Le Dame e il Cavaliere

Solo la rete distribuirà il documentario che nessuno vuole mostrare sul fenomeno del “velinismo” e sui conflitti di interessi tra pubblico e privato del Premier.


Ci sono delle dame. C'è un cavaliere. Il tutto montato in un documentario sicuramente irrispettoso. E' un film che però non si può vedere, che nessuno si sente di distribuire. Una storia italiana che si chiama “Le dame e il cavaliere”, documentario realizzato dalla casa di produzione Telemaco, e che nel Belpaese vedranno in pochi, in qualche cineteca, perché nessuno vuole distribuirlo. Franco Fracassi, regista del film, alza il sipario su una doppia realtà: da una parte quella descritta nel film, dove il sesso e il potere si mescolano per portare avanti gli interessi del premier, dall’altra quella della libertà di informazione, in un paese in cui le verità scomode sono cancellate. Bello o brutto che sia, giusto o sbagliato, irriverente o ipocrita, in Italia non lo si può giudicare. Semplicemente perché non lo si può vedere.


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Le Dame e il Cavaliere
una produzione Telemaco
regia e sceneggiatura: Franco Fracassi
aiuto regia: Andrea Petrosino
inchiesta: Andrea Annessi Mecci, Franco Fracassi,
Stefania Creatura, Luisa Sgarra, Andrea Petrosino
riprese e montaggio: Barbara Fantini
animazioni flash Meta2
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Quali problemi avete incontrato nella distribuzione del film?
Abbiamo pensato che la distribuzione più naturale fosse attraverso i giornali che fanno dell’antiberlusconismo una bandiera, in modo da avere una grande diffusione e aprire gli occhi al maggior numero di persone possibile. Ma tutti i giornali a cui ci siamo rivolti ci hanno sbattuto la porta in faccia. Con qualcuno siamo arrivati quasi alla firma del contratto, altri ci hanno fermato prima, ma nessuno per motivi commerciali o perché non gli è piaciuto il film. Hanno avuto tutti paura, a causa del clima che si è creato nel paese.

Cosa vi hanno detto?
Che è troppo rischioso, che non sono in grado di finanziare le cause e di pagare gli avvocati in caso di querele. Noi abbiamo consultato diversi studi legali e tutti ci hanno detto che il film è inattaccabile dal punto di vista giuridico. Il sospetto è che ci sia stato un pesante intervento politico. Nella maggior parte dei casi è intervenuta la proprietà dei giornali e il progetto è andato all’aria. Allora abbiamo pensato di distribuirlo da noi in edicola, ma perfino in questo caso i distributori non hanno accettato perché era troppo rischioso.

Cosa c’è in questo documentario che fa così tanta paura? Non si tratta di argomenti conosciuti e già pubblicati in diverse occasioni?
Le singole informazioni sono più o meno tutte note, ma sui media sono state presentate in maniera frammentata, nessuno le ha mai messe tutte insieme. Vedere e ascoltare tutto il materiale fa una grande impressione. Inoltre noi diamo una lettura politica del rapporto tra il premier Berlusconi e le donne. Abbiamo intervistato due ex esponenti di Forza Italia – Marcello Vernola, ex eurodeputato che ora sta alla provincia di Bari, e Paolo Guzzanti, ex deputato di Forza Italia e presidente della commissione Mitrokhin – e entrambi ci hanno raccontato quello che Berlusconi pensa del Parlamento e della Costituzione italiana e hanno spiegato come Berlusconi vorrebbe cambiare le nostre istituzioni attraverso le donne.

Ci si aspetterebbe che l’opposizione avesse interesse a rendere pubblico un documentario del genere...
A me risulta che è passato un anno e Patrizia D’Addario non è mai stata intervistata veramente da nessuna trasmissione televisiva. È stata presente ad Annozero per cinque minuti e nella trasmissione di Gad Lerner per altri cinque minuti. Ma nessuno le ha mai chiesto due cose sostanziali: perché ha registrato le conversazioni con il presidente del Consiglio e perché ha deciso di denunciare tutto alla magistratura. Solo rispondendo a queste domande si capisce veramente la vicenda e il motivo per cui Berlusconi ha messo in moto il ministero dell’Interno per bloccare questa donna. Lei è arrivata a denunciare la cosa alla magistratura perché era in pericolo di vita. Se non si capiscono queste cose, nell’opinione pubblica resta l’idea che la D’Addario sia stata lo strumento di un complotto e che abbia voluto ricattare Berlusconi. Nessuno dei nostri media ha cercato di capire veramente cosa è successo né ha sostenuto le persone che sono state stritolate dalla vicenda. Come per esempio il fotografo Antonello Zappaddu, che ha pubblicato le foto delle feste a Villa Certosa e che ora è scappato in Colombia. Il giornale per cui lavorava lo ha licenziato in tronco e né l’ordine dei giornalisti né i singoli colleghi si sono mobilitati in sua difesa.

Che materiali avete usato per il film?
Abbiamo intervistato quante più persone possibile, anche se molte si sono rifiutate. Alla fine del film, per onestà di informazione, abbiamo inserito la lista con i nomi delle persone che non si sono fatte intervistare, tra cui il ministro Mara Carfagna, Noemi Letizia, la minorenne che frequentava il presidente del Consiglio, e i suoi genitori. Per colmare il vuoto ci siamo rivolti alla cerchia di persone che hanno avuto a che fare con i diretti protagonisti, in modo da ricostruire le storie. Poi abbiamo parlato con diversi giornalisti che si sono occupati di queste vicende e abbiamo usato i documenti delle intercettazioni telefoniche, le registrazioni della D’Addario, i documenti filmati, insomma tutto quello che siamo riusciti a rimediare.

Qual è l’idea che ne emerge?
C’è un mondo fatto di ragazze, imprenditori dello spettacolo, esponenti del mondo degli affari, che ruota intorno al sesso ed è legato al premier. Berlusconi sistema le sue ragazze in due modi: nel mondo dello spettacolo, per fare favori a politici che gli servono all’interno del parlamento; oppure nel mondo della politica. Non si tratta di un premio, ma di una strategia: Berlusconi ha bisogno di riempire i vari parlamenti – regionali, nazionale ed europeo – di persone devote a lui e ignoranti, quindi totalmente controllabili. Queste persone non parlano, non fanno interventi e agiscono in base a messaggi che gli indicano come votare. Il premier sta cercando di ottenere un parlamento formato da automi nelle sue mani, dove il diritto di parola e di voto siano appannaggio di capigruppo che facciano passare le leggi decise dal governo. Chi cerca di mettergli i bastoni tra le ruote, i media o singoli testimoni, è distrutto da veri e propri killer mediatici. Si tratta di un apparato di disinformazione degno del Kgb dell’Unione Sovietica, gestito dal direttore di ‘Chi’ e di ‘Tv sorrisi & canzoni’, Alfonso Signorini.

In seguito a questa esperienza che idea vi siete fatti del mondo dell’informazione in Italia?
Dal punto di vista mediatico l’Italia è vicina a una sorta di dittatura moderna. Non è tanto Berlusconi che ordina le cose, sono i giornalisti che si autocensurano, censurano gli altri e fanno quadrato intorno a lui. Perfino quelli che lo combattono ne hanno paura e il loro modo di agire rende inoffensivo il loro lavoro. Non si fanno più domande che mettono in difficoltà, non ci sono più inchieste, tranne in rarissime trasmissioni televisive e in qualche giornale. Diversamente da altri paesi, in Italia il ruolo di controllo della stampa verso la politica non esiste e se esiste si fa in maniera strumentale, ragionando in termini di destra e sinistra.

Che riscontro potrebbe avere questo film sull’opinione pubblica, anche tra coloro che appoggiano Berlusconi?
A me piacerebbe proiettare il film in un circolo del Pdl, vorrei interagire con gli elettori di Berlusconi, vorrei che si rendessero conto delle cose. Credo che alcune persone messe di fronte alla realtà potrebbero cambiare idea. Il problema è che, essendoci stata negata la distribuzione, ci è impossibile raggiungerle.

Come vi state muovendo ora?
Stiamo agendo da soli, attraverso una pagina Facebook, un blog e i tanti contatti che siamo riusciti a creare. Lo vendiamo via internet e organizziamo serate in giro per l’Italia, con proiezioni e dibattiti.

L’esperienza di questo film dimostra anche che in Italia le piccole produzioni fanno fatica a emergere?
Le piccole produzioni sono schiacciate perché non ci sono spazi televisivi. Mediaset non trasmette documentari, La7 non paga, e la Rai li riserva a un giro ristretto di persone. Un piccolo documentarista italiano ha come sbocco il cinema, ma anche lì non è semplice arrivare a un distributore, la distribuzione in dvd, oppure l’estero, dove le logiche sono diverse. Stiamo già trattando con una distribuzione internazionale, in Spagna, Francia e Inghilterra si sono mostrati interessati.

Intervista di Francesca Gnetti a Franco Fracassi

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