più cattolico

Intervista di Silvia Truzzi a Girogio Bocca
__________________


...SONO TUTTI A POSTO

Se il governo invita i giovani a rinunciare al posto fisso (Fornero) o li accusa di volere il lavoro accanto a mamma e papà (Cancellieri) non stupisce che gli stessi giovani vadano poi a fare i conti in tasca ai pargoli dei ministri, scoprendo, purtroppo che i loro figli non soltanto hanno il posto fisso ma a volte, guarda un po', perfino nella stessa "ditta" di mamma e papà.
Andiamo allora a vedere che cosa fanno i figli di quei ministri che si sono scagliati contro il posto fisso e i giovani sfigati.

video

La figlia di Elsa Fornero, Silvia Deaglio, di posti fissi ne ha addirittura due contemporaneamente. E uno di questi proprio nell'ateneo di mamma e papà (prof. Mario Deaglio). Silvia, a soli 37 anni, è già professore associato di Genetica medica (forse a dimostrazione del fatto che l'intelligenza si trasmette per vie genetiche?) alla facoltà di Medicina dell'Università di Torino (guarda caso quella dei genitori) e responsabile della ricerca alla HuGeF (Human Genetics Foundation), una fondazione che si occupa di genetica, genomica e proteomica umana. Se poi si pensa che la fondazione ha sede nel capoluogo piemontese, e che proprio lì vive la prof. Deaglio, il suo posto di lavoro sarebbe stato più vicino a casa solo scegliendo il telelavoro!
Questo spiega quanto la piccola Deaglio-Fornero sia attaccata ai suoi "posti fissi". "Non devo giustificarmi con nessuno: per me parla il curriculum che è pubblico", ha sbottato. Purtroppo per lei, però, l'invito viene subito accolto da chi si precipita a leggere, incuriosito, quello che si immagina essere il ponderoso elenco delle sue imprese. E così si scopre che nella luminosa e fulminante carriera della professoressa Silvia Deaglio, tra i tanti meriti attribuiti alla giovane dalla commissione giudicatrice che l'ha nominata professore associato, c'è anche la sua "ottima capacità di attrarre fondi di finanziamento per la ricerca sia nazionali sia internazionali". Un riferimento al suo ruolo di capo unità di ricerca presso l'Hugef di Torino. Questo ci porta alla figura chiave e deus ex machina della sua carriera: si chiama Alberto Piazza ed è, guarda un po', professore di Genetica umana, sempre a Torino. Ora, se si aggiunge il fatto che mamma Fornero era in quel momento vicepresidente di Compagnia di Sanpaolo, prima azionista di Intesa Sanpaolo e finanziatrice della fondazione Hugef, al fatto che il presidente dell'Hugef era lo stesso professor Alberto Piazza, presidente della commissione giudicatrice che nomina la Deaglio professore associato, i conti cominciano a quadrare. Quanto poi all'apprezzata capacità di attrarre fondi di finanziamento, non c'entrerà mica il fatto che questi vengono assegnati attraverso l'ente di cui è vicepresidente mamma Elsa e presidente (guarda un po') sempre lo stesso Piazza? Insomma, il prof. Piazza, nel nominare la Deaglio professore associato, non è che in pratica si complimenta con se stesso e mamma Fornero? Se poi si pensa che lo stesso professor Piazza è docente nella stessa Università di Torino dove insegnano anche i genitori di Silvia Deaglio e lei stessa, c'è da farsi girare la testa (e qualcos'altro!). Sarà forse che Torino è piccola?
Ah, quasi dimenticavo... Nella HuGeF - giusto per non farsi mancare il conforto degli amici, oltre che dei parenti stretti - c'è anche un’altra conoscenza dei coniugi Fornero-Deaglio. Si tratta di Francesco Profumo, attuale ministro dell’Istruzione. All'epoca figurava nel consiglio direttivo della fondazione (attualmente risulta dimissionario) in qualità di rettore del Politecnico di Torino.
Ma per diradare le nebbie e i dubbi bisogna approfondire. Si scopre allora che Silvia il suo successo lo merita tutto quanto. Un prodigio della natura nel finanziare la ricerca! Soprattutto la propria. In un Paese che investe in questo campo meno dell’1 percento del Pil, Silvia Deaglio è riuscita ad ottenere dai ministeri della Salute e della Ricerca quasi un milione di euro in due anni (500mila nel 2008, 442.400 nel 2009). Briciole sono arrivate anche dalla Regione Piemonte, con finanziamenti a progetti per 18 mila euro. Altrettanto frenetica l’attività di ricerca fondi per il suo secondo posto fisso, dove l’intervento delle “alte sfere” è palese. La Compagnia di San Paolo, quella “vicepresieduta” dalla mamma, nello stesso biennio ha finanziato a Silvia un progetto di ricerca da 120mila euro divisi in due trance da 60mila. Alla fine la fondazione “Human Gentics Foundation”, creatura della Compagnia stessa, le ha garantito un posto da responsabile dell'unità di ricerca affidandole un progetto da 190mila euro. Silvia, a conti fatti, è una donna da un milione e mezzo di euro! Un buon partito, peccato sia già maritata. Per non smentire l’alto lignaggio, ha infatti sposato un alto dirigente di Unicredit, Giovanni Ronca.
A noi, invece, non resta che sorbirci mamma Elsa che ci viene a spiegare come "non ci si può più permettere un posto fisso a vita, è un’illusione". Ha ragione mamma... Se non si hanno parentele ed amicizie importanti, farsi assumere vita natural durante è piuttosto complicato. "Uno degli scopi di questo governo è spalmare le tutele", ha dichiarato poi mamma Elsa. Giusto! Sua figlia infatti l'ha sistemata un po’ in ateneo e un po’ in fondazione. Più spalmata di così non si potrebbe.
Alla fine viene da pensare a questa povera ragazza... chissà quanto si annoia. Manca solo ci venga a raccontare di essere rimasta a due passi da casa perché se fosse andata lontano o all’estero rischiava di spezzare il cuore a mamma sua. Elsa, si sa, ha la lacrima facile...

Eccone un altro...

video

Non stupisce che, dopo la sua infelice uscita sugli "sfigati", si vadano a fare le pulci anche alla carriera di Michel Martone, viceministro della Fornero. Sul suo sito il Martone scrive "il mio habitat è l’Università". E c'ha ragione! Martone divenne infatti presto professore ordinario (a soli 29 anni) con un concorso bandito dall'Ateneo di Siena, ma questo solo dopo che... tutti gli altri candidati si erano ritirati dal concorso in questione! Il concorso, infatti, dopo il suo bando venne lasciato aperto per oltre un anno e mezzo senza che il posto venisse assegnato. Il concorso venne poi chiuso, e il posto finalmente assegnato a Martone, solo dopo che tutti gli altri concorrenti ebbero trovato posto altrove. Insomma, ha vinto perché... è arrivato solo! Honni soit qui mal y pense. E gli sfigati prendano appunti!
Avanti il prossimo...


Piergiorgio Peluso, figlio del ministro Cancellieri, invece ha un posto fisso da 500mila euro l'anno! E' stato recentemente promosso da direttore di Unicredit a d.g. di Fondiaria-Sai. Certo, attualmente mamma Anna Maria vive a Roma mentre lui è rimasto a Milano, ma tra auto blu e viaggi in business class avranno mica difficoltà a vedersi?

E il figlio di Monti?


Giovanni Monti, bello e affascinante oltre che intelligentissimo, a poco più di 20 anni era già associato per gli investimenti bancari alla Goldman Sachs, la più potente banca d'affari americana, la stessa in cui - guardacaso - il padre Mario ricopriva il ruolo di International Advisor. A 25 anni è poi diventato consulente di direzione da Bain & company, dove è rimasto fino al 2001. Dal 2004 al 2009, vale a dire fino al suo approdo alla Parmalat, Giovanni Monti ha lavorato prima a Citigroup (responsabile di acquisizioni e disinvestimenti per alcune divisioni del gruppo) e poi alla Morgan Stanley (responsabile delle transazioni economico-finanziarie sui mercati di Europa, Medio Oriente e Africa). Anche in questo caso posti fissi.
__________________


CHIEDI A PAPA'...

video

Avevo bisogno di un luogo tranquillo, dove poter concentrarmi senza le distrazioni della mia città. Studiare e affrontare con serenità l’esame”. Ecco, questo bisogno ha portato Antonino jr. Giovanni Geronimo La Russa, il figlio di Ignazio, a trasferirsi dalla lontana Lombardia in Calabria. Laureato a pieni voti all’università privata (ça va sans dire) Carlo Cattaneo di Castellanza, Geronimo si è abilitato con soddisfazione di mamma e papà a Catanzaro a soli ventisei anni. Per due anni ha risieduto, in incognito, a Crotone. Domicilio in piazza De Gasperi, nella casa di Pasquale Senatore, ex sindaco missino. E lì, dice, si è rigenerato. Un po’ come capitò a Mariastella Gelmini, anche lei col bisogno di esercitare al meglio la professione di avvocato prima di darsi alla politica, e anche lei scesa in Calabria per affrontare con ottimismo l’esame.
Il piccolo La Russa, appena tornato in Lombardia, abilitato e con tutti i suoi bei denti da piccolo piraña, ha detto: “E' tutto merito mio. Mi scoccia di passare per figlio di papà”.
Possiamo tirare un sospiro di sollievo. Cazzo, per tanti cervelli che fuggono all’estero eccone finalmente uno che, anche se modesto, resta. All'insaputa perfino di papà!

video

La Libération de la Femme est une Exigence du Futur

video

Il n’est pas courant qu’un homme ait à s’adresser à tant et tant de femmes à la fois. Il n’est pas courant non plus qu’un homme ait à suggérer à tant et tant de femmes à la fois, les nouvelles batailles à engager.
La première timidité de l’homme lui vient dès le moment où il a conscience qu’il regarde une femme. Aussi, camarades militantes, vous comprendrez que malgré la joie et le plaisir que j’ai à m’adresser à vous, je reste quand même un homme qui regarde en chacune de vous, la mère, la soeur ou l’épouse. Je voudrais également que nos soeurs ici présentes, venues du Kadiogo, et qui ne comprennent pas la langue française étrangère dans laquelle je vais prononcer mon discours soient indulgentes à notre égard comme elles l’ont toujours été, elles qui, comme nos mères, ont accepté de nous porter pendant neuf mois sans rechigner (Intervention en langue nationale mooré pour assurer les femmes qu’une traduction suivra, de leur intention).
Camarades, la nuit de 4 août a accouché de l’oeuvre la plus salutaire pour le peuple burkinabè. Elle a donné à notre peuple un nom et à notre pays un horizon.
Irradiés de la sève vivifiante de la liberté, les hommes burkinabè, humiliés et proscrits d’hier, ont reçu le sceau de ce qu’il y a de plus cher au monde: la dignité et l’honneur. Dès lors, le bonheur est devenu accessible et chaque jour nous marchons vers lui, embaumés par les luttes, prémices qui témoignent des grands pas que nous avons déjà réalisés. Mais le bonheur égoïste n’est qu’illusion et nous avons une grande absente: la femme. Elle a été exclue de cette procession heureuse.
Si des hommes sont déjà à l’orée du grand jardin de la révolution, les femmes elles, sont encore confinées dans leur obscurité dépersonnalisante, devisant bruyamment ou sourdement sur les expériences qui ont embrassé le Burkina Faso et qui ne sont chez elles pour l’instant que clameurs.
Les promesses de la révolution sont déjà réalités chez les hommes. Chez les femmes par contre, elles ne sont encore que rumeurs. Et pourtant c’est d’elles que dépendent la vérité et l’avenir de notre révolution: questions vitales, questions essentielles puisque rien de complet, rien de décisif, rien de durable ne pourra se faire dans notre pays tant que cette importante partie de nous-mêmes sera maintenue dans cet assujettissement imposé durant des siècles par les différents systèmes d’exploitation. Les hommes et les femmes du Burkina Faso doivent dorénavant modifier en profondeur l’image qu’ils se font d’eux-mêmes à l’intérieur d’une société qui, non seulement, détermine de nouveaux rapports sociaux mais provoque une mutation culturelle en bouleversant les relations de pouvoir entre hommes et femmes, et en condamnant l’un et l’autre à repenser la nature de chacun. C’est une tâche redoutable mais nécessaire, puisqu’il s’agit de permettre à notre révolution de donner toute sa mesure, de libérer toutes ses possibilités et de révéler son authentique signification dans ces rapports immédiats, naturels, nécessaires, de l’homme et de la femme, qui sont les rapports les plus naturels de l’être humain à l’être humain.
Voici donc jusqu’à quel point le comportement naturel de l’homme est devenu humain et jusqu’à quel point sa nature humaine est devenue sa nature.
Cet être humain, vaste et complexe conglomérat de douleurs et de joies, de solitude dans l’abandon, et cependant berceau créateur de l’immense humanité, cet être de souffrance, de frustration et d’humiliation, et pourtant, source intarissable de félicité pour chacun de nous; lieu incomparable de toute affection, aiguillon des courages même les plus inattendus; cet être dit faible mais incroyable force inspiratrice des voies qui mènent à l’honneur; cet être, vérité chamelle et certitude spirituelle, cet être-là, femmes, c’est vous! Vous, berceuses et compagnes de notre vie, camarades de notre lutte, et qui de ce fait, en toute justice, devez vous imposer comme partenaires égales dans la convivialité des festins des victoires de la révolution.
C’est sous cet éclairage que tous, hommes et femmes, nous nous devons de définir et d’affirmer le rôle et la place de la femme dans la société.
Il s’agit donc de restituer à l’homme sa vraie image en faisant triompher le règne de la liberté par-delà les différenciations naturelles, grâce à la liquidation de tous les systèmes d’hypocrisie qui consolident l’exploitation cynique de la femme.
En d’autres termes, poser la question de la femme dans la société burkinabè d’aujourd’hui, c’est vouloir abolir le système d’esclavage dans lequel elle a été maintenue pendant des millénaires. C’est d’abord vouloir comprendre ce système dans son fonctionnement, en saisir la vraie nature et toutes ses subtilités pour réussir à dégager une action susceptible de conduire à un affranchissement total de la femme.
Autrement dit, pour gagner un combat qui est commun à la femme et à l’homme, il importe de connaître tous les contours de la question féminine tant à l’échelle nationale qu’universelle et de comprendre comment, aujourd’hui, le combat de la femme, burkinabè rejoint le combat universel de toutes les femmes, et au-delà, le combat pour la réhabilitation totale de notre continent.
La condition de la femme est par conséquent le noeud de toute la question humaine, ici, là-bas, partout. Elle a donc un caractère universel.

La lutte de classes et la question de la femme.

Nous devons assurément au matérialisme dialectique d’avoir projeté sur les problèmes de la condition féminine la lumière la plus forte, celle qui nous permet de cerner le problème de l’exploitation de la femme à l’intérieur d’un système généralisé d’exploitation. Celle aussi qui définit la société humaine non plus comme un fait naturel immuable mais comme une antiphysis.
L’humanité ne subit pas passivement la puissance de la nature. Elle la prend à son compte. Cette prise en compte n’est pas une opération intérieure et subjective. Elle s’effectue objectivement dans la pratique, si la femme cesse d’être considérée comme un simple organisme sexué, pour prendre conscience au-delà des données biologiques, de sa valeur dans l’action.
En outre, la conscience que la femme prend d’elle-même n’est pas définie par sa seule sexualité. Elle reflète une situation qui dépend de la structure économique de la société, structure qui traduit le degré de l’évolution technique et des rapports entre classes auquel est parvenue l’humanité.
L’importance du matérialisme dialectique est d’avoir dépassé les limites essentielles de la biologie, d’avoir échappé aux thèses simplistes de l’asservissement à l’espèce, pour introduire tous les faits dans le contexte économique et social. Aussi loin que remonte l’histoire humaine, l’emprise de l’homme sur la nature ne s’est jamais réalisée directement, le corps nu. La main avec son pouce préhensif déjà se prolonge vers l’instrument qui multiplie son pouvoir. Ce ne sont donc pas les seules données physiques, la musculature, la parturition par exemple, qui ont consacré l’inégalité de statut entre l’homme et la femme. Ce n’est pas non plus l’évolution technique en tant que telle qui l’a confirmée. Dans certains cas, et dans certaines parties du globe, la femme a pu annuler la différence physique qui la sépare de l’homme.
C’est le passage d’une forme de société à une autre qui justifie l’institutionnalisation de cette inégalité. Une inégalité sécrétée par l’esprit et par notre intelligence pour réaliser la domination et l’exploitation concrétisées, représentées et vécues désormais par les fonctions et les rôles auxquels nous avons soumis la femme.
La maternité, l’obligation sociale d’être conforme aux canons de ce que les hommes désirent comme élégance, empêchent la femme qui le désirerait de se forger une musculature dite d’homme.
Pendant des millénaires, du paléolithique à l’âge du bronze, les relations entre les sexes furent considérées par les paléontologues les plus qualifiés de complémentarité positive. Ces rapports demeurèrent pendant huit millénaires sous l’angle de la collaboration et de l’interférence, et non sous celui de l’exclusion propre au patriarcat absolu à peu près généralisé à l’époque historique!
Engels a fait l’état de l’évolution des techniques mais aussi de l’asservissement historique de la femme qui naquit avec l’apparition de la propriété privée, à la faveur du passage d’un mode de production à un autre, d’une organisation sociale à une autre.
Avec le travail intensif exigé pour défricher la forêt, faire fructifier les champs, tirer au maximum parti de la nature, intervient la parcellisation des tâches. L’égoïsme, la paresse, la facilité, bref le plus grand profit pour le plus petit effort émergent des profondeurs de l’homme et s’érigent en principes. La tendresse protectrice de la femme à l’égard de la famille et du clan devient le piège qui la livre à la domination du mâle. L’innocence et la générosité sont victimes de la dissimulation et des calculs crapuleux. L’amour est bafoué. La dignité est éclaboussée. Tous les vrais sentiments se transforment en objets de marchandage. Dès lors, le sens de l’hospitalité et du partage des femmes succombe à la ruse des fourbes.
Quoique consciente de cette fourberie qui régit la répartition inégale des tâches, elle, la femme, suit l’homme pour soigner et élever tout ce qu’elle aime. Lui, l’homme, surexploite tant de don de soi. Plus tard, le germe de l’exploitation coupable installe des règles atroces, dépassant les concessions conscientes de la femme historiquement trahie.
L’humanité connaît l’esclavage avec la propriété privée. L’homme maître de ses esclaves et de la terre devient aussi propriétaire de la femme. C’est là la grande défaite historique du sexe féminin. Elle s’explique par le bouleversement survenu dans la division du travail, du fait de nouveaux modes de production et d’une révolution dans les moyens de production.
Alors le droit paternel se substitue au droit maternel; la transmission du domaine se fait de père en fils et non plus de la femme à son clan. C’est l’apparition de la famille patriarcale fondée sur la propriété personnelle et unique du père, devenu chef de famille. Dans cette famille, la femme est opprimée. Régnant en souverain, l’homme assouvit ses caprices sexuels, s’accouple avec les esclaves ou hétaïres. Les femmes deviennent son butin et ses conquêtes de marché. Il tire profit de leur force de travail et jouit de la diversité du plaisir qu’elles lui procurent.
De son côté dès que les maîtres rendent la réciproque possible, la femme se venge par l’infidélité. Ainsi le mariage se complète naturellement par l’adultère. C’est la seule défense de la femme contre l’esclavage domestique où elle est tenue. L’oppression sociale est ici l’expression de l’oppression économique.
Dans un tel cycle de violence, l’inégalité ne prendra fin qu’avec l’avènement d’une société nouvelle, c’est-à-dire lorsque hommes et femmes jouiront de droits sociaux égaux, issus de bouleversements intervenus dans les moyens de production ainsi que dans tous les rapports sociaux. Aussi le sort de la femme ne s’améliorera-t-il qu’avec la liquidation du système qui l’exploite.
De fait, à travers les âges et partout où triomphait le patriarcat, il y a eu un parallélisme étroit entre l’exploitation des classes et la domination des femmes. Certes, avec des périodes d’éclaircies où des femmes, prêtresses ou guerrières ont crevé la voûte oppressive. Mais l’essentiel, tant au niveau de la pratique quotidienne que dans la répression intellectuelle et morale, a survécu et s’est consolidé. Détrônée par la propriété privée, expulsée d’elle-même, ravalée au rang de nourrice et de servante, rendue inessentielle par les philosophies Aristote, Pythagore et autres et les religions les plus installées, dévalorisée par les mythes, la femme partageait le sort de l’esclave qui dans la société esclavagiste n’était qu’une bête de somme à face humaine.
Rien d’étonnant alors que, dans sa phase conquérante, le capitalisme, pour lequel les êtres humains n’étaient que des chiffres, ait été le système économique qui a exploité la femme avec le plus de cynisme et le plus de raffinement. C’était le cas, rapporte-t-on, chez ce fabricant de l’époque, qui n’employait que des femmes à ses métiers à tisser mécaniques. Il donnait la préférence aux femmes mariées et parmi elles, à celles qui avaient à la maison de la famille à entretenir, parce qu’elles montraient beaucoup plus d’attention et de docilité que les célibataires. Elles travaillaient jusqu’à l’épuisement de leurs forces pour procurer aux leurs les moyen subsistance indispensables.
C’est ainsi que les qualités propres de la femme sont faussées à son détriment, et tous les éléments moraux et délicats de sa nature deviennent des moyens de l’asservir. Sa tendresse, l’amour de la famille, la méticulosité qu’elle apporte à son oeuvre sont utilisés contre elle, tout en se parant contre les défauts qu’elle peut avoir.
Ainsi, à travers les âges et à travers les types de sociétés, la femme a connu un triste sort: celui de l’inégalité toujours confirmée par rapport à l’homme. Que les manifestations de cette inégalité aient pris des tours et contours divers, cette inégalité n’en est pas moins restée la même.
Dans la société esclavagiste, l’homme esclave était considéré comme un animal, un moyen de production de biens et de services. La femme, quel que fût son rang, était écrasée à l’intérieur de sa propre classe, et hors de cette classe même pour celles qui appartenaient aux classes exploiteuses.
Dans la société féodale, se basant sur la prétendue faiblesse physique ou psychologique des femmes, les hommes les ont confinées dans une dépendance absolue de l’homme. Souvent considérée comme objet de souillure ou principal agent d’indiscrétion, la femme, à de rares exceptions près, était écartée des lieux de culte.
Dans la société capitaliste, la femme, déjà moralement et socialement persécutée, est également économiquement dominée. Entretenue par l’homme lorsqu’elle ne travaille pas, elle l’est encore lorsqu’elle se tue à travailler. On ne saurait jeter assez de lumière vive sur la misère des femmes, démontrer avec assez de force qu’elle est solidaire de celle des prolétaires.

De la spécificité du fait féminin.

Solidaire de l’homme exploité, la femme l’est.
Toutefois, cette solidarité dans l’exploitation sociale dont hommes et femmes sont victimes et qui lie le sort de l’un et de l’autre à l’Histoire, ne doit pas faire perdre de vue le fait spécifique de la condition féminine. La condition de la femme déborde les entités économiques en singularisant l’oppression dont elle est victime. Cette singularité nous interdit d’établir des équations en nous abîmant dans les réductions faciles et infantiles. Sans doute, dans l’exploitation, la femme et l’ouvrier sont-ils tenus au silence. Mais dans le système mis en place, la femme de l’ouvrier doit un autre silence à son ouvrier de mari. En d’autres termes, à l’exploitation de classe qui leur est commune, s’ajoutent pour les femmes, des relations singulières avec l’homme, relations d’opposition et d’agression qui prennent prétexte des différences physiques pour s’imposer.
Il faut admettre que l’asymétrie entre les sexes est ce qui caractérise la société humaine, et que cette asymétrie définit des rapports souverains qui ne nous autorisent pas à voir d’emblée dans la femme, même au sein de la production économique, une simple travailleuse. Rapports privilégiés, rapports périlleux qui font que la question de la condition de la femme se pose toujours comme un problème.
L’homme prend donc prétexte la complexité de ces rapports pour semer la confusion au sein des femmes et tirer profit de toutes les astuces de l’exploitation de classe pour maintenir sa domination sur les femmes. De cette même façon, ailleurs, des hommes ont dominé d’autres hommes parce qu’ils ont réussi à imposer l’idée selon laquelle au nom de l’origine de la famille et de la naissance, du "droit divin", certains hommes étaient supérieurs à d’autres. D’où le règne féodal. De cette même manière, ailleurs, d’autres hommes ont réussi à asservir des peuples entiers, parce que l’origine et l’explication de la couleur de leur peau ont été une justification qu’ils ont voulue "scientifique" pour dominer ceux qui avaient le malheur d’être d’une autre couleur. C’est le règne colonial. C’est l’apartheid.
Nous ne pouvons pas ne pas être attentifs à cette situation des femmes, car c’est elle qui pousse les meilleures d’entre elles à parler de guerre des sexes alors qu’il s’agit d’une guerre de clans et de classes à mener ensemble dans la complémentarité tout simplement. Mais il faut admettre que c’est bien l’attitude des hommes qui rend possible une telle oblitération des significations et autorise par là toutes les audaces sémantiques du féminisme dont certaines n’ont pas été inutiles dans le combat qu’hommes et femmes mènent contre l’oppression. Un combat que nous pouvons gagner, que nous allons gagner si nous retrouvons notre complémentarité, si nous nous savons nécessaires et complémentaires, si nous savons enfin que nous sommes condamnés à la complémentarité.
Pour l’heure, force est de reconnaître que le comportement masculin, fait de vanités, d’irresponsabilités, d’arrogances et de violences de toutes sortes à l’endroit de la femme, ne peut guère déboucher sur une action coordonnée contre l’oppression de celle-ci. Et que dire de ces attitudes qui vont jusqu’à la bêtise et qui ne sont en réalité qu’exutoires des mâles opprimés espérants, par leurs brutalités contre leur femme, récupérer pour leur seul compte une humanité que le système d’exploitation leur dénie.
La bêtise masculine s’appelle sexisme ou machisme, toute forme d’indigence intellectuelle et morale, voire d’impuissance physique plus ou moins déclarée qui oblige souvent les femmes politiquement conscientes à considérer comme un devoir la nécessité de lutter sur deux fronts.
Pour lutter et vaincre, les femmes doivent s’identifier aux couches et classes sociales opprimées : les ouvriers, les paysans...
Un homme, si opprimé soit-il, trouve un être à opprimer : sa femme. C’est là assurément affirmer une terrible réalité. Lorsque nous parlons de l’ignoble système de l’apartheid, c’est vers les Noirs exploités et opprimés que se tournent et notre pensée et notre émotion. Mais nous oublions hélas la femme noire qui subit son homme, cet homme qui, muni de son passbook (laisser-passer), s’autorise des détours coupables avant d’aller retrouver celle qui l’a attendu dignement, dans la souffrance et dans le dénuement.
Pensons aussi à la femme blanche d’Afrique du Sud, aristocrate, matériellement comblée sûrement, mais malheureusement machine de plaisir de ces hommes blancs lubriques qui n’ont plus pour oublier leurs forfaits contre les Noirs que leur enivrement désordonné et pervers de rapports sexuels bestiaux.
En outre, les exemples ne manquent pas d’hommes pourtant progressistes, vivant allègrement d’adultère, mais qui seraient prêts à assassiner leur femme rien que pour un soupçon d’infidélité. Ils sont nombreux chez nous, ces hommes qui vont chercher des soi-disant consolations dans les bras de prostituées et de courtisanes de toutes sortes! Sans oublier les maris irresponsables dont les salaires ne servent qu’à entretenir des maîtresses et enrichir des débits de boisson. Et que dire de ces petits hommes eux aussi progressistes qui se retrouvent souvent dans une ambiance lascive pour parler des femmes dont ils ont abusé. Ils croient ainsi se mesurer à leurs semblables hommes, voire les humilier quand ils ravissent des femmes mariées.
En fait, il ne s’agit là que de lamentables mineurs dont nous nous serions même abstenus de parler si leur comportement de délinquants ne mettait en cause et la vertu et la morale de femmes de grande valeur qui auraient été hautement utiles à notre révolution.
Et puis tous ces militants plus ou moins révolutionnaires, beaucoup moins révolutionnaires que plus, qui n’acceptent pas que leurs épouses militent ou ne l’acceptent que pour le militantisme de jour et seulement de jour; qui battent leurs femmes parce qu’elles se sont absentées pour des réunions ou des manifestations de nuit. Ah! ces soupçonneux, ces jaloux! Quelle pauvreté d’esprit et quel engagement conditionnel, limité! Car n’y aurait-il que la nuit qu’une femme déçue et décidée puisse tromper son mari? Et quel est cet engagement qui veut que le militantisme s’arrête avec la tombée de la nuit, pour ne reprendre ses droits et ses exigences que seulement au lever du jour!
Et que penser enfin de tous ces propos dans la bouche des militants plus révolutionnaires, les uns que les autres sur les femmes ? Des propos comme "bassement matérialistes, profiteuses, comédiennes, menteuses, cancanières, intrigantes, jalouses etc, etc..." Tout cela est peut-être vrai des femmes mais sûrement aussi vrai pour les hommes! Notre société pourrait-elle pervertir moins que cela lorsque avec méthode, elle accable les femmes, les écarte de tout ce qui est censé être sérieux, déterminant, c’est-à-dire au-dessus des relations subalternes et mesquines!
Lorsque l’on est condamné comme les femmes le sont à attendre son maître de mari pour lui donner à manger, et recevoir de lui l’autorisation de parler et de vivre, on n’a plus, pour s’occuper et se créer une illusion d’utilité ou d’importance, que les regards, les reportages, les papotages, les jeux de ferraille, les regards obliques et envieux suivis de médisance sur la coquetterie des autres et leur vie privée. Les mêmes attitudes se retrouvent chez les mâles placés dans les mêmes conditions.
Des femmes, nous disons également, hélas qu’elles sont oublieuses. On les qualifie même de têtes de linottes. N’oublions jamais cependant qu’accaparée, voire tourmentée par l’époux léger, le mari infidèle et irresponsable, l’enfant et ses problèmes, accablée enfin par l’intendance de toute la famille, la femme, dans ces conditions, ne peut avoir que des yeux hagards qui reflètent l’absence, et la distraction de l’esprit. L’oubli, pour elle, devient un antidote à la peine, une atténuation des rigueurs de l’existence, une protection vitale.
Mais des hommes oublieux, il y en a aussi, et beaucoup; les uns dans l’alcool et les stupéfiants, les autres dans diverses formes de perversité auxquelles ils s’adonnent dans la course de la vie. Cependant, personne ne dit jamais que ces hommes-là sont oublieux. Quelle vanité, quelles banalités!
Banalités dont ils se gargarisent pour marquer ces infirmités de l’univers masculin. Car l’univers masculin dans une société d’exploitation a besoin de femmes prostituées; Celles que l’on souille et que l’on sacrifie après usage sur l’autel de la prospérité d’un système de mensonges et de rapines, ne sont que des boucs émissaires.
La prostitution n’est que la quintessence d’une société où l’exploitation est érigée en règle. Elle symbolise le mépris que l’homme a de la femme. De cette femme qui n’est autre que la figure douloureuse de la mère, de la soeur ou de l’épouse d’autres hommes, donc de chacun de nous. C’est en définitive, le mépris inconscient que nous avons de nous-mêmes. Il n’y a de prostituées que là où existent des "prostitueurs" et des proxénètes.
Mais qui donc va chez la prostituée?
Il y a d’abord des maris qui vouent leurs épouses à la chasteté pour décharger sur la prostituée leur turpitude et leurs désirs de stupres. Cela leur permet d’accorder un respect apparent à leurs épouses tout en révélant leur vraie nature dans le giron de la fille dite de joie. Ainsi sur le plan moral, on fait de la prostitution le symétrique du mariage. On semble s’en accommoder, dans les rites et coutumes, les religions et les morales. C’est ce que les pères de l’Église exprimaient en disant qu "il faut des égouts pour garantir la salubrité des palais".
Il y a ensuite les jouisseurs impénitents et intempérants qui ont peur d’assumer la responsabilité d’un foyer avec ses turbulences et qui fuient les charges morales et matérielles d’une paternité. Ils exploitent alors l’adresse discrète d’une maison close comme le filon précieux d’une liaison sans conséquences.
Il y a aussi la cohorte de tous ceux qui, publiquement du moins et dans les lieux bien pensants, vouent la femme aux gémonies. Soit par un dépit qu’ils n’ont pas eu le courage de transcender, perdant confiance ainsi en toute femme déclarée alors instrumentum diabolicum, soit également par hypocrisie pour avoir trop souvent et péremptoirement proclamé contre le sexe féminin un mépris qu’ils s’efforcent d’assumer aux yeux de la société dont ils ont extorqué l’admiration par la fausse vertu. Tous nuitamment échouent dans les lupanars de manière répétée jusqu’à ce que parfois leur tartufferie soit découverte.
Il y a encore cette faiblesse de l’homme que l’on retrouve dans sa recherche de situations polyandriques. Loin de nous, toute idée de jugement de valeur sur la polyandrie, cette forme de rapport entre l’homme et la femme que certaines civilisations ont privilégiée. Mais dans les cas que nous dénonçons, retenons ces parcs de gigolos cupides et fainéants qu’entretiennent grassement de riches dames.
Dans ce même système, au plan économique la prostitution peut confondre prostituée et femme mariée "matérialiste. Entre celle qui vend son corps par la prostitution et celle qui se vend dans le mariage, la seule différence consiste dans le prix et la durée du contrat.
Ainsi en tolérant l’existence de la prostitution, nous ravalons toutes nos femmes au même rang: prostituées ou mariées. La seule différence est que la femme légitime tout en étant opprimée en tant qu’épouse bénéficie au moins du sceau de l’honorabilité que confère le mariage. Quant à la prostituée, il ne reste plus que l’appréciation marchande de son corps, appréciation fluctuant au gré des valeurs des bourses phallocratiques.
N’est-elle qu’un article qui se valorise ou se dévalorise en fonction du degré de flétrissement de ses charmes? N’est-elle pas régie par la loi de l’offre et de la demande? La prostitution est un raccourci tragique et douloureux de toutes les formes de l’esclavage féminin. Nous devons par conséquent voir dans chaque prostituée le regard accusateur braqué sur la société tout entière. Chaque proxénète, chaque partenaire de prostituée remue un couteau dans cette plaie purulente et béante qui enlaidit le monde des hommes et le conduit à sa perte. Aussi, en combattant la prostitution, en tendant une main secourable à la prostituée, nous sauvons nos mères, nos soeurs et nos femmes de cette lèpre sociale. Nous nous sauvons nous-mêmes. Nous sauvons le monde.

La condition de la femme au Burkina.

Si dans l’entendement de la société, le garçon qui naît est un "don de Dieu, la naissance d’une fille est accueillie, sinon comme une fatalité, au mieux comme un présent qui servira à produire des aliments et à reproduire le genre humain.
Au petit homme l’on apprendra à vouloir et à obtenir, à dire et être servi, à désirer et prendre, à décider sans appel. A la future femme, la société, comme un seul homme et c’est bien le lieu de le dire assène, inculque des normes sans issue. Des corsets psychiques appelés vertus créent en elle un esprit d’aliénation personnelle, développent dans cette enfant la préoccupation de protection et la prédisposition aux alliances tutélaires et aux tractations matrimoniales. Quelle fraude mentale monstrueuse!
Ainsi, enfant sans enfance, la petite fille, dès l’âge de 3 ans, devra répondre à sa raison d’être : servir, être utile. Pendant que son frère de 4, 5 ou 6 ans jouera jusqu’à l’épuisement ou l’ennui, elle entrera, sans ménagement, dans le processus de production. Elle aura, déjà, un métier: assistante-ménagère. Occupation sans rémunération bien sûr car ne dit-on pas généralement d’une femme à la maison qu’elle "ne fait rien?. N’inscrit-on pas sur les documents d’identité des femmes non rémunérées la mention "ménagère" pour dire que celles-ci n’ont pas d’emploi? Qu’elles "ne travaillent pas?".
Les rites et les obligations de soumission aidant, nos soeurs grandissent, de plus en plus dépendantes, de plus en plus dominées, de plus en plus exploitées avec de moins en moins de loisirs et de temps libre.
Alors que le jeune homme trouvera sur son chemin les occasions de s’épanouir et de s’assumer, la camisole de force sociale enserrera davantage la jeune fille, à chaque étape de sa vie. Pour être née fille, elle paiera un lourd tribut, sa vie durant, jusqu’à ce que le poids du labeur et les effets de l’oubli de soi physiquement et mentalement la conduisent au jour du Grand repos. Facteur de production aux côtés de sa mère dès ce moment, plus sa patronne que sa maman elle ne sera jamais assise à ne rien faire, jamais laissée, oubliée à ses jeux et à ses jouets comme lui, son frère.
De quelque côté que l’on se tourne, du Plateau central au Nord-Est où les sociétés à pouvoir fortement centralisé prédominent, à l’Ouest où vivent des communautés villageoises au pouvoir non centralisé ou au Sud-Ouest, terroir des collectivités dites segmentaires, l’organisation sociale traditionnelle présente au moins un point commun: la subordination des femmes. Dans ce domaine, nos 8 000 villages, nos 600 000 concessions et notre million et plus de ménages, observent des comportements identiques ou similaires. Ici et là, l’impératif de la cohésion sociale définie par les hommes est la soumission des femmes et la subordination des cadets.
Notre société, encore par trop primitivement agraire, patriarcale et polygamique, faite de la femme un objet d’exploitation pour sa force de travail et de consommation, pour sa fonction de reproduction biologique.
Comment la femme vit-elle cette curieuse double identité: celle d’être le noeud vital qui soude tous les membres de la famille, qui garantit par sa présence et son attention l’unité fondamentale et celle d’être marginalisée, ignorée? Une condition hybride s’il en est, dont l’ostracisme imposé n’a d’égal que le stoïcisme de la femme. Pour vivre en harmonie avec la société des hommes, pour se conformer au diktat des hommes, la femme s’enferrera dans une ataraxie avilissante, négativiste, par le don de soi.
Femme-source de vie mais femme-objet. Mère mais servile domestique. Femme-nourricière mais femme-alibi. Taillable aux champs et corvéable au ménage, cependant figurante sans visage et sans voix. Femme-charnière, femme-confluent mais femme en chaînes, femme-ombre à l’ombre masculine.
Pilier du bien-être familial, elle est accoucheuse, laveuse, balayeuse, cuisinière, messagère, matrone, cultivatrice, guérisseuse, maraîchère, pileuse, vendeuse, ouvrière. Elle est une force de travail à l’outil désuet, cumulant des centaines de milliers d’heures pour des rendements désespérants.
Déjà aux quatre fronts du combat contre la maladie, la faim, le dénuement, la dégénérescence, nos soeurs subissent chaque jour la pression des changements sur lesquels elles n’ont point de prise. Lorsque chacun de nos 800 000 émigrants mâles s’en va, une femme assume un surcroît de travail. Ainsi, les deux millions de Burkinabé résidant hors du territoire national ont contribué à aggraver le déséquilibre de la sex-ratio qui, aujourd’hui, fait que les femmes constituent 51,7 pour cent de la population totale. De la population résidante potentiellement active, elles sont 52,1 pour cent.
Trop occupée pour accorder l’attention voulue à ses enfants, trop épuisée pour penser à elle-même, la femme continuera de trimer: roue de fortune, roue de friction, roue motrice, roue de secours, grande roue.
Rouées et brimées, les femmes, nos soeurs et nos épouses, paient pour avoir donné la vie. Socialement reléguées au troisième rang, après l’homme et l’enfant, elles paient pour entretenir la vie. Ici aussi, un Tiers Monde est arbitrairement arrêté pour dominer, pour exploiter.
Dominée et transférée d’une tutelle protectrice exploiteuse à une tutelle dominatrice et davantage exploiteuse, première à la tâche et dernière au repos, première au puits et au bois, au feu du foyer mais dernière à étancher ses soifs, autorisée à manger que seulement quand il en reste; et après l’homme, clé de voûte de la famille, tenant sur ses épaules, dans ses mains et par son ventre cette famille et la société, la femme est payée en retour d’idéologie nataliste oppressive, de tabous et d’interdits alimentaires, de surcroît de travail, de malnutrition, de grossesses dangereuses, de dépersonnalisation et d’innombrables autres maux qui font de la mortalité maternelle une des tares les plus intolérables, les plus indicibles, les plus honteuses de notre société.
Sur ce substrat aliénant, l’intrusion des rapaces venus de loin a contribué à fermenter la solitude des femmes et à empirer la précarité de leur condition.
L’euphorie de l’indépendance a oublié la femme dans le lit des espoirs châtrés. Ségréguée dans les délibérations, absente des décisions, vulnérable donc victime de choix, elle a continué de subir la famille et la société. Le capital et la bureaucratie ont été de la partie pour maintenir la femme subjuguée. L’impérialisme a fait le reste.
Scolarisées deux fois moins que les hommes, analphabètes à 99 pour cent, peu formées aux métiers, discriminées dans l’emploi, limitées aux fonctions subalternes, harcelées et congédiées les premières, les femmes, sous les poids de cent traditions et de mille excuses ont continué de relever les défis successifs. Elles devaient rester actives, coûte que coûte, pour les enfants, pour la famille et pour la société. Au travers de mille nuits sans aurores.
Le capitalisme avait besoin de coton, de karité, de sésame pour ses industries et c’est la femme, ce sont nos mères qui en plus de ce qu’elles faisaient déjà se sont retrouvées chargées d’en réaliser la cueillette. Dans les villes, là où était censée être la civilisation émancipatrice de la femme, celle-ci s’est retrouvée obligée de décorer les salons de bourgeois, de vendre son corps pour vivre ou de servir d’appât commercial dans les productions publicitaires.
Les femmes de la petite-bourgeoisie des villes vivent sans doute mieux que les femmes de nos campagnes sur le plan matériel. Mais sont-elles plus libres, plus émancipées, plus respectées, plus responsabilisées? Il y a plus qu’une question à poser, il y a une affirmation à avancer. De nombreux problèmes demeurent, qu’il s’agisse de l’emploi ou de l’accès à l’éducation, qu’il s’agisse du statut de la femme dans les textes législatifs ou dans la vie concrète de tous les jours, la femme burkinabè demeure encore celle qui vient après l’homme et non en même temps.
Les régimes politiques néo-coloniaux qui se sont succédés au Burkina n’ont eu de la question de l’émancipation de la femme que son approche bourgeoise qui n’est que l’illusion de liberté et de dignité. Seules les quelques femmes de la petite-bourgeoisie des villes étaient concernées par la politique à la mode de la "condition féminine" ou plutôt du féminisme primaire qui revendique pour la femme le droit d’être masculine. Ainsi la création du ministère de la Condition féminine, dirigée par une femme fut-elle chantée comme une victoire.
Mais avait-on vraiment conscience de cette condition féminine? Avait-on conscience que la condition féminine c’est la condition de 52 pour cent de la population burkinabè? Savait-on que cette condition était déterminée par les structures sociales, politiques, économiques et par les conceptions rétrogrades dominantes et que par conséquent la transformation de cette condition ne saurait incomber à un seul ministère, fût-il dirigé par une femme?
Cela est si vrai que les femmes du Burkina ont pu constater après plusieurs années d’existence de ce ministère que rien n’avait changé dans leur condition. Et il ne pouvait en être autrement dans la mesure où l’approche de la question de l’émancipation des femmes qui a conduit à la création d’un tel ministère-alibi, refusait de voir et de mettre en évidence afin d’en tenir compte les véritables causes de la domination et de l’exploitation de la femme. Aussi ne doit-on pas s’étonner que malgré l’existence de ce ministère, la prostitution se soit développée, que l’accès des femmes à l’éducation et à l’emploi ne se soit pas amélioré, que les droits civiques et politiques des femmes soient restés ignorés, que les conditions d’existence des femmes en ville comme en campagne ne se soient nullement améliorées.
Femme-bijou, femme-alibi politique au gouvernement, femme-sirène clientéliste aux élections, femme-robot à la cuisine, femme frustrée par la résignation et les inhibitions imposées malgré son ouverture d’esprit! Quelle que soit sa place dans le spectre de la douleur, quelle que soit sa façon urbaine ou rurale de souffrir, elle souffre toujours.
Mais une seule nuit a porté la femme au coeur de l’essor familial et au centre de la solidarité nationale.
Porteuse de liberté, l’aurore consécutive du 4 août 1983 lui a fait écho pour qu’ensemble, égaux, solidaires et complémentaires, nous marchions côte à côte, en un seul peuple.
La révolution d’août a trouvé la femme burkinabè dans sa condition d’être assujettie et exploité par une société néo-coloniale fortement influencée par l’idéologie des forces rétrogrades. Elle se devait de rompre avec la politique réactionnaire, prônée et suivie jusque-là en matière d’émancipation de la femme, en définissant de façon claire un politique nouveau, juste et révolutionnaire.

Notre révolution et l’émancipation de la femme.

Le 2 octobre 1983, le Conseil national de la révolution a clairement énoncé dans son Discours d’orientation politique l’axe principal du combat de libération de la femme. Il s’y est engagé à travailler à la mobilisation, à l’organisation et à l’union de toutes les forces vives de la nation, et de la femme en particulier. Le Discours d’orientation politique précisait à propos de la femm: "Elle sera associée d tous les combats que nous aurons à entreprendre contre les diverses entraves de la société néo-coloniale et pour l’édification d’une société nouvelle. Elle sera associée à tous les niveaux de conception, de décision et d’exécution dans l’organisation de la vie de la nation tout entière".
Le but de cette grandiose entreprise, c’est de construire une société libre et prospère où la femme sera l’égale de l’homme dans tous les domaines. Il ne peut y avoir de façon plus claire de concevoir et d’énoncer la question de la femme et la lutte émancipatrice qui nous attend.
"La vraie émancipation de la femme c’est celle qui responsabilise la femme, qui l’associe aux activités productrices, aux différents combats auxquels est confronté le peuple. La vraie émancipation de la femme, c’est celle qui force la considération et le respect de l’homme".
Cela indique clairement, camarades militantes, que le combat pour la libération de la femme est avant tout votre combat pour le renforcement de la Révolution démocratique et populaire. Cette révolution qui vous donne désormais la parole et le pouvoir de dire et d’agir pour l’édification d’une société de justice et d’égalité, où la femme et l’homme ont les mêmes droits et les mêmes devoirs. La Révolution démocratique et populaire a créé les conditions d’un tel combat libérateur. Il vous appartient désormais d’agir en toute responsabilité pour, d’une part, briser toutes les chaînes et entraves qui asservissent la femme dans les sociétés arriérées comme la nôtre, et pour, d’autre part, assumer la part de responsabilité qui est la vôtre dans la politique d’édification de la société nouvelle au profit de l’Afrique et au profit de toute l’humanité.
Aux premières heures de la Révolution démocratique et populaire, nous le disions déjà: "l’émancipation tout comme la liberté ne s’octroie pas, elle se conquiert. Et il incombe aux femmes elles-mêmes d’avancer leurs revendications et de se mobiliser pour les faire aboutir". Ainsi notre révolution a non seulement précisé l’objectif à atteindre dans la question de la lutte d’émancipation de la femme, mais elle a également indiqué ta voie à suivre, les moyens à mettre en oeuvre et les principaux acteurs de ce combat. Voilà bientôt quatre ans que nous oeuvrons ensemble, hommes et femmes, pour remporter des victoires et avancer vers l’objectif final.
Il nous faut avoir conscience des batailles livrées, des succès remportés, des échecs subis et des difficultés rencontrées pour davantage préparer et diriger les futurs combats. Quelle oeuvre a été réalisée par la Révolution démocratique et populaire dans l’émancipation de la femme?
Quels atouts et quels handicaps?
L’un des principaux acquis de notre révolution dans la lutte pour l’émancipation de la femme a été sans conteste la création de l’Union des femmes du Burkina, (UFB). La création de cette organisation constitue un acquit majeur parce qu’elle a permis de donner aux femmes de notre pays un cadre et des moyens sûrs pour victorieusement mener le combat. La création de l’UFB est une grande victoire parce qu’elle permet le ralliement de l’ensemble des femmes militantes autour d’objectifs précis, justes, pour le combat libérateur sous la direction du Conseil national de la révolution. L’UFB est l’organisation des femmes militantes et responsables, déterminées à travailler pour transformer [la réalité], à se battre pour gagner, à tomber et retomber, mais à se relever chaque fois pour avancer sans reculer.
C’est là une conscience nouvelle qui a germé chez les femmes du Burkina, et nous devons tous en être fiers. Camarades militantes, l’Union des femmes du Burkina est votre organisation de combat. Il vous appartient de l’affûter davantage pour que ses coups soient plus tranchants et vous permettent de remporter toujours et toujours des victoires. Les différentes initiatives que le Gouvernement a pu entreprendre depuis un peu plus de trois ans pour l’émancipation de la femme sont certainement insuffisantes, mais elles ont permis de faire un bout du chemin au point que notre pays peut se présenter aujourd’hui à l’avant-garde du combat libérateur de la femme. Nos femmes participent de plus en plus aux prises de décision, à l’exercice effectif du pouvoir populaire.
Les femmes du Burkina sont partout où se construit le pays, elles sont sur les chantiers: le Sourou (vallée irriguée), le reboisement, la vaccination-commando, les opérations "Villes propres", la bataille du rail, etc. Progressivement, les femmes du Burkina prennent pied et s’imposent, battant ainsi en brèche toutes les conceptions phallocratiques et passéïstes des hommes. Et il en sera ainsi jusqu’à ce que la femme au Burkina soit partout présente dans le tissu social et professionnel. Notre révolution, durant les trois ans et demi, a oeuvré à l’élimination progressive des pratiques dévalorisantes de la femme, comme la prostitution et les pratiques avoisinantes comme le vagabondage 3t la délinquance des jeunes filles, le mariage forcé, l’excision et les conditions de vie particulièrement difficiles de la femme.
En contribuant à résoudre partout le problème de l’eau, en contribuant aussi à l’installation des moulins dans les villages, en vulgarisant les foyers améliorés, en créant des garderies populaires, en pratiquant la vaccination au quotidien, en incitant à l’alimentation saine, abondante et variée, la révolution contribue sans nul doute à améliorer les conditions de vie de la femme burkinabè.
Aussi, celle-ci doit-elle s’engager davantage dans l’application des mots d’ordre anti-impérialistes, à produire et consommer burkinabè, en s’affirmant toujours comme un agent économique de premier plan, producteur comme consommateur des produits locaux.
La révolution d’août a sans doute beaucoup fait pour l’émancipation de la femme, mais cela est pourtant loin d’être satisfaisant. Il nous reste beaucoup à faire.
Pour mieux réaliser ce qu’il nous reste à faire, il nous faut d’avantage être conscients des difficultés à vaincre. Les obstacles et les difficultés sont nombreux. Et en tout premier lieu l’analphabétisme et le faible niveau de conscience politique, toutes choses accentuées encore par l’influence trop grande des forces rétrogrades dans nos sociétés arriérées.
Ces deux principaux obstacles, nous devons travailler avec persévérance à les vaincre. Car tant que les femmes n’auront pas une conscience claire de la justesse du combat politique à mener et des moyens à mettre en oeuvre, nous risquons de piétiner et finalement de régresser.
C’est pourquoi, l’Union des femmes du Burkina devra pleinement jouer le rôle qui est le sien. Les femmes de l’UFB doivent travailler à surmonter leurs propres insuffisances, à rompre avec les pratiques et le comportement qu’on a toujours dit propres aux femmes et que malheureusement nous pouvons vérifier encore chaque jour par les propos et comportements de nombreuses femmes. Il s’agit de toutes ces mesquineries comme la jalousie, l’exhibitionnisme, les critiques incessantes et gratuites, négatives et sans principes, le dénigrement des unes par les autres, le subjectivisme à fleur de peau, les rivalités, etc... Une femme révolutionnaire doit vaincre de tels comportements qui sont particulièrement accentués chez celles de la petite-bourgeoisie. Ils sont de nature à compromettre tout travail de groupe, alors même que le combat pour la libération de la femme est un travail organisé qui a besoin par conséquent de la contribution de l’ensemble des femmes.
Ensemble nous devons toujours veiller à l’accès de la femme au travail. Ce travail émancipateur et libérateur qui garantira à la femme l’indépendance économique, un plus grand rôle social et une connaissance plus juste et plus complète du monde.
Notre entendement du pouvoir économique de la femme doit se départir de la cupidité vulgaire et de la crasse avidité matérialiste qui font de certaines femmes des bourses de valeurs-spéculatrices, des coffres-forts ambulants. Il s’agit de ces femmes qui perdent toute dignité, tout contrôle et tout principe dès lors que le clinquant des bijoux se manifeste ou que le craquant des billets se fait entendre. De ces femmes, il y en a malheureusement qui conduisent des hommes aux excès d’endettement, voire de concussion, de corruption. Ces femmes sont de dangereuses boues gluantes, fétides, qui nuisent à la flamme révolutionnaire de leurs époux ou compagnons militants. De tristes cas existent où des ardeurs révolutionnaires ont été éteintes et où l’engagement du mari a été détourné de la cause du peuple par une femme égoïste et acariâtre, jalouse et envieuse.
L’éducation et l’émancipation économique, si elles ne sont pas bien comprises et utilement orientées, peuvent être sources de malheur pour la femme, donc pour la société. Recherchées comme amantes, épousées pour le meilleur, elles sont abandonnées dès que survient le pire. Le jugement répandu est impitoyable pour elles: l’intellectuelle se "place mal" et la richissime est suspecte. Toutes sont condamnées à un célibat qui ne serait pas grave s’il n’était pas l’expression même d’un ostracisme diffus de toute une société contre des personnes, victimes innocentes parce qu’elles ignorent tout de "leur crime et de leur tare", frustrées parce que chaque jour est un éteignoir à une affectivité qui se mue en acariâtrie ou en hypochondrie. Chez beaucoup de femmes le grand savoir a provoqué des déboires et la grande fortune a nourri bien des infortunes.
La solution à ces paradoxes apparents réside dans la capacité des malheureuses instruites ou riches à mettre au service de leur peuple leur grande instruction, leurs grandes richesses. Elles n’en seront que plus appréciées, voire adulées par tant et tant de personnes à qui elles auront apporté un peu de joie. Comment alors pourraient-elles se sentir seules dans ces conditions? Comment ne pas connaître la plénitude sentimentale lorsque l’on a su faire de l’amour de soi et de l’amour pour soi, l’amour de l’autre et l’amour des autres?
Nos femmes ne doivent pas reculer devant les combats multiformes qui conduisent une femme à s’assumer pleinement, courageusement et fièrement afin de vivre le bonheur d’être elle-même, et non pas la domestication d’elle par lui.
Aujourd’hui encore, et pour beaucoup de nos femmes, s’inscrire sous le couvert d’un homme demeure le quitus le plus sûr contre le qu’en-dira-t-on oppressant. Elles se marient sans amour et sans joie de vivre, au seul profit d’un goujat, d’un falot démarqué de la vie et des luttes du peuple. Bien souvent, des femmes exigent une indépendance sourcilleuse, réclamant en même temps d’être protégées, pire, d’être sous le protectorat colonial d’un mâle. Elles ne croient pas pouvoir vivre autrement.
Non! il nous faut redire à nos soeurs que le mariage, s’il n’apporte rien à la société et s’il ne les rend pas heureuses, n’est pas indispensable, et doit même être évité. Au contraire, montrons-leur chaque jour les exemples de pionnières hardies et intrépides qui dans leur célibat, avec ou sans enfants, sont épanouies et radieuses pour elles, débordantes de richesses et de disponibilité pour les autres. Elles sont même enviées par les mariées malheureuses pour les sympathies qu’elles soulèvent, le bonheur qu’elles tirent de leur liberté, de leur dignité et de leur serviabilité.
Les femmes ont suffisamment fait la preuve de leurs capacités à entretenir une famille, à élever des enfants, à être en un mot responsables sans l’assujettissement tutélaire d’un homme. La société a suffisamment évolué pour que cesse le bannissement injuste de la femme sans mari. Révolutionnaires, nous devons faire en sorte que le mariage soit un choix valorisant et non pas cette loterie où l’on sait ce que l’on dépense au départ mais rien de ce que l’on va gagner. Les sentiments sont trop nobles pour tomber sous le coup du ludisme.
Une autre difficulté réside aussi sans aucun doute dans l’attitude féodale, réactionnaire et passive de nombreux hommes qui continuent de par leur comportement, à tirer en arrière. Ils n’entendent pas voir remettre en cause des dominations absolues sur la femme au foyer ou dans la société en général. Dans le combat pour l’édification de la société nouvelle qui est un combat révolutionnaire, ces hommes de par leurs pratiques, se placent du côté de la réaction et de la contre-révolution. Car la révolution ne saurait aboutir sans l’émancipation véritable des femmes.
Nous devons donc, camarades militantes, avoir clairement conscience de toutes ces difficultés pour mieux affronter les combats à venir.
La femme tout comme l’homme possède des qualités mais aussi des défauts et c’est là sans doute la preuve que la femme est l’égale de l’homme. En mettant délibérément l’accent sur les qualités de la femme, nous n’avons pas d’elle une vision idéaliste. Nous tenons simplement à mettre en relief ses qualités et ses compétences que l’homme et la société ont toujours occultées pour justifier l’exploitation et la domination de la femme.
Comment allons-nous nous organiser pour accélérer la marche en avant vers l’émancipation ?
Nos moyens sont dérisoires, mais notre ambition, elle, est grande. Notre volonté et notre conviction fermes d’aller de l’avant ne suffisent pas pour réaliser notre pari. II nous faut rassembler nos forces, toutes nos forces, les agencer, les coordonner dans le sens du succès de notre lutte. Depuis plus de deux décennies l’on a beaucoup parlé d’émancipation dans notre pays, l’on s’est beaucoup ému. II s’agit aujourd’hui d’aborder la question de l’émancipation de façon globale, en évitant les fuites des responsabilités qui ont conduit à ne pas engager toutes les forces dans la lutte et à faire de cette question centrale une question marginale, en évitant également les fuites en avant qui laisseraient loin derrière, ceux et surtout celles qui doivent tue en première ligne.
Au niveau gouvernemental, guidé par les directives du Conseil national de la révolution, un Plan d’action cohérent en faveur des femmes, impliquant l’ensemble des départements ministériels, sera mis en place afin de situer les responsabilités de chacun dans des missions à court et moyen termes. Ce plan d’action, loin d’être un catalogue de voeux pieux et autres apitoiements devra être le fil directeur de l’intensification de l’action révolutionnaire. C’est dans le feu de la lutte que les victoires importantes et décisives seront remportées.
Ce plan d’action devra être conçu par nous et pour nous. De nos larges et démocratiques débats devront sortir les audacieuses résolutions pour réaliser notre foi en la femme. Que veulent les hommes et les femmes pour les femmes ? C’est ce que nous dirons dans notre Plan d’action.
Le Plan d’action, de par l’implication de tous les départements ministériels, se démarquera résolument de l’attitude qui consiste à marginaliser la question de la femme et à déresponsabiliser des responsables qui, dans leurs actions quotidiennes, auraient dû et auraient pu contribuer de façon significative à la résolution de la question. Cette nouvelle approche multidimensionnelle de la question de la femme découle de notre analyse scientifique, de son origine, de ses causes et de son importance dans le cadre de notre projet d’une société nouvelle, débarrassée de toutes formes d’exploitation et d’oppression. Il ne s’agit point ici d’implorer la condescendance de qui que ce soit en faveur de la femme. Il s’agit d’exiger au nom de la révolution qui est venue pour donner et non pour prendre, que justice soit faite aux femmes.
Désormais l’action de chaque ministère, de chaque comité d’administration ministériel sera jugée en fonction des résultats atteints dans le cadre de la mise en oeuvre du Plan d’action, au-delà des résultats globaux usuels. À cet effet, les résultats statistiques comporteront nécessairement la part de l’action entreprise qui a bénéficié aux femmes ou qui les a concernées. La question de la femme devra être présente à l’esprit de tous les décideurs à tout instant, à toutes les phases de la conception, de l’exécution des actions de développement. Car concevoir un projet de développement sans la participation de la femme, c’est ne se servir que de quatre doigts, quand on en a dix. C’est donc courir à l’échec.
Au niveau des ministères chargés de l’éducation, on veillera tout particulièrement à ce que l’accès des femmes à l’éducation soit une réalité, cette réalité qui constituera un pas qualitatif vers l’émancipation. Tant il est vrai que partout où les femmes ont accès à l’éducation, la marche vers l’émancipation s’est trouvée accélérée. La sortie de la nuit de l’ignorance permet en effet aux femmes d’exprimer, et d’utiliser les armes du savoir, pour se mettre à la disposition de la société. Du Burkina Faso, devraient disparaître toutes les formes ridicules et rétrogrades qui faisaient que seule la scolarisation des garçons était perçue comme importante et rentable, alors que celle de la fille n’était qu’une prodigalité.
L’attention des parents pour les filles à l’école devra être égale à celle accordée aux garçons qui font toute leur fierté. Car, non seulement les femmes ont prouvé qu’elles étaient égales à l’homme à l’école quand elles n’étaient pas tout simplement meilleures, mais surtout elles ont droit à l’école pour apprendre et savoir, pour être libres.
Dans les futures campagnes d’alphabétisation, les taux de participation des femmes devront être relevés pour correspondre à leur importance numérique dans la population, car ce serait une trop grande injustice que de maintenir une si importante fraction de la population, la moitié de celle-ci, dans l’ignorance.
Au niveau des ministères chargés du travail et de la justice, les textes devront s’adapter constamment à la mutation que connaît notre société depuis le 4 août 1983, afin que l’égalité en droits entre l’homme et la femme soit une réalité tangible. Le nouveau code du travail, en cours de confection et de débat devra être l’expression des aspirations profondes de notre peuple à la justice sociale et marquer une étape importante dans l’oeuvre de destruction de l’appareil néo-colonial. Un appareil de classe, qui a été façonné et modelé par les régimes réactionnaires pour pérenniser le système d’oppression des masses populaires et notamment des femmes. Comment pouvons-nous continuer d’admettre qu’à travail égal, la femme gagne moins que l’homme? Pouvons-nous admettre le lévirat et la dot réduisant nos soeurs et nos mères au statut de biens vulgaires qui font l’objet de tractations? Il y a tant et tant de choses que les lois moyenâgeuses continuent encore d’imposer à notre peuple, aux femmes de notre peuple. C’est juste, qu’enfin, justice soit rendue.
Au niveau des ministères chargés de la culture et de la famille, un accent particulier sera mis sur l’avènement d’une mentalité nouvelle dans les rapports sociaux, en collaboration étroite avec l’Union des femmes du Burkina. La mère et l’épouse sous la révolution ont des rôles spécifiques importants à jouer dans le cadre des transformations révolutionnaires. L’éducation des enfants, la gestion correcte des budgets familiaux, la pratique de la planification familiale, la création d’une ambiance familiale, le patriotisme sont autant d’atouts importants devant contribuer efficacement à la naissance d’une morale révolutionnaire et d’un style de vie anti-impérialiste, prélude à une société nouvelle.
La femme, dans son foyer, devra mettre un soin particulier à participer à la progression de la qualité de la vie. En tant que Burkinabé, bien vivre, c’est bien se nourrir, c’est bien s’habiller avec les produits burkinabé. Il s’agira d’entretenir un cadre de vie propre et agréable car l’impact de ce cadre sur les rapports entre les membres d’une même famille est très important. Un cadre de vie sale et vilain engendre des rapports de même nature. Il n’y a qu’à observer les porcs pour s’en convaincre.
Et puis la transformation des mentalités serait incomplète si la femme de type nouveau devait vivre avec un homme de type ancien. Le réel complexe de supériorité des hommes sur les femmes, où est-il le plus pernicieux mais le plus déterminant si ce n’est dans le foyer où la mère, complice et coupable, organise sa progéniture d’après des règles sexistes inégalitaires? Ce sont les femmes qui perpétuent le complexe des sexes, dès les débuts de l’éducation et de la formation du caractère.
Par ailleurs à quoi servirait notre activisme pour mobiliser le jour un militant si la nuit, le néophyte devait se retrouver aux côtés d’une femme réactionnaire démobilisatrice!
Que dire des tâches de ménage, absorbantes et abrutissantes, qui tendent à la robotisation et ne laissent aucun répit pour la réflexion!
C’est pourquoi, des actions doivent être résolument entreprises en direction des hommes et dans le sens de la mise en place, à grande échelle, d’infrastructures sociales telles que les crèches, les garderies populaires, et les cantines. Elles permettront aux femmes de participer plus facilement au débat révolutionnaire, à l’action révolutionnaire.
L’enfant qui est rejeté comme le raté de sa mère ou monopolisé comme la fierté de son père devra être une préoccupation pour toute la société et bénéficier de son attention et de son affection.
L’homme et la femme au foyer se partageront désormais toutes les tâches du foyer.
Le Plan d’action en faveur des femmes devra être un outil révolutionnaire pour la mobilisation générale de toutes les structures politiques et administratives dans le processus de libération de la femme.
Camarades militantes, je vous le répète, afin qu’il corresponde aux besoins réels des femmes, ce plan fera l’objet de débats démocratiques au niveau de toutes les structures de l’UFB.
L’UFB est une organisation révolutionnaire. À ce titre, elle est une école de démocratie populaire régie par les principes organisationnels que sont la critique et l’autocritique, le centralisme démocratique. Elle entend se démarquer des organisations où la mystification a pris le pas sur les objectifs réels. Mais cette démarcation ne sera effective et permanente que si les militantes de l’UFB engagent une lutte résolue contre les tares qui persistent encore, hélas, dans certains milieux féminins. Car il ne s’agit point de rassembler des femmes pour la galerie ou pour d’autres arrière-pensées démagogiques électoralistes ou simplement coupables.
Il s’agit de rassembler des combattantes pour gagner des victoires; il s’agit de se battre en ordre et autour des programmes d’activités arrêtés démocratiquement au sein de leurs comités dans le cadre de l’exercice bien compris de l’autonomie organisationnelle propre à chaque structure révolutionnaire. Chaque responsable UFB devra être imprégnée de son rôle, dans sa structure, afin de pouvoir être efficace dans l’action. Cela impose à l’Union des femmes du Burkina d’engager de vastes campagnes d’éducation politique et idéologique de ses responsables, pour le renforcement sur le plan organisationnel des structures de l’UFB à tous les niveaux.
Camarades militantes de l’UFB, votre union, notre union, doit participer pleinement à la lutte des classes aux côtés des masses populaires. Les millions de consciences endormies, qui se sont réveillées à l’avènement de la révolution représentent une force puissante. Nous avons choisi au Burkina Faso, le 4 août 1983, de compter sur nos propres forces, c’est-à-dire en grande partie sur la force que vous représentez, vous les femmes. Vos énergies doivent, pour être utiles, être toutes conjuguées dans le sens de la liquidation des races des exploiteurs, de la domination économique de l’impérialisme.
En tant que structure de mobilisation, l’UFB devra forger au niveau des militantes une conscience politique aiguë pour un engagement révolutionnaire total dans l’accomplissement des différentes actions entreprises par le gouvernement pour l’amélioration des conditions de la femme. Camarades de l’UFB, ce sont les transformations révolutionnaires qui vont créer les conditions favorables à votre libération. Vous êtes doublement dominées par l’impérialisme et par l’homme. En chaque homme somnole un féodal, un phallocrate qu’il faut détruire. Aussi, est-ce avec empressement que vous devez adhérer aux mots d’ordre révolutionnaires les plus avancés pour en accélérer la concrétisation et avancer encore plus vite vers l’émancipation. C’est pourquoi, le Conseil national de la révolution note avec joie votre participation intense à tous les grands chantiers nationaux et vous incite à aller encore plus loin pour un soutien toujours plus grand, à la révolution d’août qui est avant tout la vôtre.
En participant massivement aux grands chantiers, vous vous montrez d’autant plus méritantes que l’on a toujours voulu, à travers la répartition des tâches au niveau de la société, vous confiner dans des activités secondaires. Alors que votre apparente faiblesse physique n’est rien d’autre que la conséquence des normes de coquetterie et de goût que cette même société vous impose parce que vous êtes des femmes.
Chemin faisant, notre société doit se départir des conceptions féodales qui font que la femme non mariée est mise au ban de la société, sans que nous ne percevions clairement que cela est la traduction de la relation d’appropriation qui veut que chaque femme soit la propriété d’un homme. C’est ainsi que l’on méprise les filles-mères comme si elles étaient les seules responsables de leur situation, alors qu’il y a toujours un homme coupable. C’est ainsi que les femmes qui n’ont pas d’enfants, sont opprimées du fait de croyances surannées alors que cela s’explique scientifiquement et peut être vaincu par la science.
La société a par ailleurs imposé aux femmes des canons de coquetterie qui portent préjudice à son intégrité physique: l’excision, les scarifications, les taillages de dents, les perforations des lèvres et du nez. L’application de ces normes de coquetterie reste d’un intérêt douteux. Elle compromet même la capacité de la femme à procréer et sa vie affective dans le cas de l’excision. D’autres types de mutilations, pour moins dangereuses qu’elles soient, comme le perçage des oreilles et le tatouage n’en sont pas moins une expression du conditionnement de la femme, conditionnement imposé à elle par la société pour pouvoir prétendre à un mari.
Camarades militantes, vous vous soignez pour mériter un homme. Vous vous percez les oreilles, et vous vous labourez le corps pour être acceptées par des hommes. Vous vous faites mal pour que le mâle vous fasse encore plus mal!
Femmes, mes camarades de luttes, c’est à vous que je parle : vous qui êtes malheureuses en ville comme en campagne, vous qui ployez sous le poids des fardeaux divers de l’exploitation ignoble, "justifiée et expliquée" en campagne ; vous qui, en ville, êtes sensées être des femmes heureuses, mais qui êtes au fond tous les jours des femmes malheureuses, accablées de charges, parce que, tôt levée la femme tourne en toupie devant sa garde-robe se demandant quoi porter, non pour se vêtir, non pour se couvrir contre les intempéries mais surtout, quoi porter, pour plaire aux hommes, car elle est tenue, elle est obligée de chercher à plaire aux hommes chaque jour ; vous les femmes à l’heure du repos, qui vivez la triste attitude de celle qui n’a pas droit à tous les repos, celle qui est obligée de se rationner, de s’imposer la continence et l’abstinence pour maintenir un corps conforme à la ligne que désirent les hommes; vous le soir, avant de vous coucher, recouvertes et maquillées sous le poids de ces nombreux produits que vous détestez tant nous le savons mais qui ont pour but de cacher une ride indiscrète, malencontreuse, toujours jugée précoce, un âge qui commence à se manifester, un embonpoint qui est trop tôt venu. Vous voilà chaque soir obligées de vous imposer une ou deux heures de rituel pour préserver un atout, mal récompensé d’ailleurs par un mari inattentif, et pour le lendemain recommencer à peine à l’aube.
Camarades militantes, hier à travers les discours, par la Direction de la mobilisation et l’organisation des femmes (DMOF) et en application du statut général des CDR, le Secrétariat général national des CDR a entrepris avec succès la mise en place des comités, des sous-sections et des sections de l’Union des femmes du Burkina.
Le Commissariat politique chargé de l’organisation et de la planification aura la mission de parachever votre pyramide organisationnelle par la mise en place du Bureau national de l’UFB. Nous n’avons pas besoin d’administration au féminin pour gérer bureaucratiquement la vie des femmes ni pour parler sporadiquement en fonctionnaire cauteleux de la vie des femmes. Nous avons besoin de celles qui se battront parce qu’elles savent que sans bataille, il n’y aura pas de destruction de l’ordre ancien et construction de l’ordre nouveau. Nous ne cherchons pas à organiser ce qui existe, mais bel et bien à le détruire, à le remplacer.
Le Bureau national de l’UFB devra être constitué de militantes convaincues et déterminées dont la disponibilité ne devra jamais faire défaut, tant l’oeuvre à entreprendre est grande. Et la lutte commence dans le foyer. Ces militantes devront avoir conscience qu’elles représentent aux yeux des masses l’image de la femme révolutionnaire émancipée, et elles devront se comporter en conséquence.
Camarades militantes, camarades militants, en changeant l’ordre classique des choses, l’expérience fait de plus en plus la preuve que seul le peuple organisé est capable d’exercer le pouvoir démocratiquement.
La justice et l’égalité qui en sont les principes de base permettent à la femme de démontrer que les sociétés ont tort de ne pas lui faire confiance au plan politique comme au plan économique. Ainsi la femme exerçant le pouvoir dont elle s’est emparée au sein du peuple est à même de réhabiliter toutes les femmes condamnées par l’histoire.
Notre révolution entreprend un changement qualitatif, profond de notre société. Ce changement doit nécessairement prendre en compte les aspirations de la femme burkinabè. La libération de la femme est une exigence du futur, et le futur, camarades, est partout porteur de révolutions. Si nous perdons le combat pour la libération de la femme, nous aurons perdu tout droit d’espérer une transformation positive supérieure de la société. Notre révolution n’aura donc plus de sens. Et c’est à ce noble combat que nous sommes tous conviés, hommes et femmes.
Que nos femmes montent alors en première ligne! C’est essentiellement de leur capacité, de leur sagacité à lutter et de leur détermination à vaincre, que dépendra la victoire finale. Que chaque femme sache entraîner un homme pour atteindre les cimes de la plénitude. Et pour cela que chacune de nos femmes puisse dans l’immensité de ses trésors d’affection et d’amour trouver la force et le savoir-faire pour nous encourager quand nous avançons et nous redonner du dynamisme quand nous flanchons. Que chaque femme conseille un homme, que chaque femme se comporte en mère auprès de chaque homme. Vous nous avez mis au monde, vous nous avez éduqués et vous avez fait de nous des hommes.
Que chaque femme, vous nous avez guidés jusqu’au jour où nous sommes continue d’exercer et d’appliquer son rôle de mère, son rôle de guide. Que la femme se souvienne de ce qu’elle peut faire, que chaque femme se souvienne qu’elle est le centre de la terre, que chaque femme se souvienne qu’elle est dans le monde et pour le monde, que chaque femme se souvienne que la première à pleurer pour un homme, c’est une femme. On dit, et vous le retiendrez, camarades, qu’au moment de mourir, chaque homme interpelle, avec ses derniers soupirs, une femme: sa mère, sa soeur, ou sa compagne.
Les femmes ont besoin des hommes pour vaincre. Et les hommes ont besoin des victoires des femmes pour vaincre. Car, camarades femmes, aux côtés de chaque homme, il y a toujours une femme. Cette main de la femme qui a bercé le petit de l’homme, c’est cette même main qui bercera le monde entier.
Nos mères nous donnent la vie. Nos femmes mettent au monde nos enfants, les nourrissent à leurs seins, les élèvent et en font des êtres responsables.
Les femmes assurent la permanence de notre peuple, les femmes assurent le devenir de l’humanité; les femmes assurent la continuation de notre oeuvre; les femmes assurent la fierté de chaque homme.
Mères, soeurs, compagnes, il n’y a point d’homme fier tant qu’il n’y a point de femme à côté de lui. Tout homme fier, tout homme fort, puise ses énergies auprès d’une femme; la source intarissable de la virilité, c’est la féminité. La source intarissable, la clé des victoires se trouvent toujours entre les mains de la femme. C’est auprès de la femme, soeur ou compagne que chacun de nous retrouve le sursaut de l’honneur et de la dignité.
C’est toujours auprès d’une femme que chacun de nous retourne pour chercher et rechercher la consolation, le courage, l’inspiration pour oser repartir au combat, pour recevoir le conseil qui tempérera des témérités, une irresponsabilité présomptueuse. C’est toujours auprès d’une femme que nous redevenons des hommes, et chaque homme est un enfant pour chaque femme. Celui qui n’aime pas la femme, celui qui ne respecte pas la femme, celui qui n’honore pas la femme, a méprisé sa propre mère. Par conséquent, celui qui méprise la femme méprise et détruit le lieu focal d’où il est issu, c’est-à-dire qu’il se suicide lui-même parce qu’il estime n’avoir pas de raison d’exister, d’être sorti du sein généreux d’une femme.
Camarades, malheur à ceux qui méprisent les femmes ! Ainsi à tous les hommes d’ici et d’ailleurs, à tous les hommes de toutes conditions, de quelque case qu’ils soient, qui méprisent la femme, qui ignorent et oublient ce qu’est la femme, je dis : "Vous avez frappé un roc, vous serez écrasés".
Camarades, aucune révolution, et à commencer par notre révolution, ne sera victorieuse tant que les femmes ne seront pas d’abord libérées. Notre lutte, notre révolution sera inachevée tant que nous comprendrons la libération comme celle essentiellement des hommes. Après la libération du prolétaire, il reste la libération de la femme. Camarades, toute femme est la mère d’un homme. Je m’en voudrais en tant qu’homme, en tant que fils, de conseiller et d’indiquer la voie à une femme. La prétention serait de vouloir conseiller sa mère. Mais nous savons aussi que l’indulgence et l’affection de la mère, c’est d’écouter son enfant, même dans les caprices de celui-ci, dans ses rêves, dans ses vanités. Et c’est ce qui me console et m’autorise à m’adresser à vous.
C’est pourquoi, Camarades, nous avons besoin de vous pour une véritable libération de nous tous. Je sais que vous trouverez toujours la force et le temps de nous aider à sauver notre société.
Camarades, il n’y a de révolution sociale véritable que lorsque la femme est libérée. Que jamais mes yeux ne voient une société, que jamais, mes pas ne me transportent dans une société où la moitié du peuple est maintenue dans le silence. J’entends le vacarme de ce silence des femmes, je pressens le grondement de leur bourrasque, je sens la furie de leur révolte. J’attends et espère l’irruption féconde de la révolution dont elles traduiront la force et la rigoureuse justesse sorties de leurs entrailles d’opprimées.
Camarades, en avant pour la conquête du futur; Le futur est révolutionnaire; Le futur appartient à ceux qui luttent.
La patrie ou la mort, nous vaincrons!


Discours sur les femmes prononcé à l'occasion de la Journée Internationale de la Femme à l'Ouagadougou, le 8 mars 1987 (7 mois avant qu'il nous quitte au tendre age de 37 ans).

Captain Thomas Isidore Noël Sankara
______________


video

E' insolito che un uomo abbia a rivolgersi a così tante donne contemporaneamente. Non è neppure usale un uomo abbia a suggerire così tanto, circa le nuove battaglie da combattere, a tante donne al tempo stesso.
La prima timidezza all'uomo viene nel momento stesso in cui ha consapevolezza che guarda una donna. Compagne militanti, comprenderete che io stesso, malgrado la gioia ed il piacere che ho nel rivolgermi a voi, resto ugualmente un uomo che guarda in ciascuna di voi, la madre, la sorella o la moglie. Vorrei anche che le nostre sorelle qui presenti, venute da Kadiogo, e che non comprendono la lingua francese straniera nella quale vado a pronunciare il mio discorso, fossero verso di noi indulgenti come sono sempre state, esse che, come le nostre madri, hanno accettato di portarci in grembo nove mesi senza spazientirsi (Intervento in lingua nazionale mooré per assicurare alle donne che seguirà una traduzione per loro comprensibile).
Compagne, la notte del 4 agosto ha partorito l'opera più salutare per il popolo burkinabè. Ha dato al nostro popolo un nome ed al nostro paese un orizzonte.
Irradiati della linfa vivificante della libertà, gli uomini burkinabè, umiliati e proscritti ieri, hanno ricevuto il sigillo di ciò che c'è di più caro al mondo: la dignità e l'onore. Da allora, la felicità è diventata accessibile ed ogni giorno camminiamo verso di essa, abbelliti dalle lotte, anticipazioni che manifestano i grandi progressi che abbiamo già realizzato. Ma la felicità egoista è soltanto illusione e noi abbiamo una grande assente: la donna. È stata esclusa da questa processione felice.
Se gli uomini sono già al limite del grande giardino della rivoluzione, le donne sono confinate ancora nella loro oscurità spersonalizzata, a parlare a voce alta o silenziosamente delle esperienze che hanno toccato il Burkina Faso e che per esse non sono, al momento, che clamori.
Le promesse della rivoluzione sono già realtà per gli uomini. Per le donne, invece, non sono che delle voci. Tuttavia è da esse che dipendono la verità e l'avvenire dalla nostra rivoluzione: questioni vitali, problematiche fondamentali, poiché niente di completo, nulla di decisivo, niente di duraturo potrà farsi nel nostro paese finché questa importante parte di noi stessi sarà mantenuta in questo assoggettamento imposto per secoli dai differenti sistemi di sfruttamento. Gli uomini e le donne del Burkina Faso devono modificare in profondità l'immagine che si fanno di loro stessi dentro una società che, d'ora in poi, non solo determinerà nuovi rapporti sociali, ma provocherà una mutazione culturale sconvolgendo le relazioni di potere tra uomini e donne, condannando l'uno e l'altra a riconsiderare la natura di ciascuno. È un compito arduo ma necessario, poiché si tratta di permettere alla nostra rivoluzione di dare tutta la sua misura, di liberare tutte le sue potenzialità e di rivelare il suo autentico significato in quei rapporti immediati, naturali, necessari, dell'uomo e della donna che sono i rapporti più naturali tra esseri umani.
Ecco dunque fino a che punto il comportamento naturale dell'uomo è diventato umano e fino a che punto la natura umana è diventata la sua natura.
Questo essere umano, vasto e complesso agglomerato di dolori e di gioie, di solitudine nell'abbandono, e tuttavia culla creatrice dell'immensa umanità, questo essere di sofferenza, di frustrazione e di umiliazione, e tuttavia, sorgente inesauribile di felicità per ciascuno di noi; luogo incomparabile di ogni affetto, pungolo dei coraggi più inattesi; questo essere definito debole ma incredibile forza ispiratrice delle vie che conducono all'onore; questo essere, verità salda e certezza spirituale, questo essere, donne, siete voi! Voi, ninnananne e compagne della nostra vita, compagne della nostra lotta, e che quindi, in tutta onestà, dovete imporvi come partner uguali nella giovialità dei festeggiamenti per le vittorie della rivoluzione.
È in questa luce che tutti, uomini e donne, abbiamo il dovere di definire e di affermare il ruolo e la posizione della donna nella società.
Si tratta dunque di restituire all'uomo la sua vera immagine facendo trionfare il regno della libertà oltre le differenziazioni naturali, grazie alla liquidazione di tutti i sistemi di ipocrisia che consolidano lo sfruttamento cinico della donna.
In altri termini, porre la questione della donna nella società burkinabè di oggi, vuol dire abolire il sistema di schiavitù in cui è stata mantenuta durante i millenni. E prima ancora voler comprendere questo sistema nel suo funzionamento, afferrarne la vera natura e tutte le sue sfumature, per riuscire a generare un'azione suscettibile di condurre ad un affrancamento totale della donna.
Per dirla diversamente, per vincere una battaglie che è comune alla donna ed all'uomo, è importante conoscere tutti gli aspetti della questione femminile sia a livello nazionale che universale, e comprendere come, oggi, la lotta delle donne burkinabè si congiunge alla lotta universale di tutte le donne, ed oltre, alla lotta per la riabilitazione totale del nostro continente.
La condizione della donna è di conseguenza il punto cruciale di tutta la questione umana, qui, altrove, dovunque. Ha un carattere universale, dunque.

La lotta di classe e la questione femminile.

Dobbiamo certamente al materialismo dialettico l'aver proiettato sui problemi della condizione femminile la luce più forte, quella che ci permette di definire il problema dello sfruttamento della donna all'interno di un sistema generalizzato di sfruttamento. Quella che perciò consente di definire la società umana non più come un fatto naturale immutabile ma come una creazione artificiosa ed innaturale.
L'umanità non subisce passivamente il potere della natura. La plasma a suo volere. Questa creazione non è un'operazione interiore e soggettiva. Si effettua concretamente nella pratica, se la donna smette di essere considerata come un semplice corpo sessuato, per prendere coscienza al di là dei dati biologici, del suo valore nell'azione.
Inoltre, la coscienza che la donna prende di se stessa non è definita dalla sua sola sessualità. Riflette una situazione che dipende dalla struttura economica della società, struttura che traduce il grado dell'evoluzione tecnica e dei rapporti tra classi al quale è giunta l'umanità.
L'importanza del materialismo dialettico è di aver superato i limiti essenziali della biologia, di essere sfuggito alle tesi semplicistiche dell'asservimento alla specie, per calare tutti i dati di fatto nel contesto economico e sociale. Per quanto lontano si risalga nella storia umana, l'ascendente dell'uomo sulla natura non si è mai realizzato direttamente, col corpo nudo. La mano col suo pollice prensile già si prolunga verso lo strumento che moltiplica il suo potere. Non sono dunque i soli dati fisici, per esempio la forza muscolare o la gestazione, che hanno determinato la disuguaglianza di condizione tra uomo e donna. Non è neanche l'evoluzione tecnica in quanto tale che l'ha confermata. In certi casi, ed in certe parti del globo, la donna ha potuto annullare la differenza fisica che la separa dall'uomo.
È il passaggio da una forma di società ad un'altra che giustifica l'istituzionalizzazione di questa disuguaglianza. Una disuguaglianza scaturita dallo spirito e dalla nostra intelligenza per realizzare il dominio e lo sfruttamento concretizzati, rappresentati e vissuti ormai nelle funzioni e i ruoli ai quali abbiamo sottomesso la donna.
La maternità, l'obbligo sociale di essere conforme ai cannoni di ciò che gli uomini desiderano come eleganza, impediscono alla donna che lo desiderasse di costruirsi una muscolatura mascolina.
Per millenni, dal paleolitico all'età del bronzo, le relazioni tra i sessi furono considerate dai paleontologi caratterizzati da complementarità positiva. Questi rapporti rimasero per otto millenni nei termini della collaborazione e dell'inclusione, e non sotto quello dell'esclusione propria del patriarcato assoluto pressappoco generalizzato in epoca storica!
Engels ha tracciato lo stato dell'evoluzione delle tecniche, ma anche dell'asservamento storico della donna che nacque con la comparsa della proprietà privata, grazie al passaggio da un metodo di produzione ad un altro, da un'organizzazione sociale ad un'altra.
Col lavoro intensivo necessario per dissodare la foresta, far fruttificare i campi, trarre il massimo vantaggio dalla natura, arriva la suddivisione dei compiti. L'egoismo, la pigrizia, la facilità, in breve il massimo profitto col minimo sforzo, emergergono dalle profondità dell'uomo e si ergono a principi. La tenerezza protettiva della donna nei riguardi della famiglia e del clan diventa la trappola che consente il dominio del maschio. L'innocenza e la generosità sono vittime della dissimulazione e di calcoli immondi. L'amore è schernito. La dignità è infangata. Tutti i veri sentimenti si trasformano in oggetti di mercanteggiamento. Da allora, il senso dell'ospitalità e della condivisione con le donne cede all'astuzia degli impostori.
Sebbene consapevole di questo raggiro che regge l'ineguale distribuzione dei compiti, la donna segue l'uomo per prendersi cura ed elevare tutto ciò che ama. Egli, l'uomo, sfrutta all'eccesso tanto dono di sè. Più tardi, il germe dello sfruttamento colpevole instaura delle regole atroci, superando le concessioni coscienti della donna storicamente tradita.
L'umanità conosce la schiavitù con la proprietà privata. L'uomo, signore dei suoi schiavi e della terra, diventa anche proprietario della donna. È la grande disfatta storica del sesso femminile. Si spiega a causa dello sconvolgimento sopraggiunto nella divisione del lavoro, a causa dei nuovi metodi di produzione e di una rivoluzione nei mezzi di produzione.
Allora il diritto paterno si sostituisce al diritto materno; la trasmissione della terra si fa di padre in figlio e non più dalla donna al suo clan. Fa la sua comparsa la famiglia patriarcale fondata sulla proprietà personale ed unica del padre, diventato capofamiglia. In questa famiglia, la donna è oppressa. Regnando sovrano, l'uomo sazia i suoi capricci sessuali, si accoppia con le schiave o concubine. Le donne diventano il suo bottino e le sue conquiste di mercato. Trae profitto dalla loro forza lavoro e gode della diversità del piacere che gli procurano.
Da parte sua, appena i padroni rendono la pariglia possibile, la donna si vendica con l'infedeltà. Così il matrimonio trova il suo naturale complemento nell'adulterio. È la sola difesa che ha la donna contro la schiavitù domestica in cui è tenuta. L'oppressione sociale è qui l'espressione dell'oppressione economica.
In un tale ciclo di violenza, la disuguaglianza troverà fine solamente con l'avvento di una società nuova, vale a dire quando uomini e donne godranno di uguali diritti sociali, generati dagli sconvolgimenti intervenuti nei mezzi di produzione così come in tutti i rapporti sociali. Perciò la sorte della donna non migliorerà se non con la liquidazione del sistema che la sfrutta.
Difatti, nel corso dei secoli e dovunque trionfava il patriarcato, c'è stato un parallelismo stretto tra gli sfruttamenti delle classi e il dominio sulle donne. Certo, con periodi di schiarite in cui le donne, sacerdotesse o guerriere, hanno forato la cappa oppressiva. Ma l'essenziale, tanto al livello della pratica quotidiana che nella repressione intellettuale e morale, è sopravvissuto e si è consolidato. Defraudata della proprietà privata, espulsa da sè stessa, ridotta al livello di nutrice e di domestica, resa inessenziale dalle filosofie di Aristotele, Pitagora ed altri e dalle religioni più affermate, svalutata dai miti, la donna divideva la sorte dello schiavo che nella società schiavistica era solamente una bestia da soma con faccia umana.
Non c'è da meravigliarsi allora che, nella sua fase trionfante, il capitalismo, per il quale gli esseri umani erano solamente delle cifre, sia stato il sistema economico che ha sfruttato la donna con maggior cinismo e raffinatezza. Era questo il caso, si riporta, di quel fabbricante dell'epoca che adoperava solamente delle donne ai suoi telai meccanici. Dava preferenza alle donne sposate e, tra esse, a quelle che avevano a casa una famiglia da mantenere, perché mostravano molta più attenzione ed avevano più docilità delle nubili. Lavoravano fino allo sfinimento delle loro forze per procurare ai loro cari il mezzo di sussistenza indispensabile.
Così le qualità proprie della donna sono distorte a suo discapito, e tutti gli elementi morali e delicati della sua natura diventano dei mezzi per asservirla. La sua tenerezza, l'amore per la famiglia, la meticolosità che mette nel suo lavoro sono utilizzati contro di lei, camuffandoli pure come difetti che può avere.
Così, nel corso dei secoli e attraverso le varie tipologie di società, la donna ha conosciuto una triste sorte: quella della disuguaglianza sempre confermata rispetto all'uomo. Che le manifestazioni di questa disuguaglianza abbiano poi preso dei percorsi e dei contorni diversi, questa disuguaglianza non di meno è rimasta la stessa.
Nella società schiavistica, l'uomo schiavo era considerato come un animale, un mezzo di produzione di beni e servizi. La donna, qualunque fosse il suo rango, era oppressa entro la propria classe, e al di fuori di essa anche da quanti appartenevano alle classi sfruttatrici.
Nella società feudale, basandosi sulla pretesa debolezza fisica o psicologica delle donne, gli uomini le hanno confinate in una dipendenza assoluta dal maschio. Spesso considerata come causa di contaminazione o principale agente di spudorata indiscrezione, la donna, con rare eccezioni, era tenuta lontana dai luoghi di culto.
Nella società capitalista la donna, già moralmente e socialmente perseguitata, è anche economicamente dominata. Mantenuta dall'uomo quando non lavora, e anche quando si uccide dal tanto lavorare. Non si saprebbe come proiettare abbastanza luce viva sulla miseria delle donne, per dimostrare con maggior forza quanto essa sia solidale con quella dei proletari.

Della specificità del femminino.

Solidale all'uomo sfruttato, è la donna.
Tuttavia, questa solidarietà nello sfruttamento sociale di cui uomini e donne sono vittime e che lega la sorte dell'uno e dell'altra nella storia, non deve fare perdere di vista lo specifico della condizione femminile. La condizione della donna oltrepassa gli aspetti economici caratterizzando in modo specifico l'oppressione di cui è vittima. Questa singolarità ci vietata di stabilire delle equazioni perdendoci in facili ed infantili riduzioni. Probabilmente, nello sfruttamento, la donna e il lavoratore sono stati entrambi mantenuti nella muta rassegnazione. Ma nel sistema messo in piedi, la donna del lavoratore deve una ulteriore silente rassegnazione nei confronti del suo marito operaio. In altri termini, allo sfruttamento di classe che è loro comune, si aggiungono per le donne, delle relazioni singolari con l'uomo, relazioni fatte di opposizione e di aggressione che prendono a pretesto le differenze fisiche per imporsi.
Bisogna ammettere come l'asimmetria tra i sessi sia ciò che caratterizza la società umana, e che questa asimmetria definisce dei rapporti sovrani che non ci permettono di vedere al primo colpo nella donna, anche in seno alla produzione economica, una semplice lavoratrice. Rapporti privilegiati, rapporti pericolosi che fanno sì che la questione della condizione della donna si ponga sempre come un problema.
L'uomo prende dunque a pretesto la complessità di questi rapporti per seminare confusione in seno alle donne e trarre profitto da tutte le astuzie dello sfruttamento di classe per mantenere il suo dominio sulle donne. Allo stesso modo, del resto, altrove gli uomini hanno dominato altri uomini perché erano riusciti ad imporre l'idea che per l'origine della famiglia e diritto di nascita, "per legge divina", alcuni uomini fossero superiori agli altri. Da qui il Regno feudale. Allo stesso modo, altrove altri uomini sono riusciti ad asservire dei popoli interi, perché alla causa e alla spiegazione del colore della loro pelle è stata data una giustificazione che hanno voluto "scientifica" in modo da dominare quelli che avevano la sventura di essere di un altro colore. È questo il dominio coloniale. È l'apartheid.
Non possiamo non essere attenti a questa situazione delle donne, perché è ciò che spinge le migliori di esse a parlare di guerra dei sessi, mentre si tratta in realtà di una guerra di clan e di classe da condurre semplicemente insieme, nella complementarità. Ma dobbiamo ammettere che è l'atteggiamento degli uomini che rende possibile una tale cancellazione di significati e quindi permette tutte le audacie semantiche del femminismo, che certo non sono state inutili nella lotta che uomini e donne da sempre conducono contro l'oppressione. Una lotta che possiamo vincere, che vinceremo se ritroviamo la nostra complementarità, se ci sappiamo necessari e complementari, se comprendiamo, infine, che siamo condannati alla complementarità.
Per ora, dobbiamo riconoscere che il comportamento maschile, fatto di vanità, di irresponsabilità, di arroganze e di violenze di ogni tipo nei confronti della donna, difficilmente può portare ad un'azione coordinata contro l'oppressione di questa. E che dire, poi, di quegli atteggiamenti che vanno fino alla stupidità e che non sono in realtà che sfoghi di maschi oppressi che, attraverso le loro brutalità contro la propria donna, sperano così di recuperare a loro esclusivo vantaggio un'umanità che il sistema di sfruttamento nega loro.
La stupidità maschile si chiama sessismo o maschilismo, ogni forma di povertà intellettuale e morale, addirittura di impotenza fisica più o meno dichiarata che obbliga spesso le donne politicamente più consapevoli a considerare come un dovere la necessità di lottare su due fronti.
Per lottare e vincere, le donne devono identificarsi con gli strati e le classi sociali oppresse: gli operai, i contadini...
Un uomo, se oppresso, trova un essere da opprimere: la sua donna. Questo è certamente affermare una terribile realtà. Quando parliamo dell'ignobile sistema dell'apartheid, è verso i neri sfruttati ed oppressi che guardano sia il nostro pensiero che la nostra emozione. Ma dimentichiamo, ahimè, la donna nera che subisce il suo uomo, questo uomo che, munito del suo passbook (lascia-passare), si consentirà deviazioni colpevoli prima di andare a ritrovare quella che l'ha aspettato dignitosamente, nella sofferenza e nella miseria.
Pensiamo sicuramente anche alla donna bianca del Sud Africa, aristocratica, materialmente felice, ma purtroppo macchina di piacere di questi uomini bianchi lubrici che non hanno altro, per dimenticare i loro misfatti contro i neri, che la loro ubriacatura disordinata e perversa di rapporti sessuali bestiali.
Inoltre, non mancano gli esempi di uomini sedicenti progressisti che vivono felicemente di adulterio, ma che sarebbero pronti ad assassinare la loro donna anche solo per un sospetto di infedeltà. Sono numerosi da noi, questi uomini che vanno a cercare delle sedicenti consolazioni fra le braccia di prostitute e di cortigiane di ogni tipo! Senza dimenticare i mariti irresponsabili i cui stipendi servono solamente a mantenere ed arricchire amanti e locali pubblici. E che dire di quei piccoli uomini, anch'essi progressisti, che si ritrovano spesso in un ambiente lascivo per parlare con animo lussurioso delle donne di cui si sono approfittati. Essi credono così di misurarsi coi loro colleghi maschi, addirittura umiliarli quando incantano delle donne sposate.
Non si tratta, in effetti, che di penoso infantilismo di cui ci saremmo astenuti anche dal parlare se il loro comportamento di delinquenti non mettesse in discussione la virtù e la morale di donne di grande valore che sarebbero state altamente utili alla nostra rivoluzione.
E poi tutti questi militanti più o meno rivoluzionari, molto meno rivoluzionari che più, i quali non accettano che le loro compagne militino o l'accettano solamente per l'attivismo di giorno e solo di giorno; mentre poi picchiano le loro donne perché si sono assentate per delle riunioni o delle manifestazioni notturne. Ah! questi sospettosi, questi gelosi! Che povertà di mente e quale impegno per la causa condizionato, limitato! Perché, una donna delusa e decisa ad ingannare suo marito, non avrebbe che la notte per farlo? E qual impegno è questo, che vuole l'attivismo si fermi con la caduta della notte, per non riprendere i suoi diritti e le sue esigenze che al levar del giorno!
E che pensare, infine, di tutte quelle espressioni sulla bocca dei militanti più rivoluzionari e riferite alle donne? Espressioni del tipo "bassamente materialiste, profittatrici, attrici, bugiarde, pettegole, intriganti, gelose etc, etc..." Tutto ciò è forse vero delle donne, ma di sicuro altrettanto vero per gli uomini! La nostra società potrebbe anzi pervertirle meno, nella misura in cui con metodo essa prostra le donne, allontanandole da tutto ciò che si suppone essere serio, determinante, vale a dire confinandole in relazioni subalterne e meschine!
Quando si è condannati, come sono le donne, ad aspettare il proprio padrone di marito per dargli da mangiare e ricevere da lui l'autorizzazione di parlare e di vivere, non rimangono altro, per darsi un'occupazione e crearsi un'illusione di utilità o di importanza, che gli sguardi, i pettegolezzi, le ciarle, le occhiate oblique ed invidiose, seguite dalla maldicenza sulla civetteria degli altri e la loro vita privata. Gli stessi atteggiamenti si ritrovano nei maschi posti nelle stesse condizioni.
Delle donne diciamo anche, ahimè, che sono sbadate. Le si qualifica anche teste di gallina. Non dimentichiamo mai, però, che mentre è accaparrata, addirittura tormentata dal leggiadro sposo, marito infedele ed irresponsabile, dal bambino e dai suoi problemi, prostrata e infine sopraffatta dalla gestione di tutta la famiglia, la donna, in queste condizioni, può avere solamente degli occhi stravolti che riflettono l'assenza, e la distrazione dello spirito. L'oblio, per lei, diventa un antidoto alla pena, un'attenuazione dei rigori dell'esistenza, una protezione vitale.
Ma di uomini smemorati, ce ne sono ugualmente, e molti; alcuni per l'alcol e gli stupefacenti, altri per diverse forme di perversità alle quali si dedicano nel corso della vita. Tuttavia, nessuno dice mai che quegli uomini sono stupidi. Quale vanità, quale banalità!
Banalità di cui si blatera per etichettare queste infermità dell'universo maschile. Perché l'universo maschile in una società di sfruttamento ha bisogno di donne prostitute. Queste, che si sporcano e che si sacrificano dopo l'uso sull'altare della prosperità di un sistema di menzogne e di rapine, sono solamente dei capri espiatori.
La prostituzione è solamente la quintessenza di una società dove lo sfruttamento è eretto a regola. Simboleggia il disprezzo che l'uomo ha della donna. Di questa donna che non è altro che la figura dolorosa della madre, della sorella o della sposa di altri uomini, dunque di ciascuno di noi. Questo è, in definitiva, il disprezzo incosciente che abbiamo di noi stessi. Non ci sono prostitute se non là dove esistono dei "prostitutori" e dei protettori.
Ma chi va dalla prostituta, dunque?
Innanzitutto ci sono mariti che votano le loro spose alla castità per scaricare sulla prostituta la loro turpitudine ed i loro desideri di stupri. Ciò permette loro di accordare un rispetto apparente alle loro spose, pur rivelando la loro vera natura nel grembo della ragazza detta di gioia. Così, sul piano morale, si fa della prostituzione il simmetrico del matrimonio. Sembra adattarsi perfettamente, nei riti e costumi, alle religioni e alle morali. È ciò che i padri della chiesa esprimevano dicendo che "occorrono delle fogne per garantire la salubrità dei palazzi".
Ci sono poi i gaudenti impenitenti ed intemperanti che hanno paura di assumere la responsabilità di un focolare domestico con le sue turbolenze e che rifuggono i carichi morali e materiali di una paternità. Sfruttano allora l'indirizzo discreto di una casa chiusa come il filone prezioso di una relazione senza conseguenze.
C'è poi anche la coorte di tutti quelli che, almeno pubblicamente e nei luoghi molto benpensanti, votano la donna al pubblico biasimo. Costoro o per dispetto, poiché non hanno avuto il coraggio di trascendere, perdendo così fiducia in ogni donna, dichiarata per questo instrumentum diabolicum, o anche per ipocrisia, per aver troppo spesso e perentoriamente proclamato contro il sesso femminile il loro disprezzo, si sforzano di assumere veste irreprensibile agli occhi della società di cui hanno estorto l'ammirazione per la falsa virtù. Tutti finiscono nottetempo nei postriboli più volte, fino a quando la loro tartufesca ipocrisia viene talvolta scoperta.
C'è ancora la debolezza dell'uomo colto nella sua ricerca di situazioni poliandriche. Lontano da noi ogni idea di un giudizio di valore sulla poliandria, questa forma di rapporto tra l'uomo e le donne che certe civiltà hanno privilegiato. Ma nei casi che denunciamo, ci riferiamo a questi parchi di gigolò cupidi e fannulloni che intrattengono laidamente delle ricche signore.
In questo stesso sistema, sul piano economico, la prostituzione può confondere la prostituta e donna sposata "materialista". Tra quella che vende il suo corpo per la prostituzione e quella che si vende nel matrimonio, la sola differenza consiste nel prezzo e la durata del contratto.
Così, tollerando l'esistenza della prostituzione, dominiamo tutte le nostre donne alla stessa stregua: prostituite o sposate. La sola differenza è che la donna legittima, pur essendo oppressa in quanto sposa, beneficia almeno del sigillo dell'onorabilità che conferisce il matrimonio. In quanto alla prostituta, non resta altro che l'apprezzamento commerciale del suo corpo, apprezzamento che fluttua col gradimento dei valori delle borse fallocratiche.
Non è forse questo un articolo che è valutato o svalutato in funzione del grado di avvizzimento del suo fascino? Non è retto dalla stessa legge della domanda e dell'offerta? La prostituzione è una scorciatoia tragica e dolorosa di tutte le forme della schiavitù femminile. Dobbiamo vedere di conseguenza in ogni prostituta lo sguardo accusatorio puntato sulla società tutta intera. Ogni protettore, ogni partner di prostituta muove un coltello in questa piaga purulenta e spalancata che abbruttisce il mondo degli uomini e conduce alla sua perdizione. Combattendo la prostituzione, tendendo una mano caritatevole alla prostituta, noi salviamo anche le nostre madri, le nostre sorelle e le nostre donne da questa lebbra sociale. Salviamo noi stessi. Salviamo il mondo.

La condizione della donna in Burkina.

Se per la società quando nasce un maschietto è un “dono di Dio”, la nascita di una bambina è accolta, se non proprio come una fatalità, come un regalo che servirà a produrre alimenti e a riprodurre il genere umano.
Si insegnerà all’ometto a volere ed ottenere, a dire e ad essere servito, a desiderare e a prendere, a decidere senza appello. Alla futura donna, la società coralmente infligge e inculca regole senza vie d’uscita. Corsetti psichici chiamati virtù creano nella bambina uno spirito di alienazione personale, sviluppano in questa creatura la necessità di protezione e la predisposizione alle alleanze tutelari e ai contratti matrimoniali. Che mostruosa frode mentale!
Così, bambina senza infanzia, già all’età di tre anni la piccola dovrà rispondere della sua ragion d’essere: servire, rendersi utile. Mentre il fratello di quattro, cinque o sei anni giocherà fino alla spossatezza o alla noia, lei entrerà senza troppi riguardi nel processo di produzione. Avrà già un lavoro: assistente casalinga. Un’occupazione senza remunerazione, naturalmente, perché non si dice in genere di una donna che sta a casa che “non fa nulla”? Non si scrive nei documenti di identità delle donne non remunerate il sostantivo “casalinga” per indicare che non hanno un’occupazione? Che “non lavorano”?
Le nostre sorelle crescono fra riti e obblighi di sottomissione, sempre più dipendenti, sempre più dominate, sempre più sfruttate e con sempre meno tempo libero e svago.
Mentre il giovane uomo troverà sulla propria strada occasioni di crescita e di responsabilizzazione, la camicia di forza sociale chiuderà sempre di più la ragazza, a ogni tappa della sua vita. Per essere nata femmina essa pagherà un tributo pesante, per tutta la vita, finché il peso della fatica e gli effetti dell’oblio di sé – fisico e mentale - non la condurranno al giorno del riposo eterno. Fattore di produzione a fianco di sua madre – a partire da allora, più sua padrona che sua madre – essa non rimarrà mai seduta senza far nulla, non sarà mai lasciata con i suoi giochi e giocattoli, come suo fratello.
Ovunque si guardi, all’altipiano centrale o a nord-est dove predominano le società dal potere fortemente centralizzato, all’ovest dove vivono comunità di villaggio dal potere decentrato, o al sud-ovest, territorio delle collettività dette frammentarie, l’organizzazione sociale tradizionale ha almeno un punto in comune: la subordinazione della donna. In questo campo, i nostri 8.000 villaggi, le nostre 600.000 concessioni e il nostro milione e oltre di famiglie, hanno comportamenti identici o simili. Qui e là, l’imperativo della coesione sociale definita dagli uomini è la sottomissione delle donne accanto alla subordinazione dei fratelli minori.
La nostra società, ancora troppo primitiva e agraria, patriarcale e poligamica, fa della donna un oggetto di sfruttamento rispetto alla sua forza lavoro, e di consumo rispetto alla sua funzione di riproduzione biologica.
Come vive la donna questa curiosa doppia identità: quella di essere il nodo vitale che salda tutti i membri della famiglia, che garantisce con la sua presenza e la sua attenzione l’unità fondamentale, e quella di essere marginalizzata, ignorata? Una condizione ibrida, con un ostracismo imposto pari solo allo stoicismo della donna. Per vivere in armonia con la società degli uomini, per conformarsi al diktat degli uomini, la donna si chiuderà in una atarassia avvilente, negativa, tramite il dono di se stessa.
Donna fonte di vita, ma donna oggetto. Madre, ma servile domestica. Donna nutrice, ma donna alibi. Lavoratrice nei campi e in casa, e tuttavia figura senza voto e senza voce. Donna cerniera, donna convergenza, ma donna in catene, donna ombra all’ombra del maschio.
Pilastro del benessere familiare, la donna partorisce, lava, scopa, cucina, riferisce messaggi, è matrona, coltivatrice, guaritrice, ortolana, macinatrice, venditrice, operaia. È una forza lavoro che cumula centinaia di migliaia di ore con rese scoraggianti.
Già sui quattro fronti della lotta contro la malattia, la fame, la miseria e la degenerazione, le nostre sorelle subiscono ogni giorno la pressione dei cambiamenti su cui non hanno presa. Quando ciascuno dei nostri 800.000 emigranti maschi se ne va, una donna assume un sovrappiù di lavoro. Così, i due milioni di Burkinabé residenti fuori dal territorio nazionale hanno contribuito ad aggravare lo squilibrio del rapporto tra i sessi che, oggi, fa sì che le donne costituiscano il 51,7 per cento della popolazione totale. Sono il 52,1 per cento della popolazione residente potenzialmente attiva.
Troppo occupata per prestare l'attenzione voluta ai suoi bambini, troppo esausta per pensare a se stessa, la donna continuerà a sgobbare: ruota di fortuna, ruota di frizione, ruota motrice, ruota di scorta, grande ruota.
Picchiate e vessate, le donne, le nostre sorelle e le nostre spose, pagano per aver dato la vita. Relegate socialmente alla terza riga, dopo l'uomo ed il bambino, pagano per intrattenere la vita. Anche qui un Terzo Mondo è fermato, arbitrariamente, per dominare, per sfruttare.
Dominata e trasferita da una tutela protettiva sfruttatrice ad una tutela dominatrice oltre che sfruttatrice, prima al lavoro ed ultima al riposo, prima al pozzo ed al bosco, al fuoco del focolare, ma ultima ad estinguere la sua sete, autorizzata a mangiare solamente quando ne resta, e dopo l'uomo, chiave di volta della famiglia, tenendo sulle sue spalle, nelle sue mani e nel suo ventre questa famiglia e la società, la donna è ripagata in compenso con ideologie demografiche oppressive, tabù e divieti alimentari, superlavoro, malnutrizione, gravidanze pericolose, spersonalizzazione e innumerevoli altri mali che fanno della mortalità materna una delle tare i più inammissibili, più indicibili, più vergognose della nostra società.
Su questo sostrato che aliena, l'intrusione dei rapaci venuti da lontano ha contribuito a stabilizzare la condizione di solitudine delle donne ed a peggiorare la precarietà della loro condizione.
L'euforia dell'indipendenza ha dimenticato la donna nel letto delle speranze castrate. Segregata nelle deliberazioni, assente dalle decisioni, vulnerabile e dunque vittima prescelta, ha continuato a subire la famiglia e la società. Il capitale e la burocrazia erano a portata di mano per mantenere la donna soggiogata. L'imperialismo ha fatto il resto.
Scolarizzate due volte meno degli uomini, analfabete al 99 per cento, poco formate sul piano dei mestieri, discriminate nel lavoro, limitate a funzioni subalterne, assunte e licenziate per prime, le donne, sotto il peso di cento tradizioni e di mille pretesti, hanno continuato a raccogliere le sfide che si presentavano. Dovevano rimanere attive, a qualunque costo, per i bambini, per la famiglia e per la società. Attraverso mille notti senza aurore.
Il capitalismo aveva bisogno di cotone, di karité, di sesamo per le sue industrie, e le donne, le nostre madri, hanno aggiunto al lavoro che già facevano quello della raccolta. Nelle città, là dove si supponeva fosse concentrata la civiltà emancipatrice della donna, questa si è trovata obbligata a decorare i salotti borghesi, a vendere il proprio corpo per vivere o a servire da esca commerciale nella pubblicità.
Sul piano materiale, le donne della piccola borghesia urbana vivono senza dubbio meglio delle nostre contadine. Ma sono più libere, più emancipate, più rispettate, più responsabilizzate? E' più di una domanda da porre, è un'affermazione da avanzare. Dei numerosi problemi che rimangono, che si tratti del lavoro o dell'accesso all'educazione, dello statuto della donna nei testi legislativi o nella vita concreta di tutti i giorni, la donna burkinabè rimane ancora quella che viene sempre dopo l'uomo e non allo stesso tempo.
I regimi politici néo-coloniali che si sono succeduti in Burkina non hanno avuto sulla questione dell'emancipazione della donna che un approccio borghese, che è solamente un'illusione di libertà e di dignità. Solo poche donne della piccola borghesia delle città erano considerate dalla politica secondo la moda della "condizione femminile" o piuttosto del femminismo primario che rivendica per la donna il diritto di essere maschile. Così la creazione del ministero della Condizione femminile, diretto da una donna fu decantata come una vittoria.
Ma si aveva davvero coscienza della condizione femminile? Si aveva consapevolezza che la condizione femminile è la condizione del 52 percento della popolazione burkinabè? Era noto che questa condizione era determinata dalle strutture sociali, politiche, economiche e dalle concezioni retrograde dominanti, e che di conseguenza la trasformazione di questa condizione non potrebbe incombere su un solo ministero, pur se diretto da una donna?
Ciò è tanto vero che, dopo parecchi anni di esistenza di questo ministero, le donne del Burkina hanno potuto constatare che niente era cambiato nella loro condizione. E non poteva essere diversamente, nella misura in cui l'approccio alla questione dell'emancipazione delle donne che ha condotto alla creazione di un tale ministero-alibi, negava di vedere e di mettere in evidenza, per tenerene conto, le vere cause del dominio e dello sfruttamento della donna. Ugualmente non ci si deve stupire che, malgrado l'esistenza di questo ministero, la prostituzione si sia sviluppata, l'accesso delle donne all'educazione ed al lavoro non sia migliorato, i diritti civili e politici delle donne siano rimasti ignorati, le condizioni di esistenza delle donne, in città come in campagna, non sia per niente migliorato.
Donna-gioiello, donna-alibi politico per il governo, donna-sirena clientelare alle elezioni, donna-robot in cucina, donna frustrata dalla rassegnazione e le inibizioni imposte malgrado la sua apertura di mente! Qualunque sia il suo posto nello spettro del dolore, qualunque sia il suo modo urbano o rurale di soffrire, soffre sempre.
Ma una sola notte ha portato la donna nel cuore dello sviluppo familiare ed al centro della solidarietà nazionale.
Portatrice di libertà, l'aurora del 4 agosto 1983 gli ha fatto eco affinché insieme, uguali, solidali e complementari, camminassimo fianco a fianco, in un solo popolo.
La rivoluzione di agosto ha trovato la donna burkinabè nella sua condizione di essere assoggettato e sfruttato da una società néo-coloniale fortemente influenzata dall'ideologia delle forze retrograde. Aveva il dovere di rompere con la politica reazionaria, sostenuta ed ininterrottamente seguita fino ad allora in materia di emancipazione della donna, definendo in modo chiaro una politica nuova, giusta e rivoluzionaria.

La nostra rivoluzione e l'emancipazione della donna.

Il 2 ottobre 1983, il Consiglio nazionale della rivoluzione ha enunciato con chiarezza nel suo Discorso di orientamento politico la linea centrale della lotta di liberazione della donna. Si è impegnato a lavorare alla mobilitazione, all’organizzazione e all’unione di tutte le forze vive del Paese, e in particolare delle donne. Il Discorso politico programmatico precisava a proposito della donna: "Sarà associata a tutte le lotte che andremo ad intraprendere contro le diverse pastoie della società néo-coloniale e per l'edificazione di una nuova società. Sarà associata a tutti i livelli di progettazione, di decisione e di realizzazione nell'organizzazione della vita della nazione tutta intera."
Lo scopo di questa grandiosa impresa, è di costruire una società libera e prospera dove la donna sarà pari all'uomo in tutti i settori. Non può esservi modo più chiaro di concepire e di enunciare la questione della donna e la lotta per l'emancipazione che ci aspetta.
" La vera emancipazione della donna è quella che responsabilizza la donna, che l'associa alle attività produttrici, alle varie lotte nelle quali è impegnato il popolo. La vera emancipazione della donna, è quella che costringe alla considerazione e al rispetto dell'uomo."
Ciò indica chiaramente, compagne militanti, che la lotta per la liberazione della donna è innanzitutto la vostra lotta per il rafforzamento della Rivoluzione democratica e popolare. Questa rivoluzione che vi dà oramai la parola e la facoltà di parlare ed agire per l'edificazione di una società di giustizia e di uguaglianza, dove la donna e l'uomo abbiano gli stessi diritti e gli stessi doveri. La Rivoluzione democratica e popolare ha creato le condizioni per tale lotta di liberazione. E' vostra responsabilità agire ora con piena consapevolezza per, da una parte, rompere tutte le catene e pastoie che asserviscono la donna nelle società arretrate come la nostra e, dall'altra, assumere la parte di impegno che vi spetta nella politica di edificazione della società nuova a beneficio dell'Africa e di tutta l'umanità.
Nelle prime ore della Rivoluzione democratica e popolare, lo dicevamo già: "l'emancipazione, come la libertà, non si concede, si conquista. Ed incombe alle donne stesse avanzare le loro rivendicazioni e mobilitarsi per portarle a compimento". Così la nostra rivoluzione ha precisato non solo l'obiettivo da raggiungere nella questione della lotta per l'emancipazione della donna, ma ha indicato anche la via a seguire, i mezzi da mettere in opera e i principali artefici di questa lotta. Ed ecco, fra poco saranno quattro anni che operiamo insieme, uomini e donne, per ottenere delle vittorie ed avanzare verso l'obiettivo finale.
Dobbiamo essere consapevoli delle battaglie vinte, dei successi ottenuti, degli scacchi subiti e delle difficoltà incontrate in modo da poter preparare e condurre le lotte future. Che lavoro è stato compiuto dalla Rivoluzione democratica e popolare nell'emancipazione della donna?
Con quali vantaggi e quali svantaggi?
Uno dei principali risultati della nostra rivoluzione nella lotta per l'emancipazione della donna è stato indiscutibilmente la creazione dell'Unione delle Donne del Burkina, (UFB). La creazione di questa organizzazione costituisce un importante risultato, perché ha permesso di dare alle donne del nostro paese un organismo e dei mezzi sicuri per condurre vittoriosamente la lotta. La creazione dell'UFB è una grande vittoria, perché permette la mobilitazione di tutte le donne militanti intorno ad obiettivi specifici, giusti, per la propria lotta di liberatore sotto la direzione del Consiglio nazionale della rivoluzione. L'UFB è l'organizzazione delle donne militanti e responsabili, determinate a lavorare per trasformare [la realtà], a battersi per vincere, a cadere e ricadere, ma a rialzarsi ogni volta per avanzare senza arretrare.
Una coscienza nuova è nata fra le donne del Burkina e dobbiamo esserne tutti fieri. Compagne militanti, l’Unione delle donne del Burkina è la vostra organizzazione. Tocca a voi metterla a punto ulteriormente perché diventi più efficace e atta alla vittoria. Le varie iniziative intraprese dal governo negli anni scorsi per l’emancipazione della donna sono certo insufficienti, ma il cammino fatto è stato tale da porre il Burkina all’avanguardia nella lotta per la liberazione femminile. Le nostre donne partecipano sempre più ai meccanismi decisionali, all’esercizio effettivo del potere popolare.
Le donne del Burkina sono ovunque si costruisce il paese, sono nei cantieri: nel Sourou (la vallata irrigata), nel rimboschimento, nelle operazioni vaccinazione-commando, nelle operazioni “Città pulite”, nella battaglia della ferrovia ecc. Progressivamente, le donne del Burkina prendono terreno e si impongono, sgominando così tutte le concezioni fallocratiche e arretrate degli uomini. E continueranno finché la donna non sarà presente in tutto il tessuto sociale e professionale del paese. La nostra rivoluzione, per tre anni e mezzo, ha operato per l’eliminazione progressiva delle pratiche che sminuivano la donna, come la prostituzione, il vagabondaggio, la delinquenza delle ragazzine, il matrimonio forzato, l’infibulazione e le condizioni di vita particolarmente difficili della donna.
Contribuendo a risolvere ovunque il problema dell’acqua, contribuendo anche all’installazione di mulini nei villaggi, diffondendo i focolai migliorati, creando asili popolari, diffondendo le vaccinazioni, promuovendo l’alimentazione sana ed equilibrata, la rivoluzione contribuisce senza dubbio a migliorare le condizioni di vita della donna burkinabé.
Allo stesso modo, la donna deve impegnarsi di più nella messa in pratica delle parole d’ordine antimperialiste, nel produrre e consumare burkinabé, affermandosi sempre come agente economico di primo piano, produttore e consumatore di beni locali.
Senza dubbio, la rivoluzione di agosto ha fatto molto per l’emancipazione della donna, ma è lungi dall’averla compiuta. Molto resta da fare.
Per realizzare meglio ciò che ci resta a fare, ci aiuterà essere consapevoli delle difficoltà da vincere. Gli ostacoli e le difficoltà sono numerosi. Prima di tutto l'analfabetismo e il debole livello di coscienza politica, tutte cose accentuate ancor più dall'influenza troppo grande delle forze retrograde nelle nostre società arretrate.
Dobbiamo lavorare con perseveranza per vincere questi due principali ostacoli. Perché finché le donne non avranno un chiaro senso della giustezza della lotta politica da condurre e dei mezzi per attuarla, rischiamo di arrestarci ed infine regredire.
Pertanto, l'unione delle donne del Burkina dovrà giocare pienamente il ruolo che è suo. Le donne dell'UFB devono lavorare per superare le loro proprie insufficienze, per rompere con le pratiche ed il comportamento che si è detto sempre proprio delle donne e che possiamo purtroppo verificare ancora ogni giorno nei propositi e nei comportamenti di numerose donne. Si tratta di tutte quelle meschinità come la gelosia, l'esibizionismo, le critiche incessanti e gratuite, negative e senza costrutto, la denigrazione reciproca, l'individualismo a fior di pelle, le rivalità, etc... Una donna rivoluzionaria deve vincere tali comportamenti che sono particolarmente accentuati tra quelle della piccola borghesia. Sono di natura tale da compromettere ogni lavoro di gruppo, e quindi la stessa lotta per la liberazione della donna che è un lavoro organizzato e come tale ha di conseguenza bisogno del contributo di tutte le donne.
Insieme dobbiamo sempre assicurare l'accesso delle donne al lavoro. Questo lavoro emancipatore e liberatore che garantirà l'indipendenza economica della donna, un maggiore ruolo sociale ed una conoscenza più giusta e più completa a tutti.
La nostra comprensione del potere economico delle donne deve abbandonare la cupidigia volgare e la crassa avidità materialista che fa di certe donne delle borse valori-speculatrici, delle casseforti ambulanti. Queste sono donne che perdono la loro dignità, e ogni controllo e principio nel momento stesso in cui l'orpello dei gioielli si manifesta o il fruscio dei biglietti di banca si fa sentire. Donne queste che, ce n'è purtroppo, conducono gli uomini a riempirsi di debiti, e li spinge addirittura alla concussione, alla corruzione. Queste donne sono delle pericolose sabbie mobili, fanghi fetidi e nocivi che recano nocumento alla fiamma rivoluzionaria dei loro sposi o compagni militanti. Si danno tristi casi in cui ardori rivoluzionari sono stati spenti e l'impegno del marito è stato allontanato dalla causa del popolo a motivo di una donna egoista e bisbetica, gelosa e invidiosa.
L'educazione e l'emancipazione economica, se non sono ben comprese ed utilmente orientate, possono essere fonti di disgrazia per la donna, dunque per la società. Ricercate come amanti, sposate quando le cose vanno bene, vengono presto abbandonate appena sopraggiunge il peggio. Il giudizio diffuso è per esse spietato: l'intellettuale si "comporta male" e la richissima è sospetta. Tutte sono condannate ad un celibato che non sarebbe grave se non fosse l'espressione stessa di un ostracismo diffuso di tutta una società nei confronti di persone vittime innocenti, perché ignorano tutto "del loro crimine e della loro tara", frustrate perché ogni giorno è un affievolirsi dell'affettività che si tramuta in pantomima o in ipocondria. A molte donne il grande scibile ha provocato delusioni e un grande benessere ha nutrito molte sventure.
La soluzione di questi paradossi apparenti risiede, per le sfortunate istruite o benestanti, nella capacità di mettere al servizio del loro popolo la loro grande istruzione, le loro grandi ricchezze. Saranno così ancor più apprezzate, addirittura venerate da tante persone cui avranno portato un poco di gioia. Come potrebbero sentirsi allora sole in queste condizioni? Come non conoscere la pienezza sentimentale quando si è saputo fare dell'amore di sè e dell'amore per sè, l'amore dell'altro e l'amore degli altri?
Le nostre donne non devono indietreggiare e sottrarsi davanti alle molteplici lotte che portano una donna ad impegnarsi pienamente, con coraggio e con orgoglio, per vivere la felicità di essere se stessa, e non una versione di sè addomesticata per lui.
Ancora oggi, e per molte delle nostre donne, accasarsi con un uomo rimane la soluzione più sicura contro quello che diranno quanti la opprimono. Si sposano senza amore e senza gioia di vivere, a beneficio esclusivo di un villano, di uno scialbo inconsistente che si sottrae alla vita e alle lotte del popolo. Molto spesso, poi, le donne esigono un'indipendenza cavillosa, richiedendo al tempo stesso di essere protette e, peggio, di essere mantenute sotto la protezione di un maschio. Non credono di poter vivere diversamente.
No! Dobbiamo ribadire alle nostre sorelle che il matrimonio, se non porta niente alla società e se non le rende felici, non è indispensabile, e dovrebbe essere perfino evitato. Al contrario, mostriamo loro ogni giorno esempi di pioniere ardite ed intrepide che nel loro celibato, con o senza figli, hanno prosperato radiose di essere sè esse, traboccanti di ricchezza e di disponibilità verso gli altri. Suscitando invidia anche nelle donne infelicemente sposate per le simpatie che sollevano, la felicità che traggono dalla loro libertà, dalla loro dignità e della loro affabilità.
Le donne hanno dimostrato sufficientemente le loro capacità di mantenere una famiglia, di allevare dei bambini, di essere in un parola responsabili senza l'assoggettamento tutelare ad un uomo. La società si è evoluta sufficientemente affinché abbia a cessare il bando ingiusto della donna non maritata. Rivoluzionare, dobbiamo fare in modo che il matrimonio sia una scelta che valorizza e non questa lotteria dove si sa ciò che si spende in partenza ma niente di ciò che si va a guadagnare. I sentimenti sono troppo nobili per cadere sotto l'influenza del ludismo.
Un'altra difficoltà è senza dubbio anche l'atteggiamento feudale, reazionario e passivo di numerosi uomini che continuano, con il loro comportamento, a volerci tirare indietro. Non vogliono vedere messo in discussione il dominio assoluto sulla donna, in casa o nella società in generale. Nella battaglia per l'edificazione di una società nuova che è una lotta rivoluzionaria, questi uomini con il loro modo di fare, si mettono dalla parte della reazione e della controrivoluzione. Perché la rivoluzione non potrebbe avere successo senza l'emancipazione vera delle donne.
Dobbiamo dunque, compagne militanti, avere una chiara consapevolezza di tutte queste difficoltà per affrontare meglio le lotte a venire.
La donna come l'uomo possiede delle qualità ma anche dei difetti, ed è probabilmente in questo la prova che la donna è l'uguale dell'uomo. Mettendo deliberatamente l'accento sulle qualità della donna, non avremmo di lei che una visione idealizzata. Vogliamo più semplicemente mettere in rilievo le sue qualità e le sue competenze, che l'uomo e la società hanno sempre oscurato per giustificare lo sfruttamento e il dominio sulla donna.
Come dobbiamo organizzarci, dunque, per accelerare la marcia verso l'emancipazione?
I nostri mezzi sono irrisori, ma la nostra ambizione è grande. La nostra volontà e la nostra ferma convinzione di andare avanti non bastano per realizzare la nostra scommessa. Dobbiamo riunire le nostre forze, tutte le nostre forze, organizzarle, coordinarle verso il successo della nostra lotta. Per oltre due decenni si è parlato molto di emancipazione nel nostro paese, molto si è fatto. Si tratta ora di affrontare la questione dell'emancipazione in modo globale, evitando le fughe delle responsabilità che hanno condotto a non impegnare tutte le forze nella lotta ed a fare di questa domanda centrale una questione marginale, evitando al tempo stesso le fughe in avanti che lascerebbero lontano e indietro, quelli e soprattutto quelle che si trovano a lottare in prima linea.
Al livello governativo, guidato dalle direttive del Consiglio nazionale della rivoluzione, sarà messo a punto un Piano di azione coerente in favore delle donne, coinvolgendo l'insieme dei dipartimenti ministeriali, per individuare le responsabilità di ciascuno nei rispettivi compiti a breve e medio termine. Questo piano d'azione, lungi dall'essere un catalogo di pii desideri e propositi di solidarietà dovrà essere filo conduttore e principio guida per l'intensificazione dell'azione rivoluzionaria. È nel fuoco della lotta che le vittorie importanti e decisive saranno ottenute.
Questo piano d'azione sarà concepito da noi e per noi. Dai nostri ampi e democratici dibattiti dovranno emergere le audaci risoluzioni per realizzare la nostra fede nella donna. Che cosa vogliono gli uomini e le donne per le donne? È ciò che diremo nel nostro Piano d'azione.
Il Piano di azione, attraverso il coinvolgimento di tutti i dipartimenti ministeriali, si smarcherà risolutamente dall'atteggiamento che consiste nel marginalizzare la questione della donna e nel deresponsabilizzare i dirigenti che, nelle loro azioni quotidiane, avrebbero dovuto ed avrebbero potuto contribuire in modo significativo alla risoluzione del problema. Questo nuovo approccio pluridimensionale della questione della donna discende dalla nostra analisi scientifica della sua origine, delle sue cause e della sua importanza nella cornice del nostro progetto di una società nuova, liberata da ogni forma di sfruttamento e di oppressione. Non si tratta qui di implorare la condiscendenza di chicchessia in favore della donna. Si tratta di esigere a nome della rivoluzione, che è venuta per portare e non per prendere, che giustizia sia fatta alle donne.
L'azione di ogni dicastero, di ogni comitato ministeriale sarà giudicato in funzione dei risultati raggiunti nell'ambito della messa in opera del Piano d'azione, al di là dei consueti risultati complessivi. A questo scopo, i risultati statistici includeranno necessariamente quanta parte dell'azione intrapresa abbia recato beneficio alle donne o le abbia riguardate. La questione della donna dovrà essere presente nella mente di tutti i dirigenti in ogni momento, in tutte le fasi di progettazione ed esecuzione delle azioni di sviluppo. Perché concepire un progetto di sviluppo senza la partecipazione della donna, è come servirsi solamente di quattro dita, quando se ne hanno dieci. E' dunque una ricetta per l'insuccesso.
A livello di ministeri competenti per l'istruzione, si presterà particolare attenzione affinchè l'accesso delle donne all'educazione sia una realtà, realtà questa che costituirà un passo qualitativo verso l'emancipazione. Tant'è vero che ovunque le donne hanno accesso all'istruzione, la marcia verso l'emancipazione è stata accelerata. L'uscita dalla notte dell'ignoranza permette difatti alle donne di esprimersi, e di utilizzare le armi dello scibile per mettersi a disposizione della società. Dal Burkina Faso, dovrebbero sparire tutte le forme ridicole e retrograde che facevano sì che solo la scolarizzazione dei ragazzi fosse percepita come importante e redditizia, mentre quella delle ragazze era solamente una prodigalità.
L'attenzione dei genitori per le ragazze a scuola dovrà essere uguale a quella accordata ai ragazzi che sono tutto il loro orgoglio. Questo perché non solo le donne hanno provato di essere uguali all'uomo a scuola, se non semplicemente migliori, ma soprattutto perché hanno diritto alla scuola per apprendere e sapere, per essere libere.
Nelle future campagne di alfabetizzazione, i tassi di partecipazione delle donne dovranno essere elevati per corrispondere alla loro importanza numerica nella popolazione, perché sarebbe un'ingiustizia troppo grande quella di mantenere una così importante frazione della popolazione, la metà di essa, nell'ignoranza.
A livello dei ministeri del lavoro e della giustizia, i testi dovranno essere costantemente adattati alla mutazione che conosce la nostra società dal 4 agosto 1983, affinché l'uguaglianza dei diritti tra uomini e donne sia una realtà tangibile. Il nuovo codice del lavoro, in corso di preparazione e di discussione, dovrà essere l'espressione delle inspirazioni profonde del nostro popolo alla giustizia sociale e segnare una tappa importante nell'opera di distruzione dell'apparato néo-coloniale. Un apparato di classe che è stato messo in opera e plasmato dai regimi reazionari per perpetuare il sistema di oppressione delle masse popolari e particolarmente delle donne. Come possiamo continuare ad ammettere che a parità di lavoro, la donna guadagni meno dell'uomo? Possiamo ammettere il levirato e la dote riducendo così le nostre sorelle e le nostre madri alla stregua di beni volgari fatti oggetto di maneggi? Ci sono tante e tante cose che le leggi medievali continuano ancora ad imporre al nostro popolo, alle donne del nostro popolo. E' giusto, alla fine, che giustizia sia fatta.
Al livello dei ministeri della cultura e della famiglia, un accento particolare sarà posto sull'avvento di una mentalità nuova nei rapporti sociali, in collaborazione stretta con l'Unione delle Donne del Burkina. La madre e la sposa sotto la rivoluzione hanno dei ruoli specifici importanti da giocare nell'ambito delle trasformazioni rivoluzionarie. L'educazione dei bambini, la corretta gestione dei bilanci familiari, la pratica della pianificazione familiare, la creazione di un ambiente familiare, il patriottismo sono altrettante risorse importanti al fine di contribuire efficacemente alla nascita di una morale rivoluzionaria e di uno stile di vita anti-imperialistica, preludio ad una società nuova.
La donna, nel suo focolare domestico, dovrà mettere una cura particolare nel partecipare al miglioramento della qualità della vita. Per i Burkinabé, vivere bene è nutrirsi bene e ben vestirsi coi prodotti burkinabé. Si adopererà quindi per creare un ambiente di vita consono e piacevole perché l'influenza di questo ambiente sui rapporti tra i membri di una stessa famiglia è molto importante. Un ambiente di vita trascurato e brutto genera rapporti della stessa natura. Non c'è che da osservare i maiali per convincersene.
La trasformazione delle mentalità sarebbe poi incompleta se la donna di tipo nuovo dovesse vivere con un uomo di tipo vecchio. Il reale complesso di superiorità degli uomini sulle donne, dov'è più pernicioso e determinante se non nella vita domestica dove la madre, complice e colpevole, organizza la sua prole secondo le regole sessiste della disuguaglianza? Sono le donne che perpetuano il complesso dei sessi, fin dagli inizi dell'educazione e della formazione del carattere.
Pertanto, a cosa servirebbe il nostro attivismo nel mobilitare il giorno un militante, se poi la notte il neofita dovesse ritrovarsi a fianco una donna reazionaria e demotivante!
Che dire poi delle faccende domestiche, assorbenti e frastornanti che tendono alla robotizzazione e non lasciano nessuna tregua per la riflessione!
Pertanto, delle misure devono essere risolutamente adottate dai dirigenti nel senso della creazione, su vasta scala, di idonee infrastrutture sociali come asili nido, giardini d'infanzia e mense. Permetteranno alle donne di partecipare più facilmente al dibattito rivoluzionario, all'azione rivoluzionaria.
Il bambino che venga trascurato a causa dell'inadeguatezza di sua madre o monopolizzato dalla fierezza di suo padre, dovrà essere una preoccupazione per tutta la società e beneficiare della sua attenzione e del suo affetto.
L'uomo e la casalinga dovranno condividere d'ora in poi tutti i compiti del focolare.
Il Piano d'azione in favore delle donne dovrà essere uno strumento rivoluzionario per la mobilitazione generale di tutte le strutture politiche ed amministrative nel processo di liberazione della donna.
Compagne militanti, ve lo ripeto, affinché corrisponda ai bisogni reali delle donne, questo piano sarà oggetto di dibattimenti democratici al livello di tutte le strutture dell'UFB.
L'UFB è un'organizzazione rivoluzionaria. A questo titolo, è una scuola di democrazia popolare retta dai principi relativi all'organizzazione che sono la critica e l'autocritica, il centralismo democratico. Essa intende così disinguersi dalle organizzazioni dove la mistificazione ha preso il sopravvento sugli obiettivi reali. Ma questa demarcazione non sarà effettiva e permanente se non quando le militanti dell'UFB impegneranno una lotta risolta contro le tare che persistono ancora, ahimè, in certi ambienti femminili. Perché non si tratta di riunire delle donne per fare da galleria o per altri secondi fini demagogico-electorali o semplicemente colpevoli.
Si tratta di riunire delle combattenti per vincere delle battaglie; si tratta di battersi in ordine ed intorno a programmi d'azione democraticamente coordinati in seno ai propri comitati nella cornice di un esercizio molto consapevole dell'autonomia relativa all'organizzazione propria di ogni struttura rivoluzionaria. Ogni responsabile UFB dovrà essere impegnato nel suo ruolo, nella sua struttura, per poter essere efficace nell'azione. Ciò impone all'Unione delle Donne del Burkina di impegnarsi in vaste campagne di educazione politica ed ideologica dei propri responsabili, per il rafforzamento sul piano relativo all'organizzazione delle strutture dell'UFB a tutti i livelli.
Compagne militanti dell'UFB, la vostra unione, la nostra unione, deve partecipare pienamente alla lotta di classe al fianco delle masse popolari. Le migliaia di coscienze addormentate che si sono svegliate all'avvento della rivoluzione rappresentano una forza potente. Il 4 agosto 1983, in Burkina Faso abbiamo scelto di contare sulle nostre proprie forze, vale a dire in grande parte sulla forza che voi rappresentate, voi donne. Le vostre energie devono, per essere utili, essere congiunte tutte nel senso della liquidazione della razza degli sfruttatori, dell'abbattimento del dominio economico dell'imperialismo.
In quanto struttura di mobilitazione, l'UFB dovrà forgiare al livello delle militanti una coscienza politica acuta per un impegno rivoluzionario totale nel compimento delle differenti azioni intraprese dal governo per il miglioramento delle condizioni della donna. Compagne dell'UFB, sono le trasformazioni rivoluzionarie che vanno a creare le condizioni favorevoli alla vostra liberazione. Siete dominate doppiamente dall'imperialismo e dall'uomo. In ogni uomo sonnecchia un essere feudale, un fallocrate che occorre distruggere. Quindi, dovete aderire con sollecitudine alle parole d’ordine rivoluzionarie più avanzate per accelerarne la concretizzazione e progredire ancor più velocemente verso l’emancipazione. Ecco perché il Consiglio nazionale della rivoluzione sottolinea con gioia la vostra intensa partecipazione a tutti i grandi cantieri nazionali e vi incita ad andare ancora oltre, per un sostegno sempre maggiore alla rivoluzione di agosto che è prima di tutto la vostra.
Partecipando in modo intenso ai grandi cantieri vi mostrate tanto più meritevoli in quanto, con la vecchia ripartizione dei compiti a livello sociale, si è sempre cercato di relegarvi in attività secondarie. Invece la vostra apparente debolezza fisica non è nient’altro che la conseguenza delle regole di vanità e di gusto che questa stessa società vi impone in quanto donne.
Strada facendo, la nostra società deve abbandonare concezioni feudali che fanno sì che la donna non sposata venga messa al bando, senza che si capisca che questa è nient'altro che la traduzione del rapporto di appropriazione per il quale ogni donna deve appartenere a un uomo. Ecco perché si disprezzano le ragazze madri come fossero le sole responsabili della loro situazione, senza ritenere l’uomo colpevole. Ecco perché le donne che non hanno figli sono perseguitate da ammuffite credenze, mentre il fatto ha una spiegazione scientifica e può anche essere vinto dalla scienza.
D’altronde, la società ha imposto alle donne dei canoni estetici che ne pregiudicano l’integrità fisica: l’infibulazione, le scarificazioni, la limatura dei denti, la perforazione delle labbra e del naso. L’applicazione di queste regole riveste un interesse molto dubbio e, nel caso della mutilazione sessuale, compromette perfino la capacità della donna di procreare e la sua vita affettiva. Altri tipi di mutilazioni, pur meno pericolose, come i fori alle orecchie e i tatuaggi, sono comunque un’espressione del condizionamento imposto dalla società alla donna affinché possa pretendere di trovare un marito.
Compagne militanti, vi curate tanto per meritare un uomo. Vi forate le orecchie, vi manipolate il corpo per essere accettate dagli uomini. Vi fate del male perché l’uomo vi faccia ancora più male!
Donne, compagne di lotte, è a voi che parlo. Voi che siete sfortunate in città come in campagna; voi in campagna curve sotto il peso dei diversi fardelli dello sfruttamento ignobile, “giustificato e spiegato”; voi in città, che siete considerate fortunate ma che in fondo siete tutti i giorni nell’angoscia perché non appena alzata, la donna si porta davanti al guardaroba chiedendosi cosa indossare, non per vestirsi, non per coprirsi, ma soprattutto per piacere agli uomini, perché è tenuta, è obbligata a piacere agli uomini ogni giorno; voi donne che al momento del pasto vivete la triste condizione di chi non ha diritto al pasto, di chi è obbligata a risparmiarlo, a imporsi continenza e astinenza per mantenere la linea che gli uomini desiderano. Voi che la sera, prima di coricarvi, ricoperte e mascherate sotto quei numerosi prodotti che tanto detestate – lo sappiamo – ma che hanno lo scopo di nascondervi una ruga indiscreta, disgraziata, sempre ritenuta troppo precoce, un’età che comincia a mostrarsi, un doppio mento arrivato troppo presto; eccovi ogni sera obbligate a imporvi una o due ore di rituale per mantenere la bellezza, mal ricompensate d’altra parte da un marito disattento. Per poi ricominciare all’indomani all’alba.
Compagne militanti, ieri attraverso i discorsi della Direzione per la mobilitazione e l'organizzazione delle donne (DMOF) ed in applicazione dello statuto generale dei CDR, la Segreteria generale nazionale dei CDR ha intrapreso con successo la costituzione dei comitati, delle sottosezioni e delle sezioni dell'Unione delle Donne del Burkina.
Il Commissariato politico, incaricato dell'organizzazione e della pianificazione, avrà la missione di completare la vostra piramide organizzativa con la costituzione dell'Ufficio nazionale dell'UFB. Non abbiamo bisogno di amministrazione al femminile per gestire burocraticamente la vita delle donne né di parlare sporadicamente in gergo burocratico della vita delle donne. Abbiamo bisogno che queste si battano perché consapevoli che senza lotta, non ci sarà distruzione dell'ordine vecchio e costruzione dell'ordine nuovo. Non cerchiamo di organizzare ciò che esiste, ma piuttosto di distruggerlo, per sostituirlo.
L'Ufficio nazionale dell'UFB dovrebbe essere costituito di militanti convinte e determinate la cui disponibilità non dovrà fare mai difetto, tanto l'opera da intraprendere è grande. E la lotta comincia dal focolare domestico. Queste militanti dovranno avere consapevolezza che rappresentano agli occhi delle masse l'immagine della donna rivoluzionaria emancipata, e dovranno comportarsi di conseguenza.
Compagne militanti, compagni militanti, cambiando l’ordine classico delle cose, l’esperienza dimostra sempre più che solo il popolo organizzato è capace di esercitare il potere democraticamente.
La giustizia e l’eguaglianza che ne sono i principi di base permettono alla donna di mostrare che le società sbagliano a non accordarle fiducia sul piano politico come su quello economico. Così, la donna che esercita il potere a cui è giunto attraverso il popolo, è in grado di riabilitare tutte le donne condannate dalla storia.
La nostra rivoluzione inizia con un cambiamento qualitativo e profondo della nostra società. Esso deve necessariamente tener conto delle aspirazioni della donna burkinabé. La liberazione della donna è una necessità del futuro, ed il futuro, compagne, è ovunque portatore di rivoluzioni. Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna, avremo perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva superiore della nostra società. La nostra rivoluzione non avrà dunque più senso. Ed è a questa nobile lotta che siamo tutti invitati, uomini e donne.
Che le nostre donne salgano allora in prima linea! È essenzialmente dalla loro capacità, dalla loro sagacia nel lottare e dalla loro determinazione a vincere che dipenderà la vittoria finale. Che ogni donna sappia trascinare un uomo per raggiungere le vette della pienezza. Che ciascuna delle nostre donne possa trovare nell'immensità dei suoi tesori di affetto e amore la forza e l'abilità per incoraggiarci quando avanziamo e darci nuovo dinamismo quando cediamo. Che ogni donna sappia incoraggiare ed ispirare un uomo, che ogni donna si comporti da madre vicino ad ogni uomo. Ci avete messo al mondo, ci avete educati ed avete fatto di noi degli uomini.
Ci avete guidato fino al punto dove siamo, che ogni donna continui dunque ad esercitare e praticare il suo ruolo di madre, il suo ruolo di guida. Che la donna si ricordi di ciò che può fare, che ogni donna si ricordi che è il centro della terra, che ogni donna si ricordi che è nel mondo e per il mondo, che ogni donna si ricordi che la prima a piangere per un uomo è una donna. Si dice, e voi lo confermate compagni, che sul punto di morire, ogni uomo invoca, coi suoi ultimi sospiri, una donna: sua madre, sua sorella, o la sua compagna.
Le donne hanno bisogno degli uomini per vincere. E gli uomini hanno bisogno delle vittorie delle donne per vincere. Perché, compagne donne, a fianco di ogni uomo, c'è sempre una donna. La mano di donna che ha cullato il piccolo dell'uomo, è la stessa mano che cullerà il mondo intero.
Le nostre madri ci danno la vita. Le nostre donne mettono al mondo i nostri bambini, li nutrono ai loro seni, li crescono e ne fanno degli esseri responsabili.
Le donne assicurano continuità al nostro popolo, le donne assicurano il futuro dell'umanità; le donne assicurano la prosecuzione della nostra opera; le donne assicurano la fierezza di ogni uomo.
Madri, sorelle, compagne, non c'è uomo fiero finché non c'è una donna accanto a lui. Ogni uomo fiero, ogni uomo forte, attinge le sue energie dalla vicinanza di una donna; la sorgente inesauribile della virilità, è la femminilità. La fonte inesauribile, la chiave delle vittorie, si trova sempre tra le mani della donna. È vicino alla donna, sorella o compagna, che ciascuno di noi ritrova il soprassalto dell'onore e della dignità.
È sempre vicino ad una donna che ciascuno di noi torna per cercare e ritrovare la consolazione, il coraggio, l'ispirazione per osare riprendere il combattimento, per ricevere il consiglio che tempererà di temerarietà, un'irresponsabilità presuntuosa. È sempre vicino ad una donna che ridiventiamo uomini, ed ogni uomo è un bambino per ogni donna. Chi non ama la donna, chi non rispetta la donna, chi non onora la donna, ha disprezzato sua madre. Di conseguenza, chi disprezza la donna disprezza e distrugge il punto focale da cui è generato, vale a dire che si suicida perché ritiene di non avere ragione di esistere, di essere uscito del seno generoso di una donna.
Compagni, guai a coloro che disprezzano le donne! Così a tutti gli uomini di qui o di altrove, a tutti gli uomini di ogni condizione, di qualunque casato siano, che disprezzano la donna, che ignorano e dimenticano ciò che è la donna, dico: "Avete colpito una roccia, sarete schiacciati."
Compagni, nessuna rivoluzione, a cominciare dalla nostra rivoluzione, sarà vittoriosa finché le donne non saranno prima liberate. La nostra lotta, la nostra rivoluzione sarà incompiuta finché intenderemo la liberazione come unicamente degli uomini. Dopo la liberazione del proletario, resta la liberazione della donna. Compagni, ogni donna è la madre di un uomo. Mi guarderei bene in quanto uomo, in quanto figlio, dal consigliare ed indicare la via a una donna. La pretesa sarebbe quella di volere consigliare la propria madre. Ma sappiamo anche che l'indulgenza e l'affetto della madre, è di ascoltare il suo bambino, anche nei capricci di questo, nei suoi sogni, nelle sue vanità. Ed è questo che mi conforta e mi autorizza a rivolgermi a voi.
Questo perché, compagne, abbiamo bisogno di voi per una vera liberazione di noi tutti. So che troverete sempre la forza ed il tempo di aiutarci a salvare la nostra società.
Compagni, non c'è vera rivoluzione sociale se non quando la donna è liberata. Che i miei occhi non vedano mai una società, che i miei passi non mi portino mai in una società dove la metà del popolo è mantenuta nel silenzio. Sento il frastuono di questo silenzio delle donne, e presento il rombo della loro burrasca, sento la furia della loro rivolta. Aspetto e spero l'irruzione feconda della rivoluzione che rifletterà la forza e la rigorosa precisione uscita dalle loro viscere di oppresse.
Compagne, avanti per la conquista del futuro; il futuro è rivoluzionario; il futuro appartiene a quelli che lottano.
Patria o morte, vinceremo!

Discorso sulle donne tenuto in occasione della Giornata Internazionale della Donna, Ouagadougou 8 marzo 1987 (7 mesi prima di essere ucciso all'età di 37 anni).

Captain Thomas Isidore Noël Sankara