А́нна

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Anna Politkovskaja viene uccisa in Russia dopo – uso queste parole perché siamo in questo contesto – aver testimoniato le atrocità della guerra cecena. Lei viene uccisa non perché ha raccontato la guerra cecena, ma perché è riuscita a rendere il problema ceceno un problema del mondo, perché è riuscita a rendere il problema ceceno un problema dell’umanità, cioè è diventato un problema di Roma, di Londra, di Washington, di Città del Messico, non più un problema disperso nella cronaca di tutti i giorni. Questo l’ha resa una testimone; qualcosa in più che una coraggiosa cronista.
Lei racconta delle cose incredibili: vi ricordate quando furono sequestrati in una scuola centinaia di bambini; lei ha raccolto le testimonianze di molte madri sopravvissute a Beslan, al sequestro fatto dai ceceni in una scuola russa. Racconti terrificanti. E faccio cenno soltanto a uno: a un certo punto i ceceni raccolgono maestre, professoresse, certamente anche madri, e i loro allievi in una zona della palestra di questa scuola. Circoscrivono le classi con dei fili ben tesi a cui sono appese delle granate: quindi stanno intimando loro di non muoversi, perché se un bambino cerca di scappare o fa un gesto violento, si spezza il filo e cade la granata. Così sono tutti fermi e costretti a non bere e a non mangiare: tra l’altro era estate e c’era molto caldo. A un certo punto un bambino molto piccolo inizia a piangere, perché aveva molta fame; una madre, una professoressa che era da poco diventata madre, aveva da poco sgravato, quindi aveva ancora latte, dice al bambino di attaccarsi al seno, ma il bambino è grande, si vergogna, non lo fa. Allora lei prende una scarpetta di questo bambino, cerca di versare il suo latte dentro, ma la suola assorbe il latte e quindi non va bene. Allora per puro caso, riesce a trovare, perché lo sapeva, in un cassetto di un armadietto che stava proprio nella sezione dove erano stati ammassati, un cucchiaio. Riempie di latte questo cucchiaio e inizia a dare il latte a questo bambino e poi a tutti i bambini che, per fame, perdono ogni inibizione e bevono questo latte. Se ne accorge un guerrigliero, fa saltare la granata: la maggior parte di questi bambini muore. Cala il buio in questo enorme stanzone e uno dei bambini si sente addosso cibo, in realtà era il sangue del bambino che gli era accanto, a cui era esplosa la testa; ma la maestra dice: "Non ti preoccupare hanno fatto saltare una bomba, si è rotta una credenza e ci è caduta addosso la marmellata". E il bambino dice: "Io odio la marmellata".
Questo racconto che è terribilmente atroce, traccia la testimonianza della umanità in quella situazione: c’è sempre il modo migliore per essere umani, c’è sempre una strada per salvare quella che Nabokov diceva: la forma migliore di essere umano, cioè il bambino.
E Anna Politkovskaja, quando andava a fare i suoi racconti, raccontava questo: raccontava la possibilità di essere uomini, e raccontava la possibilità di come l’uomo in questa situazione arrivasse nell’abisso.
Lei viene uccisa e prima ancora di essere uccisa viene diffamata. Il suo terrore, altro motivo fondamentale, era quello di venire diffamata, era quello che venisse distrutta la sua immagine. Quando viene uccisa, viene intervistato il suo ex-marito che dice: "Meglio così". Una risposta molto dura, molto pesante. Dice "Sì, perché poco prima avevano tentato di sequestrarla, di narcotizzarla e di fare degli scatti osé, pornografici, con degli uomini, per poterla diffamare, fotografarla mentre era narcotizzata per distruggerne l’immagine. Chi avrebbe creduto nel mondo che quelle immagini erano state costruite?" Allora lui dice:"Se l’hanno uccisa, almeno salveranno le sue parole, perché hanno salvato la sua immagine".
Per Anna Politkovskaja, come per tutti coloro che raccontano, la prima grande ossessione è la distruzione dell’immagine, perché tale condizione castra le tue parole, le rende spesso inutili, sussurra in chi ti ascolta la diffamazione, la diffidenza.



Anna era tornata dal fare la spesa il 7ottobre 2006. Una donna dall’aria stanca, al supermercato lungo la Frunzenskaja, la strada che costeggia la Moskva. Sta tornando dall’ospedale dov’è ricoverata la madre divorata da un cancro. Suo padre, legatissimo alla moglie, appena ha saputo della notizia della malattia è morto d’infarto. Sembra accanirsi il peggio della sorte in quei giorni.
Divorziata, Anna, ha due figli ormai grandi che vede poco; a casa l’aspetta Van Gogh, ora un cagnone, ma era un cucciolo segnato dai maltrattamenti. Di lui scriveva: “E' di nuovo sera. Giro la chiave nella serratura e Van Gogh mi vola addosso, sempre e comunque. Anche se gli fa male la pancia, qualunque cosa abbia mangiato, anche se stava dormendo profondamente. E' fonte di un affettuoso moto perpetuo. Tutti ti piantano, tutti si stancano dite: il cane non smette mai di amarti”.
Ha tre borse della spesa nell’auto che ferma davanti al portone di casa sua al numero 8 della Lesnaja Ulitsa. Trovare parcheggio è facile. E' un quartiere borghese abbastanza protetto e di un certo gusto. Ci abitano i professionisti della nuova Russia. Nei palazzi si entra solo con un codice d’accesso. Anna sale a casa e posa le prime due buste della spesa, piene di alimenti e roba per la casa. Poi riscende a prendere la terza busta, piena di oggetti sanitari per la madre, in ospedale mancano. Sale al primo piano con l’ascensore, appena si spalancano le porte, ancora dentro la cabina, incontra un uomo e una donna. Lui è magro, giovane, cappellino calzato con visiera a coprire gli occhi – diranno i testimoni – e accanto c’è la donna. Le punta una pistola Izh silenziata al petto. Al lato sinistro del petto. Spara per tre volte. Due colpi prendono il cuore spaccandolo in tre parti, un terzo colpo devia sulla spalla. Poi, per avere la certezza di aver compiuto bene il lavoro, una volta caduto il corpo a terra spara alla nuca. Avevano seguito Anna dal supermercato, sapevano i codici per entrare nel palazzo e l’hanno aspettata sul pianerottolo. Dopo l’esecuzione lasciano la pistola con matricola abrasa nella pozza di sangue e vanno via. Una signora, poco dopo, chiama l’ascensore, quando questo riscende al piano terra e le porte si spalancano, lancia un urlo e subito dopo una preghiera.
Trova il cadavere di Anna.
Era il cinquantaquattresimo compleanno del presidente Vladimir Putin e quella morte sembra un regalo. Anna Stepanovna Politkovskaja, nata a New York con il cognome Mazepa, quarantotto anni, viene sepolta il 10 ottobre 2006 al cimitero Trojekurovo di Mosca. Dietro il feretro in prima fila i due figli, Ilja, di ventotto anni, e Vera, di ventisei, la sorella, l’ex marito e il cane. La sua parola non poteva essere fermata che così. Solo in quel modo c’erano riusciti: con le pallottole. Tre anni dopo gli accusati dell’omicidio di Anna sono stati tutti assolti. Assolto Sergej Chadžikurbanov, ex funzionario del ministero degli Interni, assolti i due fratelli ceceni Džabrail e Ibragim Machmudov, il terzo, Rustam, implicato anche lui, fuggito all’estero e mai arrestato, e assolto il colonnello delle forze di sicurezza Pavel Rjaguzov. Assolti e liberati dal presidente della Corte militare Evgenij Zubov coloro che secondo l’accusa avevano seguito, e poi ucciso Anna. L’assassinio a oggi non ha colpevoli né mandanti. Ma le parole di Anna continuano a essere spine ficcate sotto le unghie e nelle tempie stesse del potere russo.
Cecenia è un libro pericoloso. Anna Politkovskaja l’ha scritto con la volontà di raccontare una ferita che non riguardava solo una parte sperduta in qualche antro caucasico. L’ha scritto riuscendo a rendere la storia della guerra in Cecenia una realtà quotidiana di tutti. Ed è questo ciò che l’ha uccisa. La sua capacità di rendere la Cecenia dibattito necessario a Londra e a Roma, fornendo elementi a Madrid e a Parigi, a Washington e a Stoccolma. Ovunque le sue parole sono diventate nitroglicerina per il governo di Putin, al punto che questo libro è diventato più pericoloso di una trasmissione televisiva, della dichiarazione di un testimone, di un processo al Tribunale internazionale. Perché Cecenia raccoglie tutto quello che Anna ha visto in una delle peggiori guerre che l’umana specie abbia mai generato, una guerra dove le donne violentate e i soldati torturati dovevano dichiarare a verbale di essere i reali colpevoli delle violenze subite. La sua poetica è possibile sintetizzarla in un aforisma di Marina Cvetaeva sulla quale si era laureata: "Tutto il mio scrivere è prestare orecchio".
Anna Politkovskaja lavorava in una situazione complicatissima. Le trasferte le venivano pagate trenta dollari, non c’era possibilità di guadagno, il lavoro non era sostenuto da alcuna gratificazione economica. Zero soldi per viaggiare e la parte maggiore dello stipendio se ne andava per difendersi da querele e denunce, che piovevano ogni volta che appariva un articolo a sua firma. Sfiancarla era l’obiettivo. E deprimerla con una forte pressione diffamatoria senza fine. Il piano principale non era ucciderla, ma distruggerne l’immagine. Far credere a chi l’amava – ed erano in molti – che fosse un’arrivista pazza.
Non dimenticherò mai le parole pronunciate da Aleksandr Politkovskij, l’ex marito di Anna, all’indomani della sua morte: "Fu nel 1994, quando si occupò della lotta tra gli oligarchi Vladimir Potanin e Vladimir Gusinskij per il controllo di Norilsk Nickel, il più grande produttore mondiale di nickel, che doveva essere privatizzato. Vinse Potanin, ma a un certo punto Gusinskij chiamò Anna e le mostrò un dossier diffamatorio che aveva raccolto sulla nostra famiglia. Anna era spaventata, andai a prenderla e parlammo a lungo, seduti in macchina. Lì lei decise che sarebbe andata avanti comunque, benché temesse il discredito anche più della morte". Meglio morire che essere diffamata. E tutto sommato è questa la vera consolazione. Terribile, tragica, ma incredibilmente vera.
Almeno con la morte hanno smesso di tentare di screditarla. Il discredito era l’elemento primo di distruzione. Infangavano la famiglia cercando di dimostrare collusioni, corruzioni e reati. Andavano dai parenti delle vittime di cui Anna aveva raccontato e facevano pressione perché dicessero che aveva inventato tutto, che tutto era avvenuto diversamente. Diffondevano voci di calunnia: è bugiarda, mitomane, matta, buffona, carrierista. Erano, in fondo, centinaia i cronisti in Russia che la odiavano perché il marito aveva fatto carriera già durante la perestrojka, diventando la voce critica, sì, ma di una televisione dell’Urss. E poi Anna scriveva su un giornale in parte sotto il diretto controllo azionario di Gorbaciov e dell’oligarca Lebedev. Il venticello della calunnia era di fare i rivoluzionari con lo spazio dato dai vecchi padroni comunisti. Non era difficile per il potere politico trovare appigli verosimili per rovinare la sua immagine. Così come oggi centinaia di suoi colleghi in ogni angolo del mondo la difendono e indagano su quanto accaduto.
Ma poi il marito continua a spiegare perché Anna temeva il discredito più di tutto il resto: "Lei scriveva i suoi articoli per cambiare le cose. Ogni pezzo doveva aiutare qualcuno o contrastare un’ingiustizia. Doveva produrre qualcosa anche poco, ma qualcosa. Se avesse perso la sua credibilità questo sarebbe diventato impossibile. Lo stesso le successe, anni dopo, con Ramzan Kadyrov, il governatore filorusso della Cecenia, che minacciò di trascinarla in una sauna e farla fotografare in pose sconce con uomini nudi". L’avrebbero narcotizzata, rapita e fotografata in pose porno con degli uomini, in una specie di orgia, di gang bang tra omaccioni tinti d’olio con al centro la più pericolosa delle giornaliste. Come dire, ecco la vita che fa quella che va raccontando il suo Paese come un inferno. Chi avrebbe creduto che era stata costretta e narcotizzata? Tutti avrebbero accettato quelle foto sconce, e avrebbero urlato al vizio, all’orgia, al piacere della nuova cortigiana che si credeva una combattente. In quel caso, dopo le foto sparate sulle prime pagine di molti giornali e sui siti di gossip di mezzo mondo, nessuna smentita, nessuna denuncia o dimostrazione di violenza avrebbe potuto toglierle il fango dal viso. Un fango che avrebbe messo in dubbio e in discussione ogni reportage, ogni inchiesta, ogni parola. E questo è il pericolo primo.
Prima delle pallottole o quando le pallottole non riescono nel loro intento, si arriva alla distruzione della credibilità, a inabissare l’autorevolezza, a rendere nulle le parole non partendo dalle parole stesse, ma creando un meccanismo che quelle parole priva di ogni senso, rendendole involucri vuoti. Quando Anna decise di dismettere il ruolo di giornalista e partecipare attivamente a ciò che stava vedendo e raccontando, nell’ottobre del 2002, intervenne ai colloqui con i terroristi che avevano preso in ostaggio gli spettatori del musical Nord Ost al teatro Dubrovka di Mosca. Decise di farlo portando acqua agli ostaggi. Nel settembre del 2004, durante l’assedio della scuola di Beslan, voleva tentare la mediazione. E ci sarebbe riuscita poiché era rispettata da entrambi i fronti, ma Anna dichiarò di essere stata avvelenata proprio a bordo dell’aereo che la stava portando in Ossezia. Quel veleno doveva ammazzarla e impedirle di portare avanti una sua proposta per la soluzione della crisi. In un modo semplice, leggero, tentarono di eliminarla: con una tazza di tè. Dopo aver bevuto le iniziò a girare la testa e lo stomaco si contraeva in spasmi. Svenne, ma aveva avuto il tempo di chiedere aiuto alla hostess. Fu portata in ospedale a Rostov. Quando si risvegliò un’infermiera le sussurrò all’orecchio: "Mia cara, l’hanno avvelenata, ma tutti i test sul suo sangue sono stati distrutti per ordini dall’alto". Ricordo benissimo giornalisti italiani che alcuni giorni dopo la notizia si davano di gomito: "Ha visto troppi 007 la nostra Anna. E poi quando uno è in pericolo non lo sbandiera a tutte le conferenze, cerca di difendersi in silenzio". Questo il tenore dei commenti dopo che era sopravvissuta a un avvelenamento senza prove.
Anna sapeva invece che il silenzio sarebbe stato un enorme regalo a chi la voleva zittire e delegittimare. Aveva ricevuto moltissime minacce, e per un periodo le fu pagata una scorta privata dal suo giornale, la "Novaja Gazeta". Il 9 settembre 2004 scrisse un articolo su "The Guardian", Avvelenata da Putin, e in molti, in troppi non le credettero. Per strani meccanismi, l’invidia dei colleghi per la visibilità e la forza delle parole di Anna, che facevano identificare la lotta per i diritti civili in Cecenia con la sua penna e il suo viso, trasformandola in un simbolo, divenne spesso il maggior alleato delle voci ufficiali del governo che raccontavano di una donna presa da se stessa e dal suo progetto mitomane. E tutto questo la lasciava completamente isolata. Nell’articolo del 9 settembre 2004 scriverà: "È assurdo, ma non era forse lo stesso durante il comunismo, quando tutti sapevano che le autorità dicevano idiozie ma fingevano che l’imperatore fosse vestito? Stiamo ricadendo nell’abisso sovietico, nell’abisso dell’informazione che crea morte dalla nostra stessa ignoranza… per il resto, se vuoi continuare a fare il giornalista, devi giurare fedeltà assoluta a Putin. Altrimenti può significare la morte, proiettile, veleno, tribunale o qualunque soluzione i servizi segreti, i cani da guardia di Putin, riterranno più adeguata".
A difenderla c’erano solo i suoi libri e i suoi articoli.
In Memorie di un rivoluzionario, Victor Serge precisò: "Sono più interessato a dire che a scrivere, altri più bravi di me sapranno curare le parole assieme ai fatti, io ora non ho tempo, devo dire e basta". Sembra essere lo stesso per Anna. i suoi libri sono immediati, veloci, hanno la potenza della scoperta della novità, dell’informazione sconosciuta e resa nota. Ed è questo ciò che l’ha esposta.
"A chi in Occidente mi vede come la principale militante contro Putin rispondo che io non sono una militante, sono sole una giornalista. E basta. E il compito del giornalista è quello di informare. Quanto a Putin, ne ha fatte di tutti i colori e io devo scriverne" diceva dichiarando senza problemi che il suo non era un compito politico, ma assolveva alla necessità di scrivere. Detestava scrivere editoriali: "Non importa sapere che penso, ma quello che vedo" e andava avanti con i suoi racconti-inchiesta.
Anna Politkovskaja sapeva che solo i lettori l’avrebbero difesa, partecipava a moltissimi convegni internazionali, sapeva che la gente, gli occhi, l’interesse, avrebbero difeso le sue parole. E solo loro erano la sua scorta. I suoi strumenti erano il reportage e l’intervista, e quando questa era diretta a un’autorità, se il politico o il burocrate era evasivo o mendace, la Politkovskaja passava alla denuncia. Sono dozzine i processi ai quali la scrittrice ha partecipato anche solo come testimone. In un’intervista al quotidiano inglese "The Guardian", il 15 ottobre del 2002, raccontò: "Sono andata oltre il mio ruolo di giornalista. L’ho messo da parte e ho imparato cose di cui non sarei mai venuta a conoscenza se fossi rimasta una semplice giornalista, che sta’ferma nella folla come tutti gli altri". Fu forse questa la ragione che la spinse in Cecenia nel 1999. Da allora, articolo dopo articolo, iniziò a montare questo libro che oggi rappresenta uno dei più rilevanti documenti letterari del nostro tempo per comprendere la fisiologia di ogni conflitto, feroce, nascosto, abominevole, terribilmente moderno.
Politkovskaja è figlia della tradizione dei dissidenti dell’Unione Sovietica che, dagli anni ‘70 in poi, avevano adottato una strategia pacifica e nonviolenta per denunciare il regime. Aveva deciso di smascherare le menzogne del suo Paese attraverso i canali che lo stesso Stato russo aveva creato e così il suo piano non si esauriva nell’articolo, ma continuava nella denuncia. Non tutto era lasciato all’attività giornalistica. Le interessava fissare negli occhi i responsabili. Aveva seguito da vicino la storia dei torturati e delle ragazzine violentate. E l’aveva seguita direttamente nei processi. Quando riusciva, Anna otteneva la punizione dei carnefici e introduceva elementi probatori nello svolgimento dei processi rendendo giustizia alle vittime.
In questo libro emerge chiaro un principio: la forza della parola. Quanto pesa una parola. Quali calibri usare e su quali bilance misurarla. Domande che come febbri tropicali tormentano ogni particella di chi si avvicina da scrittore o da lettore alla letteratura. La letteratura è un atleta, scriveva Majakovskij, e l’immagine di parole che scavalcano la coltre d’ogni cosa, che superano ostacoli e combattono, mi appassiona abbastanza. Il peso specifico della parola letteraria è determinato dalla presenza della scrittura nella carne del mondo o dall’assenza di carne, invece, per alcuni.
Primo Levi in polemica con Giorgio Manganelli, che rivendicava la possibilità di scrivere oscuro, affermò che scrivere oscuro è immorale. La scrittura letteraria è labirintica, multiforme, non credo possano esserci strade univoche, ma quelle su cui devono posare i miei piedi le riconosco. Quando Philip Roth dichiara che dopo Se questo è un uomo nessuno può più dire di non essere stato ad Auschwitz, non di non sapere dell’esistenza di Auschwitz, ma proprio di non essere stati in fila fuori da una camera a gas. Tale è la potenza di quelle pagine. Libri che non sono testimonianze, reportage, non sono dimostrazioni. Ma portano il lettore nel loro stesso territorio, permettono di essere carne nella carne. In qualche modo questa è la differenza reale tra ciò che è cronaca e ciò che è letteratura. Non l’argomento, neanche lo stile, ma questa possibilità di creare parole che non comunicano ma esprimono, in grado di sussurrare o urlare, di mettere sotto pelle al lettore che ciò che sta leggendo lo riguarda. Non è la Cecenia, non è Saigon, non è Dachau, ma è il proprio luogo, e quelle storie sono le proprie storie.
Truman Capote l’aveva scritto poco prima di morire: "Il romanzo e la verità sono divisi da un’isola che si restringe via via sempre di più, ma stanno per incontrarsi, I due fiumi scorreranno insieme, una volta per tutte". E il rischio per gli scrittori non è mai di aver svelato quel segreto, di aver scoperto chissà quale verità nascosta, ma di averla detta. Di averla detta bene. Questo rende Io scrittore pericoloso, temuto. Può arrivare ovunque attraverso una parola che non trasporta soltanto l’informazione, che invece può essere nascosta, fermata, diffamata, smentita, ma trasporta qualcosa che solo gli occhi del lettore possono smentire e confermare. Questa potenza non puoi fermarla se non fermando la mano che la scrive. La forza della letteratura continua a essere questa sua incapacità di ridursi a una dimensione, di essere soltanto una cosa, sia essa notizia, informazione o sensazione, piacere, emozione. Questa sua fruibilità la rende in grado di andare oltre ogni limite, di superare le comunità scientifiche, gli addetti ai lavori, e di andare nel tempo quotidiano di chiunque, divenendo strumento ingovernabile e capace di forzare ogni maglia possibile. La potenza stessa che faceva temere ai governi sovietici di più Boris Pasternàk e Il dottor Živago e I racconti di Kolyma di Šalamov che gli investimenti del controspionaggio della Cia.
La potenza vitale della scrittura continua a essere condizione necessaria per distinguere un libro che val la pena di leggere da uno che val la pena di mantenere chiuso. L’universo dei campi di concentramento sembra spremere dalla letteratura impensabili stille di vita. Non mi interessa la letteratura come vizio, non mi interessa la letteratura come pensiero debole, non mi riguardano belle storie incapaci di mettere le mani nel sangue del mio tempo, e di fissare in volto il marciume della politica e il tanfo degli affari. Esiste una letteratura diversa che può avere grandi qualità e riscuotere numerosi consensi. Ma non mi riguarda. Ho in mente la frase di Graham Greene: "Non so cosa andrò a scrivere ma per me vale soltanto scrivere cose che contano". Cercare di capire i meccanismi. I congegni del potere, del nostre tempo, i bulloni della metafisica dei costumi. Tutto è coro e materia, con registri diversi. Senza il terrore di scrivere al di fuori dei perimetri letterari, prescegliendo dati, indirizzi, percentuali e armamentari, contaminando con ogni cosa. Lo stile è fondamentale, credo però avesse visto giusto Ernest Hemingway: "Lo stile è la grazia sotto pressione". La grazia dello scrivere, il suo tempo disteso, la riflessione profonda devono essere tenuti in ostaggio dalla situazione, dall’imperativo della parola di fare, di svelare. Una verità, quella letteraria, che è nella parola non nella persona. La verità delle parole nel nostro tempo si paga con la morte. Ci si aspetta che sia così. Ti addestri la mente che sia così. Ne sono sempre più convinto. Sopravvivere a una forte verità è un modo per generare sospetto. Un modo per togliere verità alle proprie parole. Ma le verità della parola e dell’analisi non hanno altro riscontro che la morte. Sopravvivere a una verità della parola significa sminuire la verità. Una verità della parola porta sempre una risposta del potere, se è efficace. "Potere" è una parola generica e sgualdrinesca. Potere istituzionale, militare, criminale, culturale, imprenditoriale.
E questa risposta se non viene la parola della nuova verità, non ha ottenuto scopo. Non ha colpito. E la prova del nove per aver colpito al cuore del potere è esserne colpito al cuore. Una reazione eguale e contraria. E feroce. O si porta una verità condivisa, tutto sommato accettabile. O si porta la verità delle immagini, quella delle telecamere o delle fotografie. Verità estetiche, verità morali supportate dalle prove. Quelle comportano poco la scelta dell’individuo e molto quella dell’occhio. Come se l’uomo fosse smembrato isolando ogni suo organo. E all’intellettuale fosse destinata la stessa separazione dell’apologo di Menenio Agrippa. Il reporter è l’occhio, lo scrittore la mano e un po’ di mente, il giornalista l’occhio e un po’ di mano, il poeta il cuore, il narratore lo stomaco. Ma è forse giunto il tempo di generare un mostro a più mani e più occhi, un tempo in cui chi scrive possa invadere, coinvolgere, abusare di ogni strumento. Questo è il compito dello scrittore che si occupa della realtà e scrive per mezzo di essa. Le parole continuano a essere fondamentali, ma la solitudine di chi scrive e la pericolosità della parola sono ancora enormi.
Stanislav Markelov era l’avvocato di Anna Politkovskaja ed era l’avvocato che si batteva contro il rilascio anticipato del colonnello Juri Budanov, l’ufficiale di più alto grado condannato per crimini di guerra da un tribunale russo. L’hanno ucciso barbaramente con proiettili alla testa, il 19 gennaio 2009. Nel processo contro il colonnello Budanov, Markelov rappresentava la famiglia di Elza Kungaeva, la diciottenne cecena stuprata e uccisa a Chankala da un gruppo di soldati russi. Il padre di Elza Kungaeva, da anni in Norvegia, riceve continue minacce di morte. Il colonnello Budanov è un intoccabile. In questi anni, l’omicidio di Elza è diventato il simbolo degli abusi commessi in Cecenia dalle truppe russe. L’episodio è raccontato in molte pagine del libro La Russia di Putin di Anna Politkovskaja. Vi si racconta anche il processo a Budanov, che probabilmente non sarebbe stato condannato senza l’attenzione mediatica che il suo libro aveva generato. Budanov era stato arrestato nel 2000, incriminato e condannato a dieci anni nel 2003. Di recente era però tornato in libertà, malgrado la campagna condotta dall’avvocato Markelov contro il rilascio.
L’avvocato Markelov è stato freddato per strada insieme ad Anastasija Baburova, giornalista della "Novaja Gazeta" – la stessa testata della Politkovskaja –, che aveva preso il posto di Anna nell’occuparsi delle inchieste sulla Cecenia.
Chi scrive, muore. Ad Anastasija sparano alla testa mentre cerca di fermare il sicario che aveva ucciso l’avvocato Markelov con cui lei lavorava. Ai killer era sembrato assurdo che una donna reagisse e non scappasse, e questo li aveva spiazzati. Anastasija è morta ribellandosi ai suoi esecutori. Aveva venticinque anni. Ora che la diffamazione non è riuscita a distruggere Anna, ora che le sue parole le sono sopravvissute, tutto è nelle labbra, negli occhi, nella memoria dei lettori.
Non avrei voluto che queste mie parole fossero definite una introduzione. Queste parole sono una preghiera, pronunciata con tutte le possibili frasi liturgiche al lettore che ha deciso di spendere il suo tempo a leggerle.
Una preghiera perché non smetta mai di riportare a tutti coloro che incontra quanto leggerà in Cecenia e perché non dimentichi il sacrificio di chi ha deciso di raccontare. Una preghiera affinché possa sentire sin dentro la carne ogni ora della vita di Anna Politkovskaja, una vita spesso passata sapendo di avere una scadenza, ma nella certezza che quella scadenza avrebbe riguardato solo il proprio corpo, e diffuso, come le costellazioni, le proprie storie depositandole in ogni lettore che le avesse incontrate.

Roberto Saviano



Per le parti precedenti:

Dall'Inferno alla Bellezza
Not the Jail not the Death
Città dell'uomo-Paradiso dei fiori
Neri di morte, neri di rabbia
Quanto pesa la parola
Колымские рассказы

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