La Revolución detrás de nosotros

Signor Ernesto Zedillo Ponce De León: benvenuto nell'incubo!
Lei deve sapere che il sistema politico che lei rappresenta, (al quale lei deve la sua scalata al potere e non alla legittimità), si è prostituito a tal punto che nel linguaggio di oggi "politica" è sinonimo di menzogna, di crimine, di tradimento. Io solo le dico quello che milioni di messicani vorrebbero dirle: non le crediamo!
Lei è parte di un sistema che è già arrivato all'aberrazione più grande, a ricorrere all'assassinio per dirimere le proprie differenze come se si trattasse di un gruppo di criminali. Lei non si rivolge a noi come rappresentante della Nazione, lei parla con un'enorme macchia nelle sue parole: la macchia del sangue di migliaia di assassinati, inclusi quelli che appartennero al suo circolo politico, una macchia che copre il Partito Rivoluzionario Istituzionale. Perché dovremmo credere nella sincerità del suo invito ad una soluzione negoziata?
Qualunque sia l'esito di questa guerra, presto o tardi il sacrificio che ora sembrerà inutile e sterile a molti, si vedrà ricompensato nei lampi che illumineranno altre terre. La luce arriverà, sicuramente, fino al profondo sud e farà scintillare il Mar de la Plata, le Ande, la terra di Artigas, il Paraguay e tutta questa piramide capovolta e assurda che è l'America Latina.
La forza non è dalla nostra parte, la forza non è mai stata dalla parte degli espropriati. Però la ragione storica, la vergogna e questo ardore che sentiamo nel petto e che chiamano Dignità, fanno di noi, i senza nome di oggi, uomini e donne veri, quelli di sempre.
Il Governo supremo ha sempre preso la misura giusta per toglierci da un problema e farci crescere. Davanti al rischio di estinguerci per isolamento politico, per il vuoto, il Governo, con la sua turpe politica locale e regionale, alimenta un fuoco che dovrà consumarlo prima o poi.
Voi dovete sparire, non solo perché rappresentate un'aberrazione storica, una negazione umana e una crudeltà cinica, dovete sparire anche perché rappresentate un insulto all'intelligenza. Voi ci avete reso possibili, ci avete fatto crescere. Siamo il vostro altro, il vostro siamese al contrario. Per scomparire noi, dovete scomparire voi.
E' molto difficile cercare di ascoltarvi. Uno pensa di parlare con esseri razionali e invece no, perché siete così abituati a comprare, corrompere, imporre, rompere e assassinare tutto quello che vi sta di fronte, che assumete, di fronte alla dignità, l'atteggiamento del commerciante scaltro che cerca solo di ottenere il miglior prezzo possibile. Questo è stato l'atteggiamento del vostro sistema in questa instabile tregua di 11 mesi.
Le ripeto le nostre richieste per avere la pace: Democrazia, Libertà e Giustizia per tutti i messicani. Mentre le nostre richieste non ricevono risposta, ci sarà la guerra nelle terre messicane.
Bene. Saluti e un paracadute per il burrone che c'è nel suo domani.

Dalle montagne del Sudest Messicano,
Subcomandante Insurgente Marcos


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Parlare dello zapatismo vuole dire anzitutto comprenderne tutta la fondamentale dirompente importanza politica. Capire cioè fino in fondo l'enorme carica innovativa e rivoluzionaria di questi piccoli uomini mascherati e in armi, usciti un bel giorno dalla Selva Lacandona e apparsi quasi magicamente per le strade di San Cristóbal al seguito di un subcomandante filosofo. La loro era in origine solo una guerra di resistenza alle violenze e alla politica di espropriazioni e spoliazioni messe in atto dalle autorità governative federali sugli ejidos, le terre collettivizzate delle comunità indigene.
La maggioranza delle terre "ejidali" furono riconosciute e istituite dopo la Rivoluzione di Zapata del 1910 e comunque hanno questa definizione tutti quegli appezzamenti occupati dai campesinos, redistribuiti equamente e coltivati cooperativamente dalle comunità indigene.
Il risultato di quella prima sollevazione fu ben però ben presto una rivolta di popolo che portò all'occupazione di sette municipi e alla dichiarazione di autonomia, con l'introduzione delle giunte di autogoverno (i caracoles) espressione di democrazia dal basso delle comunità indigene. Un evento che, pur se accaduto a migliaia di chilometri di distanza, riuscì a scatenare un entusiasmo e una condivisione appassionante in tutto il mondo.
Quella ribellione ha ben presto finito per assumere un valore simbolico, in quanto ha rappresentato una prima incrinatura di quell’ordine mondiale scaturito dalla presunta “fine della storia”, data per scontata dagli apologeti della globalizzazione e dai cantori del neoliberismo, confermando che lo spirito ribelle e rivoluzionario era ancora presente e non mai domato.
Ma questa insorgenza assumeva anche un carattere beffardo, in quanto arrivava nel momento in cui il Messico si apprestava ad entrare nel salotto buono del capitalismo, in coincidenza con l'adesione al trattato del NAFTA e gli accordi di libero scambio con Canada e Usa.
Fu dunque la prima vera rivolta contro la globalizzazione neoliberista. Non solo. La rivolta zapatista segnò anche un importante punto di svolta, perché ha rappresentato un profondo mutamento nella lotta politica. Quell’evento si apprestava infatti a rinnovare e trasformare l'agire politico sopratutto per via del linguaggio nuovo che era stato capace di concepire, elaborare e produrre. All’inizio presentandosi certo come evocazione puramente nostalgica e rivoluzionaria, successivamente il movimento ha saputo formulare un dispositivo culturale potente e suggestivo.
E tanto per esser chiari, quando parlo di linguaggio politico nuovo intendo riferirmi principalmente alla prima dichiarazione della Selva Lacandona, quella che diceva Hoy decimos, ya basta!, seguita dai dodici punti in cui si affermavano i diritti fondamentali e inalienabili da sempre negati a quelle popolazioni dimenticate e oppresse: Diritto alla Salute, alla Terra, all’Alimentazione, alla Giustizia, alla Democrazia, all'Istruzione e così via.
Fu un fatto innovativo, perché per la prima volta veniva usato un linguaggio a cui il mondo e i media non erano più da tempo abituati. Non era il linguaggio convenzionale della politica, il gergo ambiguo del ceto burocratico o i sofismi ipocriti dell'informazione di Sistema. Erano parole semplici, dirette, che toccavano le corde più profonde del nostro essere Umanità, e che segnavano una cesura radicale con tutto quello che noi intendevamo fino a quel momento linguaggio politico: era l’irruzione della vita quotidiana, la vita dei villaggi, l'esistenza delle persone, i loro drammi, i loro bisogni, la loro dignità!
Quegli indigeni avevano smesso di guardare e cercare di descrivere se stessi con occhi e parole di altri, con gli occhi e le parole dell’Occidente neoliberale e progredito, acculturato, industrializzato, politicizzato. Ribaltando la prospettiva e parlando di Dignità e valore della Vita, avevano iniziato a guardare e giudicare autonomamente, con i loro occhi e la loro cultura, il Sistema neoliberale e le sue aberrazioni, concludendo che non era quello lo sviluppo che chiedevano e attendevano.
Questa è la grande innovativa lezione trasmessa dallo zapatismo: non dobbiamo necessariamente vedere e concepire noi stessi, la nostra vita, i nostri bisogni individuali e il nostro vivere sociale con le lenti deformanti del modello di omologazione che ci viene imposto. Un vero e proprio rovesciamento speculare di prospettiva, dall’alto verso il basso, nelle parole e nelle possibilità, che finiva così per aprire nuovi scenari, nuovi luoghi della politica, dell'economia, della socialità, lontani dai tradizionali paradigmi culturali che individuano nella presa del Potere la strada fondamentale per ogni ipotesi di trasformazione radicale della vita politica, sociale ed economica.
Lo zapatismo così facendo, non solo sperimentava nuove forme dell’organizzazione che non coincidevano più con la costruzione di grandi contenitori omogenei e omologanti in cui concentrare la forza, ma dimostrava anche la loro perfetta efficienza in termini di prosperità, benessere e qualità di vita. Un altro Sistema, un'altra Vita, un altro Mondo, diversi dal neoliberismo globalizzante, erano possibili e realizzabili!
Per tutte queste ragioni, la rivolta guidata dal Subcomandante Marcos va a segnare, sotto il profilo politico-ideologico, una frattura storica che oltrepassa l’esperienza zapatista perché dimostra come quell’evento, al di là degli elementi di indubbia marginalità, assume valenza universale e può estendersi a tutte le periferie globali.
Per questo rappresenta una minaccia enorme per il Sistema, perché dal fondo della Selva Lacandona ci arriva una inaspettata Verità sul mondo, una verità molto maggiore di quella che possiamo trovare sui mezzi di comunicazione di massa. Qui vedevamo finora solo una realtà, quella voluta e spacciata come unica possibile dal Sistema neoliberale globalizzato, là si comincia ad avvistare un altro mondo che parla non di listini, indici e fatturati, ma di persone e dei loro bisogni, della vita e dei drammi dei quattro quinti dell’umanità, da sempre oscurati dal nostro punto di vista particolaristico e privilegiato.
Non solo, ma si fa pericolosamente avanti l'evidenza che il Sistema neoliberale globalizzato non è unico, perfetto e insostituibile, ma che anzi è disumano, irragionevole e iniquo. Ecco perché la rivolta zapatista è importante per tutti noi, perché è la Storia con la S maiuscola che rivendica il suo primato e riprende il suo cammino, dopo la tanto celebrata fine della storia. E' la speranza di un nuovo inizio per l'Umanità che rompa con modelli di azione politica, ideologica, economica e sociale ormai superati e corrosi dai fallimenti, per dare vita ad un nuovo modo di pensare e agire in politica, in economia e nella società. Un nuovo modo di intendere l'essere parte di questa grande Umanità, una globalizzazione non dei capitali e del mercato, ma dell'individuo e dei valori umani.
E questo modo innovativo di pensare ed agire si esprime innanzitutto col rifiuto del Potere. Il Subcomandante è un portavoce, non il leader. L’obiettivo dell'azione politica non è la presa del Potere, bensì l’apertura di spazi liberi di Democrazia, solidarietà e auto-organizzazione.
Ed è proprio questo l'elemento maggiormente innovativo del nuovo statuto politico. Ci hanno sempre fatto credere come necessario e indispensabile uno spazio controllato dalle tecniche del Potere: nazionale, sovranazionale, internazionale. Oggi gli zapatisti dimostrano concretamente che c’è una nuova e diversa possibilità, in grado di gestire e tutelare meglio le risorse e il territorio, garantire e proteggere meglio le esigenze di vita e gli spazi di dignità umana dal Potere prevaricante e devastante dei grandi flussi di sradicamento e sfruttamento della globalizzazione.
E' questo il primo punto, è tutta qui la posta in gioco, la scommessa, il luogo principale della lotta politica e del conflitto, non certo nelle lotte operaie, nell'età pensionabile o nel contrasto del capitale. Spazio (vitale) versus Potere. Quindi difesa, gestione e riorganizzazione del proprio spazio sotto forma di territorio.
Secondo punto: Autonomia contro Centralizzazione. Anche qui assistiamo ad una rottura epistemologica che ha a che fare con la stessa natura e funzione della politica. Il movimento zapatista dimostra in modo molto raffinato e intelligente come in realtà non si tratta di predisporre dei contenitori dentro i quali concentrare le energie capaci in potenza di conquistare la direzione dello Stato, per poi trasformare la Società. Non si tratta di mettere insieme gli eguali o ciò che pur diseguale sia uniformabile e omologato, quanto piuttosto di organizzare le autonomie delle differenze e delle pluralità.
Spesso nei documenti zapatisti si parla di come le molteplicità delle comunità indigene si mettano in rete fra di loro senza rinunciare alle proprie specificità e particolarità. Insomma, non si capisce perché la Rete, cioè tutti gli strumenti e le possibilità di connessione e comunicazione offerti dalla globalizzazione, debba servire ai soli capitali e alla finanza e non invece anche all'uomo e alla sua gestione e organizzazione di vita.
Anche in questo caso si attua un rovesciamento archimedico, perché se le cose funzionano in un cero modo per l'economia e la finanza non si vede perché lo stesso meccanismo e gli stessi strumenti non possano essere utili alla gestione della vita delle persone e all'amministrazione del territorio.
Infine, terzo punto: Cultura contro Forza. Il punto su cui il movimento zapatista poggia la propria leva per la trasformazione del mondo non è la forza militare -cosa che invece ha caratterizzato finora tutti i movimenti di lotta politica- ma il concetto di Cultura inteso come contrasto ai processi di annientamento e omologazione globalizzanti attraverso il senso di appartenenza, di continuità delle generazioni attraverso un patrimonio condiviso e riconoscimento della propria identità unica. La Cultura come strumento per sapere chi si è e per difendersi dal comando degli altri.
Tutto questo ci rimanda alla questione fondamentale, quella che la Sinistra di oggi ha perso di vista, che è il rapporto con la realtà e il rapporto con la società, cioè su come si costruisce l’altro mondo possibile e come ci si difende dalle forze contrarie e omologanti del pensiero unico e livellante. La più che ventennale rivolta zapatista ci dimostra che questa esperienza è sopravvissuta ed è cresciuta non perché era potente dal punto di vista della tecnica politica, dei feticci ideologici e dell’armamentario bellico, ma perché ha messo in circolo un’energia diffusa: dal loro punto di forza locale, gli zapatisti hanno saputo connettersi con una rete globale di microenergie capaci di costituire quel deterrente di resistenza ed accrescere le speranze di alternativa.
Un effetto moltiplicatore e amplificatore che è l’esatto opposto del costruttivismo occidentale applicato alla politica, che costruisce apparati tecnici di potenza: direzioni generali, presidenze, comitati centrali di partito, congressi, etc... In Chiapas hanno invece saputo costruire apparati culturali di comunicazione e di condivisione straordinari, con una capacità inventiva e immaginifica che esplica perfettamente il senso della loro esperienza e marca la distanza abissale dalla politica occidentale.
Davanti alla rapacità del Potere e di un Sistema economico distruttivo, gli zapatisti contrappongono la metafora della calma dell'elefante e della lentezza della lumaca: perché solo un processo lento, lungo ma inarrestabile potrà tentare la trasformazione antropologica necessaria a ricostruire un mondo devastato dalla dominazione neoliberista. (D*)


Questo articolo è dedicato ai vari Rizzo, Bertinotti, Epifani, D'Alema, Fassino, Veltroni, Franceschini & company... e alle puttanate che sparano ogni volta che aprono bocca. Come Marcos vorremmo poter gridare forte: non prendeteci per il culo, tanto non vi crediamo!

1 commento:

  1. mi associo alla dedica che hai fatto.....okk il video....fine prima parte.R.

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