Bueno y Malo

Managua, 6 marzo 1983, piazza 19 Luglio: Giovanni Paolo II subisce una forte contestazione di piazza, l'unica della sua storia di pontefice. Poche ore prima, alzando l'indice ammonitore, aveva rimproverato padre Ernesto Cardenal perché aveva assunto un incarico di governo nell'esecutivo di ricostruzione nazionale ispirato ai principi del socialismo voluto dal Fronte Sandinista, che quattro anni prima aveva cacciato con le armi il presidente-dittatore Somoza Debayle. Immagini e grida fecero il giro del mondo. La stampa parteggiò per il papa e raccontò con molta ampiezza tutti i particolari dell'offesa arrecata dalla folla che assisteva alla messa, mettendo anche in evidenza la "disubbidienza" di Cardenal che, in quanto sacerdote, non avrebbe dovuto mantenere una carica politica (ministro della cultura). A oltre 20 anni di distanza, Cardenal - poeta, sacerdote sospeso a divinis nel 1985 a causa di quella disubbidienza, dimissionario dal Fronte sandinista nel 1994 - dà la sua versione del vissuto di quel giorno in un libro, "La revolución perdida", pubblicato in Nicaragua (Aanama Ediciones), Spagna (Editorial Trotta) e Messico (Fondo de Cultura Economica), ma non in Italia (chissà perché...). Qui di seguito una traduzione dallo spagnolo delle pagine che ricordano gli avvenimenti di allora.

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Dopo i saluti di protocollo, compresi quelli della guardia d'onore e della bandiera, il papa chiese a Daniel Ortega [allora presidente del Nicaragua, ndt] se poteva salutare anche i ministri. Naturalmente gli fu detto di sì; così il papa si diresse verso di noi. Affiancato da Daniel e dal cardinal Casaroli cominciò a dare la mano ai ministri e, quando si avvicinò a me, io feci quello che, anche su consiglio del Nunzio, avevo previsto di fare se si fosse verificato questo caso: togliermi il basco e inginocchiarmi per baciargli l'anello. Ma egli non permise che glielo baciassi e, brandendo il dito come fosse un bastone, mi disse in tono di rimprovero: "Lei deve regolarizzare la sua situazione". Siccome io non risposi, tornò a ripetere la brusca ammonizione. E questo mentre eravamo inquadrati da tutte le telecamere del mondo.
Ho l'impressione che tutto questo fu ben premeditato dal papa. E che le televisioni fossero avvisate. Il fatto è che questa immagine fu diffusa nel mondo intero e che lo è tuttora: mi hanno informato che l'hanno ritirata fuori in occasione di recenti viaggi del papa.
In realtà, era ingiusta la reprimenda del papa, perché io avevo regolarizzato la mia situazione con la Chiesa. Noi sacerdoti che avevamo incarichi nel governo eravamo stati autorizzati dai vescovi, che avevano reso pubblica la loro autorizzazione (fino a quando il Vaticano ci proibì di mantenere tali incarichi).
E la verità è che ciò che più disgustava il papa della Rivoluzione del Nicaragua era che fosse una Rivoluzione che non perseguitava la Chiesa. Avrebbe voluto un regime come quello della Polonia, che era anticattolico in un Paese a maggioranza cattolica, e pertanto impopolare. Quello che neanche lontanamente avrebbe voluto era una Rivoluzione appoggiata massicciamente dai cristiani come era la nostra, in un Paese cristiano, e dunque una Rivoluzione molto popolare. E peggio ancora, la nostra era una Rivoluzione con dei sacerdoti!
Il governo fece tutto il possibile perché la piazza di Managua, per la messa del papa, si riempisse di gente; perché riempirla di gente avrebbe significato riempirla di Rivoluzionari.
Ci stupì che nel suo discorso all'aeroporto il papa parlasse di persone impedite a raggiungere il luogo dell'incontro, malgrado lo volessero. Lo ripeté varie volte durante la messa, e con un'enfasi perversa su ogni sillaba perché si capisse bene che erano molti quelli cui era stato impedito di arrivare lì. Ma potevano veramente giungere più delle 700.000 persone presenti? E visto che pronunciava discorsi scritti, e che erano stati scritti a Roma, com'è possibile che sapesse prima che a molti era stato impedito di raggiungere la piazza?
Le letture della messa non furono innocenti. Si vedeva bene che erano state scelte espressamente contro i sandinisti. Dell'Antico Testamento fu letto il passo della Torre di Babele, quello degli uomini che vollero rendersi uguali a Dio. Del Nuovo, quello del Buon Pastore: solo Cristo lo è; gli altri sono ladri e malfattori.
L'omelia papale fu sull'unità della Chiesa, il che significava un attacco alla cosiddetta "Chiesa popolare", o anche "Chiesa parallela", un'accusa ai cristiani rivoluzionari di distruggere l'unità.
Era evidente che il papa odiava la Rivoluzione sandinista, ed era venuto in Nicaragua per litigare. La cosa sconcertante era che ad ogni frase la piazza scoppiava in applausi ed evviva all'indirizzo del papa. Ci fu un momento in cui pensai che la Rivoluzione stesse venendo giù. Mi dissi che, se continuava così, tutti quelli che eravamo nella tribuna riservata al governo avremmo dovuto fare le valigie nella notte. Ma fu allora che cessarono i grandi applausi: rimasero ad applaudire solo i 50.000 portati lì da padre Carballo; il resto della piazza cominciò a protestare.
Seppi dopo che l'orientamento della Rivoluzione in tutto il Paese era stato quello di non dare nessuna consegna politica, ma solo di invitare a gridare viva al papa e ad applaudire le sue parole. Si pensava che avrebbe fatto un discorso di carattere pastorale; questo ci era stato assicurato ripetutamente da parte del Vaticano.
Rivedendo i video della messa si ha la prova che ci fu un cambiamento progressivo nella maggioranza della piazza, che prima smette di applaudire e poi protesta sempre più forte a mano a mano che capisce che il papa, parlando della Chiesa, sta parlando contro la Rivoluzione e contro i cristiani e i sacerdoti della Rivoluzione. E perciò non fu, come molti hanno detto in seguito, un attacco al papa premeditato dai sandinisti; fu il papa ad attaccare per primo la Rivoluzione, e il popolo rimase confuso e dubbioso per una ventina di minuti, poi reagì contro il papa.
Più volte il papa aveva detto che il Nicaragua era la sua "seconda Polonia". Fu un grande errore, perché il Nicaragua non era la Polonia. Credeva che ci fosse un regime impopolare, rifiutato dalla grande maggioranza dei cristiani e che la sua presenza combattiva avrebbe provocato una sollevazione del popolo contro i comandanti della Direzione Nazionale e della Giunta di governo presenti in piazza. Che sarebbe bastato che egli parlasse contro la Rivoluzione dei sandinisti per avere l'appoggio massiccio della piazza. Era venuto in Nicaragua per destabilizzare la Rivoluzione. Se il papa non si fosse sbagliato, la notizia mondiale di quel giorno sarebbe stata che il popolo nicaraguense rifiutava la Rivoluzione. E certamente questo sarebbe stato il crollo della Rivoluzione sandinista, come io giunsi a temere. Ma siccome il popolo difese la Rivoluzione e rifiutò il papa, la notizia mondiale fu "l'affronto fatto al papa in Nicaragua".
Il popolo mancò di rispetto al papa, è vero, ma prima il papa mancò di rispetto al popolo.
Prima le madri dei 17 ragazzi uccisi cominciarono a chiedere al papa una preghiera per i loro figli, ed egli non badò loro. Poi si avvicinarono all'altare e cominciarono a chiederlo gridando. Altri chiedevano una preghiera per la pace, e, quando diventarono molti quelli che in coro gridavano "Vogliamo la pace", ciò che fece il papa fu di rispondere alla folla gridando: "La prima a chiedere pace è la Chiesa"; e poco dopo, poiché le proteste del popolo erano un crescendo, prese il microfono e gridò a pieni polmoni: "Silenzio!".
La qual cosa irritò ancor più il popolo, che non era abituato a sentirsi gridare dai suoi dirigenti "Silenzio!". A partire da quel momento la mancanza di rispetto fu totale. Il papa voleva dire le parole della consacrazione, quelle del momento più solenne della messa, e non poteva per le grida della folla: "Vogliamo la pace!" e "Potere popolare!", "Non vinceranno!". C'erano evviva al Fronte sandinista mentre le migliaia di persone della destra che erano in fondo lanciavano evviva al papa. In uno dei video si sente una donna che grida: "Non è un papa dei poveri: guarda come si veste!". Per due o tre volte ancora il papa dovette gridare silenzio. Per la prima volta nella storia moderna, un papa era umiliato dalla folla. Nei video lo si vede sconcertato da quello che sta accadendo, e varie volte dà segno di vacillare e sta quasi per lasciare l'altare. Alla fine della messa poté appena dare la benedizione papale, dopo averla iniziata tre volte, ad una folla che già stava cantando l'inno del Fronte sandinista.
Quello che disse il Vaticano, quello che disse la stampa capitalista dell'intero mondo, quello che dissero molti vescovi fu che il regime marxista del Nicaragua aveva commesso un oltraggio contro il Sommo Pontefice; si parlò di sacrilegio e di profanazione della messa papale. E in altre città del Centroamerica, che egli visitò dopo, furono celebrate messe di riparazione.
Certamente per la Rivoluzione fu una perdita di credito a livello mondiale. Ma cosa sarebbe successo se il popolo avesse continuato ad applaudire? Mi sembra che fu una prova del fuoco per la Rivoluzione, che ne uscì trionfalmente. Perché era un popolo in maggioranza cattolico quello che era lì presente, e neanche tutto il prestigio e il potere spirituale del papa di Roma riuscì a farlo rivoltare contro i dirigenti. Piuttosto si rivoltò contro il papa.

padre Ernesto Cardenal




Cosa le disse il papa quel giorno?
Mi disse in tono di aspro rimprovero che dovevo regolarizzare la mia situazione. Il che era ingiusto, perché i vescovi nicaraguensi avevano dichiarato pubblicamente che i sacerdoti in cariche di governo erano autorizzati a ricoprirle per la causa del bene comune. Però non contestai il papa per questo, e chinai il capo, perché non volevo polemizzare con lui in pubblico, sotto l'attenzione dei media. Che dei sacerdoti facessero politica, non era affatto una novità nella Chiesa cattolica, e parlo anche di vescovi o papi; però era la prima volta nella storia che un sacerdote avesse a che fare con una rivoluzione. Tutte le rivoluzioni precedenti erano anticristiane o senza la partecipazione dei cristiani; questa invece era la prima rivoluzione con l'appoggio in massa dei cristiani stessi, e con addirittura dei sacerdoti coinvolti attivamente. Sentivamo come un nostro compito il fatto di dover partecipare ad essa. L'esempio del Nicaragua influenzò anche altre rivoluzioni successive ed in particolar modo l'evoluzione di quella cubana.

Perché per il papa era così importante prendere le distanze?
Il papa poteva capire una rivoluzione marxista anticristiana in un popolo cattolico perseguitato dalla rivoluzione, com'era successo in Polonia: quella in effetti fu davvero una rivoluzione impopolare. Il Papa poteva accettare una rivoluzione come antagonista della Chiesa. Non accettava il fatto che potesse esistere un'esperienza diversa, in cui Chiesa e rivoluzione potessero convivere pacificamente, e anzi darsi una mano l'una con l'altra.

Al di là della posizione personale di Giovanni Paolo II, quale fu l'atteggiamento del Vaticano?
Qualcuno scrisse che i principali avversari della rivoluzione in Nicaragua, e questo spiega la sua importanza sullo scenario mondiale, furono Reagan ed il papa. Una rivista cattolica degli Stati Uniti, il National Catholic Reporter, rivelò che per il caso del Nicaragua il Vaticano chiese informazioni alla Cia. Lo stesso vescovo di Detroit, Thomas Gumbleton, criticò pubblicamente il fatto che il papa si allineò con la Cia nel preciso istante in cui il governo degli Stati Uniti stava minando i porti del Nicaragua, in quella che fu definita una guerra di “bassa intensità” nei confronti del nostro Paese. Lo sbaraglio della rivoluzione in Nicaragua avvenne poco prima della caduta dei governi socialisti in Europa, però questa caduta, secondo la rivista Time, fu figlia di una santa alleanza tra Reagan ed il papa. Fu una lunga cospirazione, cominciata con la Polonia, per rovesciare i regimi comunisti in Europa. Questi regimi hanno commesso grandi errori, ma non morirono di una morte naturale.

Veniamo a lei. Come ha potuto coniugare la vocazione religiosa con l'impegno rivoluzionario?
In realtà le due cose sono sempre state per me come un'unica cosa. In verità, la mia vocazione naturale è sempre stata una terza rispetto alle due che ha detto lei, ovvero quella di poeta. Sono nato con essa. Durante la mia gioventù fui spesso innamorato, amavo molto le ragazze, ma la mia sete di conoscenza e la ricerca della bellezza furono la spinta che mi avvicinarono a Dio. La mia conversione avvenne a 31 anni e poi seguì subito il sacerdozio. Entrai in un monastero trappista negli Stati Uniti, dove avvenne per caso l'incontro col Maestro mistico nordamericano Thomas Merton.

Cosa imparò in quell'esperienza?
Nella formazione da lui impartita, la cosa più chiara era che l'essere “contemplativo” non significava essere indifferente ai problemi sociali e politici del proprio popolo. Infatti, dopo aver lasciato il monastero, quando visitai Cuba nel 1970, mi ritrovati ad affrontare questo secondo processo di conversione, la conversione alla rivoluzione. Per prima cosa ci fu la scoperta che il marxismo aveva fatto del bene, per le grandi trasformazioni che aveva portato a Cuba. Ma non potevo essere marxista, perché il marxismo era ateo. Però poco dopo capii, grazie alla teologia della liberazione, che l'ateismo non era un elemento indispensabile del marxismo, e che non esisteva in effetti una contraddizione tra il marxismo ed il cristianesimo.

Da cosa ebbe origine la sua conversione religiosa?
Dio mi si rivelò come Bellezza, una Bellezza infinita. Mi innamorai di Dio. E' come innamorarsi di un essere umano; l'oggetto è differente, ma l'esperienza d'amore è la stessa. Nessuno desidera restare separato da chi ama. Scelsi l'ordine trappista che è tra i più severi delle Chiesa perché desideravo star solo con Dio, senza che niente potesse interferire in questo rapporto. Fui molto felice per quei due anni trascorsi lì, ma purtroppo fui costretto a partire per motivi di salute. Merton, il mio Maestro di noviziato, mi consigliò di fondare una piccola comunità contemplativa nel mio Paese, invece di cercare un altro ordine religioso, e questo feci, già sacerdote, in un'isola del Lago di Nicaragua nell'arcipelago del Solentiname, dove rimasi per più di dodici anni.

Come diventò, invece, “rivoluzionario”?
Fu lì che con la mia comunità abbracciai la Rivoluzione sandinista, e quando trionfò la Rivoluzione fui nominato ministro della cultura. Sono sicuro sia stata la stessa volontà di Dio ad aver guidato la mia vita: prima portandomi in una prigione di assoluto silenzio in un monastero, poi con gli anni di solitudine su di un'isola, per passare infine all'attivismo come ministro della cultura. Esperienza, quest'ultima, dura e difficile perché contraria alla mia vocazione votata alla meditazione ed al silenzio, ma accettata per il fatto che avevo intuito come tutto fosse un disegno della volontà di Dio.

Come vede il futuro del mondo?
Lo vedo come un futuro socialista. Il vero socialismo contiene delle aberrazioni, come le ha avute il cristianesimo con le Crociate, l'Inquisizione, la corruzione dei papi rinascimentali, ma continuo ad essere cristiano. Allo stesso modo continuo ad essere socialista. Esistono solo due sistemi economici possibili: l'appropriazione delle ricchezze che la Terra offre oppure la loro condivisione. La vera cristianità sta dalla parte della condivisione di tutti questi beni. San Basilio disse: “Una società perfetta è quella che esclude tutte le proprietà private”. E San Clemente: “Tutto quello che esiste sulla terra deve essere di uso comune”. Mi sembra di essere in buona compagnia a pensarla così.

E la globalizzazione?
Credo nella globalizzazione della Rivoluzione
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Il Buono ...e il Cattivo

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