La Libertà

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Oggi nelle società progredite c'è apparentemente maggiore libertà. Sembra la libertà addirittura regni ovunque sovrana. Il neoliberismo ha fatto della “deregulation”, che poi viene intesa come la massima espressione della cosiddetta libertà di Mercato, non solo il principio cardine della produzione, degli scambi commerciali e dell'organizzazione economico-finanziaria, ma anche il principio base su cui modellare, in ambito sociale, i comportamenti individuali e collettivi.
Si pretende, in questo senso, che non ci sia norma, precetto, regola o decisione etico-sociale che possa affermarsi senza per questo doversi confrontare con una pretesa, asserita libertà individuale, la stessa che un tempo veniva guardata con sospetto perché ritenuta pericolosa per l'ordine sociale.
Eppure, a dispetto di tutto, questa stessa libertà tanto sbandierata non ha portato felicità. In verità l'aspetto da non trascurare è che nella società del consumo di massa l'offerta di libertà è accompagnata da una trasformazione profonda di quelli che sono i valori e i principi essenziali di Umanità.
Alle leggi di Umanità (che poi, non dimentichiamo, sono leggi di Natura) si sono sostituite, in nome del progresso, le leggi di Mercato, che hanno spodestato anche le leggi della politica, sostituendole con quelle della tecnica.
Il problema fondamentale, tuttavia, è che laddove i principi di Umanità hanno limiti certi ed uno scopo ben preciso, quelli del cosiddetto progresso non hanno in vista alcuno scopo che non sia quello dello sfruttamento illimitato, grazie alla tecnica, dell'universalità dei mezzi, delle risorse e persino delle persone.
C'è inoltre un secondo aspetto che non va trascurato: la Coscienza.
La Coscienza, per esser tale, deve tener conto anche dei suoni dissonanti, ma il consumismo e la società di massa postulano invece il consenso unanime, l'appartenenza assoluta, l'inclusione secondo un modello di conformità prestabilito ed unico.
Lo stesso mondo globale, fatto della sola realtà voluta e diffusa dai mezzi di comunicazione di massa, non è, in fondo che un aspetto di questo più generale processo di “massificazione”, in particolare quello che trova espressione nel mito della “comunicazione perfetta”.
Ovviamente il consenso, l'omogeneità, l'unanimità, la conformità non sono Libertà, sono il cimitero della Libertà.
Non dimentichiamo che l'esercizio della Libertà presuppone la Responsabilità. Ma una libertà siffatta, una Libertà responsabile, nella società dei consumi non può essere accettata e neppure voluta.
Non può essere accettata, perché la responsabilità presuppone una scelta, e ogni scelta implica una perdita. La scelta, infatti, non è mai un guadagno assoluto, secondo la falsa logica spacciata dal progresso consumistico, perché scegliendo, e facendolo secondo valori etico-morali di Umanità, avremo comunque un vulnus, una perdita, un sacrificio, una rinuncia. E il consumismo tende invece ad imporre la falsa ed illusoria convinzione che tutto in fondo possa essere ottenuto, comprato, venduto, scambiato e usato, comprese le persone, con implicazioni (etico-morali) zero e un saldo (in termini di godimento e felicità) sempre positivo.
Ma una Libertà vera, dicevamo, neppure è voluta, perché siffatta libertà importerebbe il tormento della scelta, l'incertezza della decisione, l'insicurezza dell'agire, la preoccupazione di aver compiuto la scelta giusta, l'angoscia di essere in procinto di commettere un errore, la pena di nuocere, di far del male. Tutte cose a cui oggi nessuno pensa più, né si preoccupa.
Questo spiega, allora, perché la società dei consumi si serva di un falso modello di libertà proprio per sfuggire la Libertà vera, inevitabilmente segnata dalla fatica di dover sostenere la propria posizione in termini di scelta. E riesce a farlo semplicemente bypassando la scelta, vendendoci cioè già bell'e pronta la scelta giusta per ogni occasione, la decisione da prendere in ogni situazione, cosa pensare e cosa dire di qualunque cosa.
In questo modo la società dei consumi sostiene la libertà individuale allo stesso modo in cui un cappio sostiene l'impiccato: si serve proprio della libertà per “strozzare” l'individuo con la forza del suo stesso peso (del suo stesso pensiero, della sua stessa decisione e/o azione), continuando ad alimentarne un sogno deviato (e deviante) di libertà.
La nostra è una società che dona l'illusione di vivere nella libertà sottraendosi all'etica della responsabilità che la libertà necessariamente comporta, diffondendo un concetto rozzo di libertà, quello che spesso ci capita di sentire da chi ne fa uso e abuso per la sua propaganda politica, ideologica, mercantile, di vita, ecc...
Per parlare di cose concrete, questa è la libertà rivendicata da Berlusconi per il suo modo disinvolto di fare l'imprenditore, il capo di governo o il padre di famiglia. Ma è anche la miserabile libertà che si vuole spacciare nello spot pubblicitario di un'automobile, dove c'è un uomo tutto felice della sua scatoletta di latta nonostante il puttanaio che gli ruota attorno. Tre matrimoni falliti alle spalle, figli piccoli sparsi a destra e manca, un quinto più grande avuto da una sveltina occasionale e un altro forse avuto da una scopata con la vicina di casa. Lui si fa forse problemi? Macché... Questa sì che è libertà, sembra volerci dire con la sua faccia da stronzo tutto sorridente.
Perché questi, come diceva George Carlin, “sono i tempi del fast-food e della digestione lenta, dei grandi uomini e dei piccoli caratteri, dei ricchi profitti e delle povere relazioni. Questi sono i tempi di due redditi e più divorzi, case più belle ma famiglie distrutte. Questi sono i tempi dei viaggi veloci, dei pannolini usa e getta, della moralità a perdere, delle relazioni di una notte, dei corpi sovrappeso e delle pillole che possono farti fare di tutto, dal rallegrarti al calmarti, all'ucciderti.” Questa è la libertà che ci spacciano!
E qui il discorso si fa, se possibile, ancora più concreto, perché una conseguenza universalmente riconosciuta di questa forma di libertà individuale è che siano sufficienti i soldi per comprarla, e con essa ovviamente ottenere la felicità. Se si è ricchi non solo si può cambiare macchina, ci dice lo spot, ma si possono anche mantenere tre o quattro donne (o cosiddette compagne) come uno sceicco, e queste, alla faccia dell'emancipazione e della dignità (sich... anche le donne fanno mercato quotidiano della loro libertà e dignità), saranno tutte lì felici e sorridenti ad accoglierci al nostro arrivo. Si potranno anche seminare figli dove e con chi capita (magari poi ci chiamano anche “papi”). Insomma, si può godere della stessa libertà dei cani. Ma la Libertà, come canta Gaber, non è mica questa...
La conseguenza logica inevitabile è che in questa illusoria rincorsa alla Felicità, ottenuta “comprando” la finta libertà, si fa sempre più profonda la divisione “umana” tra i ricchi e i poveri, individuati senza incertezza negli “sfigati”, gli esclusi dal banchetto del consumismo.
Ciò comporta, come linea di tendenza, la "degradazione umana" del povero. Il povero nella società dei consumi non è solo chi manca del necessario per vivere, ma anche chi manca del superfluo! Chi è escluso dal mondo dei consumi viene sospinto a forza e saldamente rinchiuso all'interno di mura invisibili, ma del tutto tangibili, che dominano i territori dell'emarginazione. Si tende a considerarlo umanamente inferiore solo perché non può essere uniforme, così denunciando, in modo a tutti evidente, la sua carenza economica. Se non ha il BlackBarry, se non porta il Rolex, se non guida una BMV è una nullità, questa è l'equazione.
Proiettando questo meccanismo con strumenti di scala (marketing, comunicazione di massa, pubblicità) è del tutto evidente come la società dei consumi aumenti considerevolmente la sensazione dell'insicurezza e dell'incertezza individuale, convincendo le persone che l'immagine possa condizionare il loro modo di essere, che il possesso di certe “cose” sia essenziale, indispensabile, per essere, anche solo sentirsi o essere percepiti, persone umane.
Questo meccanismo è così pervasivo e condizionante da impedire alla gran parte delle persone, alla massa, di rendersi conto che tutte questi oggetti di consumo non aggiungono in realtà nulla alla libertà di chi è libero, ma solo paura ed angoscia legate al fatto di averne bisogno, al doverli rincorrere ossessivamente, al doverli pagare al prezzo della vita e della Libertà vera.
Una conferma tangibile, casomai ce ne fosse bisogno, del fatto che la Libertà di chi è libero richiede, per il suo esercizio, la libertà di tutti. Se appena ci emancipiamo dalla concezione rozza della libertà che ci viene propagandata dai modelli di consumo, non possiamo non renderci conto, infatti, che la Libertà è da subito una relazione sociale.
Se si dà un prezzo alla libertà individuale, la mia e quella degli altri, saremo infatti tutti infelici.
Se la Libertà non è più valore supremo di Umanità ma metro (costoso) in base al quale ogni virtù o vizio viene valutato dalla società, si reifica inevitabilmente la felicità, quindi la si smarrisce.
Se dominano la volubilità dei gusti, delle sensazioni, delle relazioni e dei costumi, così come vuole la società dei consumi, che può progredire solo quando la gente non si attacca più a nulla, ogni atteggiamento si fonderà sul breve periodo, la durevolezza verrà svalutata... e con essa ovviamente la Felicità, che non potrà mai essere durevole.
Alla fine, insomma, la società dei consumi di massa, per il nesso strutturale che lega la fruizione dei valori da essa promossi, non è in grado neppure di difendere quella stessa Felicità che vorrebbe garantire. (D*)

2 commenti:

  1. per certi aspetti , la libertà, rimarrà sempre un sogno....togli "certi" beni materiali, e vedi che zombi vanno in giro...feriti e offesi nell'anima .... sarebbe peggio che se non avessere il pane da mangiare... ci scommetto ...ciao R.

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  2. Troppo facile, vinceresti sicuro la scommessa.
    Ciao, D.

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