In Gold We Trust

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Negli ultimi tempi, a fronte degli effetti devastanti prodotti sui risparmi, sui consumi e sulle economie del mondo dagli squilibri e dagli eccessi causati dalla crisi, siamo stati letteralmente sommersi da studi economici e analisi finanziarie: il Rapporto dei Trenta (a guida Paul Volcker), il Rapporto Larosière (a guida Jacques de Larosière), ecc...
Buona parte dei loro suggerimenti sono stati poi adottati dai rispettivi governi nazionali e dall'Unione Europea.
Si può dunque stare tranquilli ed aspettare la ripresa?
La ripresa ci sarà prima o poi, c'è da esserne sicuri, ma non sarà affatto protetta da nuove crisi. Questo perché la stessa attenzione con cui ci si è dedicati ai rimedi da apportare in campo finanziario è finora mancata per un altro aspetto da cui dipende la stabilità delle economie che hanno provocato od accentuato la crisi: la politica monetaria.
Fissare nuovi macroindicatori di stabilità finanziaria e rivedere in senso più severo gli standard prudenziali per i prodotti finanziari e le attività bancarie è indubbiamente più facile che intervenire in campo monetario.
Il governatore della Banca Popolare Cinese, Zhou Xiaochuan, ha fatto scalpore quando, prima dell'ultimo G-20, ha dichiarato la necessità di una riforma del sistema monetario internazionale, proponendo l’istituzione di una moneta mondiale (global currency) svincolata da qualsiasi rapporto con una entità statale emittente.
Da quando infatti Richard Nixon, il 15 agosto del 1971, disancorò il dollaro dall'oro, decidendo di mettere fine al sistema di cambio che aveva governato il mercato mondiale dalla fine della seconda guerra mondiale, il sistema dei cambi fissi di Bretton Woods è crollato definitivamente ed è venuta meno, per decisione unilaterale statunitense, l'economia del "liberismo controllato", fatta di regole e procedure concordate tra i paesi.
Da allora in poi tutto è stato dominato dal Mercato Finanziario Globale, di fatto controllato attraverso la supremazia economica a livello internazionale degli Usa. Fino a quando il dollaro era ancorato all'oro e alle altre valute, gli Usa dovevano operare rispettando quella parità e non potevano distribuire arbitrariamente la propria moneta per il mondo, generando al contempo inflazione.
Dal 1971 in poi, invece, gli Stati Uniti sono liberi da ogni vincolo monetario e sono di fatto in grado di finanziarie operazioni all'estero semplicemente stampando la "loro" moneta, ampliando così la loro influenza economica e politica a livello mondiale.
Ma questo regime, checché ne dicano gli economisti, di fatto già non è più capitalismo, bensì imperialismo.
La moneta di un singolo Paese non può infatti servire, allo stesso tempo, gli interessi della sua economia nazionale e quelli dell'equilibrio economico mondiale... a meno che le due cose non coincidano, appunto.
Usare a livello internazionale una moneta nazionale comporta che quando le Banche Centrali, in fase di crescita economica e liquidità monetaria, accantonano ed incrementano le proprie riserve, queste riserve assumono, necessariamente, la forma di dollari.
Questo a sua volta determina un aumento della domanda del biglietto verde, circostanza che consente agli Stati Uniti di finanziare il proprio deficit a costi irrisori: il costo della carta moneta e dell'inchiostro.
Non solo. Attraverso la loro moneta gli Stati Uniti hanno di fatto un potere di controllo economico enorme.
Un esempio? Agli americani per uscire dalla crisi, per esportare di più e consumare di meno, è sufficiente svalutare il “loro” dollaro, magari come effetto di una crescita del debito pubblico. E per loro questo sarebbe un modo come un altro per condurre una guerra (di tipo economico-commerciale) con altri mezzi.
In questo modo verrebbero infatti con un sol colpo polverizzati i proventi dei surplus commerciali realizzati con le esportazioni verso gli Usa e nel contempo svalutati anche gli immensi crediti che tutte le altre nazioni, prime fra tutte la Cina, vantano nei confronti della riserva federale statunitense attraverso i titoli di stato (Treasury Bond).
Per questo motivo, ogni volta che si torna a parlare della necessità di un rinnovato coordinamento monetario a livello globale e della costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale, l'agenda degli organismi internazionali trova puntuale il veto del governo americano.
Già Keynes aveva suggerito la creazione di una moneta, il "bancor", accettata da tutti i paesi a saldo dei debiti esteri. In preparazione di Bretton Woods la sua tesi fu però aspramente contrastata, guarda caso, dal ministro del tesoro americano H.D. Whites. Tra le due tesi prevalse quella degli Stati Uniti. Fu una scelta che da allora determinò la distribuzione delle risorse mondiali a favore degli Usa
Pechino sta ora elaborando una strategia di uscita dalla dipendenza dal dollaro. Dal 2005 lo yuan renmimbi è ancorato ad un paniere di monete e non più alla sola divisa Usa.
La Cina ha anche indicato con estrema chiarezza le linee di riforma dell’ordine monetario internazionale che proporrà in sede internazionale, dichiarando di puntare alla costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale americana e affidata interamente ai Dsp (Diritti speciali di prelievo, Special Drawing Rights, SDR) sotto il controllo di un Fondo Monetario Internazionale (FMI), opportunamente rinnovato e potenziato, quindi reso meno dipendente dal controllo Usa.
Una posizione che spiazza la proposta di riforma avanzata qualche anno fa dal premio Nobel Ernest Mundell e che punta alla costituzione di una moneta internazionale “paniere” (basket currency), indicata come DEY (dollaro, euro, yen), che dovrebbe essere composta da diverse monete, con la partecipazione essenziale di quelle oggi dominanti (appunto dollaro, euro, yen), e che dovrebbe essere istituita con un percorso istituzionale simile a quello che ha caratterizzato la nascita dell’euro, cioè individuando, in una prima fase di attuazione, bande di oscillazione controllate tra le tre monete aderenti, per poi giungere nella fase finale alla definizione di parità fisse.
L’assetto dell’ordine monetario internazionale, secondo questa proposta di Mundell, dovrebbe prevedere l’esistenza di un nucleo di monete forti legate tra loro da accordi di cambio fisso (currency peg) intorno al quale si muoverebbe una periferia di divise più deboli mantenute entro bande di oscillazione più o meno ristrette, con meccanismi di parità mobile (crawling peg) o di fluttuazione manovrata (manged floating).
L’approdo definitivo dovrebbe essere l’istituzione dell’INTOR, una moneta paniere mondiale basata per il 50% sulle cinque divise più forti (il cui peso verrebbe così ripartito: 22,5 % dollaro USA, 14,5% euro, 7,5% yen, 5,5% sterlina inglese) e per il 50% legata all’oro. Accordi di cambio fisso generalizzati regolerebbero poi il rapporto tra l’INTOR e le altre monete.
L’INTOR sarebbe sostanzialmente controllato dai paesi con maggior peso economico e quindi ricondotta agli interessi di specifiche sovranità nazionali. Per questo non sfuggirebbe al noto Dilemma di Triffin, secondo cui il paese che emette moneta internazionale deve accettare crescenti disavanzi delle partite correnti al fine di soddisfare la domanda mondiale di moneta di riserva, ma nello stesso tempo i crescenti deficit indeboliscono la fiducia nella solidità della moneta nazionale usata come standard internazionale. Pertanto: o il sistema monetario internazionale crolla per una crisi di fiducia nella moneta di riserva internazionale, o l’economia mondiale si trova di fronte ad una grave deflazione per l’insufficienza di mezzi di pagamento internazionali.
La proposta di Mundell non elimina questa contraddizione, ma la divide tra diversi centri di responsabilità, configurando soltanto la prospettiva una politica monetaria internazionale più condivisa. Il peso del 50% del valore dell’INTOR affidato all’oro, aggraverebbe inoltre la situazione, in quanto reintrodurrebbe nel sistema monetario internazionale tutti i problemi legati all’uso di una moneta merce (commodity money) con fluttuazioni del suo valore che finiscono per essere esogenamente determinate.
La soluzione per evitare le contraddizioni generate dall’uso di una moneta nazionale come standard internazionale fu fornita dallo stesso Triffin già all’inizio degli anni Sessanta, quando con estrema lucidità aveva previsto la fine del sistema basato sulla convertibilità aurea del dollaro. La sua proposta prevedeva di istituire una moneta mondiale indipendente da ogni sovranità nazionale sul modello del bancor, l’unità di conto che Keynes aveva definito nel suo piano presentato alla conferenza di Bretton Woods.
Per il governatore Zhou Xiaochuan, il modello ideale di moneta mondiale, capace di rimanere stabile nel lungo periodo, resta ancora il bancor keynesiano, ma riproporre la sua attuazione in tempi brevi richiederebbe una coraggiosa e straordinaria visione politica che oggi non è ancora maturata. E allora Zhou Xiaochuan propone un percorso intermedio, di breve periodo, che punti ad una riforma dei Diritti Speciali di Prelievo.
Gli scettici però sostengono non sia possibile rimpiazzare il dollaro come valuta di riserva mondiale con i Dsp, per la semplice ragione che i Dsp non sono una valuta.
Un Dsp non può essere utilizzato per fare acquisti di alcun genere, non può essere trattato e tanto meno toccato. Per calcolarne il valore bisogna mettere insieme dati di organizzazioni internazionali quali il FMI, l'Andes Reserve Fund, l'Arab Monetary Fund o la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea. I Diritti Speciali di Prelievo non esistono. Solamente una valuta emessa da un governo può conferire un valore specifico ai Dsp.
I Dsp sono solo particolari unità di conto, il cui valore è basato su un basket delle cinque principali valute (secondo i seguenti pesi: 45% dollaro USA, 29% euro, 15% yen, 11% sterlina inglese) e sono assegnati a ciascuno dei 185 paesi aderenti al FMI in proporzione alle loro quote di partecipazione.
Il legame dei Dsp con le monete che ne costituiscono il valore è solo indiretto, poiché la loro esistenza è determinata soltanto in base ad un accordo associativo (le quote di partecipazione). La loro gestione è affidata alle autorità del FMI che così dispongono di uno strumento di liquidità internazionale interamente sotto il loro controllo e che è utilizzabile per correggere gli squilibri tra i paesi membri.
Qualsiasi paese del FMI che registri un deficit può “cedere”, come in un gigantesco Monopoli, i Dsp di cui è in possesso ad un altro paese che è obbligato ad accettali, cedendo in cambio propria valuta.
Entro certi limiti (pari a tre volte la quota netta assegnata) gli squilibri commerciali possono essere corretti da un paese senza far ricorso alle riserve accumulate o all’indebitamento estero e i Dsp nella sostanza hanno lo stesso ruolo che riveste un’apertura di credito da parte di una banca.
Con la loro istituzione, comunque, il FMI accettò sostanzialmente il principio che la creazione e la gestione della liquidità internazionale non possono essere affidate interamente alle politiche dei paesi che per determinate circostanze si trovano ad emettere la moneta accettata come riserva internazionale, ma devono essere governate da istituzioni internazionali che rispondono ad una logica di cooperazione.
Il punto è che i Dsp, attualmente, possono essere convertiti in dollari e in altre valute presso il FMI e possono essere usati in transazioni trai Paesi membri, ma non possono essere usati nelle altre transazioni effettuate dalle Banche Centrali e dai Governi nazionali, non possono essere usati per intervenire sui mercati valutari o in transazioni commerciali con operatori di mercato. Insomma i Dsp, così come sono ora, non rappresentano un'unità appetibile per le riserve dei Governi nazionali (per questa limitazione i DSP rappresentano attualmente soltanto l’1% delle riserve in valuta dei paesi membri del FMI).
Tuttavia Zhou Xiaochuan riconosce che i Dsp possono costituire, per le caratteristiche che posseggono, il nucleo da cui è possibile gradualmente sviluppare un vera e propria moneta mondiale (e nello stesso senso si è espressa recentemente anche una Commissione di Esperti dell’Onu).
Per raggiungere questo scopo egli propone innanzitutto di consentire ai privati l’uso dei Dsp come mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali e finanziarie, abolendo la regola restrittiva che fino ad oggi ha impedito la loro trasformazione in una vera e propria moneta internazionale. Attualmente l'unico modo che abbiamo per avere a che fare con i Dsp è se una compagnia aerea smarrisce il nostro bagaglio.
La Convenzione di Montreal specifica infatti che, se i bagagli non vengono recuperati e restituiti entro 21 giorni dall'arrivo atteso, si riceveranno come compensazione 1.000 Dsp, il che, ai prezzi odierni, equivale a circa €955 o $1.500 o ¥159.000.
Zhou Xiaochuan suggerisce l’approvazione immediata del cosiddetto IV Emendamento al Trattato costitutivo del FMI (Articles of Agreement) proposto nel 1997 durante la "crisi asiatica", che prevede il raddoppio dei Dsp in circolazione (portandoli al valore nominale di 42,8 miliardi) e la loro utilizzazione su criteri paritari da parte di tutti i membri (attualmente i paesi che hanno aderito al FMI dopo il 1981, circa un quinto del totale, ne sono rimasti esclusi).
Un ulteriore passo dovrebbe essere la creazione di assetti finanziari denominati in Dsp per incentivare la loro utilizzazione. Ovviamente l’istituzione dei nuovi Dsp sarebbe accompagnata da una riforma dei pesi con i quali attualmente è calcolato il loro valore. Per Zhou Xiaochuan è necessario innanzitutto allargare il paniere di riferimento includendo le monete di tutte le maggiori economie, e senza dirlo direttamente il governatore della People’s Bank of China di fatto candida la divisa cinese, lo yuan renmimbi, ad assumere un ruolo fondamentale nel nuovo sistema monetario internazionale.
Il FMI dovrebbe poi accentuare il suo carattere di deposito (pool) di riserve monetarie utilizzabili dai vari paesi per far fronte ai propri squilibri senza far ricorso al mercato dei cambi, evitando così di generare instabilità sistemica. Insomma il FMI in prospettiva dovrebbe assumere il ruolo di una stanza di compensazione (proprio come Keynes stesso aveva inizialmente proposto), dotata di una propria unità di conto, i Dsp appunto, utilizzata esclusivamente per le transazioni internazionali.
Sarebbe così superata quella che Zhou Xiaochuan definisce una situazione eccezionale, poiché l’uso di una moneta fiduciaria sotto il controllo e la responsabilità di un’unica autorità statale, così come avviene dal 1971 (data della dichiarazione di inconvertibilità del dollaro) costituisce un evento unico nella storia monetaria ed estranea ad ogni nozione di scienza economica.
Il problema è che chi investirà in titoli Dsp preferendoli al dollaro chiederà inizialmente un rendimento maggiore per via della novità. Disponendo invece di più liquidità e del vantaggio del first-mover, il dollaro si è rivelato per questo motivo sempre imbattibile, anche per l'euro.
Per annullare questo dominio serve “qualcuno” che agisca come market-maker, sia per le transazioni private che per quelle pubbliche, e che sovvenzioni in una prima fase il mercato dei Dsp. Questo qualcuno dovrebbe essere il FMI, che dovrebbe cominciare a comprare e vendere Dsp da tutti e a tutti, privati e pubblici, con scarti ridotti denaro-lettera per essere competitivi col dollaro. Ma il punto è che il FMI è di fatto dominato e controllato dagli Usa (la Cina ha una quota di 3,72 , gli Usa una quota di 17,09!). E questo spiega tante cose.
Ma non è solo un problema monetario.
Il controllo economico mondiale dipende anche dalle variazioni di prezzo del greggio, capace di influire sulle economie di tutti i paesi.
Robert Wescott, assistente speciale di Clinton per la finanza e l'economia internazionale al National Economic Council (NEC) ha ammesso di recente che aumentare il prezzo del petrolio è come “tassare” il Prodotto Lordo Mondiale.
Ora: qual è il paese che detiene il controllo, diretto o indiretto, delle principali riserve petrolifere del mondo? Di che nazionalità sono le società petrolifere che hanno il monopolio delle attività estrattive? Dove ha sede la borsa mondiale dei “futures” sul prezzo del greggio? Chi, attraverso il controllo del petrolio, dal giacimento alla pompa, ci drena risorse e ricchezza?
Semplice, la risposta a tutte queste domande è, ancora una volta, una sola: gli STATI UNITI. (D*)

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