Con l'anima di una farfalla

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Da più di quindici anni lotta contro il morbo di Parkinson con lo stesso coraggio e la stessa baldanza che aveva sul ring, incurante dei suoi impacci motori, delle sue limitazioni fisiche. E così, quando compare, come alle olimpiadi di Atlanta per accendere il fuoco olimpico, ogni suo gesto, per quanto sofferto, è un evento.
Non c'è sportivo o protagonista del nostro tempo che abbia travalicato i confini del suo ambiente, del suo mondo come Mohammad Alì-Cassius Clay per diventare un simbolo positivo, una persona accettata da tutti, anche da chi, negli anni sessanta, lo detestava per quella presunzione di voler essere molto più del grande pugile che era, molto più di quel meraviglioso innovatore della boxe, alla quale aveva tolto violenza e regalato spesso le movenze di una danza, la gioia di una festa, lo stile quasi di un'arte.
All'epoca lui, giovane pugile di Luissville, apparentemente superbo, aveva voluto dar voce, approfittando della sua fama, ad un popolo, quello di milioni di afroamericani che 38 anni fa, (quando egli diciottenne vinse da mediomassimo le Olimpiadi di Roma e poi ventiduenne il titolo dei massimi fra i professionisti), contavano ancora poco, faticavano a far valere i propri diritti, non avevano ancora conquistato negli Stati Uniti una compiuta emancipazione.
Chi avrebbe mai dato retta a un ragazzo nero nato in Kentucky, figlio di un artista di strada che disegnava santi sui marciapiedi, se non avesse conquistato contro quel 'cattivo' di Sonny Liston, nel '64, il titolo di pugile più forte del mondo?" - mi ha risposto beffardo Muhammad Alì un giorno che cercavo di capire il perché dei suoi antichi comportamenti. Ed ha continuato: “Le mie qualità di pugile tecnico, veloce di gambe e di braccia, innamorato della fantasia, insomma il mio modo di stare sul ring e di provocare l'avversario più con gli atteggiamenti irridenti che con la volontà di fargli male, non sarebbe servito a niente se io non avessi capito quasi subito che dovevo utilizzare i mezzi di comunicazione invece di farmi usare, se veramente volevo rendere manifesto il mio disagio, la protesta, il dolore, le richieste, l'orgoglio della mia gente. Dovevo utilizzarli quei microfoni che mi buttavate davanti alla bocca, dopo le mie vittorie. Dovevo sputare le mie sentenze, le mie sfide possibili o esasperate sui vostri taccuini, cercando di precedere le vostre domande, imponendo i miei argomenti ai vostri. Così forse ho contribuito alla presa di coscienza e alla crescita della mia gente perché ho cercato di cambiare il rapporto fra un pugile, un atleta e la società in cui vive. Allora molti non me lo perdonavano. Ora la più grande soddisfazione della mia vita è di essere stimato anche da quella metà dell'America che non mi amava, che mi detestava perché non mi capiva, che mi chiamava 'comunista' perché mi rifiutavo ad andare a combattere in Vietnam in nome, invece, della mia fede religiosa, quella dei musulmani neri”.
Qualche sera dopo la sua apparizione dal buio della notte per accendere il fuoco olimpico con un gesto sofferto ma fermo che aveva commosso fino alle lagrime il pubblico dello stadio di Atlanta e tutti gli spettatori televisivi, mi ha spiegato ancora: “Adesso tutti hanno capito la mia buona fede e la morale delle mie battaglie. E sono dispiaciuti del torto che ho subito quando, nel '67, fui privato del titolo mondiale, cioè del mio lavoro, per quel rifiuto alla guerra in Vietnam e riammesso a combattere nel '70, dovetti aspettare fino al '74 per riprendermi, contro Foreman, il titolo che nessuno mi aveva mai tolto sul ring. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha cambiato la legge sull'obiezione di coscienza a causa del mio caso. Tutto questo non sarebbe accaduto se io non avessi tentato di essere non solo il pugile che ero, ma anche l'uomo che volevo essere”.
Fu in quegli anni, contraddittori ed entusiasmanti per gli Stati Uniti, che conobbi Cassius Clay, poco prima che rifiutasse questo nome “imposto ai suoi avi portati schiavi dall'Africa dal padrone bianco”, per scegliere quello di Muhammad Alì.
Il tramite per la nostra conoscenza fu Angelo Dundee, il suo allenatore, figlio di un emigrato calabrese che aveva cambiato il suo cognome da Mirenda in Dundee “perché nell'America del mio vecchio un nome irlandese, britannico aiutava a trovare un lavoro e a sfamare i propri figli”.
Forse per questa affinità di radici e bisogni, pur sfociati in scelte diverse, Muhammad Alì non ha mai messo in discussione l'amicizia con il calabrese Angelo, anche quando, affascinato dalle teorie di Malcom X, scelse di militare nei “Black Muslims” (Musulmani Neri), movimento allora antagonista al governo nel panorama politico degli Stati Uniti. L'incontro con Malcom X (che poi lasciò i Black Muslims per posizioni più estreme) lo aveva convinto anche a cambiare identità. Poco prima di incontrare proprio Sonny Liston, il campione della mafia,e incominciare a costruire la sua leggenda di pugile. Perché lo fece? “Perché la religione dei Musulmani Neri mi permise di conoscere la mia identità, le mie radici, di quale mondo facevo parte e anche di capire finalmente quali erano i miei diritti - mi ha ribadito ancora recentemente il campione con assoluto orgoglio - Per questo allora, chi non mi amava, tentò di mettere in dubbio le mie vittorie su Liston che pure, pover'uomo, non aveva una vita limpida. Sonny Liston lo avrei battuto sempre, malgrado c'è chi allora affermava che ero troppo giovane e che forse Sonny, nella rivincita, fu obbligato a perdere da chi lo manovrava perché io facevo fare più soldi. Contro Liston avrei vinto sempre, non solo perché ero troppo veloce per lui, e non sarebbe mai riuscito a colpirmi, perché rappresentavo una rivoluzione nel pugilato di allora, ma perché avevo dentro di me una forza d'animo, una fede che nessuno avrebbe potuto scalfire, sconfiggere.”
Muhammad Alì che in quegli anni formidabili investiva di parole i media con una velocità e perizia che gli valsero il soprannome di “labbro di Luiswille”, adesso parla a fatica, con una voce roca, solo con gli amici più cari, spesso facendosi aiutare da Lonnie, la sua tenerissima quarta moglie, madre del suo ultimo figlio, il nono.
Era la figlia della signora che aiutava mia madre in casa quando ho cominciato a diventare ricco. Un giorno le dissi: “Se continuerai ad essere così bella e brava, ti sposerò. Lo dissi per scherzo, ma anni dopo, quando già avevo avuto tre compagne della vita e otto figli, mi ritrovai in un momento difficile. Guardai dall'altro lato della strada e la ragazzina era diventata una donna. Le chiesi di poter rispettare la mia promessa. Mi rispose che aspettava da sempre che io lo facessi.”
La malattia che disturba il campione e lo limita, non ha però mai bloccato il suo spirito indomito. La sua mente è lucidissima e il suo modo di esprimersi sempre acuto, ironico. Ma se deve dire qualcosa in pubblico, spesso, per non dichiarare il suo disagio, preferisce scrivere il suo pensiero.
Un paio di anni fa, nella fattoria in cui vive a duecento miglia da Chicago, mi ha detto: “Il mio Dio mi ha dato talmente tanto nei primi quarant'anni della vita, che se anche adesso mi toglie qualcosa con la malattia che ho, devo comunque dirgli grazie perché sono ancora in debito con il destino rispetto a quello che hanno avuto e hanno miliardi di altri esseri umani.”
Il morbo di Parkinson è una malattia che attacca la corteccia celebrale. Può essere dovuta a traumi della boxe ma non obbligatoriamente, visto che colpisce anche le donne. Il campione non ha mai voluto accettare che forse il suo ritorno sul ring, a 39 anni contro Trevor Berbick e Larry Holmes, quando non era più in grado come una volta di “danzare come una farfalla e pungere come un'ape”, insomma di sviare o attutire i colpi, possa aver contribuito all'insorgere della malattia.
Sono ritornato non solo perché il fisco degli Stati Uniti è spietato e voleva da me alcuni miliardi per colpa di chi mi aveva amministrato - mi ha detto ancora quel giorno in quella “farm” che, ridendo, giura sia stata prima di lui proprietà di Al Capone - Sono tornato perché dopo essere stato l'unico peso massimo che, vincendo contro Leon Spinks a New Orleans nel '78 aveva conquistato tre volte la corona mondiale più importante della boxe, volevo tentare di fare quello che non era riuscito di fare a nessuno, nemmeno al grande Joe Louis, il quarto titolo.
C'è tanta gente al mondo che rinuncia prima di provare e la colpa spesso non è sua ma del contesto, della società nella quale nasce e vive, delle possibilità che gli sono concesse.
Io avevo dimostrato che si poteva diventare qualcuno anche venendo dal niente, anche quando si vince una medaglia olimpica e poi, tornato a casa, ti dicono che devi salire nella parte posteriore di un bus, perché la porta anteriore è riservata ai bianchi.
Io ho vissuto in un'epoca non lontana nella quale accadevano queste cose e un ragazzo come me, per rabbia, poteva decidere di buttare la medaglia d'oro conquistata a Roma nel fiume Mississipi. Così volevo ricordare, tornando sul ring, che se hai fiducia in te stesso niente è impossibile, ma forse ho osato troppo, perché evidentemente non si può sfidare il tempo
.”
Io c'ero, quella notte al Superdome di New Orleans, forse il più grande stadio al coperto del mondo, nel quale, vent'anni fa, il trentaseienne Muhammad Alì scrisse una pagina definitiva sul chi è stato il più grande pugile degli ultimi quarant'anni e non tanto perché si prese la rivincita su Leon Spinks conquistando per la terza volta la corona dei pesi massimi, ma perché quell'evento, indipendentemente dal suo valore tecnico, fu, dopo la leggendaria sfida con Foreman a Kinshasa (Congo) nel '74, il più grande spettacolo mediatico dell'epoca legato allo sport, più di una olimpiade, più di un mondiale di calcio.
D'altronde Alì lo aveva dichiarato sempre, quando iniziava le conferenze stampa in quei magici sette anni, dal '71 al '78, nei quali fece diventare la boxe, lo spettacolo più visto, via satellite, del mondo: “Nessuno, nemmeno il presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, richiama tanti giornalisti, televisioni, fotografi quanto me.” Ed era vero. Eravamo migliaia ed eravamo lì solo per lui, perché, dopo i tre scontri con Joe Frazier (due vinti e uno perso, proprio quello dell'affrettato ritorno dopo il verdetto della Corte Suprema) e la conquista del titolo con Foreman, non ci fu praticamente alcun avversario, salvo Ken Norton, che divenne famoso anche per il film “Mandingo”, capace di metterlo veramente in difficoltà.
Muhammad Alì lo aveva confessato con disarmante innocenza anche al Papa, Giovanni Paolo II, che nel maggio del 1982 lo aveva ricevuto in udienza privata, malgrado in quei giorni fosse impegnato nella difficile trattativa per convincere Inghilterra e Argentina a porre fine alla insulsa guerra delle Folkland o Malvine che dir si voglia. Il Santo Padre si era manifestato un ammiratore appassionato del pugile e dell'uomo. Per vedere i suoi match rivelò di aver chiesto diverse volte il permesso al priore del convento polacco dove abitava a Roma quando era vescovo e poi cardinale per poter accendere la tv di notte nella sala della mensa e seguire le imprese del suo campione. E per tutto l'oro del mondo non si sarebbe perso l'incontro con lui, oltretutto ministro di culto di un'altra religione.
Il dialogo fu tenero. Giovanni Paolo II regalò a Muhammad il ritratto del suo pontificato ricevendo in cambio una foto autografata dove il campione era in posa sul ring. Il Santo Padre aveva rivelato anche una conoscenza specifica: “Non ti piacevano i pugili che passavano sotto i tuoi colpi e ti picchiavano sotto, sui fianchi, al fegato, vero?” E Alì aveva ammesso: ”Joe Frazier è stato l'avversario che mi ha fatto più soffrire, molto più di Norton. Non si faceva infatti condizionare dalle mie provocazioni ed era un grande colpitore sotto, allo stomaco, un tipo di attacco che non mi era mai piaciuto. Ma la prima volta a New York, nel marzo ‘781, quando dopo quasi quattro anni potei tornare per tentare di prendermi la rivincita sul destino, io credo di essere stato troppo presuntuoso. Non ero abbastanza preparato e rischiai troppo inutilmente, anche se dopo quel match Joe, il vincitore, finì all'ospedale, come me, ma ci rimase per molte settimane e alla boxe tornò solo dopo quasi un anno.”
In quel memorabile incontro fra due protagonisti di questa seconda parte del secolo, Muhammad Alì era accompagnato dalla moglie e dal fido amico fotografo Howard Bingham, oltre che da me, spiegò anche, per l'ennesima volta, che la leggendaria sfida del '74 contro George Foreman, in Congo la vinse prima di salire sul ring. “La boxe è un duello psicologico. La sera precedente quel match, durante le operazioni di peso nel grande stadio di Kinshasa, capii che avevo già vinto. Io ero felice e l'aria di 'Mamma Africa' mi riempiva i polmoni. George, invece, non sentiva il piacere di quelle radici. Era un giovane americano annoiato da un mese di clausura, senza televisione, senza giochini meccanici, in un albergo dove, per di più, si parlava francese. Mi feci picchiare da lui sulle braccia per cinque rounds in una notte di caldo tremendo e di una umidità incredibile. Quando per la stanchezza abbasso le braccia, lo finii in due rounds.”
Il linguaggio era crudo, da pugile, anche se l'espressione era innocente. Muhammad non ebbe il coraggio di ricordare le sue provocazioni alla vigilia di quell'impegno: “Userò la tattica del robe and drope (presa al laccio di un imbecille)". Foreman era caduto in quella rete. Aveva distrutto in due round Joe Frazier e sembrava imbattibile, ma Muhammad Alì, “the greatest”, aveva messo a nudo le sue debolezze pugilistiche e psicologiche. Un anno dopo sarebbe stato sconfitto anche da Jimmy Young e si sarebbe ritirato. E' ritornato recentemente a 46 anni e ha combattuto di nuovo per il titolo mondiale. Il segno della decadenza del pugilato.
Ho seguito l'avventura sportiva e umana di Cassius Clay poi diventato Muhammad Alì per più di trent'anni. Non l'ho mai visto tradire il suo impegno, il suo spirito indomito. All'epoca della guerra del Golfo, nel '91, andò in Iran, forte della sua fede islamica e ottenne da Saddam Hussein la liberazione di un centinaio di cittadini degli Stati Uniti. Due anni fa è stato anche a Cuba, con una delegazione della Croce Rossa per portare aiuti umanitari. Lo scortava per tutta l'Isola Teofilo Stevenson. Tre volte olimpionico nei pesi massimi, l'avversario predestinato per il “match del secolo” che non si svolse perché Stevenson, fedele al socialismo cubano, non passò mai al professionismo. Muhammad, come altri, si sforzava in quel momento, di trovare una soluzione per risolvere l'ormai antistorico embargo degli Stati Uniti verso l'isola di Castro. Anche in quel frangente il campione di Louisville era coerente a se stesso, in un'epoca dove tutto è in vendita o, se non è in vendita, si può affittare.
Non gli ha mai fatto difetto, d'altronde, la dignità e nemmeno l'ironia. La sera dell'81 in cui, a 39 anni, tornò sul ring dopo tre anni di inattività e si fece picchiare per la prima volta senza sapersi difendere da Larry Holmes, suo ex sparring-partner, il mite Larry, nella conferenza stampa, non finiva di elogiarlo: “Quest'uomo mi ha insegnato la boxe, quest'uomo mi ha insegnato la dignità, mi ha insegnato a vivere, non potrò mai dimenticarlo...” . Alì, che per la prima volta nascondeva gli occhi dietro un enorme paio di occhiali da sole per coprire le tumefazioni, a quel punto non resistette più. Si appropriò di un microfono e rivolgendosi ad Holmes, sarcasticamente chiese: “Ma allora perché mi hai menato?”. E ottenne un'ovazione ed un applauso da capo di Stato.

Gianni Minà



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