Iceland Revolution

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Perché i governi pompano denaro in banche private? Perché non le lasciano fallire?

Birgitta Jónsdóttir


Nelle temperie politico-economica del momento, tra speculazioni e Borse sull’orlo della crisi isterica e governi che annaspano di fronte alle bizze dei mercati, non può che destare impressione la rivoluzione dal basso avvenuta in Islanda: governo costretto alle dimissioni, banche nazionalizzate, banchieri arrestati, democrazia popolare.
Tutto inizia nel 2001. È allora che il governo islandese inizia a privatizzare il settore bancario. La mossa avrà la sua conclusione due anni dopo, nel 2003. Le tre banche principali - Landbankinn, Kapthing e Glitnir - offrono alti interessi attraverso un programma presso un fondo offshore chiamato IceSave. I soldi iniziano ad arrivare, specie da Inghilterra e Olanda. Tramite la riserva frazionaria, IceSave crea miliardi di discutibili nuovi prestiti cominciando ad investire in società europee, specialmente in Russia. Tra il 2002 e il 2008 la Borsa islandese sale del 900 per cento, il prodotto interno lordo cresce del 5.5 per cento l'anno. Ritmi impossibili per qualunque altro Paese occidentale. Ma crescono anche i debiti delle banche: nel 2007 arrivano al 900% del PIL islandese. Ed è a quel punto, nel 2008, che il geyser della crisi economica esplode. I banchieri privati avevano creato un'enorme bolla finanziaria.
Gli investitori stranieri chiedono alle banche di rendere loro il denaro. Il governo non ha le risorse per salvarle, e così finiscono in bancarotta. Per gli islandesi si tratta di un danno enorme: il governo è costretto a nazionalizzare gli istituti bancari e a promettere che i cittadini non perderanno gli investimenti in denaro, ma il valore di molti altri investimenti crolla in modo verticale. La Corona perde l'85% del suo valore di cambio sull'euro. Alla fine del 2008 il governo islandese si dichiara insolvente. La moneta crolla e la Borsa sospende tutte le attività: è la bancarotta.
Di fronte alle enormi pressioni politiche interne, i governi britannico ed olandese garantiscono i conti IceSave dei loro cittadini, cercando poi di forzare l'Islanda a ripagarli, a condizioni che finiscono per incrinare la piccola e fragile economia islandese. E' infatti richiesta oltre la metà dell'imposta sul reddito dell'intera nazione solo per pagare gli interessi su questo particolare debito. Ciò finirebbe per trasformare l'Islanda, da una delle nazioni più sviluppate al mondo per rapporto abitanti-reddito-Pil, in una nazione che spende quasi tutto il suo Pil per pagare interessi su prestiti esteri.
Non solo. Molti islandesi si rendono conto presto che anche il capitale dei loro mutui era indicizzato all'inflazione, vedendosi così raddoppiare il proprio debito e triplicare l'importo delle rate.
È a quel punto che la rabbia popolare esplode! E' l'alba della rivoluzione islandese.
I cittadini islandesi scendono in piazza. Non per un giorno o due, ma per 14 settimane! Cingono d'assedio il Parlamento, chiedendo una sola cosa: le dimissioni di un governo, quello conservatore di Geir Haarde, dimostratosi incapace di gestire la crisi e di sbattere la porta in faccia agli organismi internazionali che chiedevano a tutti i cittadini di pagare le colpe di altri.
Il culmine della protesta si raggiunge il 20 gennaio 2009. Mentre a Washington l'America saluta l'entrata in carica del suo primo presidente di colore, a Reykjavik la popolazione segue le parole di un altro uomo dal carisma innegabile. Si chiama Hordur Torfason, di mestiere fa il cantautore.
Torfason mette in scena una protesta solitaria nell'ottobre 2008, all'esplodere della crisi. Nel corso delle settimane diventa un punto di riferimento. Il 20 gennaio è in piazza mentre la popolazione si scontra con la polizia, ed è ancora lì anche il 21, e il 22. Il 23 gennaio il premier annuncia le dimissioni. La gente non se ne va: non ancora. Chiede elezioni immediate e una scena politica nuova. Il 26 gennaio Haarde se ne va. Il 1 febbraio l'Islanda ha una nuova premier. E anche questa è una rivoluzione.
Il nuovo primo ministro si chiama Johanna Sigurdadottir, ha 58 anni. È la prima donna premier dell'Islanda. A metà degli ani '90, quando non venne eletta alla guida del suo partito, urlò: "Minn timi mun koma!", "Verrà il mio momento". Quelle parole sono entrate nell'uso comune, in Islanda. E Johanna ha visto realizzarsi la sua profezia.
Il suo primo passo è di indire le elezioni: le vince. Il secondo, però, è quello di confermare la volontà di pagare i debiti a Olanda e Inghilterra.
Il governo, infatti, fa quello che tutti i governi fanno in casi simili: bussa alle porte del fondo Monetario Internazionale e dell'Unione Europea. Sembra l'unico modo per ripagare i debiti nei confronti degli investitori inglesi e olandesi, che ammontano a 3,5 miliardi di euro. È il gennaio 2009. Per trovare i soldi necessari, il governo studia un prelievo straordinario: ogni cittadino islandese avrebbe dovuto pagare 100 euro al mese per 15 anni, a un tasso di interesse del 5,5% annuo. E il parlamento dà vita a una norma di legge che contiene la supertassa.
E' una spada di Damocle, una ghigliottina a cui i cittadini non intendono sottoporsi: le piazze tornano a riempirsi, il popolo chiede a gran voce di sottoporre a Referendum il provvedimento.
È il febbraio 2010 quando il presidente Grimsson, ascoltando la voce della piazza, si rifiuta di ratificare la legge e indice un referendum. La pressione sull'Islanda è alle stelle. Olanda e Inghilterra minacciano di isolare l'Islanda, se sceglierà di non ripagare i debiti. Il Fondo Monetario Internazionale lega alla decisione il versamento degli aiuti. "Ci dissero che se non avessimo accettato le condizioni della comunità internazionale saremmo diventati la Cuba del Nord", ricorda Grimsson. "Ma se le avessimo accettate saremmo diventati la Haiti del Nord".
Il referendum si tiene a marzo 2010: il 93% dei votanti decide di rischiare di diventare la Cuba del Nord. Il Fondo Monetario congela immediatamente gli aiuti. Il governo risponde mettendo sotto inchiesta i banchieri e i top manager responsabili della crisi finanziaria. L'Interpol emette un mandato di arresto internazionale per l'ex presidente della banca Kaupthing, Einarsson, mentre altri banchieri implicati nel crac fuggono dal Paese. Può essere l'inizio della fine dell'Islanda, vista come un paria a livello internazionale e alle prese con una rivolta continua. Invece è l'inizio della rinascita.
Viene eletta un’Assemblea per redigere una Nuova Costituzione. Un compito che viene affidato al popolo islandese: vengono eletti legalmente 25 cittadini tra i 522 che si sono presentati alle votazioni. Gli unici tre vincoli per la candidatura sono la maggiore età, disporre delle firme di almeno 30 sostenitori e sopratutto non aver alcuna affiliazione politica.
La rivoluzionaria Assemblea Costituzionale inizia così il suo lavoro e presenta una Magna Carta in cui confluiscono le idee elaborate nel corso delle diverse assemblee popolari che hanno avuto luogo in tutto il Paese. La Magna Carta ora dovrà essere sottoposta all’approvazione del Parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni legislative.
Ma non finisce qui. Dopo questa eccezionale lezione di civiltà, democrazia diretta e sovranità popolare, gli islandesi stanno lavorando anche ad un altro strumento “rivoluzionario”, l’ ”Icelandic Modern Media Initiative”, un progetto finalizzato alla costruzione di una cornice legale per la protezione della libertà di informazione e d’espressione. L’obiettivo è la creazione di un ambiente sicuro per il giornalismo investigativo, una sorta di “paradiso legale” per le fonti, i giornalisti e gli internet provider che divulgano informazioni giornalistiche.
La Rivoluzione islandese costituisce l'esempio concreto di come i cittadini, prendendo in pugno la situazione, possano riscrivere da zero le leggi del vivere comune imponendo nuove regole al "dissoluto" mondo finanziario. La classe dirigente che aveva portato il paese nel baratro è stata definitivamente allontanata e il popolo sovrano ha posto le basi per un futuro veramente democratico. E' comprensibile che nessuno dei nostrani organi d’informazione principali ne parli, né i quotidiani più importanti nè tanto meno le televisioni. L’opinione pubblica europea, infatti, potrebbe essere "stimolata" a fare altrettanto. O peggio.

* L'Islanda può andare orgogliosa del suo patrimonio democratico. Il suo parlamento (il Thingvellir, dal nome del luogo sacro dove si riuniva annualmente) ha oltre mille anni di storia ed è il più antico in Europa.


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I don´t have to be in Greece, Spain, Portugal or any other country to understand what is really going on there. I am very sure that the police are threatening people very badly and unfairly even putting undercover police to look like protesters just to ruin people legitimate actions. To me this is a clear sign that there are many corrupted politicians and at the same time that people who protest are doing the right thing.
Protest. Reason with the authority and never give up.
A government that has its police to attack its citizens is a crooked government and should resign. In a real democracy the government does not attack its citizens. It listens to them, works for them and with them.
It seems to be a global problem that the politicians have lost the sense of their duty and responsibilities. They seem to have forgotten why they were elected. Then it is up to us, the people, to remind them whom they are working for.
A society that does not embrace everyone is no longer a society, it has become like a private club that is dangerous and destructive to all its citizens.
We always have a choice; we can accept a bad situation or fight it. Then the question arises; how do you fight it?
I say with proves, reasons, persistency and without violence. In Iceland 2008/09 we proved it could be done.
It is so important that people don´t use masks or any other thing to cover their faces. Here in Iceland we showed our faces and wore an orange ribbon or just something orange to show solidarity and support no violence.
Never hide the face of freedom.
Being honest is not very popular but it is the only way for the human race to survive.
Anger is a very powerful resource. We must learn to control it and use it to build up not to tear down, not to let it take control of our lives, because then it will destroy us, eat us alive. Let´s us work together be just, flexible and smart. Clearify our claims, be reasonable, and put them forwards to the politicians we have elected. Put together a commitee to talk to the politicians. Make them understand that they are working for us, that we are not their slaves, they are employed by us and if they don´t like it they will have to leave and new ones take their places.
We people from all countries must unite. We are in deep trouble because many politicians we elected and trusted to run our countries failed us.
Each and everyone of us start out as a silent unknown voice and we will remain so as long as we ignore the voice, our heart and wait for a crystalball to tell us to speak up.
Revolutions used to be local now it is global!
Let´s stick together people. - Don´t give up!
One of our strongest weapon is the Internet and we must protect it.
Let us share information and experience.
The world is changing because we are changing it.
The economical system of the world must change – and we are going to change it.
We can do it and we have started.
Sincerly yours,


Hörður Torfason


Non c'è bisogno di essere in Grecia, Spagna, Portogallo o in qualsiasi altro paese per capire cosa stia davvero succedendo lì. Sono sicurissimo che la polizia stia minacciando la gente malamente e ingiustamente, anche mettendo poliziotti in borghese infiltrati tra i manifestanti solo per rovinare le azioni legittime della gente. Per me questo è un chiaro segno che ci sono molti politici corrotti e, al tempo stesso, che le persone che protestano stanno facendo la cosa giusta.
Protesta, ragiona con le autorità e non mollare mai.
Un governo la cui polizia attacca i cittadini è un governo distorto e dovrebbe dimettersi. In una vera democrazia, il governo non attacca i suoi cittadini. Li ascolta, lavora per loro e con loro.
Il fatto che i politici abbiano perso il loro senso del dovere e delle proprie responsabilità sembra essere un problema globale. Sembra abbiano dimenticato il perchè siano stati eletti.
Sta a noi, il popolo, ricordare loro per chi stanno lavorando.
Una società che non include tutti non è più una società degna di tale nome, e diventa come un club privato, pericolosa e distruttiva per tutti i cittadini.
Noi abbiamo sempre una possibilità di scelta; possiamo accettare una brutta situazione o combatterla. Qui la questione si accresce; come fare per combatterla?
Io vi dico con le prove, le ragioni, la perseveranza e senza la violenza. In Islanda 2008/09 abbiamo provato che ciò può essere fatto.
E' così importante che la gente non usi maschere o altra cosa che copra le loro facce. Qui ad Iceland noi abbiamo mostrato i nostri volti e indossato un fiocco arancione o qualcosa di arancione, per dimostrare solidarietà e supporto, non violenza.
Non nascondere la faccia della libertà.
Essere onesto non è molto popolare ma è l'unica strada che consenta alla razza umana di sopravvivere.
La rabbia è una risorsa potente.
Dobbiamo imparare a controllarla e ad usarla per costruire non per demolire, non dobbiamo consentirle di prendere il controllo delle nostre vite, perchè a quel punto ci distruggerebbe, ci mangerebbe vivi.
Facciamo in modo che il nostro lavorare insieme sia giusto, flessibile ed intelligente. Chiariamo le nostre pretese, che siano ragionevoli, e mandiamole incontro ai politici che abbiamo eletto.
Mettiamo insieme un comitato che parli con i politici. facciamo capire loro che stanno lavorando per noi, che non siamo i loro schiavi, che sono loro i nostri dipendenti e se non sono d'accordo con questo andassero via affinché nuova gente onesta possa prendere il loro posto.
Noi popoli di ogni nazione dobbiamo essere uniti. Siamo in un profondo disagio perché molti politici che abbiamo eletto e nei quali abbiamo creduto ci hanno deluso.
Ognuno di noi dà vita ad una voce silenziosa e sconosciuta che resterà tale fino a quando noi ignoreremo quella voce, ignoreremo i nostri cuori aspettando che una palla di cristallo ci dica di parlare.
Le Rivoluzioni che erano locali ora sono globali!
Uniamo la gente. Non molliamo!
Uno dei nostri strumenti più forti e Internet e dobbiamo proteggerlo.
Scambiamo tra noi informazioni ed esperienze.
Il mondo sta cambiando perché noi lo stiamo cambiando.
Il sistema economico del mondo deve cambiare e noi lo cambieremo.
Possiamo farlo ed abbiamo già iniziato.
Sinceramente vostro,

Hörður Torfason

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