O el banco o la vida

Avevano detto che la deregolamentazione selvaggia dei mercati avrebbe portato produttività e benessere per tutti. Ora sappiamo che non è vero.

Avevano detto che il darwinismo sociale è il motore dello sviluppo e che la solidarietà sociale era un fattore negativo. Ora sappiamo che non è vero.

Avevano detto che le differenze economiche tra i più ricchi e i più deboli dovevano crescere e non diminuire per creare una vigorosa spinta allo sviluppo. Ora che queste differenze negli Usa e nei paesi americaneggianti come l'Italia sono al massimo livello negli ultimi ottant'anni, sappiamo che non è vero.

Avevano detto che bisognava privatizzare ogni cosa, unica via per salvarci dall'inefficienza dello Stato. Ora che i governi devono ripetutamente intervenire per salvare privatissime banche in fallimento e l'intero mercato, sappiamo che non è vero.

Avevano detto che il mercato e solo il mercato doveva reggere la società senza che altri schemi tenessero insieme il tessuto sociale, che il mercato era tutto e che tutto allo stesso dovesse essere sottomesso. Ora sappiamo che non è vero.

Avevano detto che gli Stati Uniti erano talmente forti non solo militarmente ma anche finanziariamente da non aver bisogno di nessuno e che sarebbero sempre andati avanti per la loro strada, unilateralmente. Adesso sappiamo che non è vero.


Marco Vitale


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Sta diminuendo il debito privato (delle banche), mentre in compenso esplode quello dello Stato (cioè pubblico, cioè nostro).
Il mercato è in crisi, le agenzie di rating prevedono un forte aumento dei fallimenti delle aziende, il credito fatica a ripartire... in compenso le Borse fanno i rally (cioè salgono)! E' il paradosso del capitalismo non più produttivo, ma finanziario.
Mentre Crhysler evita il fallimento, Opel va in vendita, Saab è in amministrazione controllata, Fiat mette interi stabilimenti in cassa integrazione e Ford, Gm, Tyota e Honda fanno tagli alla produzione, le Borse si sono già riprese e salgono spinte dalla liquidità gettata sui mercati da governi e banche centrali.
Un enorme flusso di denaro che finisce sostanzialmente in due sole direzioni: azioni e corporate bond.
Di nuovo ingegneria finanziaria allo stato puro. La giostra è ripartita! Protagoniste indiscusse sono le banche, le stesse che fino a ieri piangevano miseria per vedere ripianati (a nostre spese!) i loro ammanchi di bilancio.
Basta guardare gli indici di borsa per rendersi conto della situazione. Solo in Italia il settore ha guadagnato il 93 percento! Unicredit ha recuperato il 178 percento dai minimi di marzo, Mediobanca il 71,4, Intesa il 63, Ubi il 51... Tutti a due cifre! Le banche ormai, solo in Italia, “pesano” sull'indice per il 26,6 percento.
Sembravano prossime al fallimento, e in verità molte sarebbero davvero fallite se i governi non fossero intervenuti offrendo tanto denaro come non s'era mai visto (almeno non quando ad averne bisogno sono i poveri, i disoccupati, gli studenti, le fasce deboli, i lavoratori, i pensionati). I governi hanno elargito migliaia di miliardi per tenere in vita il Sistema. Il tutto a scapito del debito pubblico, un debito che è nostro ma che sembra non essere di nessuno.
Adesso i rialzi di Borsa ci dicono che i topi di fogna sono ricomparsi. Costretti a scappare perché la barca minacciava di affondare ora sono lì che tornano all'assalto per ricomprarsi i titoli che avevano in precedenza venduto allo scoperto.
Le Borse hanno accumulato guadagni del 40 percento in poco meno di tre mesi, i titoli bancari sono mediamente più che raddoppiati e quelli che erano stati maggiormente sacrificati in passato sono schizzati. Intanto...
Intanto l'industria manifatturiera è in recessione profonda, le attività produttive continuano a languire, i consumi non sono affatto ripartiti. Evidentemente non basta veder salire la Borsa per generare ottimismo.
Alla faccia di quegli idioti, o forse in malafede, che sostengono che la crisi è finanziaria e non tocca l'economia reale, salvo poi riscoprire certe differenze quando fanno comodo.
Alla base di questo disastro, all'epicentro di questa crisi, ci sono sempre loro, le grandi istituzioni creditizie e finanziarie, quei mostri giganteschi che sono le banche d'affari internazionali, con i loro enormi conflitti di interessi tra analisti, gestori e investitori. Queste banche stanno ora facendo pagare un conto spropositato a tutti.

Lo schema:

1. Inizia tutto con una forte speculazione immobiliare e conseguente crescita dei mutui. Un successivo ribasso dei prezzi delle abitazioni, unito all'aumento dei tassi di interesse, causa un forte rincaro dei prestiti immobiliari e mette presto in difficoltà i proprietari di case. In un primo momento vanno in crisi le famiglie meno abbienti, quelle che avevano stipulato mutui subprime, poi le difficoltà si allargano anche a quelle economicamente più solide. Al principio sembra che non si tratti di un problema che tocchi le banche. I mutui subprime sono stati infatti “cartolarizzati”, cioè le banche li hanno impacchettati in obbligazioni cosiddette Abs (“asset-backed securities”) e venduti agli investitori. Perfino la Fed riteneva che questo servisse a “spalmare” il rischio, riducendolo fino, di fatto, ad azzerarlo.

2. La tesi della Fed e di molti economisti (persino alcuni premi Nobel!) secondo cui le cartolarizzazioni avrebbero “sparpagliato” il rischio, si dimostra (prevedibilmente) sbagliata. I rischi sono stati addirittura accresciuti da un meccanismo analogo all'effetto moltiplicatore degli investimenti, altro che ridotti o scomparsi. Questo perchè gli Abs, che si stima solo nel mercato USA ammontassero a 4.200 miliardi di dollari, sono stati a loro volta re-impacchettati in altre obbligazioni con una nuova etichetta, Cdo (“collarized debt obbligation”). Morale: il rischio, attraverso questi nuovi strumenti di “ingegneria finanziaria”, è arrivato praticamente ovunque e nessuno è più in grado di dire in quante Abs e in quanti Cdo sia finito. Il giochino però alla fine si smonta, e scoppia il panico. I prezzi crollano e nessuno vuole più comprare.

3. Il mercato delle cartolarizzazioni viene subito congelato, ma intanto la crisi si è già propagata a tutto il mercato obbligazionario. Gli investitori, per panico e per fare cassa, vendono anche azioni e bond aziendali. Le obbligazioni “distressed” si moltiplicano. Le vendite fanno crollare i prezzi e spingono i rendimenti verso l'alto. Ai trilioni di cartolarizzazioni in crisi si affiancano quindi anche i bond aziendali ad alto rischio (che solo sul mercato americano ammontavano, nel 2007, a 300 miliardi di dollari!)

4. Le banche accusano la botta. Si scopre (con poca sorpresa, per la verità) che sono proprio loro, alla fine, i principali detentori dei titoli cartolarizzati. Invece di investire denaro in attività produttive di lungo e medio termine, infatti, avevano preferito lucrare sui rendimenti immediati del mercato finanziario speculando sui titoli. Al punto che, sempre più ingorde, i titoli avevano finito per scambiarseli tra di loro! Alla fine si calcola (ma la cifra è approssimativa) che possano averne in pancia, cioè in bilancio, per 746 miliardi di dollari! Non solo. Si scopre che molte banche hanno comprato bond cartolarizzati anche attraverso società-veicolo, controllate fuori bilancio e denominate Conduit e Siv (strucutred investment vehicle). Queste società di gestione dei fondi avevano acquistato i bond cartolarizzati usando un forte “effetto leva”, ma in tal modo indebitandosi in maniera esponenziale sul mercato delle “commercial paper”, cioè in definitiva con dei pagherò cambiari non garantiti. Risultato: la leva, che per anni era servita alle banche, sempre più grandi e avide, per moltiplicare i guadagni su prestiti e mutui, ora, come per una nemesi, gli si ritorce contro. Le banche devono intervenire a “salvare" le loro Conduit e Siv, i "veicoli" usati per il lavoro speculativo, inglobandone le relative perdite. Tra crollo delle cartolarizzazioni e salvataggi delle società speculative, le banche si ritrovano a dover svalutare miliardi di obbligazioni illiquide e titoli tossici. Le svalutazioni, tradotte in bilancio, diventano poi buco miliardario.

5. La crisi esplode in Borsa. Un po' per il panico, un po' per l'esigenza di fare pronta cassa con soldi "veri", le vendite arrivano a colpire tutti i listini, in lungo e in largo. Gli istituti di credito in crisi e i fondi colpiti dai riscatti sono costretti a vendere tutto ciò che di liquido hanno nel portafoglio. Si calcola che, solo nel periodo che va dall'inizio della crisi dei mutui subprime al fallimento Lehman Brothers, si siano “bruciati” in questo modo più di 17.000 miliardi di dollari!! (e a fronte di tutto questo scempio il Tesoro USA ha annunciato un “maxi-pacchetto” di salvataggio di... 700 miliardi!)

6. Ma questo è ancora nulla. La crisi coinvolge anche il mercato dei Cds (“credit default swap”), cioè le “polizze” usate dagli investitori per assicurarsi contro l'insolvenza delle obbligazioni. Pagando un “premio” ci si copre dal rischio, se il bond finisce in default la controparte è obbligata a rimborsarlo al posto dell'emittente. Chi è la controparte obbligata dei titoli Cds? Indovinate un po'? Ma le banche, naturalmente... Loro coprono la metà del mercato (43 percento), seguite da hedge fund (31 percento) e da ultimo le assicurazioni (solo il 17 percento). Le banche, insomma, si trovano sempre con le mani in tutti i barattoli di marmellata.

7. Le difficoltà crescenti delle istituzioni finanziarie creano una crisi di sfiducia. Dapprima gli investitori iniziano a temere che le banche non siano in grado di onorare gli impegni, poi le banche, come un branco di lupi famelici, cominciano a non fidarsi più l'una dell'altra. Risultato: le banche non si prestano più soldi tra di loro nel mercato interbancario, e quando, e se, lo fanno applicano interessi da strozzinaggio. Che spettacolo! Cane che mangia cane. Il tasso “overnight”, cioè quello applicato per i prestiti che una banca fa all'altra per una sola notte, arriva a toccare sul mercato USA il 10 percento!! Scoppia la crisi di liquidità. Adesso che si cercano soldi “veri”, sembra che in giro ce ne siano rimasti pochissimi. Cominciano a crollare le banche. Bear Stearns, J.P. Morgan, Lehnan Brothers. Intervengono le mamme, le Banche Centrali, e stampano soldi, iniettano miliardi.

8. Ma arriva anche la volta delle grandi compagnie di assicurazioni. Su loro, oltre che su banche e hedge found, grava il mercato dei credit default swaps, e man mano che le insolvenze sui bond aumentano, le assicurazioni devono effettuare sempre più risarcimenti. E alla fine crollano. Aca Capital Inc., Ambac Financial Group Inc. e Mbia Inc. avevano assicurato bond per qualcosa come 5.800 miliardi di dollari, prima di scoprire di non avere abbastanza soldi per rimborsare tutte le obbligazioni. La sola Aca Capitol, con un capitale versato di 425 milioni di dollari ha assicurato obbligazioni per 60 miliardi! Aig, American International Group Inc., la più grande assicurazione del mondo, viene salvata solo dall'intervento del Tesoro e della Federal Reserve, che versa pronta cassa 85 miliardi di dollari di denaro pubblico in cambio dell'80 percento del gruppo assicurativo privato. Una bella nazionalizzazione a spese del contribuente! Le altre compagnie “galleggiano”, vivacchiando tra sovvenzioni, aiuti, aumenti di capitale e declassamenti di rating.

9. Il brusco risveglio riporta tutti alla realtà. E la realtà dice che la speculazione finanziaria sui mutui, grazie all'effetto moltiplicatore del “leveraggio”, tocca ormai quota 12.000 miliardi di dollari. Il meccanismo speculativo, nei suoi vari passaggi di mano, ha talmente ingigantito la somma iniziale che ora arriva perfino a pareggiare il pil statunitense (cioè il prodotto interno lordo, tutto quello che la nazione riesce a produrre in un anno!), che è di 14.000 miliardi di dollari! Come in una corsa a ritroso, dopo banche e assicurazioni arriva la volta delle società che hanno acquistato dalle banche i titoli cartolarizzati. Fraddie Mac e Fannie Mae, colossi che garantivano mutui per 6.000 miliardi di dollari, crollano.

10. Lieto fine (con poca sorpresa). Tutti i protagonisti verranno alla fine salvati dagli interventi congiunti di Governi, Banche Centrali e Comunità Internazionale (Fondo Monetario Internazionale in testa) che “nazionalizzeranno” le perdite. Così, mentre le banche potranno ripartire di nuovo (già lo fanno), noi avremo ipotecata la vita anche dei nostri nipoti.
E il cerchio si chiude. (D*)

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