Too big to fail? Too big to exist!

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Simon Johnson, ex capoeconomista del Fondo Monetario Internazionale e ora docente alla Sloan School of Management del Mit, e James Kwak, consulente economico della McKinsey & Company, coautori del blog Baseline Scenario, hanno appena scritto un libro dal titolo e dai contenuti illuminanti: "13 bankers: the Wall Street takeover and the next financial meltdown" (13 banchieri: la conquista di Wall Street e il prossimo collasso finanziario. Ed. Pantheon Books, $ 26.95 ).
Vi si descrive, in particolare, una riunione svoltasi alla Casa Bianca il 27 marzo del 2009, tra Barack Obama e gli amministratori delegati dei più importanti gruppi finanziari di Wall Street, top manager come Lloyd Blankfein di Goldman Sachs o Jamie Dimon di JP Morgan. Si era, ricordiamo, in pieno disastro economico. In sette mesi la borsa americana era scesa di oltre il 40%, l’economia del paese era crollata e aveva dovuto cancellare oltre 4 milioni di posti di lavoro, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale il prodotto interno lordo mondiale si trovava in fase di contrazione.
In quell'occasione il presidente Obama dette vita ad un patto scelerato tra la sua amministrazione ed il potere finanziario. Disse loro: "La mia amministrazione è l’unica cosa che ancora rimane tra voi e le forche popolari". Venne siglata così la scelta, da parte del governo, di proteggere il potere finanziario e bancario. “Obama ha chiamato i 13 banchieri per salvarli nel modo più generoso mai immaginabile nella storia finanziaria: nessuna condizione, nessuna ripercussione negativa per le banche e per i manager responsabili del disastro. Il sistema di incentivi non è stato cambiato e la situazione è addirittura peggiorata negli ultimi due anni. L'amministrazione Obama ha deciso, come in precedenza quelle di George W. Bush e di Bill Clinton, di aver bisogno di questo sistema finanziario dominato da tredici banchieri".
Questo a conferma di come, da oltre un ventennio, Wall Street abbia assunto ed accresciuto un indebito potere sul governo di Washington. L'amministrazione Obama è piena di gente di Wall Street, e il frutto avvelenato di questo “takeover” del potere economico-finanziario su quello politico è nell'impossibilità, di fatto, di procedere ad una reale riforma del sistema bancario e dei mercati finanziari. Il progetto di riforma presentato dal senatore democratico Chris Dodd, infatti, non fa che delegare più potere alle autorità di controllo, invece di mettere limiti indispensabili alle dimensioni delle banche.
E' tutto un problema di soldi e di regole, ma dominato da debiti e crediti, rapporti di forze reali ed apparenti.
A tal proposito è illuminante il capitolo 7 del libro di Johnson & Kwak, dal titolo "The American Oligarchy: Six Banks", in cui è riportato un grafico (pagina 203) che mostra come le sei più grandi banche d’investimento (Morgan Stanley, Goldman Sachs, Wells Fargo, Citigroup, Jp Morgan Chase e Bank of America) abbiano addirittura aumentato le proprie attività in relazione al prodotto interno lordo americano dopo la crisi.


Questo aiuta a capire come, grazie all'impegno dei lobbisti, dal testo di legge licenziato al Senato sia scomparso ogni cenno della Volker Rule, così chiamata dal nome di Paul Volker, governatore della Fed dal 1979 al 1987 e consigliere di Obama. La norma, riecheggiando il Glass Steagall Act approvato dopo la crisi del '29 e poi abolito da Clinton, prevedeva la separazione fra banche commerciali e banche d'investimento, tra raccolta di depositi e attività finanziaria, come passaggio decisivo per uscire dalla crisi e scongiurarne di nuove. Ora pare non se ne faccia più niente, al massimo si faranno degli spin-off societari.
Non solo. Dal testo approvato è stato rimosso l'emendamento che doveva impedire il gigantismo bancario.
Se infatti prima del settembre 2008 si poteva dibattere se esistessero banche troppo grandi per fallire (capitolo 6 del libro, Too Big to Fail), dopo l’incontro alla Casa Bianca i grandi banchieri d'affari hanno confermato di essere effettivamente troppo grandi per essere lasciati fallire, e così hanno iniziato a pensare che per andare sempre bene è meglio diventare sempre più grandi.
Il progetto di legge aveva fissando un limite del 10% in rapporto al Pil (1.425 miliardi di dollari circa), per i depositi che ciascuna banca avrebbe potuto detenere e per le attività di ogni istituto finanziario operante negli Stati Uniti. Se fosse stato approvato avrebbe imposto una riduzione di dimensione alle sei sorelle, le sei più grandi banche d'investimento (Bank of America, per fare un esempio, ha attività pari al 16% del Pil) .
E invece, anziché imporre una cura dimagrante all’oligarchia finanziaria delle grandi banche americane, la riforma sancisce la ricapitalizzazione pubblica degli istituti bancari, la normazione implicita del principio "Too Big to Fail", solo una parziale limitazione (in luogo del divieto assoluto) alla proprietary trading da parte delle banche commerciali (cioè le negoziazioni di titoli in conto proprio) ed una graduale progressiva regolamentazione dei derivati (l'emendamento Merkley-Levin, che avrebbe imposto alle banche d'affari di disfarsi dei derivati, non è stato nemmeno votato!).
Alla fine, la tanto attesa riforma sarà soltanto l'ennesima ri-regolamentazione, che produrrà nuova ulteriore regolamentazione o rimodulazione dei controlli e delle garanzie senza incidere sulle cause strutturali. Anzi, se possibile con un'aggravante, quella di rafforzare l'oligopolio. D'ora in poi ci saranno minori possibilità d'ingresso e più ristretti margini di manovra per dei soggetti nuovi sul mercato finanziario.
E intanto, dopo aver "salvato" con i soldi pubblici (cioè di cittadini e contribuenti) Bear Stearns, Washington Mutual, Aig, Merrill Lynch, Fannie Mac, Freddie Mac, Citigroup, Bank of America, ecc... ci si prepara già alla prossima speculazione finanziaria. Che non sarà più sui derivati, le cartolarizzazioni e i mutui subprime. No, lì ora si fa più attenzione. Adesso si preferisce puntare ai "mercati emergenti". Ogni consulente finanziario delle banche d'affari non fa che riempirsi la bocca di "mercati emergenti", soprattutto asiatici. Presto il gioco dell'oca (da spennare) ripartirà, magari con strumenti finanziari che attraverso le borse asiatiche daranno vita ad una spirale vorticosa, con investitori asiatici che convogliano i guadagni nelle mega-banche americane che a loro volta presteranno soldi agli operatori di quegli stessi mercati emergenti. Un nuovo perfetto "schema Ponzi" su scala planetaria (1). Perché il vero problema all'origine della crisi mica sono i derivati. I derivati, in sè e per sè, non sono il male. All'origine di tutto ci sono il capitalismo finanziario, il gigantismo bancario ed i meccanismi di creazione del debito. (D*)



(1) Sembra esservi un oscuro patto tra i potentati economico-finanziari e il potere politico statunitense. Un patto per il controllo dell'ordine politico mondiale e la conquista dell'egemonia economica globale attraverso una guerra mondiale senza guerra mondiale, una guerra giocata solo con gli strumenti finanziari e condotta sui mercati di tutto il mondo.
Se con la crisi operata mediante i derivati, le cartolarizzazioni e i mutui subprime, il grande potere economico-finanziario statunitense ha "esportato" debiti, contagiando l'economia europea fino a provocarne l'arretramento con il collasso dell'euro, le prossime manovre speculative sui "mercati emergenti" si apprestano a colpire la nuova minaccia per l'imperialismo statunitense, quella asiatica.
Prima che il debito soffochi l'impero americano, privando così gli Stati Uniti del ruolo di prima potenza economica mondiale, le manovre speculative provvederanno, come in una "guerra finanziaria" occulta, a colpire ed affondare le concorrenziali economie asiatiche.
La principale voce del bilancio statunitense (e quindi del debito federale) è costituita dalle spese militari. In una ipotesi di contenimento e riduzone del deficit, sarebbe dunque la prima a dover essere tagliata. Ma se c'è una costante, un punto preciso in cui tutti gli imperi, toccato lo zenith, declinano rapidamente, è quando la spesa per gli nteressi sul debito supera la spesa per gli armamenti. Il taglio alla spesa militare, infatti, ha per inevitabile effetto il declino diplomatico, vuoi come conseguenza della minore deterrenza, vuoi perché il ruolo di debitore pone in condizione di dipendenza dai creditori.
A questo punto i due fattori, combinati tra loro, provocano la caduta di potere della nazione imperante, perché il ruolo di guida economica e quello di valuta di riserva e scambio mondiali, passano ad un altro paese, quello creditore.
Una vignetta pubblicata di recente su di un giornale americano riassume bene il concetto. Mostra un sottomarino cinese che minaccia una portaerei statunitense: "Cambiate rotta o smettiamo di comprare i vostri titoli di stato".
Si era calcolato che la Cina avrebbe affiancato per dimensioni l'economia americana nel 2040, ma ora sembra che invece compirà il "sorpasso" già nel 2027. Ed in economia il tempo futuro è già incorporato nelle aspettative presenti, perchè 17 anni sono un orizzonte normale per la programmazione di alcuni tipi di investimento, quali ad esempio la chimica o l'industria estrattiva e delle materie prime. In tutta una parte dell'economia il 2027 è già presente e gli USA hanno il terrore di perdere il controllo mondiale.


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