Колымские рассказы

Ricordo il viso di Varlam Tichonovič, solcato da rughe profonde, la fronte alta, i capelli gettati all'indietro, gli occhi azzurro-chiari e uno sguardo intenso, penetrante... eterno cavaliere, Don Chisciotte che voleva salvare gli uomini, le loro anime deboli e i loro deboli corpi.

Prefazione a I racconti di Kolyma, Irina P. Sirotinskaja
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All’inizio del suo I libri della mia vita, racconta: "A tre anni, età alla quale risalgono i miei primi ricordi, possedevo la prima biblioteca che abbia mai avuto, e anche l’ultima: Aie, dou, dou! e L’Alphabet di Tolstoj". Il libro di Šalamov, che in realtà è il resoconto delle rare e preziose occasioni di lettura capitategli in quasi vent’anni di gulag, si conclude con una frase tanto semplice quanto dolorosa: "Ho il rimpianto di non aver mai avuto una biblioteca tutta mia".

I fantasmi delle biblioteche, Jacques Bonnet
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Come Šalamov, abbiamo l’impressione che l’uomo, nella sua storia, non sia mai stato malvagio come nella Kolyma. L’uomo porta nell’anima un "male originale": non il peccato biblico, ma qualcosa di molto più tremendo e oscuro, che nessun termine teologico, nessuna immagine, nessuna parola dei nostri linguaggi può definire. [...] Alla Kolyma, si va oltre qualsiasi condizione umana e animale: non c’è più né bene né male, e nessuna delle determinazioni con cui siamo abituati a definire un organismo vivente. Tutti i limiti sono varcati: i confini superati; conosciamo per la prima volta un territorio che non abbiamo mai esplorato, e per il quale non abbiamo nomi.

La malattia dell’infinito, Pietro Citati


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Leggere Varlam Šalamov mi ha cambiato la vita. Di per sé questa non è una gran notizia. Non è nulla di importante, anzi, è un dettaglio privato di nessun valore per un lettore. Ma da parte mia può essere il miglior invito a entrare nelle sue pagine. Non saprei cosa dire di più convincente e di più vero. È un autore che ho conosciuto quasi per caso, trovando i suoi libri con una certa difficoltà. Mi fu consigliato di leggere I racconti della Kolyma da Gustaw Herling, autore di Un mondo a parte e reduce dai gulag, che il destino portò a vivere a Napoli.
Un consiglio che passava di bocca in bocca tra i dissidenti dell'Est, tra chi sapeva che il sogno di un'umanità redenta da ingiustizie e fatica, riscattata dal salario e dall'oppressione si era materializzato in uno degli incubi peggiori che l'uomo avesse mai visto: i gulag.
Entrare nelle pagine di Varlam Šalamov è una vera e propria esperienza fisica per il lettore. Aveva fatto vent'anni di gulag, questo scrittore sconosciuto al grande pubblico e venerato dai suoi pochi lettori. Venti lunghi anni in Siberia. Vent'anni per reati di opinione. Questa la condanna. E quelli che gli erano rimasti da vivere dopo il lager li passò a raccontare quell'esperienza, con la coscienza di chi sa che sta facendo qualcosa di assolutamente necessario. E per farlo perse tutto. Per scrivere del gulag perse addirittura la vicinanza della prima moglie, che al suo ritorno dai campi andò a prenderlo alla stazione e gli comunicò, sulla banchina, che non voleva altre seccature, e che quindi per favore portasse i suoi stracci da un'altra parte. Così Šalamov andò a vivere da solo, in una stanza minuscola, sotto costante osservazione dei servizi di sicurezza sovietici.
La sua grandezza non è solo nella testimonianza, che pur necessaria, è cosa diversa dalla letteratura. Le storie di Šalamov smettono di essere gulag, Siberia, totalitarismo, automutilazione, morte. Divengono, come solo la letteratura può divenire, spazi e azioni che mettono alla prova l'essere umano e ne tracciano l'essenza.
È una lettura che richiede la forza di continuare, pagina dopo pagina, l'ascesa verso la spogliazione dell'anima. Una dimensione universale. Una discesa e una risalita nella dimensione dell'uomo. Al netto della sofferenza, dopo la feccia della corruzione. Šalamov disegna l'individuo assoluto. L'essere nudo di fronte all'esistenza. È una letteratura che ti permette di vedere cos'è l'uomo, la sua capacità di resistere. A meno quaranta gradi sotto zero, circondato da esseri che hanno l'unico obiettivo di toglierti il pane e ogni mattina sperano di trovarti morto per prenderti i vestiti. Lì l'uomo può ancora tentare di essere uomo. Questo si chiede e cerca in se stesso Varlam Šalamov.
Non lasciatevi scoraggiare dai racconti che leggerete, non partite prevenuti sapendo che sentirete nelle carni sensazioni atroci, non spaventatevi sapendo che apprenderete di torture orribili e tremende ingiustizie. Gli scritti di Šalamov sono la conferma del bene. Può sembrare paradossale, ma è così. Lo diceva lui stesso. "I miei scritti sono la conferma del bene sul male". Tutta quella sofferenza, quel male, quelle privazioni, alla fine dimostrano quanto l'animo umano sia capace di salvarsi. C'è bellezza e forza sul fondo di tutto quell'orrore.
In Šalamov c'è sempre la consapevolezza di non aver mai e poi mai tradito il prossimo per migliorare la propria condizione. È la cosa di cui più andava fiero.
Šalamov riesce a dimostrare la bontà del singolo gesto nell'inferno quotidiano del gulag. Come la frase di un personaggio di Vasilij Grossman: "Non ci credo, io, nel bene. Io credo nella bontà". Il bene è una considerazione metafisica, lontana, generale, postuma. La bontà è uno spazio del presente. Del guardarsi negli occhi. Di un momento. La bontà è umana, il bene è storico. E quando si parla di progetto storico, di giustizia, di felicità come di qualcosa che trascende l'umano Šalamov ha un brivido di paura. Sa che si parla di qualcosa che l'uomo subirà, che passerà sull'uomo.
Šalamov riesce a dimostrare attraverso l'osservazione della natura che resistere si può. In ogni singola vicenda c'è una stilla di possibilità: la possibilità della vita. Questo discorso nelle pagine di Šalamov non è retorico. Non è nemmeno religioso. Non c'è un voler credere in un contesto dove tutto è disperante e disumano. La sua è una ricerca. Stando in silenzio, lottando per mangiare. L'orgoglio dell'esistenza. La capacità di non lasciarsi corrompere dal bisogno. Si può continuare a essere uomini anche in quelle condizioni, ci si può riuscire. Questa è la grandezza di Šalamov.
In Italia non è stato pubblicato per molti anni. Era uscito per la prima volta nel 1976, fra le polemiche tipiche e desolanti di quegli anni. Poi era scomparso. Mentre I Racconti della Kolyma uscivano in Francia, nel 1980, e negli Stati Uniti nel 1982, da noi si discuteva sull'opportunità o meno di dargli voce. Molti intellettuali vicini al Partito comunista, molti editori vicini al Partito comunista lo rifiutarono considerandolo reazionario, favolistico, esagerato. Šalamov sapeva dell'enorme diffidenza attorno al suo lavoro, ne era cosciente. Veniva spesso accusato di essere anticomunista, disfattista, al servizio delle potenze capitaliste. Per sua disgrazia, era semplicemente uno scrittore. E questo bastava per farlo odiare.
Šalamov racconta un inferno che i lettori non conoscono bene quanto quello di Auschwitz. E che neanche sospettano. Attorno alle atrocità del comunismo sovietico dei gulag è calato il silenzio per troppo tempo. La loro esistenza nell'immaginario di quasi tutti non esiste. Lo conoscono gli specialisti, la parte colta della società. Un silenzio enorme e colpevole. "Mi si prospettava una discesa agli inferi, come Orfeo, insieme alla dubbia speranza di riemergerne". L'ha fatta due volte quella discesa Šalamov: nel viverla e nel raccontarla una volta uscito. Eppure leggendo queste pagine non si ha mai un senso di malinconia, di depressione. Di scoramento. Incredibilmente le pagine di Šalamov trasudano speranza nella resistenza. Non concedono nulla alla disperazione. La disperazione gli sembra qualcosa che attesta la vittoria del potere. Non bisognava cederle. La morte poteva essere un traguardo sperato. Ma lasciarsi andare, diventare come ti volevano, era per lui la sconfitta peggiore.
Non mi è mai capitato di chiudere un suo libro senza la sensazione di aver capito come cercare di vivere, senza la netta sensazione di aver ricevuto in dono dalle sue storie una mappa per procedere nel quotidiano. Qui, lontano dalla Siberia, lontano dai gulag, lontano anni e chilometri da Stalin. Eppure queste parole dicono di qui, di ora, e ti guidano verso un vivere più cosciente. Più vero. Assoluto. Višera diviene anche una sorta di manuale di sopravvivenza. Non solo nell'universo concentrazionario. È un manuale sulla possibilità di essere uomini, nonostante tutto. "Non avrei temuto niente e nessuno. La paura è un sentimento vergognoso e depravante, che umilia l'uomo. A nessuno avrei chiesto di fidarsi di me, né io mi sarei fidato di alcuno. Per il resto, avrei fatto conto sulla mia intuizione e sulla mia coscienza".
Sente Varlam Šalamov, vuole sentirlo, deve sentirlo di star lì non da solo: "ero dov'ero in nome di coloro che continuamente finiscono in carcere, al confino, nei lager... Essere un rivoluzionario significa prima di tutto essere una persona onesta. Di per sé una cosa semplice, eppure così difficile".
Rivoluzione come onestà. La cosa più complessa che esista. Un'onestà che non deve essere leale verso nessun codice penale, ma verso la parte più profonda di se stessi.
Un giorno Šalamov venne a sapere dell'invenzione di due prigionieri, Miller e Novikov: un vagone che si scaricava da solo. Una semplice, piccola rivoluzione che avrebbe in parte alleggerito il tremendo giogo a cui erano sottoposti nei gulag i prigionieri. Šalamov riuscì a far passare la notizia sulla rivista specializzata "Bor'ba za techniku". Nel 1937 il direttore venne fucilato. Invece al caporedattore che aveva pubblicato la notizia, amico di Šalamov, andò un po' meglio: gli "spezzarono la schiena a furia di botte, a Lefortovo, durante un interrogatorio" dice lui. Però poi aggiunge con una strana forza consolatoria: "Ma è ancora vivo e scrive...". Questa consolazione mi sembra la verità ultima dietro la sua vita. Ecco. È ancora vivo. Ma quel "vivo" non basta. Deve aggiungere: "e scrive". La speranza, l'unica, passa esclusivamente attraverso la scrittura. E la resistenza. Scrivere è resistere. Non serve altro a Šalamov. Non serve altro ancora a molti altri per continuare a raccontare la propria verità. Scrivere diviene forse una ricompensa a sopportare tutto, una necessità per darsi forza e continuare a vivere. Vivere per scrivere, perché se non lo racconti, non succede. E se non lo fai, nessuno saprà mai che è successo.

Roberto Saviano




Nell’anniversario della morte di Mandel’štam nella Kolyma, Šalamov manda alla vedova, che abita a Mosca, un ramo di larice artico. Il ramo viene immerso nell’acqua. Dopo tre giorni e tre notti, "la padrona di casa viene svegliata da uno strano, vago odore di resina, debole, sottile, nuovo. Nella ruvida pelle legnosa si sono aperti e sono apparsi distintamente gli aghi – freschi, giovani e vitali, dal colore verde e brillanti – i nuovi germogli". Il larice ha trecento anni e ha visto le vittime dello zar e i milioni di cadaveri della Rivoluzione [...] L’episodio diventa il simbolo della nuova esistenza di Šalamov: la morte non è più definitiva, la dimenticanza viene cancellata, il ricordo ritorna come il profumo del larice, e con il ricordo la sua vita, quella di tutti gli esseri umani, e i libri che dovranno raccontare i morti, le fatiche, le persecuzioni e i dolori. Non tutto è stato vano: il male può essere, almeno nei libri, sconfitto.

La malattia dell’infinito, Pietro Citati
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Una volta chiesi a Varlam Tichonovič: “Come vivere?
Egli rispose: “Con i dieci comandamenti. Lì è detto tutto”.

Prefazione a I racconti di Kolyma, Irina P. Sirotinskaja


I racconti di Kolyma

L'uomo

Fu allora che compresi la cosa più importante, e cioè che l’uomo non è diventato uomo perché creatura di Dio, e neanche perché aveva in ognuna delle due mani quel dito straordinario che è il pollice. Ma anzitutto perché era fisicamente il più forte e resistente di tutti gli animali, e in secondo luogo perché era riuscito a mettere felicemente al servizio del principio fisico il proprio principio spirituale. (p.32)

Riabbottonarsi

Avevamo imparato la rassegnazione, avevamo disimparato a stupirci. Non c’erano rimasti né orgoglio, né egoismo, né amor proprio; e gelosia e passione ci sembravano concetti marziani, futili per giunta. Era molto più importante imparare a riabbottonarsi i pantaloni in inverno con il gelo: cosa tutt’altro che facile, ho visto uomini adulti piangere per questo. (pag. 43)

L'uomo è felice

L’uomo è felice se è capace di dimenticare. La memoria è sempre pronta a dimenticare il male per ricordare unicamente il bene. (pag. 53)

Parole

La mia lingua, la rozza lingua dei giacimenti, era povera, povera quanto i sentimenti che continuavano a vivere vicino alle ossa. Alzata, adunata, appello, smistamento ai posti di lavoro, pranzo, fine lavoro, ritirata, cittadino capo, mi permetta di rivolgerle la parola, badile, trivella, piccone, fuori fa freddo, pioggia, minestra fredda, minestra calda, pane, razione, lasciamene un tiro: da anni me la cavavo con una ventina di parole. E per metà erano imprecazioni. (pag. 57)

Meno cinquanta

Quella mattina la temperatura dell’aria era scesa sotto i meno cinquanta. Siamo sprovvisti di termometro, rotto dal sorvegliante di turno, come ho avuto modo di riferirLe a suo tempo. Tuttavia, ci è stato possibile stabilire la temperatura in quanto lo sputo gelava prima di toccare terra. (pag. 57)

La scritta

Nel lager alloggiavano nella zona recintata, il cui portone - come tutte le zone di tutti i lager dell'Unione Sovietica - è sovrastato dalle indimenticabili parole: "Il lavoro è una questione d'onore, una questione di gloria, una questione di valore e di eroismo". Seguiva il nome dell'autore della citazione... (pag. 123)

Abitudine

Sì, la vita di un detenuto non è altro che una lunga serie di umiliazioni, dal momento in cui si aprono gli occhi e le orecchie fino al sonno misericordioso. Sì, è tutto vero, ma è anche vero che a tutto si fa l’abitudine. (pag. 141)

Cucchiai

All’ospedale, come nel lager, non davano mai i cucchiai. Avevamo imparato a fare a meno di forchette e coltelli già ai tempi della detenzione preventiva. Ed eravamo abituati da molto tempo ad assumere il cibo dal bordo, senza cucchiaio: né la minestra né la Kašaerano mai così dense da richiedere l’uso del cucchiaio. Il dito, una crosta di pane o la lingua arrivavano a ripulire qualsiasi gavetta o scodella, per quanto fonda. (pag. 150)

Su un fianco

La grande maggioranza era distesa sul dorso o sul ventre - nessuno sa spiegare come mai i detenuti non dormano quasi mai su un fianco – e i loro corpi sui castelli di legno massiccio sembravano escrescenze, nodi di un albero o di una tavola incurvata. (pag. 204)

Fermezza spirituale 1

Io, con la mia esperienza dei lager, a quei tempi modesta, mi ero fatto un’idea diversa del comportamento dell’intelligencija in tempi difficili. Gli uomini religiosi, i settari: ecco chi, secondo quanto avevo potuto osservare, custodiva il fuoco della fermezza spirituale. (pag. 307)

Logica

Nelle sue decisioni, l’uomo deve seguire piuttosto ciò che sente e non credere troppo al raziocinio. Per le decisioni la logica non serve. La logica è per il poi: per spiegare, giustificare, dare forma... (pag. 309)

Le dita

Le dita congelate delle mani e dei piedi dolevano per il dolore lancinante. La pelle rosa vivo delle dita restava tale e si ulcerava facilmente. Tenevo le dita sempre bendate con certi stracci sporchi, per preservarle se non dall’infezione almeno da nuove lesioni, e alleviarne il dolore. Non c’era invece rimedio efficace al pus che stillava da entrambi gli alluci, e al pus non c’era fine. (p.440)

Tronco

Io invece – e la sua voce era calma e tranquilla, - vorrei essere un tronco. Un tronco umano, capite, senza braccia né gambe. Allora troverei la forza di sputargli sul muso per tutto quello che ci stanno facendo... (pag. 464)

Lettere

Eccoti le tue lettere, canaglia d’un fascista! – e lacerò in mille pezzi gettandole nel fuoco della stufa le lettere di mia moglie, quelle lettere che aspettavo da più di due anni, che aspettavo nel sangue, nelle esecuzioni, nei pestaggi dei giacimenti auriferi kolymiani. Mi voltai e uscii senza chiedere permesso, e ancora adesso, dopo tanti anni, mi risuona nelle orecchie la risata ubriaca di Bogadov. (pag. 514)

Memoria

Innanzitutto: l’uomo non ama ricordare le cose cattive. Questo tratto della natura umana rende più sopportabile la vita. Verificatelo voi stessi. La vostra memoria cerca di trattenere solo quanto vi è di buono, di luminoso e di dimenticare i momenti difficili e bui. (pag. 555)

Fame nera

Kundus, quando già lavorava in neurologia, fece cuocere in uno sterilizzatore un gatto e se lo mangiò. La cosa fece sensazione e si stentò a mettere a tacere. Kundus aveva incontrato la signora Fame nera al giacimento e non aveva mai più dimenticato la sua faccia. (pag. 557)

Fermezza spirituale 2

Olga Stepanova aprì il cassetto della scrivania e ne trasse un piccolo libro simile a quello di Blok. Era il Vangelo.
- Legga, legga. Specialmente La lettera ai Corinzi dell’apostolo Paolo.
Dopo qualche giorno le resi il libro. L’irreligiosità nella quale avevo trascorso tutta la mia vita cosciente non aveva fatto di me un cristiano. Ma nel lager non ho mai incontrato persone più degne dei credenti. Alla corruzione che si impossessava di ogni anima resistevano solo loro. Così era sempre stato, quindici anni prima, come cinque anni prima. (pag. 569)

Варлам Тихонович Шаламов
Varlam Tichonovič Šalamov





Per le parti precedenti:

Dall'Inferno alla Bellezza
Not the Jail not the Death
Città dell'uomo-Paradiso dei fiori
Neri di morte, neri di rabbia
Quanto pesa la parola

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