Golpe de agua en la arena

Dices tú:
“Me penetras como aguja
dulcificada de mieles
Entras sin recato
con delirio”

Y respondo:
“Estaba sediento de tus aguas, tus humores
ansioso de hallar la cadencia de tu ribera
Alcanzar el puerto y entrar en la quieta dársena
Impregnarte de brea, buque impaciente
y dejarte el quejido que no cesa”

al callar escucho el mar de tu rumor, cuando dices:
“Sentirás el pulso de la arena
vibrante piel dorada, huidiza forma blanca
Percibirás el eco que dejas como ola
entre las sendas secretas de mi playa
Los espasmos atraerán tu fuerza
Y seré prisión del velero que llega
Serás esclavo de mi aroma
en húmedo cofre de dulces brillos
y yo beberé tu almizcle perfumado
de fértil yerba
Perderte en mi entraña no te ata
desbordarse de colores
es pintar un lienzo de auroras
El río que me brindas
crece y crece sin ahogo
y adorna de dulce ámbar
el almiar abierto de mi espacio”.

Y después de un largo silencio,
escucharás de mi ansiedad:
“¡Renace en mi llegada
con el temblor de la marea que te cubre
Sé continua, ciclo repetido
tiempo de espuma viajera hacia el sol
Me acerco a tu centro
de geométrica armonía
y salpico con mi embate
los pétalos granulosos
de tu profunda morada”.

Saciedad:
Hallarán la medalla de blanca lumbre
Impregnada de la savia marina
que un bajel fantasma abandonó.
Nada más.


Alejo Urdaneta






















Tu dici:
"Mi penetri come ago
addolcito di miele
Entri senza cautela
con delirio
"
 
E rispondo:
"Ero assetato delle tue acque, dei tuoi umori
ansioso di trovare la cadenza della tua riva
Raggiungere il porto ed entrare nella quieta darsena
impregnarti di catrame, nave impaziente
e lasciarti il gemito che non cessa
"

tacendo ascolto il mare del tuo rumore, quando dici:
"Sentirai il polso della sabbia
vibrante pelle dorata, sfuggente forma bianca
Percepirai l'eco che lasci come onda
tra i sentieri segreti della mia spiaggia
Gli spasmi attrarranno la tua forza
E sarò prigione del veliero che arriva
Sarai schiavo del mio aroma
in umido baule di dolci lucentezze
e mi berrò il tuo muschio profumato
di fertile erba
Perditi nelle mie viscere e non ti trattenga
lo straripare dei colori
che è dipingere una tela di aurore
Il fiume che mi offri
cresce e cresce senza soffocamento
e orna di una dolce ambra
il cespuglio aperto del mio spazio
"
 
E dopo un lungo silenzio,
ascolterai dalla mia ansietà:
"Rinasci al mio arrivo
col tremore della marea che ti sommerge.
So continua, ciclo che si ripete
tempo di schiuma viaggiatrice verso il sole
Mi avvicino al tuo centro
di geometrica armonia
e spruzzo col mio impeto
i petali granulosi
della tua profonda dimora
."

Sazietà:
Troveranno la medaglia di bianco fuoco
Intrisa della linfa marina
che un vascello fantasma abbandonò
Nient'altro

Alejo Urdaneta


Caterilla





Poi arrivò il mattino e col mattino un angelo
e quell'angela eri tu, con due spalle da uccellino,
in un vestito troppo piccolo e con gli occhi ancora blu.
E la chitarra veramente la suonavi molto male,
però quando cantavi sembrava Carnevale,
e una bottiglia ci bastava per un pomeriggio intero,
a raccontarlo oggi non sembra neanche vero.
E la vita Caterina, lo sai, non è comoda per nessuno,
quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo.
Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia,
la solitudine e le valigie di un amore che vola via.
E cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo
e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo.
Chissà se in quei momenti ti ricordi della mia faccia,
quando la notte scende e ti si gelano le braccia.
Ma se soltanto per un attimo potessi averti accanto
forse non ti direi niente ma ti guarderei soltanto.
Chissà se giochi ancora con i riccioli sull'orecchio
o se guardandomi negli occhi mi troveresti un pò più vecchio.
E quanti mascalzoni hai conosciuto e quante volte hai chiesto aiuto,
ma non ti è servito a niente.
Caterina questa tua canzone la vorrei veder volare
sopra i tetti di Firenze per poterti conquistare...
______________

Luego llegó la mañana y con la mañana un ángel
y aquel ángela fuiste tú, con dos hombros de pajarito,
en un vestido demasiado pequeño y con los ojos todavía azules.
Y la guitarra realmente la tocaste muy malas,
pero cuando cantaste pareció Carnaval,
y una botella nos bastó por un tarde entera,
a contarlo hoy no parece tampoco verdadero.
Y la vida Caterilla, lo sabe, no es cómoda para nadie,
quando quieres gustar hasta el final todo su perfume.
Tienes que arriesgar la noche, el vino y la melancolía,
la soledad y las maletas de un amor que vuela fuera.
Y quinienta cadenillas que se parten en un según
y no te bastan para llorar las lágrimas de todo el mundo.
Tal vez si en aquellos momentos te acuerdas mi cara,
cuando la noche baja y te hielan los brazos.
Pero si solamente por un instante pudiera tenerte cerca
quizás no te diría nada pero te miraría solamente.
Tal vez si todavía juegas con los bucles sobre la oreja
o si mirarame a los ojos me encontrarías un pò más viejo.
Y cuantos bribones has conocido y cuántas veces has pedido ayuda,
pero no te es servido a nada.
Caterilla esta tu canción la querría veder volar
sobre los techos de Florencia para poder ganarte...


Te esperaba



Sera. Locanda Almayer. Stanza al primo piano, in fondo al corridoio. Scrittoio, lampada ad olio, silenzio. Una vestaglia grigia con dentro Bartleboom. Due pantofole grigie con dentro i suoi piedi. Foglio bianco sullo scrittoio, penna e calamaio. Scrive Bartleboom. Scrive.

Mia adorata,
sono arrivato al mare. Vi risparmio le fatiche e le miserie del viaggio: ciò che conta è che ora sono qui. La locanda è ospitale: semplice, ma ospitale. E' sul colmo di una piccola collina, proprio davanti alla spiaggia. La sera si alza la marea e l'acqua arriva fin quasi sotto alla mia finestra. E' come stare su una nave. Vi piacerebbe.
Io non sono mai stato su una nave. Domani inizierò i miei studi. Il posto mi sembra ideale. Non mi nascondo la difficoltà dell'impresa, ma Voi sapete - Voi sola al mondo - quanto io sia determinato a portare a termine l'opera che è stata mia ambizione concepire e intraprendere in un giorno fausto di dodici anni fa. Mi sarà di conforto immaginarVi in salute e in letizia d'animo.
Effettivamente non ci avevo mai pensato prima: ma davvero non sono mai stato su una nave. Nella solitudine di questo luogo appartato dal mondo, mi accompagna la certezza che non vorrete, nella lontananza, smarrire il ricordo di colui che Vi ama e che sempre rimarrà il Vostro
Ismael A. Ismael Bartleboom

Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo.
Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
- Ti aspettavo.
Lei aprirà la scatola lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere ad una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni - i giorni, gli istanti - che quell'uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell'uomo
- Tu sei matto.
E per sempre lo amerà.

Oceano Mare, Alessandro Baricco




De noche. Posada Alamyer. Habitación del primer piso, al fondo del pasillo. Escritorio, lámpara de petróleo, silencio. Una bata gris con Bartleboom dentro. Dos zapatillas grises con sus pies dentro. Hoja blanca sobre el escritorio, pluma y tintero. Bartleboom escribe. Escribe.

Mi adorada:
Ya he llegado al mar. Os ahorro las fatigas y miserias del viaje:lo que cuenta es que ahora estoy aquí. La posada es acogedora: sencilla pero acogedora. Está en la cima de una pequeña colina, justo delante de la playa. Por la noche se levanta la marea y el agua llega casi hasta debajo de mi ventana. Es como estar en un barco. Os gustaría.
Yo jamás he estado en un barco. Mañana empezaré mis estudios. El sitio me parece ideal. No se me oculta la dificultad de la empresa, pero Vos sabéis - Vos únicamente en el mundo - lo decidido que estoy a llevar a cabo la obra que tuve la ambición de concebir y emprender en un feliz día de hace doce años. Me serviría de consuelo imaginaros con salud y con alegría de espíritu.
En efecto, nunca lo había pensado antes, pero la verdad es que jamás he estado en un barco.En la soledad de este lugar apartado del mundo, me acompaña la certeza de que no queréis, en la lejanía, abandonar el recuerdo de quien os ama y siempre será Vuestro.
Ismael A. Ismael Bartleboom.

Deja la pluma, dobla la hoja, la mete en un sobre. Se levanta, coge de su baúl una caja de caoba, levanta la tapa, deja caer la carta en su interior, abierta y sin señas. En la caja hay centenares de sobres iguales. Abiertos y sin señas.
Bartleboom tiene treinta y ocho años. Él cree que en alguna parte, por el mundo, encontrará algún día a una mujer que, desde siempre, es su mujer. De vez en cuando lamenta que el destino se obstine en hacerle esperar con obstinación tan descortés, pero con el tiempo ha aprendido a pensar en el asunto con gran serenidad. Casi cada día, desde hace ya años, toma la pluma y le escribe. No tiene nombre y no tiene señas para poner en los sobres, pero tiene una vida que contar. Y ¿a quién sino a ella? Él cree que cuando se encuentren será hermoso depositar en su regazo una caja de caoba repleta de cartas y decirle
- Te esperaba.
Ella abrirá la caja lentamente, cuando quiera, leerá las cartas una a una y retrocediendo por un kilómetro hilo de tinta azul recobrará los años - los días, los instantes - que ese hombre, incluso antes de conocerla, ya le había regalado. O tal vez, más sencillamente, volcará la caja y, atónita ante aquella divertida nevada de cartas, sonreirá diciéndole a ese hombre
- Tú estás loco.
Y lo amará para siempre.

Oceano Mare, Alessandro Baricco


Una generación nueva

La palabra Revolución, en esta América de las pequeñas revoluciones, se presta bastante al equivoco. Tenemos que reivindicarla rigurosa e intransigentemente. Tenemos que restituirle su sentido estricto y cabal. La revolución latino-americana, será nada más y nada menos que una etapa, una fase de la revolución mundial. Será simple y puramente, la revolución socialista. A esta palabra agregad, según los casos, todos los adjetivos que queráis: antiimperialista, agrarista, nacionalista revolucionaria. El socialismo los supone, los antecede los abarca a todos.... No queremos ciertamente, que el socialismo sea en América calco y copia. Debe ser creación heroica. Tenemos que dar vida con nuestra propia realidad, en nuestro propio lenguaje al socialismo indo americano. He aquí una misión digna de una generación nueva.
José Carlos Mariátegui

La parola Rivoluzione, in questa America delle piccole rivoluzioni, si presta molto ad essere equivocata. Dobbiamo rivendicarla in modo rigoroso ed intransigente. Dobbiamo restituirle il suo senso stretto ed esatto. La rivoluzione latino-americana, sarà nient'altro e niente meno che una tappa, una fase della rivoluzione mondiale. Sarà semplicemente e puramente, la rivoluzione socialista. A questa parola aggiungete, secondo i casi, tutti gli aggettivi che volete: antimperialista, agraria, nazionalista rivoluzionaria. Il socialismo li suppone, li precede e comprende tutti... Non vogliamo certamente che il socialismo sia in America calco e copia. Deve essere creazione eroica. Dobbiamo dare vita con la nostra propria realtà, nel nostro proprio linguaggio al socialismo indo-americano. C'è qui una missione degna di una generazione nuova.
José Carlos Mariátegui




Los medios golpistas que tienen, que vaya el Canal 10 o por Televicentro, que digan "sí, nosotros somos golpistas y matamos a los compañeros", que no sean tan sin vergüenzas, que tengan los huevos suficientes para presentarse en los canales. Porque ellos saben que nosotros, el pueblo, tenemos el valor de pincharle la barriga a Goriletti-Micheletti, y acabar con su gobierno. Fíjense que hay un chiste en mi mente que dice: están dos prensas y le dice uno al otro, "Michele… Goriletti mejor, ¿Goriletti, disfrutaste tu gobierno? No, porque casi me venían a pinchar la barriga… Porque es una llantota." Por favor, Micheletti, dejá de estar matando a los compañeros, hombre, que ellos tienen sentimiento de lucha, no son tan ¡hipócritas! como vos…, ay! Dicen: nosotros queremos los besos de la paz y el 28 le meten la puñalada. Eso es injusticia, compañeros. Cuántos armados son iguales. El cardenal ¡ay, sí! "yo soy el santito", ¿Dónde dejó los cuartos ese sinvergüenza? ¿Dónde? Ya para terminar, ¡más duro con los golpistas! ¡Paso firme hacia la revolución, paso firme hacia el socialismo! ¡¡Patria o muerte!! ¡¡Venceremos!! Micheletti, que te vayas de la…
Oscar David Montecinos, niño de tan 10 años, 24 de agosto 2009 en Tegucigalpa

I media golpisti che abbiamo vadano su Canal 10 o a Televicentro e che dicano "sì, noi siamo golpisti ed ammazziamo i compagni" che non siano tanto insolenti, che abbiano le palle sufficienti per presentarsi sui canali televisivi. Perché loro sanno che noi, il popolo, abbiamo il coraggio di pungere la pancia a Goriletti-Micheletti, e farla finita col suo governo. Figuratevi che c'è una barzelletta nella mia mente che dice: ci sono due giornalisti e uno dice all'altro, "Michele... o meglio Goriletti, Goriletti, ti stai godendo il tuo governo? No, perché quasi mi venivano a pungere la pancia... Perché è una baraonda." Per favore, Micheletti, finiscila di ammazzare i compagni, perché loro hanno sentimento di lotta, non sono tanto ipocriti! Come voi, ahi! Dicono: "noi vogliamo i baci della pace" e il 28 ci tirano la pugnalata. Questa è ingiustizia, compagni. Quanto ai militari la pensano allo stesso modo. Il cardinale, buono quello! " Io sono un santino", quando mai lasciò le stanze quell'insolente, quando mai? E ora per farla finita più duri coi golpisti! A passo deciso verso la rivoluzione, A passo deciso verso il socialismo. Patria o morte!! Vinceremo!! Micheletti vattene via...





Ni al árbol ni al bosque

Te voy a dar una foto mia, sin pasamontaña.... y lo me lo voy a quitar.



Ni al árbol ni al bosque. Nosotros como zapatistas que somos, para entender y saber qué hacer, miramos hacia abajo. No en señal de humildad, no para rendir nuestra dignidad, sino para leer y aprender lo que no se ha escrito, para lo que no hay palabras sino sentimientos, para ver en la tierra las raíces que sostienen, allá en lo alto, a las estrellas.

Queremos saludar y agradecer a las compañeras y compañeros de Vía Campesina en la India, el Brasil, Corea del Sur y en todo el mundo, la palabra que ahora nos obsequian en la voz muy otra de quienes traen su representación. Es un honor para nuestro oído el regalo de su voz, y para la palabra nuestra una alegría el tener el amable hospedaje de corazones tan lejanos en la geografía de arriba y tan cercanos en la herida de abajo.
Saludamos el nuevo encuentro con las compañeras y compañeros del Congreso Nacional Indígena, lugar en el que l@s zapatistas navegamos nuestra lucha como pueblos indios que somos.
También queremos agradecer a los compañeros y compañeras del Club de Periodistas, el espacio y el tiempo que facilitaron para reunir estas palabras, tan distintas y, sin embargo, las mismas al nombrar el dolor y la lucha.
Traigo la voz de las y los zapatistas del EZLN. De un puñado de hombres y mujeres, indígenas en su gran mayoría, que vivimos y luchamos en el último rincón de este país, en las montañas del sureste mexicano. Nosotros nos dedicamos a subvertir el orden establecido, escandalizar a las buenas conciencias, y a poner le mundo de cabeza. De nosotras, de nosotros, los más pequeños, reciban nuestro saludo.
Es lugar común, entre analistas de distinto tipo y género, el usar la expresión de que “por mirar el árbol, se pierde de vista el bosque”. O viceversa. Frente a eso, queda la opción de mirar a ambos… o mirar otra cosa.
Aunque en lo que se refiere a la tierra, o al territorio en su sentido más amplio, como ha sido explicado en forma clara y contundente por el Congreso Nacional Indígena, parece cada vez más difícil encontrar algún árbol, y de bosques pues ni hablar. Y no sólo, también en el campo mexicano es ya raro encontrar campesinos ejidatarios o comuneros, por no hablar de tierras ejidales y comunales.
Pero si no encontramos ni a unos ni a otros, entonces busquemos y encontremos la causa de su desaparición.

La Guerra de Neo Conquista en el Campo Mexicano

Ya en otras ocasiones nos hemos referido al capitalismo en México como una nueva guerra de conquista.
A nuestro paso por los distintos rincones del México de Abajo, hemos visto un territorio destruido, a veces con las ruinas aún humeando, a veces con las construcciones del conquistador, el gran capital, ya levantándose sobre lo que antes fueron campos de cultivo, pueblos de pescadores, tierras comunales y ejidales, territorios indígenas. En no pocas ocasiones, hemos escuchado de pueblos enteros desiertos, con sus habitantes originales viviendo y trabajando en tierras muy lejanas en distancia, lengua y cultura.
Y en otros lugares hemos visto una suerte de relevo poblacional, es decir, la expulsión de ejidatarios y comuneros, y su sustitución por peones agrícolas, mozos de empresas turísticas, empleados y sirvientes, traídos desde otros suelos de la misma forma en que los esclavistas del norte revuelto y brutal traficaban con los pobladores de África y Asia para suplir a la población original que aniquilaron, y hacerlos trabajar como esclavos en sus plantaciones.
Y hemos visto también otra desertificación humana que puede pasar desapercibida. Ahí está el pueblo, la colonia, la ciudad. Ahí está también la gente que habita esos lugares. Pero no hay ya sentido de colectividad, de pertenencia común. No tienen identidad cultural. No hay comunidad.
Un territorio poblado de fantasmas que deambulan por entre las ruinas de lo que antes fue el campo mexicano, eso es lo que deja el capitalismo salvaje, el neoliberalismo, a su paso en la nueva guerra de conquista de nuestro país: la guerra de despojo y destrucción de la tierra y el territorio.
Y hay datos duros, síntomas que son números y porcentajes y que sirven para darnos cuenta de que no se trata de un fenómeno aislado. El Centro de Análisis Multidisciplinario (CAM), del equipo de apoyo de la Comisión Sexta del EZLN, ha recopilado lo siguiente:
Para el año del 2005, había poco más de 30 millones de personas viviendo en el campo mexicano. De ellas, cerca de 27 y medio millones de personas no podían tener los ingresos necesarios para satisfacer las necesidades mínimas.
La alternativa a morir o mal vivir en el campo es abandonar la tierra y la familia, y emigrar a otros lugares en busca de mejores ingresos. Las políticas gubernamentales, las crisis agrícolas, la baja en los precios de los productos del campo y el alza en los precios de lo necesario para la siembra y la cosecha, han provocado que, en los últimos años, la migración de las comunidades rurales rumbo a las ciudades o al extranjero haya crecido en 40%.
En 10 años, de 1995 al 2005, los hogares que se mantienen de lo que envían los familiares que trabajan en el extranjero pasaron de 600 mil a más de 4 millones. Y en el mismo periodo, las remesas en dólares que ingresaron a México se cuadriplicaron.
Y este despoblamiento del campo mexicano, y del país entero, es también un negocio en lo que se refiere al envío de remesas. Un ejemplo: el ingreso del Grupo Elektra (propiedad de la familia Salinas Pliego), se incrementó por el cobro hecho a cada envío. A través de Western Union, el señor Salinas Pliego (dueño también de TV Azteca, - la “televisora buena”, según AMLO-) se robó casi 20 de cada 300 dólares que fueron enviados en el año del 2005.
Pero el despojo no sólo se realiza a través de bajos salarios y robo de remesas. La reforma constitucional promovida por ese ladrón que, como Felipe Calderón, se hizo presidente mediante un fraude electoral, Carlos Salinas de Gortari, permitió al gran capital conquistar, como en los tiempos de la colonia y del porfirismo, las tierras ejidales y comunales.
Con la reforma al artículo 27 constitucional, la expedición de la Ley Agraria y la instrumentación del programa PROCEDE, las tierras ejidales o comunales se incorporaron al mercado de tierras mediante diversos mecanismos, sea a través de la celebración de contratos de enajenación de derechos ejidales (cesión, compraventa, donación) o mediante la aportación de tierras de uso común que realizan los ejidos y comunidades a sociedades civiles o mercantiles.
En síntesis el PROCEDE (Programa de Certificación de Derechos Ejidales y Titulación de Solares, que consiste en la entrega de títulos individuales de las parcelas que cada familia de ejidatarios o comuneros trabaja. Así, estos núcleos agrarios ya se pueden arrendar, vender, comercializar ó hipotecar en garantía – el PROCECOM es su equivalente en lo que se refiere a tierras comunales) forma parte de una política general mas amplia.
Conjuntamente con las reformas del artículo 27 constitucional, se trata de privatizar, despojar y dar las condiciones mínimas para que el capital en sus diferentes modalidades pueda acrecentar y acumular las ganancias.
Lo que va a ocasionar esta aplicación de política con respecto al campo es, de nuevo, un proceso de concentración de tierra, despojo y desolación en los campos mexicanos.
Para diciembre de 2005 y de acuerdo al centro de estudios y publicaciones de la procuraduría agraria; 22% del total de tierras ejidales y comunales se encontraba en proceso de cambio de dominio, para pasar a ser propiedad privada.
El nuevo mercado de tierras se ha llegado a constituir en latifundios. A esto hay que sumar la presencia de las trasnacionales, y tomar en cuenta que dichas empresas no quieren el total de las tierras, sino solamente las que a ellas garanticen una ganancia, tal es el caso de zonas forestales, y zonas con recursos naturales con posibilidades de ser explotadas.
Al incrementarse el empobrecimiento de las familias en el campo, también se incrementó el número tierras ejidales y comunales que han entrado en secesión de derechos para su renta o bien como incorporación al cambio de dominio. Quienes han aprovechado el cambio de dominio, o bien, lo han usado para explotar los recursos son, fundamentalmente, las cadenas hoteleras.
Los núcleos agrarios que se ubican dentro de los litorales costeros del territorio nacional, han sufrido cambios en los dominios en la tenencia de la tierra. Mediante el Procede se certificaron 609 ejidos y bienes comunales.
La mayoría de los ejidos y comunidades que fueron tomados prisioneros por el PROCEDE y el PROCECOM tienen recursos turísticos, ecológicos, pesqueros y urbanos para ser desarrollados, y se concentran en los estados de Veracruz, Sonora, Nayarít, Sinaloa, Oaxaca, Baja California Sur, Tabasco, Jalisco, Baja California, Quintana Roo, Tamaulipas, Guerrero, Michoacán, Yucatán, Colima, Campeche y Chiapas.
De acuerdo a la Procuraduría Agraria, un gran número de los procesos de controversia y conflicto agrarios se concentran en dichas comunidades, en la mayoría de los casos por el manejo o uso de los recursos. Lo mismo sucede con los recursos forestales, agua y tierras.
Entre 1994 y 2005, el 22% de los conflictos agrarios del país se enfrentaron en contra de las siguientes figuras que usa el capitalismo: Inmobiliarias. Hoteles, Centros recreativos, Centros Turísticos, Desarrollos Gubernamentales (expropiaciones), Desarrollos Privados, Industrias, Explotación de recursos naturales y Centros Comerciales.
Pero el PROCEDE y el PROCECOM no llegaron solos, sino acompañando al Tratado de Libre Comercio de América del Norte (TLC).
Como consecuencia del TLC, las importaciones de maíz proveniente de Estados Unidos se multiplicaron por 15 desde la entrada en vigor del TLCAN.
A la avasalladora competencia estadounidense se ha sumado una ”política más liberal” del gobierno mexicano que, en el caso del maíz, ha liberalizado el mercado más allá de lo requerido por el propio acuerdo y ha permitido el ingreso de maíz transgénico.
Para México, el TLCAN significó el derrumbe del agro mexicano, ahora, nuestro país sobrevive con los más de 20 mil millones de dólares que los migrantes envían a sus familiares. La migración, la desigualdad, la concentración de la riqueza en unas cuantas manos y un cada vez más acentuado desequilibrio en el comercio agrícola internacional con la agresiva apertura de los mercados, son sus resultados más evidentes.
Pero no sólo los campesinos han sufrido los efectos de esta guerra de conquista. El capitalismo también destruye y contamina la naturaleza.
Se calcula que los daños por contaminación de la última década alcanzaron en nuestro país los 36 mil millones de dólares. La actual tasa de deforestación es de 631 mil hectáreas al año. Tenemos el nada honroso primer lugar mundial en destrucción de bosques. Y cada vez son menos los manantiales de agua pura y más los mantos acuíferos contaminados.
Además, los cambios al artículo 27 posibilitan a particulares no arriesgar nada, ya que no necesariamente tienen que comprar la tierra, ahora pueden tener acceso a ella por otras modalidades. El PROCEDE y PROCECOM han abierto esta posibilidad. Ahora se pueden obtener derechos corrompiendo autoridades municipales o a representantes para usar tierras comunales o ejidales.
Los principales grupos que han recibido denuncias penales por afectación a ejidos y comunidades son: clubes de gol, parques temáticos y centros turísticos.
Las empresas hoteleras con mayores denuncias son Hoteles Fiesta Americana, Sheraton, Hoteles Hilton, Holiday Inn, Hoteles Radisson Flamingos, Hyatt, Presidente Intercontinental, y éstas también han recibido gran número de inconformidades y quejas frente a la Profeco por discriminación y uso de áreas federales.
En esta guerra de conquista ninguno de arriba se quiere quedar atrás. Al igual que empresas especializadas en construcción de vivienda, las grandes empresas inmobiliarias, buscan terrenos para negocios. El ejemplo más claro es la expansión de Grupo GEO, la cual ha triplicado sus ingresos comprando terrenos a $10 pesos el metro cuadrado y vendiéndolo en $300 o hasta $400 pesos.
Si antes el Estado era el aval de la producción nacional de los campesinos, ahora se abre un gran mercado para la acción del capital en sus diferentes formas: desde el industrial, el financiero, el comercial, el bancario el inmobiliario, etc.
El resultado de todo este proceso es la concentración de tierras, primero en pequeños y medianos poseedores, posteriormente la tendencia indica que la tierra de mejor aprovechamiento (recursos naturales y de explotación turística), se concentrará en latifundios, empresas, corporativos y hasta transnacionales de capital nacional y de capital internacional o de ligas, fusiones, asociaciones o convenios entre ambos.
Así que, en el campo mexicano, tenemos un despoblamiento (migración a las ciudades y el extranjero, principalmente a Estados Unidos) y repoblación (traslado de trabajadores agrícolas, principalmente de indígenas que fueron despojados de sus tierras, a los nuevos latifundios y agroindustrias; y una destrucción (de la naturaleza, tierra, bosques, aire, agua, fauna; y de las relaciones comunitarias) y reconstrucción (sobre campos antes agrícolas se erigen campos de golf, centros comerciales, hoteles y parques de diversión).
Todo bajo un nuevo orden: el del mercado mundial capitalista.
Si no me equivoco, eso es precisamente lo que hace una guerra de conquista. Es decir, conquista, destruye, despuebla, reconstruye, repuebla, reordena.
Hemos hablado del campo en nuestro país, en México, pero estamos viendo, escuchando y aprendiendo que lo mismo está ocurriendo en los 5 continentes. Lo que nos permite afirmar que se trata de una guerra de conquista en todo el planeta, una guerra mundial, la IV Guerra Mundial.
Sea que en el análisis se elija mirar “el árbol” o “el bosque”, la conclusión es la misma.
Pero hay algo, según nosotros los zapatistas, que hace de esta guerra algo especial. Y es que los efectos que está produciendo en la tierra y el territorio, es decir, en la naturaleza, son definitivos e irreversibles. Es decir que el planeta entero está siendo destruido y no tenemos otro lugar para vivir, así que la especie humana entera es la víctima de esta guerra.
Por eso decimos que es una guerra contra la humanidad.

La Resistencia y la Defensa de la Tierra y el Territorio

En la segunda parte de esta plática, que se realizará en San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, hablarán algunos de nuestros jefes indígenas zapatistas, y en el Encuentro de los Pueblos Zapatistas con los Pueblos del Mundo, se escuchará la palabra de las y los indígenas zapatistas bases de apoyo del EZLN.
Ellas y ellos contarán mejor cómo resistimos y defendemos tierra y territorio en las zonas donde vivimos y luchamos, en las montañas del sureste mexicano.
Por ahora, sólo adelantaré lo siguiente:

Uno.- Para nosotros, zapatistas, pueblos indios de México, de América y del Mundo, la tierra es la madre, la vida, la memoria y el reposo de nuestros anteriores, la casa de nuestra cultura y nuestro modo. La tierra es nuestra identidad. En ella, por ella y para ella somos. Sin ella morimos, aunque vivamos todavía.

Dos.- La tierra para nosotros no es sólo el suelo que pisamos, sembramos y sobre el cual crecen nuestros descendientes. La tierra es también el aire que, hecho viento, baja y sube por nuestras montañas; el agua que los manantiales, ríos, lagunas y lluvias vida se hacen en nuestras siembras; los árboles y bosques que fruto y sombra nacen; los pájaros que bailan en el viento y en las ramas cantan; los animales que con nosotros crecen, viven y alimentan. La tierra es todo lo que vivimos y morimos.

Tres.- La tierra para nosotros no es una mercancía, de la misma forma que no son mercancías los seres humanos ni los recuerdos ni los saludos que damos y recibimos de nuestros muertos. La tierra no nos pertenece, pertenecemos a ella. Hemos recibido el trabajo de ser sus guardianes, de cuidarla, de protegerla, así como ella nos ha cuidado y protegido en estos 515 años de dolor y resistencia.

Cuarto.- Nosotros somos guerreros. No para vencer y subyugar al diferente, al que otro lugar habita, al que otro modo tiene. Somos guerreros para defender la tierra, nuestra madre, nuestra vida. Para nosotros ésta es la batalla final. Si la tierra muere, morimos nosotros. No hay mañana sin la tierra. El que quiere destruir la tierra es todo un sistema. Ése es el enemigo a vencer. “Capitalismo” se llama el enemigo.

Quinto.- Nosotros pensamos que no es posible triunfar en esta batalla si no nos acompañamos en la lucha con los otros pueblos que son, como nosotros, el color que somos de la tierra, si no luchamos junto a los otros que otros colores, tiempos y modos tienen, pero les duelen los mismos dolores. Por eso hicimos palabra este pensamiento en la VI Declaración de la Selva Lacandona. Por eso caminamos, con el oído y el corazón abiertos, por los rincones de nuestro país. Para buscar y encontrar a los que dicen o quieren decir “¡Ya Basta!”, a los que han encontrado que el nombre de su enemigo es el mismo que a nosotros mata y duele.

Sexto.- Nosotros pensamos que ya no es basta con sólo resistir, y esperar uno y otro ataque del mandón y del dinero. Creemos que la fuerza que ahora se necesita para sobrevivir, es también suficiente para terminar con las amenazas. Es la hora.

Séptimo.- Ni al árbol ni al bosque. Nosotros como zapatistas que somos, para entender y saber qué hacer, miramos hacia abajo. No en señal de humildad, no para rendir nuestra dignidad, sino para leer y aprender lo que no se ha escrito, para lo que no hay palabras sino sentimientos, para ver en la tierra las raíces que sostienen, allá en lo alto, a las estrellas.

¡LIBERTAD Y JUSTICIA PARA ATENCO!
¡LIBERTAD Y JUSTICIA PARA OAXACA!
Muchas Gracias.

Desde las montañas del Sureste Mexicano
Subcomandante Insurgente Marcos

P.D. QUE CUENTA UNA HISTORIA NACIDA DE DOS RINCONES MORENOS DEL MÉXICO DE ABAJO - LA HISTORIA DEL COMEDOR DE GENTE.

Viene una historia de la tierra que lejos estuvo antes y ahora está cerca. Fueron las palabras hermanas de los jefes Yaquis y los jefes Zapatistas las que pegaron de nuevo historias y tierras que antes eran unidas y que el rico, el Yori extranjero, rompió y arrojó lejos unas de otras.
De dos tierras distantes y narradas por dos hermanos gemelos pero diferentes, nace esta historia.
De lejos pero cerca, viene esta historia.
De allá donde está plantada y erguida la alta vara que habla, el “bayalté parlante” le decimos nosotros, nosotras, zapatistas de la tierra que al sureste queda del noroeste de esta historia inconclusa llamada México.
Y de allá donde se levanta el árbol que en sus raíces guarda la memoria del buen sueño, la Ceiba, la sostenedora del mundo.
Viene la historia de más para allá del acá donde nuestra palabra se encuentra hoy.
De allá, donde el sol viste de rojo para entrar en el deseo de las sombras de la noche. De allá donde la otra Sonora prepara suelos y cielos para el gran encuentro de quienes originalmente poblaron este continente. De allá, del Valle del Yaqui, de Vicam, de Sonora, de México, viene una parte de esta historia que de dolor habla, de lucha, de mañana.
Y de allá donde las sombras nacen la noche y paren el sol que día habrá de ser en su paso. De allá donde el otro Chiapas prepara la palabra para hacerla puente con otros que de lejos llegan. De allá, de las montañas zapatistas, del sureste mexicano, de Chiapas, de México, viene la otra parte de la historia que así se completa.
Cuentan esta historia los más sabedores de los guerreros Yaquis, los más mayores, los ancianos sabios.
Y, con otras palabras y símbolos, la cuentan también los más primeros de los guerreros zapatistas, los Vigilantes, los que lejos ven en geografías y calendarios.
Y cuentan todos que el mundo vivió antes el terror que hoy es actual.
Que ya antes apareció el Comedor de Gente.
El nombrado por el Yaqui como Yéebua´éeme.
El que los mayas llaman Dzul Caxlán.
Que su ambición no tenía llenadero y que nada respetaba el Comedor de Gente.
Que la gente y sus modos eran devorados y nada se hacía para impedirlo.
Que cuando el Comedor de Gente reinaba, lo hacía con el General Miedo a su lado y así el mundo dos veces lloraba: con lágrimas de miedo sollozaba, y con lágrimas de muerte gemía.
Que todo era destruido y devorado.
Que se perdían así personas, palabras, tiempos, lugares.
Y cuenta la historia que el Comedor de Gente agarró entonces a una mujer y la rompió y la molió. Pero cuenta también que, antes de morir, la mujer alcanzó a parir a dos muchachos gemelos.
Como roto fue su cuerpo de la madre, el un muchacho quedó en un lado y el otro uno fue a quedar en otro lado.
En uno y otro extremo del largo camino del sol quedaron.
El uno donde el sol empieza su andar y el otro donde el sol termina su jornada.
Aunque lejos uno de otro, los dos fueron criados por la madre mayor, la abuela, la tierra, la madre más primera.
Grande y extendido era la nagüa de la abuela y con ella arropó a los gemelos, aunque lejos estuvieran uno de otro.
Y de su sangre, la abuela creó manantiales y de su carne árboles y frutos.
Con su voz convocó a los animales para acompañar y alimentar a los gemelos, y encomendó al venado que fuera de uno a otro lado para que viera por el bien de ambos y no se olvidaran que su memoria era la misma.
Como guerreros crecieron los gemelos, en uno y otro lado de la extendida nagüa de la tierra.
Y en uno y otro lado conocieron la historia del Comedor de Gente, y en uno y otro lado hicieron su pensamiento de luchar y vencer al que tanto mal hacía.
La madre más mayor, la tierra, los juntó para que acuerdo hicieran los gemelos diferentes.
Echaron trato los dos mismos y distintos, y a su alta casa fueron a buscar al Comedor de Gente.
A retarlo fueron, a echarle bronca, a pelearlo.
Con bravura pelearon los gemelos, en uno y otro lado.
Y vencido fue el Comedor de Gente.
Contenta quedó la madre grande, la tierra.
Y contentos quedaron entonces los hombres y mujeres del mundo.
Ahora, en el calendario que abajo somos, en uno y otro lado del camino del sol, sabemos que no bastan dos fuerzas para derrotar al Comedor de Gente que ha vuelto a pintar de miedo y muerte nuestras tierras.
Sabemos que todas y todos que son el color que son de la tierra, y aquellas y aquellos que también robados son en su trabajo y dignidad, tenemos que unirnos.
Para pelearlo y derrotarlo al Comedor de Gente. Para ser libres.
En nuestra geografía, en nuestro calendario, es el tiempo.
Vale. Salud y que la víspera nos encuentre unidos, aunque diferentes.





Né all'albero né al bosco. Noi da zapatisti quali siamo, per capire e sapere che cosa fare, guardiamo verso il basso. Non in segno di umiltà, non per rinunciare alla nostra dignità, bensì per leggere ed imparare quello che non sta scritto, quello che non ha parole ma solo sentimenti, per vedere là nella terra le radici che sostengono, lassù in alto, le stelle.

Vogliamo salutare e ringraziare le compagne e compagni di "Via Campesina" di India, Brasile, Corea del Sud e di tutto il mondo, per la parola di cui ora ci onorano attraverso la voce molto "altra" dei loro rappresentanti. È un onore per le nostre orecchie il dono della loro voce, e per la nostra parola un'allegria il godere della gentile ospitalità di cuori così lontani nella geografia dell'alto e così vicini nella ferita del basso.
Salutiamo il nuovo incontro con le compagne e i compagni del Congresso Nazionale Indigeno, luogo in cui noi, le/gli zapatist@, portiamo avanti la nostra lotta come popoli indios.
Vogliamo inoltre ringraziare i compagni e le compagne del Club dei Giornalisti per lo spazio ed il tempo che ci hanno concesso per raccogliere queste parole, così diverse e, tuttavia, le stesse nel nominare il dolore e la lotta.
Porto la voce delle e degli zapatisti dell'EZLN. Un pugno di uomini e donne, indigeni in grande maggioranza, che viviamo e lottiamo nell'ultimo angolo di questo paese, nelle montagne del sudest messicano.
Noi ci occupiamo di sovvertire l'ordine stabilito, scandalizzare le coscienze belle e mettere sottosopra il mondo. Da tutte e tutti noi, i più piccoli, ricevete il nostro saluto.
È luogo comune, tra analisti di diverso tipo e genere, usare l'espressione "per guardare l'albero, si perde di vista il bosco". O viceversa. Rispetto a questo, resta la scelta di guardare entrambi… o guardare un'altra cosa.
Per quanto si riferisce alla terra, o al territorio nel suo significato più ampio, come è stato spiegato chiaramente dal Congresso Nazionale Indigeno, appare sempre più difficile trovare qualche albero, e di boschi neanche a parlarne. E non solo, anche nelle campagne messicane è ormai sempre più raro trovare contadini ejidatari o comuneros, per non parlare di terre ejidali e comunali.
Ma se non troviamo né gli uni né gli altri, allora cerchiamo e troviamo la causa della loro scomparsa.

La Guerra di Neo Conquista nella Campagna Messicana

Già in altre occasioni abbiamo fatto riferimento al capitalismo in Messico come ad una nuova guerra di conquista.
Al nostro passaggio per i diversi angoli del Messico del Basso, abbiamo visto un territorio distrutto, a volte con le rovine ancora fumanti, a volte con le costruzioni del conquistatore, il grande capitale, che già si innalzavano su quanto prima era campi coltivati, villaggi di pescatori, terre comunali ed ejidali, territori indigeni. Non poche volte abbiamo ascoltato parlare di interi villaggi deserti, dei loro abitanti originari che vivono e lavorano in terre molto lontane per distanza, lingua e cultura.
In altri luoghi abbiamo visto una sorta di cambio della popolazione, cioè, l'espulsione di ejidatari e comuneros e la loro sostituzione con peones agricoli, ragazzi di agenzie turistiche, impiegati e domestici, portati da altri suoli nello stesso modo in cui i negrieri del nord violento e brutale trafficavano con gli abitanti di Africa e Asia per rimpiazzare la popolazione originaria che avevano annichilito, e farli lavorare come schiavi nelle loro piantagioni.
Ed abbiamo anche visto un'altra desertificazione umana che potrebbe passare inosservata. C'è il villaggio, il quartiere, la città. Lì c'è comunque gente che vive in quei luoghi. Ma non c'è più il senso della collettività, dell'appartenenza comune. Non hanno identità culturale. Non c'è comunità.
Un territorio popolato di fantasmi che deambulano tra le rovine di quello che prima era la campagna messicana, è questo ciò che lascia il capitalismo selvaggio, il neoliberismo al suo passaggio nella nuova guerra di conquista del nostro paese: la guerra di saccheggio e distruzione della terra e del territorio.
Ci sono dati pessimi, sintomi che sono numeri e percentuali che servono a renderci conto che non si tratta di un fenomeno isolato. Il Centro di Analisi Multidisciplinare (CAM), della squadra di appoggio della Commissione Sesta dell'EZLN, ha redatto quanto segue:
Nell'anno 2005, c'erano poco più di 30 milioni di persone che vivevano nelle campagne messicane. Di queste persone, circa 27 milioni e mezzo non avevano un reddito sufficiente a soddisfare le necessità minime.
L'unica alternativa a morire o vivere di stenti in campagna è quella di abbandonare la terra e la famiglia ed emigrare in altri luoghi alla ricerca di redditi migliori. Le politiche governative, le crisi agricole, la caduta dei prezzi dei prodotti agricoli ed il rialzo dei prezzi dei generi necessari per la semina ed il raccolto, hanno fatto sì che, negli ultimi anni, l'emigrazione dalle comunità rurali verso le città o l'estero sia cresciuta del 40%.
In 10 anni, dal 1995 al 2005, le famiglie che vivono di quello che inviano loro i parenti che lavorano all'estero sono passate da 600 mila ad oltre 4 milioni. Nello stesso periodo, le rimesse in dollari entrate in Messico sono quadruplicate.
E questo spopolamento delle campagne messicane, e del paese intero, è anche un affare per quanto riguarda l'invio delle rimesse.
Un esempio: il profitto del Gruppo Elektra (proprietà della famiglia Salinas Pliego) è aumentato per le commissioni incassate ad ogni invio. Attraverso la Western Union, il signor Salinas Pliego (proprietario anche di TV Azteca, - la "buona televisione", secondo AMLO -) s'è rubato quasi 20 dollari ogni 300 dollari inviati nell'anno 2005.
Ma il saccheggio non si realizza solo attraverso bassi salari e furto di rimesse. La riforma costituzionale promossa da quel ladro che, come Felipe Calderón, si è nominato presidente con una frode elettorale, Carlos Salinas de Gortari, ha permesso al grande capitale di conquistare, come ai tempi del colonialismo e del porfirismo, le terre ejidali e comunali.
Con la riforma all'articolo 27 della Costituzione, l'approvazione della Legge Agraria e la strumentalizzazione del programma PROCEDE, le terre ejidali o comunali sono state incamerate nel mercato delle terre attraverso diversi meccanismi, sia mediante la stipula di contratti di alienazione dei diritti ejidali (cessione, compravendita, donazione), sia mediante la concessione in usufrutto di terre di uso comune degli ejidi e delle comunità a società di diritto civile o commerciale.
In sintesi il PROCEDE (Programma di Certificazione di Diritti Ejidali e Titolo di Proprietà, che consiste nell'assegnazione di titoli di possesso individuali degli appezzamenti che ogni famiglia di ejidatari o comuneros coltiva. Così, questi nuclei agrari si possono affittare, vendere, commercializzare o ipotecare a garanzia - il PROCECOM è il suo equivalente per quello che si riferisce alle terre comunali) fa parte di una politica generale più ampia.
Congiuntamente alle riforme dell'articolo 27 della Costituzione, si vuole privatizzare, saccheggiare e creare le condizioni minime affinché il capitale nelle sue differenti modalità possa accrescere ed accumulare profitti.
Quello che favorisce questa politica rispetto alla campagna è, di nuovo, un processo di concentrazione di terre, saccheggio e desolazione nelle campagne messicane.
Nel dicembre del 2005, secondo il centro studi e pubblicazioni della procura agraria, il 22% del totale di terre ejidali e comunali si trovava in fase di cambiamento di possesso, per passare ad essere proprietà privata.
Il nuovo mercato di terre è arrivato a costituirsi in latifondi. A questo bisogna sommare la presenza delle multinazionali e tenere in considerazione che queste imprese non vogliono il totale delle terre, ma solamente quelle che garantiscono loro un guadagno, come nel caso delle zone forestali e delle zone con risorse naturali con possibilità di essere sfruttate.
Con l'aumento dell'impoverimento delle famiglie nella campagna, è aumentato anche il numero di terre ejidali e comunali che sono entrate in fase di cambiamento di diritti quanto alla loro rendita o come incorporazione al cambiamento di titolarietà. Coloro che hanno approfittato del cambiamento di dominio, oppure, l'hanno usato per sfruttare le risorse sono, fondamentalmente, le catene alberghiere.
I nuclei agrari che si collocano entro i litorali costieri del territorio nazionale, hanno subito cambiamenti nel titolo di possesso della terra. Mediante il PROCEDE sono stati certificati 609 ejidi e beni comunali.
La maggioranza degli ejidi e delle comunità che sono state catturati da PROCEDE e PROCECOM possiedono risorse turistiche, ecologiche, per la pesca e urbane da sviluppare e si concentrano negli stati di Veracruz, Sonora, Nayarít, Sinaloa, Oaxaca, Bassa California Sud, Tabasco, Jalisco, Bassa California, Quintana Roo, Tamaulipas, Guerrero, Michoacán, Yucatán, Colima, Campeche e Chiapas.
Secondo la Procura Agraria, un gran numero dei processi per controversie e conflitti agrari si concentrano in queste comunità, nella maggioranza dei casi per la gestione o l'utilizzo delle risorse. La stessa cosa succede con le risorse forestali, acqua e terre.
Tra il 1994 e 2005, il 22% dei conflitti agrari del paese hanno riguardato scontri con le seguenti figure usate dal capitalismo: Immobiliari, Hotel, Centri ricreativi, Centri Turistici, Progetti di Sviluppo Governativi (espropri), Progetti di Sviluppo Privati, Industrie, Sfruttamento di risorse naturali e Centri Commerciali.
Ma il PROCEDE e PROCECOM non sono arrivati da soli, sono stati accompagnati dal Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord (TLC).
Come conseguenza del TLC, le importazioni di mais proveniente dagli Stati Uniti si sono moltiplicate per 15 dall’entrata in vigore del TLCAN.
Al vassallaggio statunitense si è sommata una "politica più liberale" del governo messicano che, nel caso del mais, ha liberalizzato il mercato oltre quanto richiesto dallo stesso accordo ed ha permesso l'entrata di mais transgenico.
Per il Messico, il TLCAN ha significato il crollo del settore agricolo messicano; ora, il nostro paese sopravvive con gli oltre 20 mila milioni di dollari che gli emigrati inviano alle loro famiglie. L'emigrazione, la disuguaglianza, la concentrazione della ricchezza in poche mani ed un sempre più accentuato squilibrio nel commercio agricolo internazionale con l'aggressiva apertura dei mercati, sono i suoi risultati più evidenti.
Ma non solo i contadini hanno subito gli effetti di questa guerra di conquista. Il capitalismo, per giunta, distrugge ed inquina la natura.
Si calcola che i danni per inquinamento dell'ultimo decennio nel nostro paese, abbiano raggiunto i 36 mila milioni di dollari. L'attuale tasso di deforestazione è di 631 mila ettari l'anno. Occupiamo il per nulla rispettabile primo posto mondiale nella distruzione delle foreste. E sono sempre di meno le sorgenti di acqua pura e sempre di più le falde acquifere inquinate.
Inoltre, i cambiamenti apportati all'articolo 27 consentono ai privati di non rischiare niente, poiché non necessariamente devono comprare la terra, ora possono avere accesso alla terra con altre modalità. Il PROCEDE e PROCECOM hanno consentito questa possibilità. Ora si possono ottenere diritti corrompendo autorità municipali o i rappresentanti per utilizzare terre comunali o ejidali.
I principali gruppi che hanno ricevuto denunce penali per abuso di proprietà in ejidi e comunità sono: club di golf, parchi a tema e centri turistici.
Le industrie alberghiere che hanno maggiori denunce sono: Hotel Fiesta Americana, Sheraton, Hotel Hilton, Holiday Inn, Hotel Radisson Flamingos, Hyatt, Presidente Intercontinental, e queste sono anche oggetto di un gran numero di proteste e denunce davanti a PROFECO per discriminazione ed uso di aree federali.
In questa guerra di conquista nessuno in alto vuole restare indietro. Come le imprese specializzate nella costruzione di abitazioni, le grandi imprese immobiliari cercano terreni per fare affari. L’esempio più evidente è l’espansione di Grupo GEO, che ha triplicato i suoi profitti comprando terreni a 10 pesos il metro quadro e rivendendoli da 300 fino 400 pesos.
Se prima il garante della produzione nazionale dei contadini era lo Stato, ora si apre un grande mercato grazie all'azione del capitale nelle sue differenti forme: dall'industriale, al settore finanziario, commerciale, bancario, immobiliare, ecc.
Il risultato di tutto questo processo è la concentrazione di terre, dapprima in piccoli e medi proprietari, successivamente la tendenza indica che la terra di miglior utilizzo (risorse naturali e di sfruttamento turistico) si concentrerà in latifondi, imprese, corporazioni e perfino multinazionali a capitale nazionale e internazionale o tra fusioni, associazioni o trattati tra le parti. Cosicché, nella campagna messicana abbiamo lo spopolamento (migrazione verso le città e all'estero, principalmente negli Stati Uniti) e ripopolamento (trasferimento di lavoratori agricoli, principalmente di indigeni spogliati delle loro terre) nei nuovi latifondi ed nelle agroindustrie; e la distruzione (della natura, terra, foreste, aria, acqua, fauna e delle relazioni comunitarie) e ricostruzione (su campi prima agricoli, si erigono campi da golf, centri commerciali, hotel e parchi divertimento).
Tutto sotto un nuovo ordine: quello del mercato mondiale capitalista.
Se non sbaglio, questo è proprio quello che fa una guerra di conquista. Ovvero: conquista, distrugge, spopola, ricostruisce, ripopola, riordina.
Abbiamo parlato delle campagne nel nostro paese, in Messico, ma stiamo vedendo, ascoltando ed imparando che la stessa cosa sta succedendo nei 5 continenti.
Ciò, ci permette di affermare che si tratta di una guerra di conquista in tutto il pianeta, una guerra mondiale, la IV Guerra Mondiale.
Sia che nell'analisi si scelga di guardare "l'albero" o "il bosco", la conclusione è sempre la stessa.
Ma c'è dell'altro, secondo noi zapatisti, che fa di questa guerra qualcosa di speciale. È che gli effetti che sta producendo su terra e territorio, cioè, nella natura, sono definitivi ed irreversibili. Il pianeta intero sta per essere distrutto e non abbiamo un altro luogo in cui vivere, per cui l'intera specie umana è vittima di questa guerra.
Per questo diciamo che è una guerra contro l'umanità.

La Resistenza e la Difesa della Terra e del Territorio

Nella seconda parte di questa conversazione, che si terrà a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, parleranno alcuni dei nostri capi indigeni zapatisti, e nell'Incontro dei Popoli Zapatisti con i Popoli del Mondo, si ascolterà la parola delle e degli indigeni zapatisti basi di appoggio dell'EZLN.
Loro racconteranno meglio di me come resistiamo e difendiamo terra e territorio nelle zone in cui viviamo e lottiamo, nelle montagne del sudest messicano.
Per adesso, anticiperò solo quanto segue:

Uno.- Per noi, zapatisti, popoli indios del Messico, d'America e del Mondo, la terra è la madre, la vita, la memoria ed il riposo di nostri antenati, la casa della nostra cultura e del nostro modo. La terra è la nostra identità. In lei, da lei e per lei siamo. Senza lei moriamo, anche se ancora vivi.

Due.- La terra per noi non è solamente il suolo che calpestiamo, seminiamo e sul quale crescono i nostri discendenti. La terra è anche l'aria che, fatta vento, scende e sale per le nostre montagne; l'acqua che come sorgenti, fiumi, lagune e piogge, si fa vita nelle nostre semine; gli alberi e le foreste che creano frutti ed ombra; gli uccelli che ballano nel vento e cantano tra i rami; gli animali che con noi crescono, vivono e si alimentano. La terra è tutto ciò che viviamo e moriamo.

Tre.- La terra per noi non è una merce, nello stesso modo in cui non sono merce né gli esseri umani né i ricordi né i saluti che diamo e riceviamo dai nostri morti. La terra non ci appartiene, apparteniamo a lei. Abbiamo ricevuto l'incarico di essere suoi guardiani, di averne cura, di proteggerla, così come lei ci ha curato e protetto in questi 515 anni di dolore e resistenza.

Quattro.- Noi siamo guerrieri. Non per vincere e soggiogare il diverso, che vive in un altro luogo, che ha altri modi. Siamo guerrieri per difendere la terra, nostra madre, la nostra vita. Per noi questa è la battaglia finale. Se la terra muore, noi moriamo. Non c'è domani senza la terra. Chi vuole distruggere la terra è tutto un sistema. Questo è il nemico da vincere. "Capitalismo" si chiama il nemico.

Cinque.- Noi pensiamo che non è possibile vincere questa battaglia se non ci accompagniamo nella lotta con gli altri popoli che sono, come noi, del colore della terra, se non lottiamo insieme agli altri che hanno altri colori, tempi e modi, ma soffrono anch'essi degli stessi dolori. Per questo abbiamo messo in parole questo pensiero nella VI Dichiarazione della Selva Lacandona. Per questo camminiamo, con l'udito ed il cuore aperti, per gli angoli del nostro paese. Per cercare e trovare quelli che dicono o vogliono dire "Basta!", quelli che hanno scoperto che il nome del loro nemico è lo stesso che ci uccide e fa soffrire.

Sei.- Noi pensiamo che non basta più solo resistere ed aspettare l'attacco, uno dopo l'altro, del prepotente e del denaro. Crediamo che la forza ora necessaria per sopravvivere, sia sufficiente per farla finita con le minacce. È l'ora.

Sette.- Né all'albero né al bosco. Noi, come zapatisti, per capire e sapere che cosa fare, guardiamo in basso. Non in segno di umiltà, non per rinunciare alla nostra dignità, ma per leggere ed apprendere quello che non è scritto, per cui non ci sono parole ma sentimenti, per vedere nella terra le radici che sostengono, là in alto, le stelle.

LIBERTÀ E GIUSTIZIA PER ATENCO!
LIBERTÀ E GIUSTIZIA PER OAXACA!
Molte grazie.

Dalle montagne del Sudest Messicano
Subcomandante Insurgente Marcos

P.S. CHE RACCONTA UNA STORIA NATA IN DUE ANGOLI BRUNI DEL MESSICO DEL BASSO - LA STORIA DEL MANGIATORE DI GENTE

C'è una storia della terra che prima era lontana ed ora è vicina.
Sono state le parole sorelle dei capi Yaquis e dei capi Zapatisti che hanno rimesso insieme, ancora, storie e terre che prima erano unite e che il ricco, lo Yori straniero, ha rotto e scagliato lontano le une dalle altre.
Da due terre distanti e narrate da due fratelli gemelli ma diversi, nasce questa storia.
Da lontano ma vicino, viene questa storia.
Da lì dove è piantata la lunga asta che parla, la "bayalté parlante" la chiamiamo noi, zapatisti della terra che resta a sudest del nordovest di questa storia incompiuta chiamata Messico.
Da lì dove si innalza l'albero che nelle sue radici conserva la memoria del buon sogno, la Ceiba, la sostenitrice del mondo.
Da lì, dove il sole si veste di rosso per entrare nel desiderio delle ombre della notte.
Da lì dove l'altra Sonora prepara suoli e cieli per il grande incontro di chi originalmente popolava questo continente.
Da lì, dalla Valle dello Yaqui, da Vicam, da Sonora, dal Messico, viene una parte di questa storia che parla di dolore, di lotta, di domani.
E da lì dove le ombre creano la notte e partoriscono il sole che giorno farà al suo passaggio.
Da lì dove l'altro Chiapas prepara la parola per farla ponte con altri che vengono da lontano.
Da lì, dalle montagne zapatiste, del sudest messicano, dal Chiapas, dal Messico, viene l'altra parte della storia che così si completa.
Raccontano questa storia i più saggi dei guerrieri Yaquis, i più grandi, i saggi anziani.
E, con altre parole e simboli, la raccontano anche i primi tra i guerrieri zapatisti, i Guardiani, quelli che vedono lontano nelle geografie e nei calendari.
E tutti raccontano che il mondo visse già prima il terrore che oggi è attuale.
Che già prima apparve il Mangiatore di Gente.
Chiamato dallo Yaqui, Yéebua´éeme.
Colui che i maya chiamano Dzul Caxlán.
Che la sua ambizione non aveva limite e non rispettava niente, il Mangiatore di Gente.
Che la gente ed i loro modi erano divorati e non si faceva nulla per impedirlo.
Che quando il Mangiatore di Gente regnava, lo faceva con il Generale Paura al suo fianco e così il mondo piangeva due volte: singhiozzava con lacrime di paura e gemeva con lacrime di morte.
Tutto era distrutto e divorato.
Si perdevano così persone, parole, tempi, luoghi.
E racconta la storia che il Mangiatore di Gente afferrò allora una donna la ruppe e la macinò.
Ma racconta anche che, prima di morire, la donna riuscì a partorire due bimbi gemelli.
Quando il corpo della madre fu fatto a pezzi, un bimbo finì da una parte e l'altro da un'altra.
Finirono a l'uno e all'altro estremo del lungo cammino del sole.
Uno dove il sole inizia il suo cammino e l'altro dove il sole termina la sua giornata.
Benché lontani l'uno dall'altro, i due furono allevati dalla madre maggiore, la nonna, la terra, la madre prima.
Grande ed ampia era la nagüa [antico gonnellino di foglie di palma. n.d.t.] della nonna che servì per coprire i gemelli, anche se erano lontani l'uno dall'altro.
E dal suo sangue, la nonna creó sorgenti e dalle sue carni alberi e frutti.
Con la sua voce convocò gli animali per far compagnia e nutrire i gemelli e raccomandò al cervo che andasse da una parte all'altra per vedere che entrambi stessero bene e non dimenticassero che la loro memoria era la stessa.
I gemelli crebbero come guerrieri, ad un lato e all'altro dell'ampia nagüa della terra.
E all'uno e all'altro lato conobbero la storia del Mangiatore di Gente, e all'uno e all'altro lato fecero lo stesso pensiero di lottare e vincere chi faceva così tanto male.
La madre più grande, la terra, li unì affinché i gemelli diversi si mettessero d'accordo.
I due uguali e diversi fecero un patto ed andarono a cercare il Mangiatore di Gente nella sua grande casa.
Andarono a sfidarlo, lanciargli lazzi, a provocarlo.
Combatterono con coraggio i gemelli, da una parte e dall'altra.
Ed il Mangiatore di Gente fu sconfitto.
Fu felice la madre grande, la terra.
E felici furono allora gli uomini e le donne del mondo.
Ora, nel calendario di noi in basso, a un lato e all'altro del cammino del sole, sappiamo che non bastano due forze per sconfiggere il Mangiatore di Gente che è tornato a tingere di paura e morte le nostre terre.
Sappiamo che noi tutte e tutti che siamo del colore della terra, insieme a tutti coloro che sono pure loro derubati del loro lavoro e dignità, dobbiamo unirci.
Per combattere e sconfiggere il Mangiatore di Gente. Per essere liberi.
Nella nostra geografia, nel nostro calendario, è tempo.
Bene. Saluti e che la vigilia ci trovi uniti, anche se diversi.




El viento todavía sopla!!!



E l'acqua si riempie di schiuma il cielo di fumi,
la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi,
uccelli che volano a stento malati di morte,
il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte.

Un'isola intera ha trovato nel mare una tomba,
il falso progresso ha voluto provare una bomba,
poi pioggia che toglie la sete alla terra che è viva,
invece le porta la morte perché è radioattiva.

Eppure il vento soffia ancora,
spruzza l'acqua alle navi sulla prora,
e sussurra canzoni tra le foglie,
bacia i fiori, li bacia e non li coglie.

Un giorno il denaro ha scoperto la guerra mondiale,
ha dato il suo putrido segno all'istinto bestiale,
ha ucciso, bruciato, distrutto in un triste rosario,
e tutta la terra si è avvolta di un nero sudario.

E presto la chiave nascosta di nuovi segreti,
così copriranno di fango persino i pianeti,
vorranno inquinare le stelle, la guerra tra i soli,
i crimini contro la vita li chiamano errori.

Eppure il vento soffia ancora,
spruzza l'acqua alle navi sulla prora,
e sussurra canzoni tra le foglie,
bacia i fiori, li bacia e non li coglie...

Eppure sfiora le campagne,
accarezza sui fianchi le montagne,
e scompiglia le donne fra i capelli,
corre a gara in volo con gli uccelli...

Eppure il vento soffia ancora!!!
__________

Y el agua se llena de espuma el cielo de humos,
la química lepra destruye la vida en los ríos,
pájaros que rehilete apenas enfermo de muertas,
el frío interés a la vida ha acordonado las puertas.

Una isla entera ha encontrado en el mar una tumba,
el falso progreso ha querido probar una bomba,
luego lluvia que saca la sed a la tierra que es viva,
en cambio le lleva la muerte porque es radiactiva.

Sin embargo el viento todavía sopla,
rocía el agua a los barcos sobre la proa,
y susurra canciones entre las hojas,
besa las flores, los besa y no los coge.

Un día el dinero ha descubierto la guerra mundial,
ha dado su podrida señal al instinto bestial,
ha matado, quemado, destruído en un triste rosario,
y toda la tierra se ha envuelto de un negro sudadero.

y pronto la llave escondida de nuevos secretos,
así cubrirán hasta de barro los planetas,
querrán contaminar las estrellas la guerra entre los soles,
los crímenes contra la vida los llaman errores.

Sin embargo el viento todavía sopla,
rocía el agua a los barcos sobre la proa,
y susurra canciones entre las hojas,
besa las flores, los besa y no los coge...

Sin embargo roza los campos,
acaricia sobre las caderas las montañas,
y desordena a las mujeres entre el pelo,
corre a competición en vuelo con los pájaros...

Sin embargo el viento todavía sopla!!!


Sumak kausai

El mundo pinta naturalezas muertas, sucumben los bosques naturales, se derriten los polos, el aire sehace irrespirable y el agua intomable, se plastifican las flores y la comida, y el cielo y la tierra se vuelven locos de remate.
Y mientras todo esto ocurre, un país latinoamericano, Ecuador, esta discutiendo una nueva Constitución. Y en esa Constitución se abre la posibilidad de reconocer, por primera vez en la historia universal, los derechos de la naturaleza.
La naturaleza tiene mucho que decir, y ya va siendo hora de que nosotros, sus hijos, no sigamos haciéndonos los sordos. Y quizás hasta dios escuche la llamada que suena desde este país andino, y agregue el undécimo mandamiento que se le había olvidado en las instrucciones que dio desde el monte Sinai: "Amaras a la naturaleza, de la que formas parte".

Un objeto que quiere ser sujeto

Durante miles de años, casi toda la gente tuvo el derecho de no tener derechos.
En los hechos, no son pocos los que siguen sin derechos, pero al menos se reconoce, ahora, el derecho de tenerlos; y eso es bastante más que un gesto de caridad de los amos del mundo para consuelo de sus siervos.
¿Y la naturaleza? En cierto modo, se podría decir, los derechos humanos abarcan a la naturaleza, porque ella no es una tarjeta postal para ser mirada desde afuera; pero bien sabe la naturaleza que hasta las mejores leyes humanas la tratan como objeto de propiedad, y nunca como sujeto de derecho.
Reducida a mera fuente de recursos naturales y buenos negocios, ella puede ser legalmente malherida, y hasta exterminada, sin que se escuchen sus quejas y sin que las normas jurídicas impidan la impunidad de sus criminales. A lo sumo, en el mejor de los casos, son las victimas humanas quienes pueden exigir una indemnización más o menos simbólica, y eso siempre después de que el daño se ha hecho, pero las leyes no evitan ni detienen los atentados contra la tierra, el agua o el aire.
Suena raro, ¿no? Esto de que la naturaleza tenga derechos... Una locura. ¡Como si la naturaleza fuera persona! En cambio, suena de lo más normal que las grandes empresas de Estados Unidos disfruten de derechos humanos. En 1886, la Suprema Corte de Estados Unidos, modelo de la justicia universal, extendió los derechos humanos a las corporaciones privadas. La ley les reconoció los mismos derechos que a las personas, derecho a la vida, a la libre expresión, a la privacidad y a todo lo demás, como si las empresas respiraran. Más de 120 años han pasado y así sigue siendo. A nadie le llama la atención.

Gritos y susurros

Nada tiene de raro, ni de anormal, el proyecto que quiere incorporar los derechos de la naturaleza a la nueva Constitución de Ecuador.
Este país ha sufrido numerosas devastaciones a lo largo de su historia. Por citar un solo ejemplo, durante más de un cuarto de siglo, hasta 1992, la empresa petrolera Texaco vomito impunemente 18 mil millones de galones de veneno sobre tierras, ríos y gentes. Una vez cumplida esta obra de beneficencia en la Amazonia ecuatoriana, la empresa nacida en Texas celebro matrimonio con la Standard Oil. Para entonces, la Standard Oil de Rockefeller había pasado a llamarse Chevron y estaba dirigida por Condoleezza Rice. Después un oleoducto traslado a Condoleezza hasta la Casa Blanca, mientras la familia Chevron-Texaco continuaba contaminando el mundo.
Pero las heridas abiertas en el cuerpo de Ecuador por la Texaco y otras empresas no son la única fuente de inspiración de esta gran novedad jurídica que se intenta llevar adelante. Además, y no es lo de menos, la reivindicación de la naturaleza forma parte de un proceso de recuperación de las más antiguas tradiciones de Ecuador y de América toda. Se propone que el Estado reconozca y garantice el derecho a mantener y regenerar los ciclos vitales naturales, y no es por casualidad que la Asamblea Constituyente ha empezado por identificar sus objetivos de renacimiento nacional con el ideal de vida del sumak kausai. Eso significa, en lengua quichua, vida armoniosa: armonía entre nosotros y armonía con la naturaleza, que nos engendra, nos alimenta y nos abriga y que tiene vida propia, y valores propios, más allá de nosotros.
Esas tradiciones siguen milagrosamente vivas, a pesar de la pesada herencia del racismo que en Ecuador, como en toda América, continua mutilando la realidad y la memoria. Y no son solo el patrimonio de su numerosa población indígena, que supo perpetuarlas a lo largo de cinco siglos de prohibición y desprecio. Pertenecen a todo el país, y al mundo entero, estas voces del pasado que ayudan a adivinar otro futuro posible.
Desde que la espada y la cruz desembarcaron en tierras americanas, la conquista europea castigo la adoración de la naturaleza, que era pecado de idolatría, con penas de azote, horca o fuego. La comunión entre la naturaleza y la gente, costumbre pagana, fue abolida en nombre de dios y después en nombre de la civilización. En toda América, y en el mundo, seguimos pagando las consecuencias de ese divorcio obligatorio.

Eduardo Galeano




Il mondo dipinge nature morte, soccombono i boschi naturali, si sciolgono i poli, l'aria si fa irrespirabile e l'acqua imbevibile, si plastificano i fiori e il cibo, e il cielo e la terra diventano pazzi da legare.
E mentre tutto ciò accade, un paese latinoamericano, l'Ecuador, sta discutendo una nuova Costituzione. E in questa Costituzione si apre la possibilità di riconoscere, per la prima volta nella storia universale, i diritti della natura.
La natura ha molto da dire, ed è ora che noi, i suoi figli, la smettiamo di fare i sordi. Forse persino Dio ascolterà il richiamo che suona da questo paese andino, e aggiungerà l'undicesimo comandamento di cui si era dimenticato nelle istruzioni che ci diede sul monte Sinai: "Amerai la natura, della quale fai parte".

Un oggetto che vuol essere soggetto

Per migliaia d'anni, quasi tutta la gente ha avuto il diritto di non avere diritti.
Nei fatti, non sono pochi coloro che continuano a non avere diritti, ma almeno, adesso, si riconosce il diritto di averli; e questo è un po' più di un gesto di carità dei padroni del mondo per la consolazione dei loro servi.
E la natura? In un certo senso, per così dire, i diritti umani comprendono la natura, perché lei non è una cartolina da guardare dal di fuori; la natura sa bene che perfino le leggi umane migliori la trattano come oggetto di proprietà, e mai come soggetto di diritto.
Ridotta a mera fonte di risorse naturali e buoni affari, lei può essere legalmente ferita in modo serio, e perfino sterminata, senza che si odano i suoi lamenti e senza che le norme giuridiche impediscano l'impunità dei suoi criminali. Al massimo, nel migliore dei casi, sono le vittime umane a poter pretendere un indennizzo più o meno simbolico, e sempre dopo che il danno è stato fatto, ma le leggi non evitano né impediscono gli attentati contro la terra, l'acqua o l'aria.
Suona strano, no? Che la natura abbia diritti... Una follia. Come se la natura fosse una persona! Invece, suona normalissimo che le grandi imprese degli Stati Uniti godano di diritti umani. Nel 1886, la Suprema Corte degli Stati Uniti, modello della giustizia universale, estese i diritti umani alle corporazioni private. La legge riconobbe loro gli stessi diritti delle persone, il diritto alla vita, alla libera espressione, alla privacy e a tutto il resto, come se le imprese respirassero. Più di centovent'anni sono passati e continua ad essere così. Nessuno ci fa più caso.

Grida e sussurri

Non vi è nulla di strano, né di anormale, nel progetto che vuole includere i diritti della natura nella nuova Costituzione dell'Ecuador.
Questo paese ha subìto numerose devastazioni nel corso della sua storia. Per citare un solo esempio, per più di un quarto di secolo, fino al 1992, l'impresa petrolifera Texaco vomitò impunemente diciottomila milioni di galloni di veleno sulla terra, i fiumi e la gente. Una volta compiuta quest'opera di beneficenza nell'Amazzonia ecuadoriana, l'impresa nata in Texas celebrò il matrimonio con la Standard Oil. A quel tempo, la Standar Oil di Rockefeller era diventata Chevron ed era diretta da Condoleezza Rice. In seguito, un oleodotto trasferì Condoleezza Rice alla Casa Bianca, mentre la famiglia Chevron-Texaco continuava ad inquinare il mondo.
Ma le ferite aperte nel corpo dell'Ecuador dalla Texaco e altre imprese non sono l'unica fonte d'ispirazione di questa grande novità giuridica che si cerca di portare avanti. Inoltre, e non è poco, la rivendicazione della natura fa parte di un processo di recupero delle più antiche tradizioni dell'Ecuador e di tutta l'America. Si propone che lo Stato riconosca e garantisca il diritto di mantenere e rigenerare i cicli vitali naturali, e non è un caso che l'assemblea costituente abbia iniziato a identificare i suoi obiettivi di rinascita nazionale con l'ideale di vita del "sumak kausai". Il che significa, in lingua quichua, vita armoniosa: armonia fra di noi e armonia con la natura, che ci genera, ci alimenta e ci protegge e che ha vita propria, e valori propri, che vanno oltre.
Quelle tradizioni continuano ad essere miracolosamente vive, nonostante la pesante eredità del razzismo che in Ecuador, così come in tutta l'America, continua a mutilare la realtà e la memoria. E non si tratta solo del patrimonio della sua numerosa popolazione indigena, che seppe perpetuarle nel corso di cinque secoli di proibizione e di disprezzo. Appartengono a tutto il paese, e al mondo intero, queste voci del passato che aiutano a indovinare un altro futuro possibile.
Quando la spada e la croce sbarcarono in terre americane, la conquista europea castigò l'adorazione della natura, che era peccato di idolatria, con le frustate, la forca o il fuoco. La comunione fra la natura e la gente, un costume pagano, fu abolita in nome di Dio e poi in nome della Civiltà. In tutta l'America, e nel mondo, continuiamo a pagare le conseguenze di quel divorzio obbligatorio.

Eduardo Galeano