Ernesto "Che" Guevara (1 pt.)

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Dal Messico fino allo stretto di Magellano costituiamo una sola razza meticcia”. In questa frase del Che, pronunciata nel lebbrosario di San Pablo in Perù durante il viaggio in motocicletta con il suo amico Alberto Granado, è forse racchiuso il senso più profondo del pensiero, della formazione, dell’azione e della rivoluzione di Ernesto Guevara.
Questa presa di coscienza diventa infatti il presupposto della vita di un uomo che per la forza rivoluzionaria, più culturale che non materiale, delle sue azioni, ha segnato una svolta per tutti gli uomini del continente latinoamericano, tanto da trasformarsi in brevissimo tempo in mito e leggenda.
Che Guevara è infatti l’uomo che ha rivoluzionato l’immagine del latinoamericano, conferendogli dignità, identità e cultura, ribaltando l’occidentale concezione di “meticcio”, non più simbolo di ibrido, di non definito, di inferiore, ma finalmente sinonimo di definito, di ricchezza spirituale, di apertura mentale. Proprio questo concetto è alla base delle infinite poesie, canzoni, saggi, articoli, libri, racconti tributati in questi anni al Che dai vari intellettuali latinoamericani.
Risulta così evidente che questa scoperta giovanile di un “meticciato costitutivo” presente nel popolo latinoamericano diventa l’input iniziale della sua vita rivoluzionaria. E’ questa una presa di coscienza che il Che matura rapidamente e intensamente durante la sua adolescenza, grazie a situazioni familiari ed esperienze di vita che in modo quasi naturale cominciarono a segnare la sua formazione.
E’ chiaro che per nessuno esistono date di inizio nella formazione culturale, meno che mai possono esservi nella vita del giovane Ernesto, che però già in seno alla famiglia, nella biblioteca paterna o nell’intenso rapporto spirituale con la madre, inizia sin dall’infanzia a stabilire un proprio personale dialogo con alcuni dei grandi temi della tradizione culturale ispanoamericana. C’è un mondo di sogni, di avventure e di viaggi, incorniciati nella natura selvaggia di Misiones o nell’austero clima della Sierra di Cordoba, suoi luoghi natii, che sedimentano immagini e sensazioni nel piccolo Guevara. In ogni caso è proprio tra gli scrittori, gli amici e gli intellettuali che hanno scritto pagine e pagine sulla vita del Che, che si rintracciano gli elementi e i motivi fondamentali della sua formazione.
Proprio riguardo alla scoperta di un meticciato costitutivo le prime riflessioni più significative risultano quelle di Paco Ignacio Taibo II, nella biografia a lui dedicata. Taibo infatti evidenzia come la stessa origine meticcia di Guevara, origine paterna irlandese e materna argentina con antenati spagnoli, spiani la strada alla scoperta di questo meticciato verso cui era predisposto e che era tuttavia naturale, in quanto presente nel suo stesso sangue. Ma ancora più originale è la considerazione di Taibo su come questa presa di coscienza sia vissuta e sia il risultato di un conflitto interiore di enorme portata, esploso con la conoscenza dei suoi antenati: nel recente passato dei Guevara c’è stato un vicerè di Nuova España che rapì la sua sposa in Lousiana, degli emigranti irlandesi, uno zio che si dedicò all’allevamento del bestiame.
In pratica c’erano ricchi e poveri, europei ed ispanoamericani, sfruttatori e sfruttati, e la sua origine, capisce, è quella di milioni di latinoamericani. Ci troviamo ancora, come in molti hanno messo in evidenza, in una fase teorica, a cui ne seguirà una pratica, scandita dai suoi numerosi viaggi attraverso l’America del sud.


José Martí e la sua influenza

In questa fase della formazione del Che, dunque circa all’età di 20 anni, il momento più importante è sicuramente la scoperta della figura di José Martí.
Molti sono i punti in comune tra questi due grandi personaggi, molte sono le analogie ideologiche e rivoluzionarie. Numerosi sono infatti i critici che hanno definito José Martí il padre spirituale del Che e altrettanto numerosi sono coloro che nel Che hanno visto l’incarnazione e il proseguitore del pensiero e dell’azione di José Martí.
Di certo i legami maggiori fra queste due figure eroiche dell’America Latina vanno ricercate nello scritto più conosciuto di José Martí, vale a dire Nuestra América, pubblicato nel 1891, e nelle ripercussioni che i contenuti di tale lettura ebbero sul giovane Guevara. In particolare sono alcuni concetti che impressionano il Che, dando inizio alla sua presa di coscienza di una identità latinoamericana.
Martí infatti, in Nuestra América, sostiene che per governare bene bisogna rispettare la realtà del luogo dove si governa, e che un buon governatore non è colui che sa come governano i francesi o i tedeschi, bensì colui che sa con quali elementi è composto il suo paese e come si può giungere, attraverso le tradizioni e le istituzioni dello stesso paese, a quella condizione perfetta dove ognuno si attiva e si conosce.
Ogni forma di governo deve essere il risultato dello spirito, della costituzione e dell’equilibrio degli elementi naturali del paese. Il problema dell’America Latina, di conseguenza, è che tutti i governanti sono di origine europea e governano secondo modelli e parametri europei, specie inglesi e francesi, anche perché non esiste nessuna università in America dove si insegnino i fondamenti dell’arte di governo, cioè l’analisi degli elementi peculiari dei popoli d’America.
Per questo Martí auspica che le università europee cedano di fronte a quelle americane, e che in esse si insegni “la storia dell’America dagli Incas fino ai nostri giorni, a costo di non insegnare quella degli arconti greci”.
I politici dell’America devono essere nazionali e non esotici. L’anarchia presente in molti paesi d’America secondo Martí non è altro che il risultato dell’inconciliabilità di elementi discordanti ed ostili ereditati dai colonizzatori europei.
Ma un passaggio in particolare di Nuestra América, come ricorda il padre Ernesto Guevara Lynch, colpì profondamente il Che:

"Eravamo delle caricature, con i calzoni inglesi, il gilet di Parigi, il soprabito del Nordamerica e il berretto spagnolo. L’indio, muto, faceva il giro intorno a noi e poi se ne andava in montagna, in cima, per battezzare i suoi figli. Il negro, guardato dall’alto in basso, di notte, tra il chiasso della festa, cantava le melodie del suo cuore, solo e ignorato. Il contadino, il creatore, si sollevava cieco di indignazione contro la città sdegnosa, sua creatura. Geniale era stato liberare dalle privazioni l’indio, accordare un posto al negro capace. Né il libro europeo né quello yankee fornivano però la chiave all’enigma ispanoamericano."

E’ evidente quindi come si debba considerare questo passaggio un momento fondamentale nel processo formativo del Che. In questo passo infatti si riscontrano molte analogie con i pensieri e soprattutto con le testimonianze del Che durante il suo viaggio in America Latina, di conseguenza questa lettura è il primo forte momento di consapevolezza di un “meticciato costitutivo”.
Lo stretto legame tra José Martí e il Che è stato approfondito da Antonio Moscato, scrittore e giornalista italiano, nel suo libro Che Guevara: storia e leggenda. Moscato, infatti, afferma che già in Messico, prima di incontrare Fidel Castro, Guevara ha cominciato a studiare le matrici ideologiche della rivoluzione cubana: lo si sente dai frequenti accenni a José Martí nelle lettere alla madre. Alcune frasi di Martí saranno da allora ricorrenti negli scritti e nei discorsi del Che, fino al suo stesso “testamento spirituale”, la lettera di congedo dai figli. Risulta così evidente in Guevara un’intensa assonanza, una profonda analogia di impostazione con Martí.
In un discorso del gennaio 1960, ricorda Moscato, un anno dopo la vittoria della rivoluzione, egli critica i giovani presenti perché lo hanno accolto gridando “Viva il Che Guevara!” e non “Viva Martí!”, che definisce “il mentore della nostra rivoluzione, l’uomo alla cui parola e al cui esempio bisogna sempre rifarsi”. Così dalle parole del Che in quel discorso emergono già con chiarezza i temi centrali di Martí, che ne hanno fatto un punto di riferimento permanente e legittimo per la rivoluzione cubana. A quella stessa platea infatti il Che dice:

"Si può e si deve onorare Martí nel modo i cui egli voleva che lo si facesse, quando diceva a gran voce “Il miglior modo di dire, è fare”… Di tutte le frasi di Martí, ce n’è una che credo illustri come nessun altra lo spirito dell’Apostolo. E’ quella che dice: “Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato sulla guancia di un altro uomo”… “Con i poveri della terra voglio giocare la mia sorte” diceva Martí, e così l’abbiamo fatto noi."

La rapidità con cui l’argentino Guevara sceglie Martí come punto di riferimento costante si deve probabilmente, secondo lo studioso italiano, a punti di contatto significativi anche nell’approccio alla scelta rivoluzionaria e internazionalista.
Martí è prima di tutto un osservatore attento, un grande giornalista, che si forma politicamente attraverso la sua esperienza negli Stati Uniti, essenziale per la sua radicalizzazione in un antimperialismo tenace e coerente. Così il suo itinerario è molto simile a quello di Guevara, che si forma e diviene un rivoluzionario a partire dal viaggio nell’America Latina, iniziato come studente curioso del mondo in cui vive.
Ma le analogie sono ancora più numerose e sostanziali: già nel Martí giovanissimo c’è “un’etica del sacrificio”, considerata la forma più alta di servizio, che ha profonde consonanze con quella che spingerà Guevara alla sua ultima missione.
Nel diario di Bolivia infatti il Che sostiene che il primo dovere del talento consiste nell’adoperarlo a beneficio dei derelitti; da questo si misurano gli uomini. Si è padroni esclusivi soltanto di ciò che si crea. Il talento è qualcosa che ci viene dato e comporta l’obbligo di servire con esso il mondo, e non noi che non ce lo siamo dato. Dimodochè , adoperare a nostro esclusivo beneficio ciò che non è nostro, è un furto.
Ritroviamo questo concetto più volte, negli scritti e nell’azione dell’uno e dell’altro. Soprattutto in Guevara, secondo Moscato, c’è un’identificazione con la scelta di Martí di destinare la vita al sacrificio.
Nel Manifesto di Montecristi scritto nel 1960 il Che afferma:

"Sapendo che il suo sacrificio era necessario per la realtà futura, per questa realtà rivoluzionaria che voi tutti vivete oggi, Martí ha insegnato anche a noi. Ci ha insegnato che un rivoluzionario e un governante non possono avere né piaceri, né vita privata, che devono consacrare tutto al loro popolo che li ha eletti collocandoli in una posizione di responsabilità e di lotta. E anche quando noi dedichiamo tutte le ore possibili del giorno e della notte a lavorare per il nostro popolo, pensiamo a Martí e sentiamo di star facendo vivere il ricordo dell’Apostolo."

D’altra parte Martí, come Guevara, pensava che la rivoluzione significa cambiare non un nome ma l’uomo, e avrebbe voluto essere ricordato per una “collezione” delle sue azioni più che per una raccolta dei suoi versi e dei suoi scritti. E’ certamente il suo esempio la prima ragione della sua influenza sui giovani che si erano raccolti intorno a Fidel Castro per l’impresa della Caserma Moncada.
Inoltre Martí, come il Che, è uno scrittore generoso e originale, ma senza un’opera organica. Il suo pensiero è contenuto in scritti frammentari, appunti, articoli, pamphlets, discorsi e soprattutto nelle “collezioni di azioni”. Ma il profeta della rivoluzione cubana è stato sempre un convinto internazionalista.
La sua visione è sempre latinoamericana e non solo cubana, e l’attenzione è costantemente rivolta alle vicende degli sfruttati di ogni parte del mondo, a partire dagli Stati Uniti, su cui scrive pagine bellissime dedicate alle vicende degli operai anarchici di Chicago condannati a morte o alle minoranze discriminate.
Martí, conclude Moscato, distingue sempre tra la popolazione nordamericana e la politica dei gruppi dominanti, di cui denuncia non solo i tentativi di stimolare una corrente annessionista a Cuba, ma anche le più insidiose manovre tendenti ad esercitare sull’intera America Latina una dominazione economica attraverso l’introduzione di una moneta unica. Tutto questo spiega la particolare sintonia con Martí di Guevara, che in ogni momento della sua vita e in ogni suo scritto è stato rigorosamente internazionalista, come testimonia anche la sua scelta di trasformarsi a più riprese in “ambasciatore itinerante” della rivoluzione cubana.
Sul significato dei contenuti di Nuestra América e sul rapporto fra Martí e Guevara si è soffermato in particolar modo anche Jaime Labastida, poeta e saggista messicano, le cui maggiori riflessioni sono esposte in un saggio intitolato proprio Identidad de Martí y el Che.
In esso afferma che Martí e Guevara sono due latinoamericani genuini, che oltrepassarono le frontiere dei loro paesi d'origine, diventando internazionalisti esemplari; entrambi partirono da una realtà che volevano trasformare, e che per tale motivo studiarono con rigore e conobbero a fondo, raccogliendo validi elementi in modo tale da orientare la pratica e l’azione.
Teoria e pratica, pensiero e azione, sono infatti elementi che si combinano strettamente, completandosi a vicenda, e le azioni di entrambi sono frutto di una creatività naturale, che non si apprende dai libri.
Inoltre, fa notare Labastida, Martí e il Che erano uomini fisicamente deboli ma con una forza morale incredibile, una volontà ferrea, una decisione irremovibile, una coscienza ed una audacia veramente rivoluzionarie; e soprattutto erano entrambi proverbialmente onesti, severi, semplici e modesti. In particolare però, sostiene lo studioso, è un concetto, espresso in Nuestra América, che lega fortemente il Che a Martí:

"Para ambos el hombre es el protagonista central de la historia, y sus derechos y libertades son inalienables. Ambos confian en que nuestros pueblos serán capaces de luchar por su liberación, hasta la victoria. Y confian en ellos porque conocen su formación y su historia, y saben que estos consituyen un patrimonio y una fuerza potencial de las que carece el enemigo."

"Per entrambi l’uomo è il protagonista centrale della storia, e i suoi diritti e libertà sono inalienabili. Entrambi confidano che i nostri popoli saranno capaci di lottare per la loro liberazione, fino alla vittoria. E confidano in essi perché conoscono la loro formazione e la loro storia, e sanno che questi costituiscono un patrimonio e una forza potenziale di quelle che sconfiggono il nemico."

Per la libertà e per l’indipendenza dei popoli, conclude Labastida entrambi sono pronti a tutto, fino ad offrire la loro vita, dato che tanto Martí che il Che hanno vissuto con dignità esemplare e sono morti eroicamente.
Sullo stretto rapporto tra Martí e il Che si è soffermato anche Alejo Carpentier, una delle figure più rappresentative della cultura cubana e latinoamericana. In un saggio intitolato Heroe de América rileva come da Martí Guevara abbia appreso la concezione di una realtà latinoamericana da pensare in termini collettivi, perché si tratta appunto di una “Nostra America”, di un impasto di popoli che pur ignorando la reciproca esistenza, si conoscono profondamente per la loro naturale somiglianza.

"Hablamos de America. La de Martí. La de “amasijo de pueblos”. Aquella que conoce “ el desdén del vecino formidable que no la conoce”, la del la masa que “quiere que la gobiernen bien” y gobierna ella misma, sacudiéndose el mal gobierno si ese gobierno de turno la lastima. Hablamos de América. Amamos esta América."

"Parliamo di America. Quella di Martí. Quella dell’ “impasto di popoli”. Quella che conosce “il disprezzo del vicino temibile che la ignora”, quella della massa che “desidera che la governino bene” e governa essa stessa, rovesciando il mal governo se questo governo di turno non la soddisfa. Parliamo di America. Amiamo questa America."

Pertanto il Che è stato un uomo che, sulla base di questo pensiero, ha lottato per tutta l’America, senza tirarsi indietro di fronte alle imprese più difficili e pericolose, un uomo di dimensione universale, di mente attenta, di pensiero chiaro, che ha lottato per le aspettative di migliaia e migliaia di esseri umani, perché, potremmo dire, abitava dentro di loro.
Il Che infatti, afferma Carpentier, ha abitato in Argentina, a Cuba, in Guatemala, dentro di noi ed in ogni luogo d’America, per attivare una rivoluzione che oltrepassasse i limiti geografici e si proiettasse verso dimensioni universali.
A tal proposito riporta le parole di Fidel Castro, che riguardo al Che ebbe a dire:

No sólo lo temían viviente, pero muerto, inspira un temor mayor…Si los imperialistas saben que un hombre puede ser eliminado físicamente, nada ni nadie puede eliminar un ejemplo semejante."

"Non solo lo temono da vivo, ma da morto ispira un timore maggiore…Anche se gli imperialisti sanno che un uomo può essere eliminato fisicamente, niente e nessuno può eliminare un esempio simile."

Di conseguenza il suo è stato un esempio indistruttibile e niente potrà attenuare la luce che si diffonde per la liberazione dell’America, quella autentica, che veramente i latinoamericani possono chiamare “nostra” nel tempo presente.
Il mito, la leggenda, la favola, la tradizione trasmessa di bocca in bocca, conclude Carpentier, levano alto, nelle radure della terra, sui dorsi delle cordigliere, a largo dei fiumi, il nome del Che.

"Nombre de un hombre por siempre inscrito en el grande martirologio de América, que caído, habrá de levantar nuevas energías revolucionarias en el camino donde, según últimas páginas de su diario, el paso de sus hombres “había dejado huellas”. Huellas que no se borran. Que jamás habrán de borrarse. Que quedan marcadas en el suelo del continente entero."

"Nome di un uomo per sempre iscritto nel gran martirologio dell’America, che, caduto, avrà da diffondere nuove energie rivoluzionarie nel cammino in cui, secondo le ultime pagine del suo diario, il passo dei suoi uomini “abbia lasciato tracce”. Quelle che non si cancellano. Quelle che mai potranno cancellarsi. Che restino marcate nel suolo del continente intero."

Uno dei contributi critici più approfonditi sulla formazione culturale del Che e sul peso che, a tale proposito, ha avuto la conoscenza di Martí è stato fornito senza dubbio da Roberto Fernández Retamar, nel libro Cuba hasta Fidel y para leer el Che, una raccolta di scritti sul Che; uno di essi è dedicato proprio a tale questione.
Fernández Retamar analizza infatti le fasi e gli aspetti più significativi della formazione del Che, compreso naturalmente il momento in cui egli conosce la figura di José Martí e approfondisce il suo pensiero, sottolineando come da lui apprese in particolar modo il concetto di profonda unità dei paesi latinoamericani e la capacità di sentirsi cittadino in ogni nazione. Si tratta oltretutto di qualità chiaramente identificabili nelle sue capacità linguistiche e nel suo stesso modo di parlare.

"Es probable que entonces tuviera ya la revelación que en su tiempo tuvo Martí la de la profunda, indestructible unidad de nuestros países, más allá de las fronteras artificiales; es probable que entonces aprendiera a sentirse latinoamericano. En Guatemala, en México – y luego y sobre todo en Cuba- iba a verificar lo que aquellos viajes ya le habían echado a la cara: la miseria., el desamparo, y la identidad última de nuestras tierras mestízas.
Si la situación especifica del país en que naciera se le ofrecía confusa, y lo impulsaba a buscar otros aires iban a hacerlo suyo, iban a trasformarlo. Es curioso, al oir su voz, esucharle un acento que no no es ni argentino ni mexicano ni cubano, si ser tampoco, por supuesto, ese español abstracto, exangüe, de algunos profesores de lengua en tierra extraña: es en realidad, con referencia a nuestro Continente, lo que Unamuno proponía para el área del idioma: el sobrecastellano. Cada uno de nosotros lo reconoce como suyo aunque, a la vez, hay en él algo de otra parte. Esa otra parte quizás no es sino la totalidad misma, la América nuestra en su conjunto. No podemos conjeturar que así debió haber sido el español de Martí, un español no tanto acubanado (aunque esto prevaleciera: Urbina ha hablado de su acento costeño) como hispanoamericanizado?
Me he detenido en esto porque creo que en su caso es un ejemplo más de que el Che, como Martí, no sólo se pensaba, sino además se sentia latinoamericano, y se expresaba como tal, así como otros se sienten de un país, y hasta de una zona de ese país. No hubo en él ningún orgullo local, sino una especie de responsable amargura continental: todo lo que nos divide le parecía vano frente a problemas reales y comunes que es menester decidirse a afrontar de manera real y común
."

"E’ probabile che già allora abbia avuto la rivelazione che ai suoi tempi aveva avuto Martí: quella della profonda, indistruttibile unità dei nostri paesi, al di là delle frontiere artificiali; è probabile che allora abbia imparato a sentirsi latinoamericano. In Guatemala, in Messico – e dopo soprattutto a Cuba – avrebbe verificato ciò che quei viaggi già gli avevano gettato in faccia: la miseria l’abbandono e l’identità ultima delle nostre terre meticce.
Se la situazione specifica del paese in cui era nato gli si presentava confusa, e lo spingeva a cercare altre atmosfere, quelle atmosfere stavano per conquistarlo, stavano per trasformarlo. E’ curioso, udendo la sua voce, ascoltare un accento che non è né argentino né messicano né cubano, senza essere comunque, per esempio, quello spagnolo astratto, esangue, di alcuni professori di lingua stranieri: è in realtà, con riferimento al nostro continente, quello che Unamuno proponeva per l’area dell’idioma: il sovracastigliano. Ognuno di noi lo riconosce come suo anche se , a volte, c’è in esso qualcosa che viene da un’altra parte. Quell’altra parte forse non è che la totalità stessa, la nostra America nel suo insieme. Non possiamo congetturare che così deve essere stato lo spagnolo di Martí, uno spagnolo non tanto “cubanizzato” (sebbene questo prevalesse: Urbina ha parlato del suo accento costiero) quanto ispanoamericanizzato?
Mi sono soffermato su questo aspetto perché credo che nella sua specificità è un ulteriore esempio del fatto che il Che, come Martí, non solo si considerava, ma ancor più si sentiva latinoamericano e si esprimeva come tale, così come altri si sentono di un paese o perfino di una zona di questo paese. Non c’era in lui alcun orgoglio locale, ma una specie di responsabile amarezza continentale: tutto ciò che ci divide gli sembrava vano di fronte ai problemi reali e comuni che bisogna decidersi ad affrontare in maniera reale e comune."

Proprio per rimarcare lo stretto nesso ideologico tra Martí e il Che Fernández Retamar riporta le parole che lo stesso Guevara disse il 28 gennaio del 1960 nel corso di una conferenza sui paesi sottosviluppati:

"Martí fue el mentor directo de nuestra revolución, el hombre a cuya palabra había que recurrir siempre para dar la interpretación justa de lo fenómenos históricos que estábamos viviendo […] porque José Martí es mucho más que cubano; es americano: partenece a todos lo veinte países de nuestro continente […] Cúmplenos a nosotros haber tenido el honor de hacer vivas las palabras de José Martí en su patria, en el lugar donde nació."

"Martí è stato il mentore diretto della nostra rivoluzione, l’uomo alla cui parola bisognava sempre ricorrere per fornire la giusta interpretazione dei fenomeni storici che stavamo vivendo (…) perché José Martí è molto più che cubano: è americano; appartiene a tutti i venti paesi del nostro continente (…) E’ toccato a noi l’onore di rendere vive le parole di José Martí nella sua patria, nel luogo dove è nato."

Il Che quindi sa bene che Martí è stato il primo pensatore del continente latinoamericano e che questa sua affermazione è valida anche per una rivoluzione dei paesi sottosviluppati. Tuttavia Fernández Retamar compie anche una analisi critica di queste parole, poiché, afferma, in esse c’è qualcosa di più che richiama l’attenzione: l’uso del passato.
Vale a dire che, per rimanere fedeli alla sua parola e al suo spirito, occorre tener presente che lui ci aveva insegnato di fare in ogni momento quello che è necessario. In pratica, nella lotta rivoluzionaria, occorre adattare l’azione alle esigenze della realtà; una lezione questa che il Che apprese chiaramente. Infatti non importa quanto violenta possa essere un’azione, o quanto arido possa essere un pensiero; l’una e l’altro, nel rivoluzionario, sono al servizio dell’uomo. Se questo principio può essere offuscato dai nemici, deve invece essere costantemente ripetuto dai rivoluzionari. Ed è proprio l’essere al servizio dell’uomo che spinse Guevara, dopo lunghi viaggi diplomatici in altri paesi, a riprendere le armi lottando per la libertà dei popoli, affermando che altre terre reclamavano i suoi “modesti sforzi”.
Eloquenti le parole di Fidel Castro, riportate da Fernández Retamar, subito dopo la partenza del Che per la Bolivia:

"El compañero Guevara se unió a nosotros cuando estábamos exiliados en México, y siempre, desde el primer día, tuvo la idea, claramente expresada, de que cuando la lucha terminara en Cuba, él tenía otros deberes que cumplir en otra parte, y nosotros siempre le dimos nuestra palabra de que ningún interés nacional, ninguna circustancia nos haría pedirle que se quedara en nuestro país, o de esa vocación. Y nosotros cumplimos cabalmente y fielmente esa promesa que le hicimos al compañero Guevara."

"Il compagno Guevara si unì a noi quando eravamo esiliati in Messico, e sempre, fin dal primo giorno, maturò l’idea, chiaramente espressa, che quando la lotta sarebbe terminata a Cuba, egli aveva altri doveri da compiere in altri paesi, e noi sempre gli abbiamo dato la nostra parola che nessun interesse di Stato, nessun interesse nazionale, nessuna circostanza ci avrebbe indotto a chiedergli di restare nel nostro paese, contro quella vocazione. E noi abbiamo interamente e fedelmente onorato quella promessa fatta al Compagno Guevara."


Allo stesso modo emblematiche, anche se pronunciate qualche anno prima ma forse proprio per questo più significative, le parole pronunciate dal Che nel 1964 in risposta ad un funzionario Onu che lo provocava:

"He nacido en Argentina; no es un secreto para nadie. Soy cubano y también argentino, y, si no se ofenden las ilustrísimas senoría de latinoamérica, me siento tan patriota de Latinoamérica, de cualquier país de Latinoamérica, como el que más, y en el momento en que fuera de cualquiera de los países de Latinoamérica."

"Sono nato in Argentina; non è un segreto per nessuno. Sono cubano e anche argentino, e, se non si offende l’illustrissima signoria Latinoamerica, mi sento patriota dell’America Latina, nel modo più assoluto, e qualora fosse necessario, sarei disposto a dare la mia vita per la liberazione di qualsiasi paese latinoamericano."

Sembra quindi trattarsi, afferma Retamar, più che della sordida realtà, delle vicissitudini mitiche di un eroe leggendario. Un eroe che riuscirebbe ad agitare la Terra. Perfino i nemici, infatti, si inchinarono davanti a tanta grandezza. Perfino i duri di cuore e i tiepidi sentirono rimanere nella loro anima lacrime di uomo. Se alcuni non hanno potuto, neppure allora, vedere e comprendere, allora, sentenzia, non potranno più vedere né comprendere.“Se han convertido ellos mismos en estatuas de sal, y la historia implacable los desmorona como al polvo” (Hanno trasformato se stessi in statue di sale, e la storia implacabile li sgretola come polvere).
Il Che fu quindi un uomo che, quasi per un’esigenza istintiva, riscontrabile in altri eroi latinoamericani, come il venezuelano Simon Bolivár, l’argentino José de San Martin, il dominicano Maximo Gómez, il martinicano Frantz Fanon, sacrificò la propria esistenza per la libertà degli altri. Ed in questa consapevole scelta il pensiero e l’influenza di José Martí ebbero un ruolo fondamentale. Non a caso Fernández Retamar conclude il capitolo citando la frase forse più conosciuta del Che, parafrasata proprio dal suo maestro Martí:
Sobre todo, sean sampre capaces de sentir en lo más hondo cualquier injusticia cometida contra cualquiera en cualquier parte del mundo. Es la cualidad más linda de un revolucionario


I viaggi del Che e la scoperta dell’America Latina

Quando si parla di una fase pratica nella presa di coscienza del Che di una identità latinoamericana, non si possono tralasciare il luogo e gli ambienti in cui nacque.
Roberto Massari nel suo libro Che Guevara: l’uomo dal mito alla storia si sofferma in particolare su un elemento che accompagna il Che fin dalla prima infanzia, la piantagione del padre di yerba mate, vicino a cui crebbe i primi anni. Per lo yerba mate, afferma, non possiamo che rimandare direttamente alla pampa argentina: è lì che occorre bere l’infuso, al calore del focolare di un gaucho, assaporando l’essenza ancestrale del mito e “cogliendone il messaggio di solidarietà, di cultura fuori del tempo che esso infonde”.
Su questo contesto argentino in cui Guevara cresce non mancano le testimonianze. Fondamentale quella del padre, Ernesto Guevara Lynch, che giustamente mette in risalto l’importanza dell’ambiente naturale, di quei luoghi celebri nella storia della ricerca geografica, botanica, archeologica, naturalistica, per poi sottolineare anche come i molti resoconti di quelle imprese campeggiassero nella biblioteca familiare. Così, fa notare, i suoi studi di archeologia india e precolombiana, attraverso cui ripercorre a ritroso l’itinerario plurisecolare di installazione degli indigeni nel continente (gli Incas, i Maya, gli Aztechi), diventano la causa scatenante della sua voglia di viaggiare. E’ anche, come testimoniano in molti, il primo passo reale verso la scoperta di una identità latinoamericana.
In poco meno di cinque anni il Che visitò a più riprese l’intera America Latina. Momento cruciale è però il viaggio in moto con l’amico Alberto Granado, viaggio in cui il Che subisce la trasformazione interiore più profonda. Emblematiche in tal senso sono le parole che lui stesso pronuncia nell’introduzione al suo diario di viaggio, e che ci rendono a pieno l’idea di come questo momento sia stato per lui veramente rivoluzionario:

"Il personaggio che ha scritto questi appunti è morto quando è tornato a posare i piedi sulla terra d’Argentina, e colui che li riordina e li ripulisce, “io”, non sono più io; per lo meno, non si tratta dello stesso io interiore. Quel vagare senza meta per la “Maiuscola America” mi ha cambiato più di quanto credessi."

Roberto Massari, nel già citato Che Guevara: l’uomo dal mito alla storia, dimostra come l’intero viaggio sia scandito dall’elemento indigeno che si propone continuamente ai due amici, impregnandone la coscienza e la sensibilità. La presenza indigena si manifesta in ogni paese, in ogni momento, in ogni situazione che incontrano.
E’ in questa fase, sostiene Massari, che la preistoria e la storia dell’indio appaiono spontaneamente nel presente di Guevara come storia di emarginazione sociale. Il meticcio, il contadino affamato, l’analfabeta, il bimbo scheletrico o il giovane bracciante con scarse possibilità di diventare vecchio, sono il modo vero e brutale in cui il problema “indio” si presenta a Ernesto.
E la scoperta di questa nuova dimensione dell’indio significa in primo luogo “riappropriazione delle radici di un pensiero popolare vero, profondo, ancestrale in alcune sue proiezioni culturali. Sono le radici dell’anima e del continente latinoamericano”. Di conseguenza, da questa scoperta “indianistica”, scaturisce anche la consapevolezza di una dimensione necessariamente sovranazionale, continentale, del più antico problema sociale latinoamericano.
A supportare queste considerazioni giungono anche le testimonianze di Alberto Granado nel suo libro En viaje con el Che. Granado insiste sulla meraviglia e lo scoramento allo stesso tempo che provoca la constatazione dell’enorme squilibrio tra ricchezza e miseria, potenti e schiavi, benestanti ed emarginati, in ogni luogo visitato. In particolare, mangiando ogni tanto e viaggiando su camion insieme ad indios ed animali, i due amici constatano il razzismo e i maltrattamenti nei confronti degli indigeni.
Nel suo diario il Che riporta questa testimonianza:

Alla fine del terzo giorno, il quinto di permanenza ad Andahuaylas, abbiamo conseguito quello che cercavamo, cioè un camion diretto ad Ayacucho. Provvidenziale, senza dubbio, perché Alberto aveva reagito violentemente contro uno dei soldati di guardia che aveva insultato una donna india venuta lì a portare da mangiare al marito arrestato, e la sua reazione era sembrata assolutamente inopportuna a quelli che consideravano gli indios come cose degne tutt’al più di essere lasciate vivere, suscitando un certo risentimento nei nostri confronti

Così l’indio precolombiano spesso è ancora lì, vivo, in carne ed ossa a testimoniare con la propria arretratezza ed emarginazione gli effetti della acculturazione forzata. Però, proprio nel Cile indigeno, scoprono qualcosa di completamente diverso dal loro paese e qualcosa di tipicamente americano, impermeabile all’esotismo che ha invaso le loro pampas.
"Nelle viuzze strette del villaggio, con la pavimentazione di pietre tipicamente indigena e i bruschi dislivelli, le meticce con i bimbi sulla schiena… insomma, nei tanti aspetti pittoreschi, si respira l’evocazione di tempi anteriori alla conquista spagnola."
Ma proprio riguardo alla formazione del Che e al suo viaggiare nell’America Latina trovando e riconoscendo ovunque una parte di se stesso e della sua identità, sembra esemplare una strofa di Alfredo De Robertis, poeta e compositore argentino, che nella poesia intitolata Ay, Che Camino, scrive:

"Yo soy un hombre nacido
allá en la pampa lejana
pero mi sueño querido
es la patria americana
No tengo ni tierra ni casa,
no tengo nombre ni edad,
soy como el viento que pasa,
un viento de libertad
."

"Io sono un uomo nato
là nella pampa lontana
ma il mio grande sogno
è la patria americana
Non ho terra né casa
non ho nome né età
sono come il vento che passa
un vento di libertà."

Anche De Robertis, quindi, mette a fuoco questa straordinaria virtù del Che di sentirsi americano in senso lato, di riconoscersi cittadino di ogni paese che incontra, difendendo la nazionalità ma abbattendo i nazionalismi. Una virtù che gli permetteva di comprendere i problemi, gli ideali, i costumi di ogni uomo, e di conseguenza di lottare con piena consapevolezza per la loro legittimazione.
Quando si parla del viaggio del Che è però impossibile trascurare la tappa sicuramente più importante: la visita al lebbrosario di San Pablo in Perù. Alla base di questo viaggio in particolare un’interpretazione originale ci viene ancora da Roberto Massari, che vede nel soggiorno al lebbrosario di San Pablo il risultato di una filosofia personale del Che sullo studio dell’uomo.
In lui infatti, sostiene, c’è molto di riflessione sull’uomo, sull’uomo che egli è, quindi sull’uomo “se stesso”, ma anche sull’uomo “altro”, sull’uomo che egli incontra, come amico e come nemico.
Uno degli aspetti pioneristici nell’umanesimo di Guevara è stato certamente rappresentato dalla determinazione con cui ha intrapreso il processo di trasformazione di se stesso; e “per conoscere se stesso il Che è andato dagli altri”.
Ad un certo punto della vita egli ha detto basta al suo contesto sociale, alle sue abitudini in via di cristallizzazione, fuori dal conformismo, alla ricerca di una strada per uscire da se stesso, dalla famiglia di Buenos Aires e dalla Argentina peronista. Va in giro per il mondo, sostiene Massari, a cercare l’uomo, “l’altro”, quel qualcosa che ovviamente non poteva trovare in se stesso, né nel banale mondo di una tranquilla sopravvivenza piccolo o medio-borghese.
Ma cosa cerca veramente il giovane Guevara? Alla ricerca dell’uomo abbrutito e reietto, Ernesto visita come prime tappe del suo lungo e celebre viaggio i luoghi di raccolta dell’estrema povertà della società latinoamericana del tempo: i lebbrosari del continente. Non era il suo un interesse professionale di medico che lo spingeva in quella direzione, ma la percezione trasfigurata, al limite letteraria, del lebbroso come espressione esasperata della sofferenza umana, della miseria, dell’uomo schiacciato dal destino e dalle condizioni sociali.
Queste considerazioni, oltretutto, traspaiono chiaramente dalle pagine del suo diario, così come la rivoluzione interiore che provoca in lui il contatto con i lebbrosi.

"Il problema è che l’adattarsi alla situazione fa sì che nelle famiglie povere il soggetto inabile a guadagnarsi il sostentamento si veda circondato da un’atmosfera di acredine a malapena dissimulata; da quel momento si cessa di essere padre, madre o fratello per trasformarsi in un fattore negativo nella lotta per la vita e, come tale, bersaglio del rancore della comunità sana che finisce col considerare la sua infermità come un insulto personale verso coloro che devono mantenerlo. Lì, in quegli ultimi istanti per gente il cui orizzonte più lontano è sempre stato arrivare al domani, è dove si coglie la profonda tragedia che condensa la vita del proletariato di tutto il mondo; c’è in quegli occhi moribondi una sommessa richiesta di perdono e anche, molte volte, una disperata richiesta di consolazione che si perde nel vuoto, come presto si perderà il corpo nell’immensità del mistero che ci circonda. Fino a quando continuerà questo ordine delle cose basato su un’assurda suddivisione in caste, è qualcosa cui non sta a me rispondere, però è ora che i governanti dedichino meno tempo alla propaganda delle qualità del loro regime e più denaro, moltissimo in più, per la realizzazione di opere di utilità sociale."

La sua ricerca dell’uomo quindi non poteva che iniziare dal fondo della disperazione sociale e psicologica e quindi coerentemente dal “fratello di lebbra”: un simbolo, come afferma Massari, per tutto il nostro medioevo, della disperazione umana, affiancato per secoli alla idealizzazione del bacio del lebbroso come prova estrema di coraggio e altruismo.
Accade così che proprio nel lebbrosario Ernesto Guevara apprende a fondo i sentimenti della comprensione, della solidarietà, dell’amicizia per il prossimo che, spesso, è strettamente legato a noi solo per il suo modo di essere e venire considerato. E a San Pablo, in particolare nel giorno del commiato, il Che capisce in nome di quali ideali lotterà nella sua vita:

"Pur considerandone la semplicità, una delle cose che più ci ha impressionato è stato il commiato dei malati. Hanno messo assieme fra tutti cento sol e mezzo che ci sono stati consegnati con una letterina magniloquente. Alcuni di loro sono venuti a salutarci personalmente e a più d’uno sono scese le lacrime ringraziandoci per quel poco di vita che gli avevamo dato, mentre stringevamo le mani, accettavamo i regali e ci sedevamo in mezzo a loro ad ascoltare la radiocronaca di una partita. Se c’è qualcosa che, un giorno, dovesse convincerci a dedicarci seriamente alla lebbra, sarà questo affetto che ci dimostrano i malati di ogni parte."

Dopo il lebbroso, la disperazione dell’uomo si incarna nell’indio, vale a dire il grande esercito operaio del continente, negli emarginati delle Ande, nei peones delle haciendas, nei minatori del salnitro, in quelle grandi masse di popolo che per prime hanno pagato i prezzi del colonialismo e poi dell’imperialismo.
Le considerazioni di Massari trovano riscontro nei versi di un famoso poeta argentino, Humberto Costantini, che nella poesia intitolata Che scrive:

"Debiéramos filtrar todas las aguas de los ríos.
Lavar todas las caras de los negros.
Picar la cordillera de los Andes.
Poner a South América en un termo.
Dicen que en Venezuela montaba una guitarra.
Que en Buenos Aires entraba en bandoneones y discépolos.
Que en Uruguay punteaba una milonga con el Diablo.
Y en Brasil vestido de caboclo bajaba a los terreiros
."

"Dovremmo filtrare tutte le acque dei fiumi
Lavare tutte le facce dei negri
Macinare la cordigliera delle Ande
Mettere South América in un termos
Dicono che in Venezuela cavalcasse una chitarra
Che a Buenos Aires stesse dentro i bandoneòn e i discépolos
Che in Uruguay suonasse una milonga col Diavolo
E in Brasile vestito da contadino scendesse alle balere."


In pratica il processo formativo del Che sembra ricalcare le definizione che Nadine Gordimer dà del creolo: colui che non appartiene ad alcun paese, colui che non ha impronta nazionale e che per questo deve “costruire se stesso”. In questi termini il Che può essere definito il più grande creolo dell’America Latina.

La formazione del Che in Jaime Valdivieso

In ambito strettamente poetico la formazione politico culturale del Che è stata affrontata soprattutto da Jaime Valdivieso, che a tale proposito ha composto forse i versi più profondi e penetranti. Presencia del Che Guevara, questo il titolo della sua poesia, parte da un presupposto ideologico ormai appurato e riconosciuto, vale a dire l’inscindibilità di politica e cultura, due elementi da sempre uniti da uno stretto legame, specialmente se rapportate alla vita di un rivoluzionario e, in questo caso, di un rivoluzionario come Ernesto Che Guevara.
La politica infatti è cultura, è modo di essere, di vivere, di pensare, di esistere e, come tale, naturalmente, è portatrice di etica e morale. Ogni nostra azione quotidiana, anche la più semplice, presuppone una formazione culturale, un pensiero ben precisi e definiti. Di conseguenza anche in ogni elemento materiale o atmosferico toccato o attraversato da uomini di straordinaria levatura morale, si può scorgere la loro presenza e il loro messaggio.
Questa, dice Valdivieso, è una delle doti immortali del Che, e che immortale lo hanno reso:

"Pido la respiración más
pura, más entrecortada y honda
para hablar del Che Guevara;
pido hablar del agua, del aire,
de su presencia cotidiana
como el aire y como el agua
."

"Chiedo il respiro più
puro, spezzato e profondo
per parlare del Che Guevara
chiedo di parlare dell’acqua, dell’aria
della sua presenza quotidiana
come l’aria e come l’acqua."

Chiaramente questa virtù magica del Che è il risultato di un percorso formativo lungo e profondo, di una vita vissuta intensamente, con esperienze toccanti e diretta conseguenza di una sensibilità e di una maturità non comuni. Le tappe fondamentali di questa presa di coscienza culturale vengono ripercorse in brevi ma significativi versi da Valdivieso.

"Del hombre que dejó la ciudad
olvidó su diploma
y salió a pié, en la motocicleta
( y luego una balsa)
por los senderos del maíz y la malanga
buscando al hombre
en los huecos de la lepra
.
[…]
Pero en alguna parte
había una estrella con un dedo
rojo señalando hacia la selva
hacia las alturas
del Cuzco y Machu Picchu
donde se ahoga el aire,
o hacia el fondo de la tierra
donde aún palpita
el pecho de los mayas
."

"Dell’uomo che lascia la città
dimentica la sua laurea
e parte a piedi, in motocicletta
(e poi una zattera)
lungo i sentieri del mais e la malanga
cercando l’uomo
nelle cavità della lebbra
[…]
Da qualche parte però
una stella con un dito
rosso indicava la selva
le cime
di Cuzco e Machu Picchu
dove l’aria soffoca
o il fondo della terra
dove ancora palpita
il petto dei maya"

E’ proprio grazie a questa maturazione e a queste esperienze che Valdivieso giunge a paragonare il Che, se non ad inserirlo in quella ristretta cerchia come loro ideale continuatore, a vari eroi latinoamericani, come Fra Bartolomeo de las Casas, Tupac Amaru, José Martí e Sandino.
In definitiva archeologia, indigenismo, medicina, letteratura e i primi rudimenti del marxismo si mescolano e si fondono in una sintesi culturale nuova, che ancora non è politica, ma che è già radicale: non è più una produzione fantastica, ma non è ancora sistematica. E’ la sintesi di un uomo che in primo luogo si sta formando nella sua proiezione psicologica esterna e poi nell’incontro con un prossimo sempre più apertamente percepito come insieme e non come semplice serie di individui. E’ un’immagine di uomo che, per spezzare la crosta della concezione idealistica tradizionale, ha ancora bisogno di assumere sembianze e forme di categorie particolari: il lebbroso, l’indio, il meticcio, il marginale, il reietto. Un uomo appunto, quello latinoamericano, caratterizzato da un meticciato costituivo di base, frutto della fusione di elementi storici, genetici, culturali comuni e, pur con le loro sfumature diverse, strettamente connessi tra loro.

Marco Galice

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