Así me dijo el Don Durito..

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Que el maquillaje no apague tu risa,
que el equipaje no lastre tus alas,
que el calendario no venga con prisas,
que el diccionario detenga las balas.


Lo so, è difficile da credere anche per me. Se vi racconto quanto segue non lo faccio perché sia indispensabile qualcuno di voi mi creda, ma per spiegarvi come sono arrivato a scrivere certe cose. E sopratutto per non darvi l'impressione sbagliata. Oggigiorno, infatti, è meglio non apparire intelligenti. Per la verità, meglio ancora neppure esserlo, intelligenti. Si fa presto, dopotutto, a passare da intelligente a noioso, e si sa che è sempre meglio essere cretini esuberanti e spiritosi che intelligenti e tediosi. Ma, ahimé, non basta. Dato che sono un professionista (si fa per dire...) e tutti sembrano pensare che io abbia dietro la schiena uno zaino pieno di risposte, la gente mi rivolge continuamente domande, e non solo legali. Pensano bene, insomma, di sfilarmi qualche panacea gratis. A volte mi si rivolge gente disperata come a un consolatore degli afflitti e si passa rapidamente dalle questioni giuridiche ai conti non saldati, per poi finire ai dilemmi e grovigli emotivi e sentimentali. E tutto questo perché fuori dal mio giro, quello dei tribunali intendo, s'incontra spesso lo strano preconcetto secondo il quale esisterebbe un aggeggio mentale capace di sistemare l'infelicità.
La cosa ha grande diffusione in internet dove potrete facilmente trovare chi, dopo due battute, è sicurissima/o di aver capito tutto, ma proprio tutto di voi. Sei narcisista. No, non sono narcisista. Hai il complesso di... No, mai avuto complessi in vita mia. Sei spocchioso. No, diciamo che non sono a corto di comprendonio. Una lotta continua con psicologi e psicologhe d'accatto. Alla fine ci si rende conto che è una battaglia persa, perché si aggiunge, ma non si corregge. E perché si è definiti in negativo: non sono questo, non sono quello e neppure quell'altro.
Questo spiega quindi, vita reale o virtuale che sia, la necessità di un comportamento “benevolente” anche quando, in realtà, contrasta con intimi e prepotenti impulsi di “malevolenza”. L'istinto sarebbe quello di staccare la testa dell'interlocutore, ma sappiamo anche che a volte adottare un comportamento cordiale e accattivante rende perplessi gli idioti, come direbbe il maestro Sun-Tzu, i quali subito dopo cominceranno a chiedersi in cosa hanno sbagliato.
I problemi veri, comunque, sorgono quando si incontrano persone che si ostinano a fare domande (sempre le stesse) anche quando mostrano di non gradire le risposte (scontate). A quel punto tutto diventa così noioso, ipocrita e degno di essere dimenticato, da restare sorpresi che la propria coscienza... Ebbene sì, contrariamente a quanto si è solito credere, anche gli avvocati ne hanno una, sennò cosa venderebbero (a caro prezzo e dietro regolare contratto) al diavolo? Ma dicevamo della coscienza; alla fine si resta sorpresi che la propria coscienza si dia ancora la pena di fare il proprio dovere. Onestà? Rettitudine? Senso etico? Oppure ostinazione? Cocciutaggine? Come sia sia, è vero che Nietzsche diceva che quel che non uccide rende più forti, ma non aveva considerato che quel che non uccide può essere ugualmente scomodo, tipo, ad esempio, un bel raffreddore da fieno.
Lungi da me l'intenzione adesso di raccontare gli inizi della mia allergia di coscienza al Sistema e alla massa di persone che lo compongono, anche perché dovremmo risalire all'infanzia, e con la mia pervicacia assoluta e la mia memoria zelante (pessime qualità congenite dei legulei) finiremmo per far notte.
Dirò allora, per farla breve, che svignarsela ogni tanto è un'onorata tradizione filosofica. Si butta giù a calci la porta del pensiero e ci si dà al “vagabundeo”, col passamontagna o il casco.
Fu durante una di queste pause col “pilota automatico” che mi capitò di incontrare “il Maestro”: Don Durito de la Lacandona. Stavo seduto su una panchina di fronte al mare quando mi vedo arrivare uno scarafaggio (anche se Lui dice d'essere uno scarabeo) col passamontagna e con la pipa che sbuffa nuvole di fumo come una locomotiva. La prima cosa che mi chiese, naturalmente in spagnolo, fu del tabacco, la seconda dei cornetti al prosciutto e formaggio.
Da quel primo fortuito incontro è iniziato tutto. Adesso mi fa visita regolarmente, dopo aver attraversato l'oceano a bordo della sua scatoletta di sardine a vela, da lui battezzata M.X. Intergalattico. Mi racconta del Sub, suo apprendista e discepolo; mi parla con sapienza ed erudizione di ogni ramo dello scibile; mi dà consigli e suggerimenti di varia natura. Il tutto in cambio di tabacco e cornetti, ovviamente.
L'ultima volta che ci siamo visti è stato domenica scorsa. Io rientravo dall'edicola e me lo sono trovato inaspettatamente davanti casa. Nuvolette di fumo si levavano nervose dalla pipa, mentre il Maestro passeggiava incessante avanti e indietro sullo zerbino.


Dopo un attimo di sdegnato silenzio cominciò a parlare e la conversazione è stata più o memo questa:
Durito: - Ma insomma, tra te e il Sub non si sa chi è più introvabile... Diamine, attraverso l'oceano e poi neppure ti trovo in casa. Mi tocca aspettare davanti la porta come un garzone di latteria...
Io: - Scusa Maestro, ero arrivato all'edicola e...
Durito: - Scusa un corno! Io ho degli impegni importanti, cosa credi? Non ho mica tempo da perdere, io! A proposito, dov'è il tuo passamontagna d'ordinanza?
Io: - Ma porto il casco, non è la stessa cosa?
Durito: - Nient'affatto! Vuoi fare il rivoluzionario o no? Vuoi essere mio discepolo o no? Insomma, deciditi: o ribelle o avvocato...
Io: - Sì, ma il collega Fidel...
Durito: - Ma che Fidel... Quelli di Fidel erano altri tempi, allora gli avvocati erano ancora persone, adesso invece cosa siete?
A questo punto ammetto d'essermi un po' spazientito, tanto d'aver replicato: - Certo non scarafaggi!
Durito: - Come osi, fellone... Scarafaggio a me? Per tua norma e regola io sono il grande Don Durito de La Lacandona. Il Cid redivivo, colui che di buon ora si è cinto con la spada. Io sono il padrone e signore dell'inconfessabile ed appassionato sogno delle femmine di tutte le età. Colui di fronte al cui passo i maschi scoprono la testa e si riconoscono imperfetti. L'eroe che rimpicciolisce qualsiasi superficie neoliberale nell'immaginazione dei bimbi. Io sono il fortunato, colui la cui spada supererà le prodezze di Don Rodrigo Diaz de Vivar, di Minaya, di Martin Antolinez, di Pedro Bermudez e di Muño Gustioc. Io sono colui che è temuto dal villano d'Irlanda, l'incubo del ladro che si nasconde a Manhattan. Io sono colui che è nato nel momento giusto. Io sono l'ultima speranza e la prima di tutti gli sventurati e nasoni scudieri che vagano senza meta né fine come te e il Sub. Io sono...
Io: - Uno scarafaggio!
Durito: - Uno scarabeo, prego! Un coleottero lamelleicorneo di nobili origini, per essere precisi... E tu invece sei di origini incerte e pure brutto come il Sub. E come il Sub faresti bene ad andare sempre con la faccia coperta, che se ti vedono si mettono paura donne e bambini.
Io: - E va bene, finiamola qua... Chiedo umilmente scusa.
Durito: - Scusa un corno! (e non certo il mio) Puoi comportarti male quanto ti pare, ma qualunque cosa tu dica, vedi di darmi subito del tabacco.
Apro la porta e lo faccio entrare. Mi dirigo verso il tavolinetto all'ingresso e dopo essermi tolto il casco e posato il giornale, gli porgo la mia scatola di legno col tabacco. Mentre il Maestro ricarica la pipa ne approfitto per togliermi anche la giubba e... sfilare la fondina con la pistola.

Lui mi vede di sottecchi e non può trattenersi: - Ma allora è una fissazione, questa tua e del Sub...
Io: - Beh, sai come si dice, meglio averla e non averne bisogno, che averne bisogno e non averla.
Durito: - Sì, ma se poi la si ha, la si usa.
Io: - Non necessariamente. Si usa prima la dialettica, solo quando quella non funziona si passa alla 357magnum. E ti garantisco che averla in pugno dal lato opposto alla canna è come essere dal lato giusto di un dialogo socratico: tutto diventa magicamente chiaro, limpido, cristallino, maieutico anche per l'ultimo degli idioti.
Durito: - Vedo che ormai tra te e il Sub è un'osmosi.
Io: - Che vuoi farci, abbiamo tutti bisogno di un modello. Qua in Italia va molto la “tottite”, io invece preferisco il Sub.
Mentre preparo i cornetti al prosciutto e formaggio, Don Durito si accomoda sulla poltrona della biblioteca. Appena finito porto il vassoio con cornetti (per lui) e tramezzini (per me), prendo anch'io la mia pipa e, dopo aver stappato una bottiglia di cerveza, cominciamo la conversazione che qui di seguito cerco di riportare fedelmente:


Io: - Senti, Maestro, ma da voi in Messico non avete l'influenza suina? Come stanno le cose, c'è da preoccuparsi?
Durito: - Claro que sì... Basta guardare il profilo porciforme di certe persone che si vedono in giro. Ad ogni modo la cosa sarà presto risolta, il nostro presidente, Felipe de Jesús Calderón Hinojosa, sta adesso preparando un decreto per dichiarare aboliti i maiali, come ha già pensato di fare con i milioni di indios del Paese. E intanto i problemi, quelli veri, continuano...
Io: - Senti Durito, a proposito di problemi, in questi giorni qui non si fa che parlare di crisi. C'è stato anche il G7... Come vanno le cose, di là in Messico?
Durito: - Mica tanto bene... Abbiamo l’inflazione generalizzata e soprattutto un drammatico rincaro degli alimenti più consumati dalla gente comune, come la tortilla, i fagioli ed il riso. Intanto, pur tra mille polemiche, nell’ottobre scorso è stata suggellata la strategia governativa di Felipe Calderon, con l’approvazione di un aiuto straordinario di quasi un miliardo e mezzo di dollari in quattro anni da parte degli USA.
Io: - Un miliardo e mezzo!? Ma come, gli yankees dicono che stanno in crisi e per questo hanno mollando alla Fiat il 20% di quel polmone della Crysler e a voi vengono ad offrire soldi??
Durito: - Sì, ma con i soldi del Plan Merida non ci si potranno mica comprare tortilla, riso e fagioli? Saranno erogati solo affinché il Messico compri da imprese statunitensi armamenti, materiali, mezzi di trasporto bellici e, ovviamente, assistenza tecnica per il loro impiego. Il sospetto, mio e del sub, è che con la scusa della lotta al narcotraffico ci ritroveremo presto a fronteggiare nelle selve del Chapas più hummer ed elicotteri di prima. Inoltre dovremo subire un'ulteriore restrizione alla sovranità nazionale dal momento che gli aiuti finanziari e tecnici vengono subordinati all’adozione delle politiche interne fissate da Washington e all’ingresso di personale militare straniero. Tra non molto Tony Garza (ambasciatore USA in Messico, ndr) detterà l'agenda politica del Paese e una delle “grandi sorelle” si papperà la Pemex (compagnia petrolifera messicana, ndr). Vedrai se non andrà così...
Io: - Si parla però di un Sistema sempre più in difficoltà, in crisi...
Durito: - Non è mica una novità, già me ne parlava tempo fa Karl Marx...
Io: - Karl Marx? Ma se è morto da 136 anni!!
Durito: - Guarda che noi scarabei siamo longevi. Io mi vedevo col mio allievo mprediletto Karl tutti i giorni nella bilblioteca del British Museum. Quando diceva che lui, a differenza di Fichte e Kant, non vagava tra le nuvole ma cercava di afferrare con destrezza quanto aveva trovato per strada, a chi pensi si riferisse? A me, naturalmente! Allora, sai, ero molto più giovane e irrequieto... Dunque, che dicevamo? Ahh sì, di Karl... Aveva profetizzato la fine imminente del capitalismo. Nel 1929 sembrava quasi si dovessero avverare le profezie e invece niente...
Io: - Ora siamo invece al neoliberismo globale.
Durito: - Ma il punto è un altro. Come abbiamo cercato di dimostrare ( vedi Digital Payment sistem), il Sistema cerca continuamente di autoreplicarsi a livelli diversi, spostando in avanti la soglia. Adesso non può neppure più definirsi propriamente capitalismo. Max Weber, un altro mio discepolo promettente, ne L'etica protestante e lo spirito del capitalismo dice (in verità fui io, modestamente, a dargli l'idea) che la sete di lucro, l'avidità, l'aspirazione a guadagnare più denaro possibile, non ha di per sé stessa nulla di esclusivo e proprio del capitalismo. C'è sempre stata e come tale si ritrova preso camerieri, medici, cocchieri, artisti, prostitute, impiegati pubblici, soldati, banditi, frequentatori di bische e mendicanti. Si può dire relativamente a tutti i tipi di uomini, di qualsiasi ceto sociale, in tutte le epoche e di tutti i paesi della terra.
Io: - Quindi, sotto questo aspetto, nihil sub sole novi?
Durito: - Sì, ma il punto vero è che nel capitalismo il guadagno è considerato come scopo “etico” di vita, e non più come mezzo per soddisfare bisogni materiali. E questa inversione del rapporto naturale era il motivo fondamentale del capitalismo classico e trovava alla base il suo cardine nella predisposizione a rimandare la soddisfazione immediata dei bisogni. Insomma, il capitalismo consisteva nel procastinare i frutti per vederli accresciuti poi dal plus valore.
Io: - Un'idea molto protestante, quasi calvinista: prima si lavora e ci si sacrifica duramente, poi si raccolgono i frutti di tanto sudore.
Durito: - Precisamente. Ora però non è più così. Nella versione neoliberale del capitalismo le cose sono parecchio cambiate, come dice Daniel Bell, anche lui mio allievo e professore emerito ad Harvard... A proposito, fu lui tra le altre cose, sempre dietro mio modesto suggerimento, a coniare il termine di “società post-industrale”... Ma dicevamo?
Io: - Di quello che dice Daniel Bell...
Durito: - Ahh sì... Daniel nel suo libro Cultural Contradictions of Capitalism parla di come il capitalismo si sia “evoluto” nella versione neoliberale, cioè in un modello che associa una forte spinta consumistica con l'erosione altrettanto forte dei valori etici. Questo fa sì che il dilemma tra efficienza ed equità che da sempre assillava il capitalismo classico e ne costituiva la remora, oggi sia stato spazzato via. Il capitalismo classico ancora puntava ad un illusorio ottimo paretiano in cui fosse possibile coniugare efficienza ed equità. Si ipotizzava, cioè, uno stato di cose in cui fosse possibile, grazie all'efficienza del mercato e all'interazione tra individui autointeressati, migliorare materialmente la situazione di tutti, o anche d'uno solo, senza peggiorare quella di nessuno degli altri, o anche di uno solo. Ora il neoliberismo ha invece risolto il dilemma togliendolo di mezzo e attribuendo definitivamente all'equità un ruolo ancillare rispetto all'efficienza.
Io: - Quindi prima il profitto poi del caso, e non necessariamente, l'equità, non essendo le due cose legate dall'efficienza neppure nei termini della “mano invisibile” di Adam Smith...
Durito: Proprio così! L'etica, qualsiasi etica, anche quella capitalista, va a farsi benedire. In altre parole, il capitalismo neoliberale non è il capitalismo di Henry Ford, ma quello di Carlos Slim Helù
Io: - O Flavio Briatore.
Durito: E chi è?
Io: - Nessuno, lascia stare...
Durito: - La società non fa poi che rispecchiare, come direbbe il Sub, il modello che ha di fronte. Non solo promuove socialmente, ma addirittura esige e sviluppa una nuova tipologia umana, un nuovo modello di Umanità. Persone efficienti al lavoro o nella professione, anche se totalmente idiote al di fuori di essi. Il mondo del consumismo spinto distrugge così non solo le premesse etiche, ma perfino mentali del comportamento umano. Una prova è nel passaggio dal consumo ai debiti, una cosa impensabile per il capitalismo classico.
Io: - Lo so, oggi è il tempo dei “furbetti del quartierino”. Ricucci, Fiorani, Coppola, Gnutti da noi, Bernard Madoff negli USA e Carlos Slim Helù da voi in Messico.
Durito: - Solo che adesso credo si stia arrivando veramente all'ultima fase. Siamo passati dal capitalismo classico dell'investimento (di Max Weber) a quello neoliberale del consumo di massa e da ultimo, ora, a quello di debito. Nel primo il commercio rispondeva ai bisogni esistenti e l'offerta seguiva l'andamento della domanda, nel secondo si creavano i bisogni inducendo la domanda, nel terzo, infine, l'obiettivo è impedire di fatto che si soddisfino i bisogni, in modo da creare altri bisogni che esigano di essere soddisfatti con il peccato originale del debito. Il primo differiva il godimento in vista dell'investimento e del plus valore, il secondo vedeva il fine ultimo nel godimento e non più nell'investimento (edonismo reganiano), il terzo postula il godimento non solo prima del risparmio o in luogo dell'investimento, ma addirittura prima del pagamento!
Io: - Il motto è: enjoy now, pay later!
Durito: - Pure tu, come il Sub, con questa benedetta mania per le lingue! Ad ogni modo, questa filosofia segna il passaggio dal reale al virtuale e viene oggi applicata dal neoliberismo praticamente a tutto: le persone, i rapporti sociali, le merci e i prodotti finanziari. Questi ultimi, infatti, da un lato generano ricchezza virtuale (derivati, futures, cartolarizzazioni, mutui subprime, etc..) e dall'altra l'offerta di prestito, anch'essa virtuale, che deve solo servire a creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi.
Io: - Lo so, la sempre maggiore diffusione delle carte di credito è un segno premonitore in tal senso.
Durito: - Infatti. Le carte di credito sono state lanciate sul mercato con uno slogan che è rivelatore della loro funzione: "perché aspettare per avere quello che vuoi?" Si desidera una cosa ma non si ha abbastanza per pagarla? Ai vecchi tempi si valutava bene la necessità dell'acquisto, si consideravano le diverse opzioni alla luce di quella che veniva chiamata coerenza e alla fine si decideva magari di procrastinare l'appagamento dei propri desideri. Invece il neoliberismo è deleterio, perché nel rende liberi di appagare i desideri a propria discrezione, induce la convinzione sia possibile avere le cose (tutte le cose) quando le si vuole e non quando è il momento. E questo ci porta ad un'altra e conseguente caratteristica del capitalismo neoliberale: l'agire col fiato corto.
Io: - Proprio così. Nel caso dei derivati il segreto consisteva nel farli passare di mano, come denaro fittizio, prima di porsi il quesito di quanto realmente valessero.
Durito: - Ma il problema vero sorge quando un simile comportamento diviene generalizzato. Degli sviluppi imprenditoriali prima si dava notizia con cadenza annuale, poi semestrale, poi trimestrale, adesso anche mensile e settimanale. L'attività del modello tradizionale era impostata sullo “stakeholder value”, cercando e perseguendo gli interessi di lungo termine e comunque di una molteplicità di parti: azionisti, lavoratori, creditori, fornitori, clienti e, sopratutto, gli abitanti delle comunità locali. Oggi prevale lo “shareholder value”, la sola massimizzazione dei profitti attesi a breve termine, non importa come e a spese di chi, ci si penserà dopo. Ma quel perenne "dopo" ad un certo punto si trasformerà in "subito" e bisognerà fare una resa dei conti.
Io: - Non pensare al "dopo", significa sempre guai in vista.
Durito: - Si può smettere di pensare al futuro solo a proprio rischio e pericolo, e sicuramente il conto sarà salato. Più presto che tardi arriverà la consapevolezza che al differimento dei problemi si sostituiscono solo dilazioni sempre più brevi a problemi sempre più grandi. In ultima analisi, ad essere differita sarà solo la presa di coscienza della triste realtà. L'odierna crisi non è il risultato del fallimento delle banche, ma al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo. Un successo che ora mirano a bissare nel trasformare l'umanità tutta, in una massa di debitori perenni.
Io: - I nostri nonni lasciarono patrimoni frutto di sacrifici, i figli dilapidano, i nipoti lasceranno un'eredità di debiti e un pianeta devastato...
Durito: - Ma la questione, purtroppo, non è solo economica, come cerchiamo di far capire io e il Sub ricordando l'importanza della diversità indigena. Il problema è anche, e sopratutto, culturale e sociale. Il modello umano della società neoliberale è un paradosso vivente, un’aporia che cammina e respira. Se caratteristica prima dell'essere umano è essere persona, cioè individuo, questo significa anche “essere tutti diversi” e non ognuno uguale all'altro, quindi accettare e includere le diversità, non omologarle. La società neoliberale si presenta invece in apparenza come fortemente individualista, ma chi fa parte di una simile società è tutto fuorché un individuo diverso agli altri, o addirittura unico. L’individualità non appare più come un compito da svolgere e un obiettivo da cogliere individualmente, ma un compito affidato alla società omologante e massificante, che se ne serve per farne uno strumento di controllo e direzione, per questo destinato a non essere mai raggiunto. Quello che è semplice per un indios della Selva Lacandona, essere se stesso come individuo e riuscire ad esprimere nella comunità tutta la propria individualità, nelle società opulente è diventato un impossibile compito di vita. Si cede allora alla depressione, oppure si cerca di fornire delle risposte alternative, dei surrogati a questa impossibilità di vita. La prima di tali risposte è il consumismo. Il mercato dei consumi, pur se fondato essenzialmente sul conformismo diventa così, in modo paradossale, il miglior amico dell’uomo come individuo. L'equazione aberrante che ne consegue è che per essere individui nella società degli individui, bisogna essere consumatori omologati e tirar fuori soldi, un sacco di soldi. Più si consuma e più si è “esclusivi”, più si è consumatori e più si è cittadini di questa realtà che aspira a farsi mondo. E come dice anche il Sub molto presto, se non si sarà consumatori non si sarà cittadini, e neppure uomini. La propria esistenza, in termini di Umanità, sarà del tutto irrilevante, semplicemente prescindibile. Parte fondamentale della società consumistica è infatti il consumo, chi non consuma, al pari di ciò che viene consumato, viene considerato un sottoprodotto, uno scarto, un rifiuto. Dai prodotti alimentari alle vite degli individui, tutto ciò che esiste dev’essere oggetto di consumo, deve avere un prezzo, delle indicazioni e modalità d'uso e una data di scadenza, deve poter essere messo da parte o aggiornato o infine buttato e sostituito.
Io: - E questo dice il Sub è semplicemente inaccettabile, a questo bisogna ribellarsi e opporsi.
Durito: - Certo, perché la vita non è una corsa frenetica, una gara precaria ed incerta in cui le tradizioni, la memoria e il passato non hanno peso, mentre tutto è sacrificabile sull'altare del profitto. Il tempo com’è vissuto nella società neoliberale consiste solo del tempo d’utilizzo consumistico degli oggetti e delle relazioni umane. L’eternità è messa al bando e la religione serve solo come un placebo spirituale. In questa situazione, dice giustamente il Sub, occorre opporre alla logica neoliberale una logica etica di responsabilità planetaria; bisogna imporre all’agenda dell’emancipazione e del progresso una convergenza nuova e senza precedenti tra precetti etici e interesse alla sopravvivenza. Una sopravvivenza comune e condivisa dell’Umanità, che trovi perno nei valori insopprimibili dell'essere uomini.
Io: - E in questo senso vanno combattuti sia l'eccessivo benessere che la povertà.
Durito: - Precisamente! La povertà perché è una condizione di costante bisogno e di acuta miseria la cui ignominia consiste nella sua forza disumanizzante. Il benessere opulento perché il corpo del consumatore è il centro di ogni preoccupazione, di ogni sindrome consumistica. Fitness, diete, chirurgia estetica, sessualità sono manifestazioni dell’angoscia profonda indotta nell’uomo. Un’angoscia che, ovviamente, si tramuta in domanda nei mercati consumistici e produce un’offerta incredibilmente vasta. I mercati dei consumi si alimentano dell’ansia che essi stessi evocano e fanno il possibile per accrescere nei consumatori, cercando di rimuovere e far loro perdere di vista un fatto scontato: siamo esseri umani, intelligenti e finiti che si riconoscono (o dovrebbero riconoscersi) come tali...
Io: - Può aiutarci la cultura.
Durito: - Sì, ma quale? La cultura moderna non ha la persona umana come valore da "coltivare", piuttosto dei clienti da sedurre. E diversamente dalla cultura di un tempo, dalla cultura altra, non desidera più fare in modo di giungere a delle verità, ma solo fare il prima possibile, terminare il lavoro. E il suo lavoro consiste oggi non nell'interessarsi dell'uomo e dell'umanità, ma nel rendere la propria sopravvivenza permanente, rendendo temporali tutti gli aspetti della vita dei suoi vecchi pupilli, ora rinati come clienti. (vedi Pensare il bianco e Una certeza, dos dudas y una carta inconclusa )
Io: - Abbiamo la politica.
Durito: - Politica? La Sinistra, come dice anche il Sub, ha perso la sua identità (..¡Pero no es Izquierda!) e ha dimenticato il suo impegno nella difesa dei poveri, al punto che il logo "no global" è diventato addirittura appannaggio della Destra. La conseguenza è che il movimento “no global” è sostanzialmente riconducibile a una serie di tesi tipicamente di destra: il "no" alla globalizzazione, il "" al protezionismo, la xenofobia e la caccia al migrante, la difesa del territorio e il nazionalismo. In compenso la Sinistra, dal canto suo, rivela atteggiamenti che un tempo si sarebbero detti di Destra: apertura ai processi di liberalizzazione, alla forza del libero mercato, alla grande finanza e così via. Oramai la Sinistra è una questione di autoattribuzione: è Sinistra solo perché dice di esserlo.
Io: - Lo so, non me lo dire. Tutto è iniziato con la Terza Via e Tony Blair. Si disse che essere "di sinistra" significa significava saper concretizzare con efficacia e coerenza gli obiettivi, anche se invocati tradizionalmente dalla Destra, ma tuttavia farlo nel modo giusto. Infatti fu il New Labour di Tony Blair a portare avanti le idee e a compimento i progetti di privatizzazione e deregulation rampante di Margaret Thatcher. E fu il Partito Socialista francese (Psf) a favorire più di chiunque altro lo smantellamento dello stato sociale in Francia. Quanto ai partiti "post-comunisti" d'Europa fanno a gara a ribattezzati "social-democratici" per tema di esser tacciati di devozione nostalgica al passato comunista, e quelli che si dicono ancora tali rappresentano i più entusiastici e fervidi difensori, nonché i più scrupolosi fautori, delle libertà per le classi più ricche e dell'abbandono dei poveri al loro destino. Se quel perito industriale di Bertinotti è comunista io sono ambasciatore del Giappone! Ad ogni tornata elettorale cercano poi la ricomposizione di un'idea di Sinistra a partire da apparentamenti e coalizioni arcobaleno, ossia da un eterogeneo e pittoresco mosaico di resti, scarti e rifiuti di una scena politica dominata dal copione della destra. In questo modo, l'idea di Sinistra serve solo a nasconde un'essenza/assenza puramente negativa, che si definisce cioè in quello che non vuole, ma che poi è priva di un nocciolo ideale o di una coesione interna. Il rifiuto, beninteso solo a parole, della Destra offre alla Sinistra l'unico collante. In tali condizioni, gli epigoni della vecchia Sinistra possono contare soltanto sui fallimenti dei propri avversari per una chance di vittoria, e sulle vittime disilluse e incollerite di tali fallimenti come unico bacino elettorale. Per il resto è il vuoto spinto! Col tempo che Franceschini e Rutelli ci mettono a pensare una vocale io mi sono letto un volume della Treccani, fatto uno spuntino e schiacciato pure un pisolino...
Durito: - E chi sono codesti messeri? Franceschini e Rutelli?
Io: - Lascia stare... Non esistono, sono degli ectoplasmi, delle amebe... I protozoi al confronto sono forme di vita altamente evoluta.
Durito: - La vera Sinistra è quella che io e il Sub stiamo costruendo in Messico. Un'idea di Sinistra che nasce da due assunti fondamentali posti alla base della stessa percezione della condizione umana, delle sue prospettive e inesplorate potenzialità: para todos todo. Questo si traduce poi in due assunti fondamentali. Il primo assunto prevede che la società ha il dovere di cautelare ogni suo membro a livello individuale, rispettandone la diversità. Il secondo asserisce che come la tenuta di un ponte si misura a partire dalla solidità del suo pilastro più piccolo, così la qualità di una società dovrebbe essere misurata a partire dalla qualità della vita dei più deboli tra i suoi membri. Questi due presupposti, se costanti e non negoziabili, mettono la Sinistra in perenne rotta di collisione con la realtà della condizione umana nel sistema neoliberale, poiché imputano invariabilmente al neoliberismo i peccati capitali di "spreco" e "immoralità" che si manifestano nell'ingiustizia sociale.
Io: - Allora stai sicuro che se venissero analizzati alla luce dei presupposti zapatisti, quasi tutti i partiti che oggi vantano ufficialmente il titolo di Sinistra finirebbero, con ogni probabilità, per essere scritturati dal Baglino.
Durito: - Cos'è il Bagaglino?
Io: - Il nuovo parlamento italiano. Noi lo chiamiamo così: il Bagaglino.
Durito: - Quello che io e il Sub cerchiamo di far capire è che, in ogni caso, non si può continuare a riporre le proprie speranze di realizzare una Revoluciòn Humanista nell'ambito di un singolo Stato, perché per quanto possa essere potente e ambiziosa, tanto da cercare di limitare i danni causati dal neoliberismo nel libero gioco dei mercati piegando gli interessi economici al rispetto della volontà politica della nazione e dei principi etici della comunità nazionale, lo Stato-nazione è stato bypassato, scavalcato da altre realtà, come i G7, G8, G20, etc... Gli Stati politici che un tempo avevano piena sovranità militare, economica e culturale sul proprio territorio e la sua popolazione, non esercitano ormai più alcuna supremazia su tali ambiti, perché spesso le decisioni vengono prese altrove.
Io: - Quindi la politica così com'è è superata.
Durito: - La politica com'è adesso è inutile. La condizione sine qua non per un concreto ed efficace controllo politico sui poteri finanziari e sulle forze economiche è che le istituzioni politiche e quelle economico-finanziarie agiscano allo stesso livello. Ma questo oggi non avviene. I poteri veri e propri, quelli cioè che determinano attualmente lo spettro delle opzioni e delle opportunità nella vita della gran parte della popolazione, hanno trasceso lo Stato e la sua politica e si sono volatilizzati nello spazio globale, dove hanno gioco libero da qualsiasi controllo democratico e quindi politico. La politica è rimasta ancorata alla sfera locale e incapace di far presa sul potere finanziario ne è divenuto succube, anziché padroneggiarlo. Uno degli effetti più deleteri della globalizzazione è il divorzio che si è consumato tra potere e politica, svuotando di fatto la democrazia del suo significato. Nello spazio globale il potere è ormai totalmente svincolato dalla politica. Contano gli organismi del potere oligarchico-finanziario-neoliberale (FMI, TWO, G7, G8, G20, etc..) e i potentati della finanza internazionale (Banche d'affari, Multinazionali, Corporations, etc...).
Io: - Eppure, prima o poi, la risposta alla globalizzazione andrà data. E nel frattempo, il risultato sarà solo maggiore miseria. Ecco allora la necessità di allargare il campo...
Durito: - Precisamente! E' proprio quello che sta cercando di fare il Sub. Non vi sarebbero possibilità per un movimento volto a realizzare unicamente il proprio progetto, perché molto semplicemente, non è più possibile costruire una Società nuova, che garantisca un'esistenza dignitosa ad ogni cittadino nella cornice di un singolo Stato. Semplicemente non potrebbe sopravvivere. Le forze che andrebbero piegate a tale obiettivo, infatti, sfuggono ormai al controllo e al raggio di azione dello Stato-nazione. I tentativi di servirsi dello Stato per attuare tale progetto sono stati, nella gran parte dei casi, vanificati e piegati dalla pressione esercitata dalle forze economiche globali dei mercati.
Io: - Se il problema è globale anche la soluzione dev'esserlo...
Durito: - Proprio così. I problemi di origine globale possono essere risolti soltanto nella sfera globale. Qualsiasi decisione a livello locale non ci avvicinerà di un passo alla loro soluzione. L'unico rimedio plausibile sta in un nuovo rapporto, a un livello più alto, tra il potere delle forze dell'economia e della finanza, già globalizzate, e quello della politica, della rappresentanza dal basso, come diciamo noi zapatisti, cioè popolare. Questo rapporto, che deve aver luogo a un livello superiore, globale, dev'essere esteso a tutta l'Umanità. Il compito è immane e nella migliore delle ipotesi, siamo appena all'inizio del processo. E si direbbe che vi siano anche scarsissime probabilità di raggiungere l'esito auspicato. Ma non abbiamo alternativa. Voltando le spalle agli affari sporchi globali, tra cui lo sfruttamento e la depredazione delle risorse naturali, l'inquinamento e la distruzione dell'ambiente, la piaga della miseria e della povertà, certo non si farà alcun passo avanti. Più la politica si indebolisce e polverizza e le sue istituzioni vengono ridimensionate e indebolite, più i poteri già globali, che trascendono qualsiasi tipo di frontiera, lingua, cultura e costume, diventano indomabili e invincibili. Come vedi la risposta alla globalizzazione neoliberale non è tanto complicata, né nei modi né nei contenuti, quanto invece ardua da tradurre in realtà. È relativamente semplice, infatti, stabilire che cosa occorre fare. Il problema è che, come dico sempre io (Pensar el blanco) la realtà non sa nulla di teoria. E sopratutto, la vera incognita è trovare chi ne sia capace, ovvero chi abbia sufficienti forze e determinazione, o come si dice tra noi caballeros, cojones. Finché resterà selvaggia e incontrollata, la globalizzazione è destinata a travolgere e scompigliare i progetti, le speranze e le aspettative dei cittadini, con effetti più paragonabili a quelli di uno tsunami o un terremoto che non a lecite iniziative dell'uomo. Effetti che difficilmente potranno essere mitigati, e men che meno prevenuti, fintantoché nessuno trovi il modo di fronteggiare i poteri e l'influsso sul territorio delle forze già globalizzate. Prima o poi, giungerà senz'altro una "risposta" alla globalizzazione. A destare preoccupazione, tuttavia, è il numero di vittime e il grado di miseria umana che potranno risultare dalla nostra incapacità o indisponibilità ad offrirne una prima che sia troppo tardi…

Que las persianas corrijan la aurora,
que gane el quiero la guerra del puedo,
que los que esperan no cuenten las horas,
que los que matan se mueran de miedo.

Que todas las noches sean noches de boda,
que todas las lunas sean lunas de miel.

(D*)

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