¡El Capitalismo es golpeado! (3 pt)

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Le aspettative di cambiamento

La dissoluzione dell’apparato repressivo di Batista, cioè dell’apparato borghese, non condusse automaticamente a un sistema di economia pianificata, né alla proclamazione da parte dei dirigenti dell’esercito ribelle di una Cuba socialista. Non esisteva un piano premeditato, cosciente, di mettere fine al capitalismo sull’isola.
Nonostante questo, la vittoria dell’insurrezione aveva scatenato pressioni sociali, tanto da parte della classe operaia e dei contadini, come da parte della borghesia e dell’imperialismo, che spingevano costantemente i dirigenti della guerriglia a prendere una decisione in un senso o nell’altro. La vittoria della guerriglia incrementò ancora di più le simpatie sulle quali questa già poteva contare prima della caduta dell’odiato Batista. Finalmente avrebbero potuto realizzarsi le aspettative di miglioramento sociale a lungo sospirate. Le pressioni e le lotte per aumenti salariali si fecero sentire immediatamente. “Nella parte interna di Cuba 6.000 lavoratori della Cuba Electric Company si dichiararono in ‘sciopero bianco’ per ottenere un aumento salariale del 20%, mentre 600 operai che erano stati licenziati dalla compagnia nel 1957-1958 iniziarono uno sciopero della fame accampandosi in un punto del palazzo presidenziale per rivendicare di essere riassunti. E scesero in lotta anche gli operai delle ferrovie che erano rimasti senza lavoro e quelli di una cartiera vicino a L’Avana, che aveva chiuso. Tremila lavoratori edili andarono via dalla Bahia de Moa. I lavoratori dei ristoranti minacciarono lo sciopero se non fossero stati riaperti i casinò. Ventuno mulini di zucchero subirono ritardi nel raccolto a causa delle rivendicazioni salariali. La rivoluzione aveva risvegliato speranze: come le avrebbe soddisfatte?”. Proprio qui stava il cuore di una questione ancora irrisolta.

Il governo Urrutia

Quando trattò la resa di Santiago, Fidel prestò giuramento davanti al magistrato Manuel Urrutia, che sarebbe diventato il primo presidente dopo la rivoluzione. Paco Ignacio Taibo II nella sua biografia di Guevara, spiega che il primo governo era “un governo nel quale dominava l’opposizione borghese, con incrostazioni del 26 luglio, e dal quale erano assenti le forze alleate del 26 Luglio: il Psp e il Direttorio”. H. Thomas commenta i primi passi del governo: “Le misure di Urrutia, tuttavia, si limitarono a proporre la fine del gioco d’azzardo e la chiusura dei bordelli”.
In realtà Urrutia si trovava sospeso in aria. Ora che lo stato borghese si era disintegrato completamente, il potere reale era nelle mani della guerriglia. Il suo fu un governo effimero, che soccombette rapidamente alle tensioni della lotta di classe scatenate dal processo rivoluzionario. Solo nel mese di marzo si cominciarono a prendere le prime misure concrete per rimediare alla precaria situazione del popolo. Vennero ridotti drasticamente gli affitti degli appartamenti; inoltre “i proprietari di terreni edificabili vuoti erano obbligati a venderli all’appena costituito Istituto del Risparmio nazionale e delle Abitazioni o a chiunque voglia comprarli per costruirvi una casa”, furono ridotte le tariffe telefoniche con un intervento – ancora non una nazionalizzazione – nei confronti della compagnia telefonica; le importazioni di 200 prodotti di lusso subirono limitazioni; si cercò di limitare l’evasione fiscale mentre si confiscavano tutte le proprietà di Batista e dei suoi ministri a partire dal 1952, ed anche quelle di tutti gli ufficiali delle forze armate che avevano preso parte alla guerra civile. Ma tutte queste misure, pur avendo un carattere progressista, non erano concepite come parte di un piano per abbattere il capitalismo, neppure nel medio termine. Piuttosto somigliavano da vicino alle misure che in vari momenti presero governi nazionalisti come quello di Perón in Argentina o di Nasser in Egitto.
Le tensioni sociali continuavano ad aumentare e questo aveva un impatto sul governo e sulle relazioni degli Usa con Cuba. L’imperialismo nordamericano, a quel tempo, come prima della caduta di Batista, era diviso. Anche se alla fine risultò predominante l’ostilità alla rivoluzione cubana – fattore molto importante nella sua radicalizzazione a sinistra – l’ambasciatore Usa a Cuba dell’epoca, Bonsal, aveva la ferma convinzione che Fidel non fosse comunista, e si scontrò duramente con quei diplomatici e militari che chiedevano “azione”. In occasione del suo viaggio negli Usa dell’aprile del 1959, Castro suscitò un’eccellente impressione nei mass media e in un settore della stessa borghesia. Eisenhower e soprattutto Nixon, però, erano completamente ossessionati dalla presunta presenza di comunisti nel governo cubano, un fatto all’epoca del tutto privo di fondamento. Lo stesso Castro non ebbe nessun problema a dichiarare pubblicamente di non essere comunista. Nei suoi piani in quel momento c’era la richiesta di crediti alla Banca Mondiale o all’Import-Export Bank.

Polarizzazione crescente

Quali che fossero i piani disegnati dall’alto, la dinamica reale proponeva scontri ogni volta più acuti. La riduzione degli affitti e l’obbligo di vendere i suoli edificabili erano molto lontani dall’essere provvedimenti comunisti, però gli speculatori che ne venivano danneggiati erano diventati completamente isterici, nessuno poteva togliere dalla testa l’idea che i passi fatti dal governo non erano altro che il prodotto di oscure manovre dei marxisti, visibili o invisibili che fossero. Nonostante la cura posta dal governo nel circoscrivere fortemente le misure che erano state prese, tra l’aumento dei salari ottenuto a partire da gennaio e le misure relative agli affitti prese a marzo, la distribuzione del reddito nazionale era stata seriamente e visibilmente modificata. Secondo Thomas “i salari reali erano aumentati forse più del 15% e di conseguenza erano diminuiti i guadagni di possidenti e imprenditori”.
Il 17 maggio del 1959 venne promulgata la Legge di riforma agraria, un primo timido passo che sotto ogni aspetto era meno radicale di molte delle analoghe riforme portate avanti a suo tempo dalle borghesie dei paesi capitalisti avanzati o della stessa riforma agraria degli Usa. Tuttavia divenne il catalizzatore dell’agitazione contro il “comunismo” da parte della reazione interna e dell’imperialismo, che gridavano ogni volta con toni più acuti.
Se qualche serio analista nordamericano avesse osservato più da vicino quanto stava succedendo a Cuba in quel momento, avrebbe visto che le tensioni tra Fidel e il Psp stavano entrando in una fase molto critica. Nelle sue dichiarazioni pubbliche Fidel provava sempre a scrollarsi di dosso l’etichetta di comunista che gli statunitensi volevano appioppargli. Va ribadito che non c’era niente di più lontano dalle intenzioni della direzione del Psp che spingere il processo rivoluzionario verso il socialismo, anche se già in quel momento accordava un appoggio a Fidel. Il 21 maggio in una intervista televisiva Fidel spiegò che il suo obiettivo era una rivoluzione differente sia dal capitalismo che dal comunismo che, per il suo essere autoctona, come la musica cubana, e umanista, non sarebbe stata né di destra né di sinistra, ma solo “un passo in avanti”. Il 22 maggio tornò in televisione per dichiarare che nella rivoluzione cubana non c’era posto per gli estremisti.
Tutti gli sforzi profusi a non “provocare” la suscettibilità degli imperialisti furono comunque vani. L’amministrazione nordamericana aveva già deciso di sabotare e schiacciare la rivoluzione indipendentemente da quanto avesse fatto o detto Fidel, un atteggiamento molto simile a quello che oggi vediamo nei confronti della rivoluzione venezuelana. Fidel, che contava su un vastissimo appoggio popolare, tentava di prevenire un ulteriore inasprimento della lotta di classe, ma questo era uno sviluppo inevitabile. Le riserve sociali della controrivoluzione, fino a quel momento latenti e che partivano da una situazione di estrema debolezza, cominciarono ad organizzarsi.
L’Associazione nazionale degli allevatori dichiarò con durezza che il limite massimo di 3.333 acri per la proprietà terriera non lasciava margine di profitto agli affari. I latifondisti cominciarono a comprare spazi nelle emittenti radio private per attaccare la legge e lanciarono una campagna di riunioni di protesta; si venne a sapere che l’Associazione aveva deciso di destinare mezzo milione di dollari per corrompere ed aizzare i giornali perché criticassero la riforma agraria. Questa campagna, sostenuta anche dall’imperialismo, fu uno dei fattori che spinsero i settori borghesi del governo ad abbandonarlo. In pratica i borghesi liberali nel governo non avevano la forza sufficiente per intervenire in modo decisivo nel processo. Dovevano la loro autorità all’alleanza con Fidel, che era il loro vincolo con la rivoluzione e con il movimento guerrigliero. Autonomamente non avrebbero potuto fare nulla. Le tensioni politiche portarono ad uno scontro pubblico di Fidel con Urrutia, il presidente della Repubblica, che si dimise il 17 luglio del 1959. Questa crisi non mise in pericolo il processo rivoluzionario, ma era sintomatica delle contraddizioni di classe che cominciavano a tormentare un progetto che non era “né di destra, né di sinistra”.
Fidel e i dirigenti guerriglieri basavano la loro forza sull’enorme prestigio popolare conquistato, sull’esercito rivoluzionario e sulla riforma agraria. A settembre il governo introdusse nuove tasse sulle importazioni di articoli di lusso e restrizioni alla politica di cambio della valuta. Continuavano ad essere misure che non valicavano i limiti del capitalismo, correzioni destinate ad alleviare i problemi tipici di un paese con un’economia molto vulnerabile. Non c’era stato ancora nessun cambiamento qualitativo nei rapporti di produzione capitalisti.
A quell’epoca la visita di Krusciov negli Stati Uniti aveva rinnovato lo spirito di moderazione che mai comunque era mancato alla direzione del Psp. Fedele alla politica stalinista della “coesistenza pacifica” praticata dall’Urss, Blas Roca, il segretario generale del Psp, predicava la moderazione e segnalava i pericoli del “sinistrismo” considerata la dipendenza di Cuba dal mantenimento del quadro internazionale e dalle importazioni. Come avvenne 15 anni dopo nella rivoluzione portoghese del 1974, i dirigenti comunisti non facevano altro che accodarsi ai militari, i quali effettivamente si stavano orientando a sinistra, ma lo facevano nonostante e non grazie ai dirigenti del partito.
Nel frattempo si accumulavano le provocazioni dei reazionari con base a Miami, come l’invio di aerei a sorvolare Cuba, e si moltiplicavano le tensioni interne, come le dimissioni del governatore militare di Camaguey ad ottobre, in polemica con le “infiltrazioni comuniste”. Anche se Castro continuava a dichiarare di non essere comunista, dato l’ambiente pieno di contrasti, di fatto chiunque altro facesse una dichiarazione anticomunista si stava allineando, in pratica, all’imperialismo e all’opposizione borghese, cosa molto poco conveniente. Il margine per una politica che provasse a conciliare gli interessi di classe sempre più opposti si faceva estremamente stretto. I rappresentanti della borghesia liberale nel governo diminuivano ad ogni crisi.
Il Che, dopo l’uscita della borghesia liberale dal governo, assunse la presidenza della Banca nazionale, oltre alla responsabilità della sezione di Sviluppo Industriale del Inra (Istituto nazionale della riforma agraria). Il fatto che un dirigente tanto identificato con la sinistra, che apertamente si proclamava marxista, assumesse questa responsabilità, causò un’ondata di “panico finanziario”. Alla fine del 1959, l’ambasciatore Bonsal, fino a quel momento fermo difensore della ricerca di un accordo con la rivoluzione cubana, giunse alla conclusione che “non possiamo sperare in nessun tipo di accordo con Castro”. L’ostilità crescente dell’imperialismo spinse la rivoluzione ancora più avanti. In Guatemala, sebbene la base d’appoggio della reazione fosse debole come a Cuba, il golpe contro Arbenz aveva trionfato. Questo precedente rappresentò un serio monito per i dirigenti guerriglieri.

Le nazionalizzazioni, la chiave per l’avanzata della rivoluzione

Alla fine del 1959 “per le masse cubane, Castro ancora rappresentava non solo una speranza, ma una conquista. Le cooperative agricole erano novità emozionanti. Si stavano distribuendo un po’ di terre. La riduzione degli affitti e delle tariffe del telefono e dell’elettricità avevano aumentato il potere d’acquisto, e per il momento l’inflazione conseguente non aveva colpito i salari. I dazi contro le importazioni dagli Usa e le difficoltà a viaggiare avevano colpito i ricchi, non i poveri. La disoccupazione rurale non era cambiata molto, ma evidentemente l’istruzione e i servizi medici gratuiti erano ora alla portata di tutti, grazie alla riduzione delle spese basilari per tutti quelli che meno potevano affrontarle”.
L’8 gennaio del 1960, l’Inra s’impossessò di 29.000 ettari di proprietà nordamericana, provocando nuove proteste da parte dell’ambasciatore Usa Bonsal. Comunque il governo non cambiò la sua linea, e com’era sua abitudine, procedette a indennizzare i proprietari con buoni da riscattare in 20 anni, con il 3,5% di interesse.
La politica degli Usa continuava a dibattersi tra infinite contraddizioni. Un settore dell’amministrazione repubblicana di Eisenhower temeva che un atteggiamento eccessivamente aggressivo verso Cuba avrebbe prodotto una rottura con questo tradizionale alleato degli Stati Uniti. Non volevano presentarsi a ridosso delle elezioni, che si sarebbero tenute a novembre, prendendosi la responsabilità di un’altra crisi della portata di quella con l’Egitto nel 1956, quando Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez. Il vicepresidente Nixon e la Cia avevano invece un approccio molto più ossessivo, vedevano comunisti sorgere dappertutto, così già alla fine del 1959 era in preparazione un piano militare per destituire Castro. L’esperienza della caduta di Arbenz in Guatemala non solo era ben impressa nella memoria dei dirigenti della rivoluzione cubana, ma rappresentava anche la “facile soluzione” che venne in mente agli strateghi della Cia, anche se col senno di poi si può affermare che fosse un’idea disastrosa per gli Usa.
In verità, per quanto un settore dell’imperialismo americano, che alla fine risultò determinante, si ostinasse a vedere una “influenza comunista” negli sviluppi cubani ciò che è sicuro è che la condotta dell’Urss non fu mai volta ad alimentare nell’isola il processo di rottura con il capitalismo. Thomas a questo proposito riporta come il governo sovietico non fosse all’epoca particolarmente “entusiasta dell’idea che i partiti comunisti prendessero il potere nel nuovo mondo. Evidentemente se ciò fosse avvenuto gli Usa ne sarebbero stati contrariati, cosa che probabilmente sarebbe stata d’ostacolo nel mantenimento del modus vivendi raggiunto con l’Unione Sovietica, e questo allora sembrava un obiettivo politico importante. Stalin ebbe un problema simile con la Spagna nel 1936-1939: se in Spagna si fosse impiantato un nuovo stato comunista, l’avvicinamento all’Inghilterra e alla Francia, che allora erano i suoi principali obiettivi diplomatici, sarebbe divenuto più difficile”. La rivoluzione spagnola fu deliberatamente tradita in ossequio agli interessi della burocrazia russa rappresentata da Stalin, ma anche nel caso cubano la burocrazia del Cremlino non fece nulla per incoraggiare il movimento rivoluzionario. Le aspirazioni dell’Urss erano rappresentate dalla politica confusa e opportunista della direzione del Psp, della quale abbiamo parlato diffusamente. Per i dirigenti dell’Urss l’internazionalismo era accessorio a quelli che essi consideravano i loro “interessi” strategici, ovvero la politica di “coesistenza pacifica” con gli Usa disegnata dagli accordi di Yalta (1945) e la divisione del mondo in sfere d’influenza.
Gli accordi commerciali stretti da Cuba con l’Urss all’inizio del 1960 non avevano un senso politico sostanzialmente differente dalle relazioni commerciali che l’Urss aveva stabilito ad esempio con l’Egitto, senza che questo significasse che gli stalinisti difendessero una rivoluzione socialista nel paese arabo. In precedenza, Cuba aveva già venduto zucchero all’Urss – più di un milione di tonnellate tra il 1955 e il 1958, cioè nel pieno della dittatura di Batista. Detto questo, è ovvio che esistessero tensioni molto forti tra Usa e Urss, nella misura in cui rappresentavano sistemi socio economici contrapposti ed inconciliabili, ma l’asse centrale della politica estera sovietica era mantenere lo status quo e, in ogni caso, alimentare la tensione con “colpi ad effetto” che però non mettessero in pericolo la tranquillità e la stabilità della burocrazia.
Questa fu anche l’opinione di Thomas: “Un accordo commerciale con l’Urss, e perfino uno militare, non esprimevano necessariamente l’accettazione di un’ideologia marxista-leninista, con tutte le conseguenze interne ed esterne che questo comportava. L’Urss forse avrebbe preferito un Castro neutrale piuttosto che un Castro allineato. E se alla fine si allineò, è qualcosa che, ad ogni modo, non può essere attribuito unicamente all’Urss – e forse non le può essere attribuito per niente – semmai principalmente a Castro, più che ai comunisti cubani”. Più avanti: “La rivoluzione cubana non era stata progettata dall’Urss. La rapidità degli avvenimenti aveva colto il governo sovietico di sorpresa. Forse, come sembrava indicare la lettera di Krusciov trasmessa attraverso Alexayev, l’Urss avrebbe preferito una Cuba neutrale a una Cuba alleata”.
L’orientamento che alla fine assunse la rivoluzione cubana fu un fattore di prestigio per la burocrazia russa, che si appuntò una medaglia sul petto in pieno conflitto con la burocrazia cinese, ma fu un processo che appoggiò a fatti avvenuti. Tanto è vero che quando il governo cubano lanciò la politica di nazionalizzazioni alla metà del 1960, Blas Roca, il segretario generale del Psp, difese l’idea che “l’impresa privata che non è imperialista… è ancora necessaria”. Anibal Escalante, impersonando uno degli esempi di cecità politica più grotteschi provocati dalla teoria stalinista delle due fasi, insistette ancora all’ottavo Congresso del Psp, celebrato nell’estate del 1960, che la rivoluzione doveva cercare di mantenere la borghesia “dentro il campo rivoluzionario”. Ovviamente, la realtà non si fermò davanti a queste strane teorie, ma è importante rimarcare che il passo qualitativo che diede la rivoluzione cubana nel 1960 non fu spinto, in nessun modo, dall’Urss o dalla politica del Psp a Cuba.
Al termine della campagna saccarifera del 1960, l’Inra espropriò quasi tutti i terreni destinati alla coltivazione della canna da zucchero di proprietà dei mulini, e li diede in gestione ad un migliaio di cooperative. Tra questi erano inclusi i 111mila ettari appartenenti alla Cuban Atlantic, Cuban American e alle altre grandi compagnie nordamericane, che come al solito furono indennizzate con buoni di pagamento a scadenza ventennale. Non furono toccati i mulini in quanto tali, che avrebbero potuto comprare la canna da zucchero dalle cooperative nel raccolto successivo.
Il 23 maggio il governo avvisava le raffinerie delle compagnie petrolifere operanti a Cuba (Texaco, Royal Dutch e Standard Oil), che avrebbe chiesto loro di raffinare il petrolio russo che sarebbe arrivato in conseguenza degli accordi commerciali siglati in febbraio. Alla metà di giugno, le compagnie risposero che non avrebbero raffinato petrolio sovietico. Il 28 giugno fu approvato il progetto di legge che dava carta bianca ad Eisenhower perché riducesse o sopprimesse la quota di zucchero cubano che importavano gli Usa ogni anno, pari a circa la metà delle esportazioni cubane. Il 6 luglio entrò in vigore la sospensione dell’acquisto di zucchero per l’anno in corso. In risposta il 9 luglio più di 600 compagnie nordamericane ricevettero l’ordine da parte del governo cubano di presentare dichiarazioni giurate sulle scorte di materie prime, riserve, scorte di magazzino e quant’altro fosse in loro possesso, un primo passo verso quella che si sarebbe presto convertita in una nazionalizzazione completa della proprietà nordamericana sull’isola.
Parallelamente l’Urss annunciò che si sarebbe fatta carico di acquistare la quota di zucchero rifiutata dagli Usa. La rapidità con la quale l’Urss firmò questi contratti con Cuba si spiegava per il contesto creato dalla rottura cino-sovietica (nel 1960 l’Urss aveva ritirato gli aiuti alla Cina, dopo anni di tensioni a tutti i livelli), che apriva una chiara competizione tra le due burocrazie per il prestigio internazionale nei differenti ambiti della sinistra e dei movimenti di liberazione nazionale.
Intanto gli Usa avevano richiamato in patria tutti i diplomatici e gli incaricati di rilievo da Cuba, fino a quel momento impegnati a tentare di smorzare le crescenti tensioni tra i due paesi. Gli Usa erano nel pieno della campagna elettorale presidenziale e la questione cubana diventò così uno dei punti centrali di battaglia fra i contendenti. Il candidato democratico Kennedy si fece difensore di una posizione ancora più intransigente del presidente uscente Eisenhower. Nel corso della campagna prese piede una specie di competizione tra democratici e repubblicani per vedere chi risultasse più convincente nella difesa di una politica volta ad “estirpare il comunismo”. Kennedy accusò Eisenhower di aver creato la “prima base del comunismo nei Caraibi”. Eisenhower, dal canto suo, reagì il 13 ottobre con la sospensione di tutte le relazioni economiche con Cuba. Kennedy replicò definendo queste misure come tardive e insufficienti e invocando un intervento militare.
A Cuba la risposta fu rapida. Durante il fine settimana tra il 14 e il 15 ottobre l’Inra espropriò 382 imprese private, comprese tutte le banche, tutti i mulini di zucchero che restavano in mano a privati e 18 distillerie. Dieci giorni dopo venne annunciata una nuova serie di nazionalizzazioni che colpivano 166 imprese nordamericane, tra cui Westinghouse, Coca Cola ed altre importanti multinazionali.

L’invasione della Baia dei Porci

Con l’elezione di Kennedy nel novembre del 1960, quando ormai si era al culmine del processo di nazionalizzazioni, l’invasione da parte degli Usa era considerata a ragione imminente. Questa prospettiva provocava una mobilitazione generale nella popolazione cubana. La Cia, sottostimando clamorosamente le grandi riserve d’appoggio che aveva la rivoluzione, confidava nel fatto che un’invasione avrebbe innescato una rivolta interna che avrebbe fatto cadere Fidel. Secondo i calcoli dell’intelligence statunitense, la controrivoluzione poteva fare affidamento su 2.500 militanti attivi nell’esercito, su ventimila sostenitori nelle città e, al loro seguito, su una quarta parte della popolazione cubana. Nonostante tutto fosse ormai pronto, c’erano negli Usa voci contrarie all’invasione, per le insidie implicite in un coinvolgimento diretto (si sa quando comincia ma non quando finisce) e per gli effetti politici che questo poteva provocare tanto a Cuba come nel resto dell’America latina. Come ebbe a commentare un senatore, “il regime di Castro è una spina infilzata nella carne… non un coltello nel cuore”. Altri si lamentavano dell’impazienza che si stava manifestando nei confronti di Cuba, affermando al contrario che si sarebbe dovuto aspettare, ma l’orientamento predominante fu quello che spingeva ad agire “adesso o mai più”, e che pronosticava una sconfitta dei castristi tanto rapida come quella di Arbenz in Guatemala.
L’invasione cominciò nelle prime ore del mattino del 15 aprile 1961 con un volo di bombardieri americani su cui era stata dipinta la bandiera cubana perché sembrasse una questione interna, ma subito si dimostrò che gli aerei erano in realtà americani, e Kennedy, spaventato dalle implicazioni che ciò avrebbe potuto avere sul piano internazionale, sospese l’appoggio aereo all’invasione. Secondo periti del governo cubano, i 1.500 uomini che componevano il piccolo esercito addestrato per l’invasione avevano posseduto a Cuba prima della rivoluzione 400mila ettari di terra, 10mila case, 70 fabbriche, cinque miniere, due banche e dieci mulini di zucchero. Politicamente lo spettro andava dalla estrema destra a settori risentiti del M26-J che avevano combattuto con Castro, ma che non erano d’accordo con la direzione di sinistra che aveva preso la rivoluzione.
L’esercito guerrigliero era uno strumento insufficiente per far fronte alla pressione militare a cui veniva sottoposta la rivoluzione cubana. In un clima di crescente ostilità da parte degli Usa che preparava l’invasione, Fidel dovette basarsi sulla creazione di milizie popolari, che avrebbero in poco tempo inquadrato 200mila cubani, uomini e donne che “dopo il lavoro quotidiano, si mettevano l’uniforme e prendevano i fucili per otto ore alla settimana, e presidiavano gli edifici pubblici ed altre installazioni importanti perché non fossero attaccati dai controrivoluzionari”.
L’invasione fu un fallimento completo e finì per provare l’appoggio popolare di cui godevano i dirigenti della rivoluzione, oltre a celebrare il funerale del capitalismo sull’isola. Rendendosi conto che le conquiste rivoluzionarie erano minacciate dall’invasione imperialista, la massa della popolazione reagì con determinazione e coraggio per bloccarla. Le varie milizie rivoluzionarie costituite sotto la pressione della mobilitazione popolare facevano a gara tra di loro per guadagnarsi l’onore di essere le prime a schiacciare la reazione. Il popolo e i 200mila miliziani armati capivano perfettamente che la vittoria degli invasori avrebbe significato la fine della rivoluzione: essere ricacciati nella precedente condizione di schiavitù sotto il giogo dei latifondisti, patire nuovamente la fame e condizioni di vita subumane, senza considerare la vendetta dei vecchi padroni che avrebbero scatenato i loro scagnozzi in una feroce campagna di omicidi e torture.
La catastrofe subìta dall’imperialismo fu completa: in soli due giorni, dei 1.400 partecipanti all’abortita invasione, 1.200 furono fatti prigionieri. Fu in questo contesto che, il 16 aprile, durante la sepoltura delle prime vittime tra i miliziani, Castro parlò per la prima volta di “rivoluzione socialista”. Il primo maggio del 1961, il carattere socialista della rivoluzione cubana veniva annunciato alle masse.

La rottura con il capitalismo diventa definitiva

La questione politica più importante da evidenziare in questa situazione è che la rivoluzione doveva avanzare per sopravvivere. Come segnalò il Che in un discorso pronunciato ad Algeri alla fine del 1963: “I grandi latifondisti, molti dei quali nordamericani, sabotarono immediatamente la legge della riforma agraria. Pertanto ci confrontavamo con scelte che si presentano immancabilmente in una situazione rivoluzionaria: una situazione nella quale una volta imbarcati, è difficile tornare indietro. Tuttavia sarebbe stato più pericoloso retrocedere perché questo avrebbe significato la morte della rivoluzione […]. La direzione più giusta e più pericolosa era quella di andare avanti […]. Così quello che noi avevamo ipotizzato, ovvero che sarebbe stata una riforma agraria di tipo borghese, si trasformò in una lotta violenta”. Il Che condensò in questa frase delle preziose lezioni per comprendere il carattere della rivoluzione cubana e quello che dovette fare per sopravvivere.
In realtà i dirigenti guerriglieri aspiravano a una rivoluzione borghese che permettesse loro di portare a compimento le misure democratiche e la riforma agraria, ma per i latifondisti e per l’imperialismo perfino i provvedimenti più modesti della rivoluzione erano inaccettabili e lo erano tanto per il loro contenuto intrinseco, nella misura in cui colpivano il potere e i privilegi degli imperialisti e dei loro alleati nell’isola, quanto per l’effetto che avevano sulle masse, che risultavano galvanizzate da ogni vittoria, accentuandone lo stato di agitazione e radicalizzazione.
Il processo rivoluzionario cubano contiene un’altra lezione chiave per qualsiasi rivoluzione oggi in America Latina: tutte le aspirazioni alla sovranità nazionale e all’indipendenza dall’imperialismo possono essere raggiunte solo con una politica risolutamente socialista che si imponga l’abbattimento del capitalismo come primo compito. Non c’è alcuna possibilità di sovranità finché non venga spezzato il giogo del capitalismo e lo schiacciante dominio del mercato mondiale e dei grandi monopoli imperialisti. Tracciare una via nazionalista di liberazione rispettando i limiti del capitalismo è stato, per decenni, una fonte di disastrose sconfitte per i movimenti rivoluzionari in America latina e nel resto del mondo. L’esempio di Cuba è significativo: la sovranità nazionale fu affermata nel momento in cui la rivoluzione espropriò la borghesia locale, la proprietà imperialista, i latifondisti, e ruppe definitivamente con il capitalismo. L’inizio fu questo, niente di più e niente di meno.
Garantire le conquiste della rivoluzione e la sua estensione esige anche, e questo è fondamentale, il trionfo della rivoluzione socialista in America latina e nei paesi capitalisti avanzati. Questo è un aspetto decisivo che affronteremo più avanti.

Jordi Rosich



Puntate precedenti:
La Revolución (1 pt)
Guerra de Guerrillas (2 pt)

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