Ernesto "Che" Guevara (2 pt.)

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Considerazioni generali sul mito Guevara

Ernesto Guevara è un mito. I motivi, le spiegazioni, le interpretazioni sono innumerevoli, però, nonostante la sua esistenza sia stata breve, egli ha una fama non comune; pochi altri sono riusciti a lasciare un'impronta così forte nella memoria collettiva dei popoli di tutto il mondo.
Nella famosa foto di Alberto Díaz Gutiérrez, più conosciuto come Korda, lo si vede col basco con la stella a cinque punte, un giubbotto di pelle, i capelli lunghi e lo sguardo rivolto verso un orizzonte immaginario. Milioni di uomini, in ogni luogo della terra, ancora oggi alzano al cielo i cartelli e le bandiere con la sua immagine, ed amano ricordarlo.
In pratica il Che è l’eroe del XX secolo. Se è vero che il suo mito può riflettere lo spirito del suo tempo, non è detto però che l’eroe debba rispondere solo ai bisogni della sua epoca; spesso anzi egli diventa tale proprio perché riesce ad interpretare istanze diverse da quelle della sua civiltà. Ognuno lo vede infatti in modo diverso: come un guerriero, un asceta, un intellettuale, un profeta, un avventuriero, un romantico, un sognatore, un utopista, un rivoluzionario o addirittura come un santo.
Le ragioni per cui il Che è un eroe universale sono molteplici, ma quella principale consiste nell’essere un uomo della storia. Il mito, in genere, è una figura atemporale. Gli uomini la fissano nella mente e la tramandano senza pensare se le cose che si riferiscono alla sua esistenza siano vere o false; custodiscono il suo ricordo reinventandolo.
In quanto mito, il Che è anch’egli frutto dell’immaginazione, ma nel suo caso abbiamo migliaia di fotografie, di filmati, di pubblicazioni, di testimonianze di ogni genere che ci danno informazioni sulla famiglia, l’infanzia, gli amori, le amicizie, gli stati d’animo, le idee e le scelte di vita. La realtà, a volte, sembra superare la leggenda, la storia il mito.
Mythos in greco significa parola, narrazione, ossia forma che diventa racconto. Come ricorda Roland Barthes a proposito dei miti d’oggi, il mito è una parola scelta dalla storia, per cui esso non può sorgere dalla natura delle cose. E’ quindi un racconto che si fissa nel tempo. In ogni caso, colui che aderisce al mito aiuta a rimodellarlo, a tramandarlo diventandone, in qualche modo, parte integrante.
I miti contemporanei non servono a spiegare la nascita del fuoco o l’origine dell’universo, come avveniva con i miti greci, bensì la nascita del mondo moderno. Sono punti di riferimento che servono a rendere parte del mito “mitico” coloro che si riconoscono in esso.
Nel passato gli scrittori, gli intellettuali, rimodellavano e tramandavano i miti, oggi invece sono le masse e i mezzi di comunicazione a farlo. Ma l’universalità del Che è in relazione anche alla complessità delle idee per cui si era battuto. Era un comandante guerrigliero comunista e, in tale veste, divenne famoso tra tutti coloro che nel mondo condividevano le sue idee.
Era un marxista libertario, antidogmatico e umano, e ciò lo differenziava da quei comunisti ortodossi che avevano finito per costruire dei regimi autoritari. Era anche un “patriota mondiale” poiché lottava per l’indipendenza di quei popoli del mondo che si trovavano sotto il dominio di altri popoli. Era però prima di tutto un rivoluzionario, cioè un uomo che combatteva ogni forma di autoritarismo, che anteponeva l’azione al pensiero, che imbracciava il fucile contro ogni forma di sfruttamento , che lottava per la creazione di un uomo nuovo.
Questa caratterizzazione originale della sua vita e questa multiformità del suo pensiero, lo rendevano degno di ammirazione, anche se per ragioni diverse, in ogni parte della terra. Per un contadino boliviano il Che rappresentava un combattente contro lo sfruttamento, per uno studente francese il simbolo dell’uomo errante, per un operaio cubano un liberatore della patria, per un pastore congolese un soldato che lottava contro il colonialismo, per un piccolo borghese argentino un nemico dell’imperialismo. La fama universale del Che è quindi in relazione al suo essere eroe in terra straniera.
Come afferma lo studioso italiano Giovanni Sole, nel suo articolo “Considerazioni sul mito guevariano”, il Che era dell’idea che ci fossero uomini che, per le loro qualità umane, lasciavano un’impronta forte.
In quanto comunista e rivoluzionario, aveva però un’idea di eroe intimamente legata al popolo. La grandezza del singolo non aveva senso se non era inserita in un movimento collettivo. Egli non combatteva per la sua patria, ma per tutte le patrie, non combatteva per la sua gente, ma per tutte le genti. La sua terra era il mondo intero e i suoi compagni tutti coloro che lottavano.
Il Che, afferma Luce, è un eroe universale anche perché era un uomo errante. L’uomo mitico è spesso colui che è trascinato ai margini del mondo, perennemente in esilio, destinato ad una vita errabonda: il vagare è legato alla sua natura. In lui era il viaggio a creare il mito, a fargli sorgere il desiderio di una meta:

"Guevara errava sempre e suscitava grande ammirazione da parte di chi rimaneva fermo, ma anelava al viaggio e alla libertà. Egli appare come il pellegrino per antonomasia, il cavaliere errante che non riposa mai, che non trova pace, sempre alla ricerca di se e dell’altro."

Il suo coraggio e il suo rigore morale affascinavano le grandi masse. Molti uomini che si facevano portavoce della povera gente, sempre pronti a criticare i compagni e a richiamarli alla coerenza rivoluzionaria, quando era il momento di scendere in campo, trovavano mille scuse per non agire. Il Che invece era diverso; diceva che bisognava combattere e prendeva il fucile.
Impressionò e commosse il mondo intero, ricorda Sole, quando giovane ministro cubano, al culmine del successo e della fama, lasciò tutto e tutti per andare a morire in una sperduta boscaglia della Bolivia. Nessuno lo aveva costretto ad andare, anzi, da molti gli era stato sconsigliato. Ma coloro che soffrono hanno bisogno di uomo giusto che li difenda dalle forze del male, che cerchi di liberarli dalla distruzione e dalla morte, che dia loro la speranza di vivere in un mondo più giusto, che li protegga nel corso della loro esistenza. Il Che permette così agli uomini di andare oltre, tenta di offrire una risposta ai problemi che tormentano l’umanità.
Sull’eroico guerrigliero grandi masse proiettano i loro desideri inconsci, le loro speranze e i loro sogni. Oggi, afferma lo studioso, si grida “il Che è vivo”. Il Che è vivo perché da uomo morto diventa immortale, perché, sconfitto da vivo, risorge da morto. Diventando immortale, si sposta però in una dimensione totalmente immaginaria ed egli non è più una figura storica, ma mitica, staccata dal suo contesto sociale, fuori dal tempo e dallo spazio.
Il Che, isolato dagli uomini e sottratto alla storia, appare un cavaliere che erra per il mondo rincorrendo i suoi sogni. Come Don Chisciotte, il malinconico gentiluomo spagnolo, tutto chiuso nel suo mondo fantastico, cammina sul suo ronzino malfermo e macilento per difendere la giustizia, raddrizzare torti e punire i colpevoli.

"La vita del Che si presenta come un groviglio di realtà e di immaginazione. Agli occhi degli uomini egli appare come un semidio, un eroe che esprime ideali così elevati da non potere trovare spazio in un mondo di lupi rapaci. A causa della sua vita itinerante, della sua purezza e della sua umanità, viene considerato come il portatore di un mistero sacro, come un santo sulla terra al servizio dell’umanità. Diventando un mito il Che diventa altro de sé. La sua immagine si carica anche di valori che non possono essere legati alla sua persona."

La vita e gli ideali del Che vengono infatti continuamente riplasmati. Nella prospettiva mitica, il viaggio del Che è visto non come un atto d’amore, ma come un atto di fede, non come un viaggio reale, ma trascendente. La sua vita non viene vista come frutto di un processo storico, sociale e umano, ma religioso, mistico e soprannaturale.
Diventando un mito, sostiene Sole, il Che viene posto al di sopra dei conflitti sociali e della storia. La gran parte degli uomini, nonostante vivano una vita contraria ai valori per cui egli si era battuto, lo amano. La stessa società che il rivoluzionario argentino aveva combattuto, tollera la sua immagine. Il potere sa che individui come lui sono espressione di un malessere causato da una vita ingiusta, da norme e regole che limitano la libertà e i bisogni umani. La società è gelosa di coloro che si tengono lontani da lei, non è immobile e convive perfino con chi la combatte.
Il Che per gli uomini rappresenta qualcosa che può dare risposte a problemi irrisolvibili. La sua figura dà sfogo simbolicamente ai conflitti sociali e individuali.

"Gli uomini hanno un mondo caotico e magmatico da cui ricavano sicurezza e sapienza. Dietro quella cultura chiara che caratterizza la loro vita, vi è una cultura nascosta, vi sono dei simboli e dei miti da cui ricavano certezze. Dietro la realtà vi sono molti fili che portano in un mondo diverso, di cui la società si nutre. La sfera che trascende la vita quotidiana è sentita come diversa e misteriosa, ma in realtà è parte di essa. Il mondo del Che mette in discussione quello di sempre, ma in un certo senso ne è anche il riflesso. Egli rende visibili idee, valori, sentimenti che spesso non si vedono, ma che sono centrali nella cultura e che contribuiscono alla coesione degli uomini. Egli penetra nella struttura e la ridefinisce in relazione al mito d’origine che la fonda, riafferma le forme simboliche entro cui è costituito il significato dell’esistenza individuale e collettiva."

Il Che, quindi, viene ormai accettato in una dimensione mitica. Vi sono studiosi che lamentano continuamente il fatto che non esista una interpretazione autentica e profonda della sua personalità e del suo pensiero. Tuttavia il mito sceglie le sue vie.
Gli uomini non vedono il “guerrigliero eroico” come un prodotto della storia ma del mito, non riflettono sulle cose per cui si era battuto, ma sulla sua figura. Il suo mito diventa soprattutto estetico, da esso sorge un’opera d’arte.
A conclusione delle sue riflessioni Giovanni Sole cita il poeta cubano David Fernández, trovando nelle sue parole quasi una legittimazione alle sue affermazioni.

" 'Riposa in guerra', scrive David Fernández nel suo epitaffio dedicato al Che. Neanche da morto l’eroico comandante viene lasciato in pace. La maggioranza sottomessa, che sopporta in silenzio le ingiustizie dei suoi simili, ama quell’uomo che ha ingaggiato una lotta solitaria contro avversari invincibili. La purezza dei suoi intenti e la sua condotta colpiscono gli uomini, esercitano su di essi un fascino particolare. Ad un mondo in cui prevale il calcolo egoistico, il rivoluzionario argentino dà un messaggio di speranza. La sua immagine è un incoraggiamento alla lotta e alla resistenza."

Vediamo,nello specifico, come Fernández supporti poeticamente le considerazioni di Sole, e come, in pochi lucidissimi versi, proponga anche egli un’interpretazione della figura mitica di Ernesto Che Guevara. La sua poesia si intitola “Epitafio para llevar al hombre.”

"Que se haga de tu sangre testaruda
la conciencia del mundo.
Que reciban pedazos de tu muerte en las espaldas
los que quedan atrás.
Eres lo que quisiste ser:
un hombre muerto, un árbol.
Serás la muerte como fuiste la vida.
No te vas a perder: descansa en guerra
."

“Sia fatta col tuo sangue testardo
la coscienza del mondo.
Ricevano sulla schiena pezzi della tua morte
quelli che rimangono indietro.
Sei ciò che hai voluto essere:
un uomo morto, un albero.
Sarai in morte come sei stato in vita.
Non ti perderai: riposa in guerra.”

Questa poesia di Fernández offre lo spunto, a mio avviso, per altre considerazioni. Degne di merito appaiono quelle di Gianni Minà che, prendendo spunto da alcune riflessioni di Eduardo Galeano e Manuel Vázquez Montalbán, si sofferma anch’egli sulla figura mitica del Che. Nell’articolo intitolato “Un incubo per il pensiero unico” fa notare come in gran parte del mondo si continui comunque a ricordare Ernesto Che Guevara, assassinato oltre trent’anni fa in Bolivia dove inseguiva l’utopia di liberare dall’ingiustizia, dalla miseria e dalla sopraffazione non solo quel paese, ma tutta l’America Latina.
Il Che, sostiene Minà , è un caso unico nel nostro secolo che ha divorato i suoi protagonisti e non ha avuto pietà, spesso, neppure dei più meritevoli, condannandoli ad un rapido oblio.
Per il medico argentino che insieme a Fidel Castro, in un’esperienza rara nel continente, contribuì a far trionfare una rivoluzione popolare a Cuba e successivamente, prima di cadere in Bolivia, tentò, senza successo, di tenere in vita il movimento di liberazione del Congo dopo l’assassinio di Lumumba, “non è mai arrivato invece il momento dell’oblio e nemmeno il disprezzo delle sue idee e delle sue azioni” . Così, ovunque, in occasione degli anniversari della sua morte, e non solo, si moltiplicano in Francia o in Germania, in Messico o in Brasile, in Giappone o in India, in Italia o negli Stati Uniti, seminari, manifestazioni, libri, film, documentari, dibattiti, perfino corsi universitari come nell’Argentina di Menem, accanito anticastrista.
Ma perché si è verificato questo fenomeno? Perché il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a nascere? La risposta Minà la dà ricordando la spiegazione che in proposito fornisce lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano:

"Quanto più lo insultano, lo manipolano, lo tradiscono, più il Che nasce. Anzi, è quello che nasce più di tutti. Non sarà perché disse ciò che pensava e ha fatto ciò che diceva? Qualcosa di straordinario in un mondo dove le parole e i fatti raramente si incontrano. E se si incontrano non si salutano perché non si conoscono."

Un messaggio come quello di Che Guevara, che diventa il simbolo di tutta l’umanità burlata, mortificata, oppressa, nascendo in Argentina e proponendo le sue idee di socialismo non colonizzato e le sue strategie guerrigliere da molti giudicate fuori luogo a Cuba, in Congo e nell’America Latina, è quindi sopravvissuto al suo tempo forse perché rappresenta un bisogno reale, un anelito, una speranza che, malgrado tutto, malgrado le sconfitte della storia, qualcosa cambi per la maggior parte dell’umanità.
Per questo Che Guevara probabilmente è ancora attuale. Perché, ricorda Minà, come ha scritto Vázquez Montalbán,

"il Che è come un incubo per il pensiero unico, per il mercato unico, per la verità unica, per il gendarme unico. Il Che è come un sistema di segnali di non sottomissione, una provocazione per i semiologi o per la santa inquisizione dell’integralismo neoliberale. E causa questo disagio non come profeta di rivoluzioni inutili, ma come scoraggiante (per il potere) proclama del diritto a rifiutare che, fra il vecchio e il nuovo, si possa scegliere soltanto l’inevitabile, e non il necessario,. Insomma, la libertà fondamentale di rivendicare il necessario."

E’ normale quindi, conclude Gianni Minà, che, nonostante i decenni trascorsi dalla sua morte, Guevara metta in crisi tutti coloro che non osano dedicare la loro vita ad una qualunque causa altruista.
A conclusione di queste ampie interpretazioni mi sembra che vadano menzionate anche le considerazioni che formula Roberto Massari sul mito Guevara. Egli individua fondamentalmente cinque aspetti, o cause, che, consolidandosi nel tempo, hanno originato prepotentemente l’immagine mitica del Che.
Dapprincipio, afferma, l’attenzione viene attratta dal “mistero della sua scomparsa”. Il Che diventa infatti preda ghiotta per i mass media occidentali che si lanciano sull’argomento formulando le ipotesi più varie; il mistero comincia a circolare per il mondo, ad occupare periodicamente spazi sui giornali e, soprattutto, ad alimentare un mito.

"Si sussurra tra gli addetti ai lavori che l’irrequieto Comandante sia andato a combattere “in altre terre del mondo” (forse addirittura in Vietnam - è una delle voci più accreditate): ma certamente sta rischiando la vita, vista la caccia spietata che la Cia gli ha scatenato contro."

Rileva poi, in secondo luogo, “il fascino antiburocratico” di un uomo che ha rinunciato al potere e all’alta carica raggiunta in seno all’apparato statale cubano, per tornare a lottare da solo e per i propri ideali più autentici.

"Un fenomeno straordinario, di cui non vi erano e non vi potevano essere dei precedenti nei partiti comunisti e socialisti dell’epoca e che accende l’immaginazione dei giovani radicalizzati o già al corrente di queste scelte del Che, gettando semi preziosi che matureranno nella critica alle istituzioni, nel rifiuto delle gerarchie, nella lotta antiautoritaria dei movimenti del ’68."

Del “messaggio internazionalistico” guevariano, sostiene, non vi è bisogno di parlare, visto che da allora il Che si è addirittura trasformato nel simbolo più compiuto di internazionalismo della nostra epoca. Tuttavia quell’esempio e quelle teorizzazioni si intrecciavano ad una crescita portentosa della mobilitazione per il Vietnam nel mondo e confluivano in una dimensione planetaria dello scontro politico, nella quale i giovani non trovavano punti di riferimento significativi e nitidi per le proprie aspirazioni internazionalistiche.
In quarto luogo vi è un “messaggio anticonsumistico” di Guevara, più difficile secondo Massari da percepire, ma destinato a contare molto nello sviluppo futuro del mito.

"Egli appare non solo come un vicecapo di stato che rifiuta gli onori e sa resistere al miraggio del potere istituzionale, ma anche come un anticonformista irriverente che disdegna il denaro e i beni materiali, che denuncia la scandalosa menzogna con cui il neocapitalismo avvolge l’ideologia del mondo dei consumi."

In quinto luogo, infine, Massari mette in evidenza come Guevara appaia un uomo “votato al sacrificio”, un “comunista” nell’antico, paleocristiano, senso del termine: un soldato del grande esercito dei derelitti, dei diseredati, dei dannati della terra, con i quali comincia ad identificarsi il meglio della gioventù mondiale, “mano a mano che in Vietnam procede la spietata escalation degli Usa”. Questo aspetto, conclude, già attira simpatie più vaste del semplice mondo marxistoide, coinvolgendo i cristiani di varia provenienza in un’ammirazione spontanea ed entusiasta.
Del resto, sulle fortissime somiglianze ideologiche, mitiche, carismatiche e visive tra la figura di Cristo e quella del Che, moltissimi si sono già espressi.
C’è chi ha definito il Cheun Cristo con il fucile”, sottolineando le comuni idee di fratellanza, di altruismo, di lotta per il prossimo, per il debole, per l’oppresso. Entrambi dedicarono la vita ad aiutare gli altri, anche se chiaramente con metodi diversi. Entrambi furono grandi rivoluzionari, vale a dire che proposero e divulgarono ideali straordinari, che rivoluzionarono le normali correnti di pensiero e le normali istituzioni. Sia Cristo che il Che, inoltre, come in molti hanno rimarcato, pagarono i loro ideali rivoluzionari con la morte.
A tal proposito come non ricordare l’identificazione del Guevara morto con il celebre Cristo del Mantegna, proposta da numerosi critici? In effetti, accostando le due immagini, la somiglianza risulta veramente impressionante, soprattutto nella posizione e nelle espressioni. Si comincia così a realizzare il “miracolo”: Guevara accomuna nell’ammirazione per la propria persona anche correnti religiose, oltre che ideologie dalla provenienza più disparata.
Quest’ultimo punto ci introduce inevitabilmente ad una nuova e originale trattazione del mito di Ernesto Guevara, ovvero il Che proiezione e configurazione di divinità, soprattutto latinoamericane.



Il Che configurazione divina nella cultura e nel popolo latinoamericani

Come già rilevato, il Che viene considerato espressione di più ideali, di molti valori, di tanti simboli. Una delle tante interpretazioni sembra però la più diffusa e incontestabile, perché presenta un dato di fatto: il Che è il simbolo della rivolta, un grido di guerra contro le ingiustizie.
Come tale, si è detto, assume vesti mitiche e naturali. Viene visto come un’araba Fenice, che vola da una parte all’altra del mondo per portare la speranza, come un Prometeo che, col suo coraggio indomito, si batte contro gli stessi dei per dare agli uomini la felicità, come un Robin Hood che colpisce coloro che cercano di sopraffare gli umili.
Certamente, come ricorda Giovanni Sole, solo un sognatore può pensare ad un mondo dove prevalga l’amore, solo un santo può amare l’umanità disinteressatamente. Questa è la concezione dominante. Il Che però non era né un sognatore né un santo.
Quando un uomo afferma con sensibilità e coerenza l’umano, viene considerato sovrumano: egli appare come un essere divino con sembianze umane. Pensando alla sua figura, gli uomini si sentono liberati dalla propria infelicità, dalle proprie paure, dalla propria incapacità di agire e si sentono pervasi da considerazioni così forti da sembrare quasi sovrumani.
Scrive lo studioso Campbell, riferendosi alla concezione eroica dell’uomo in generale:

"Con l’estendersi della visione fino ad abbracciare questo super individuo, ciascuno scopre se stesso ingrandito, arricchito, sostenuto ed esaltato. Il suo ruolo, per quanto poco importante possa essere, gli appare intrinseco alla bella immagine gloriosa dell’uomo, l’immagine potenziale, eppur necessariamente inibita dentro se stesso."

Così gli uomini, rispecchiandosi nell’immagine del Che, trovano una risposta a problemi irrisolvibili, ma così facendo si sottraggono ai loro obblighi, che sono quelli di percorrere anch’essi la via dell’umano.
Quello di Guevara, come sostiene Sole, è un insuccesso dell’umano e un successo del sovrumano. E’ chiaro così che nell’orizzonte culturale dell’uomo moderno, e soprattutto dell’uomo latinoamericano, “c’è posto per esseri semidivini , per simboli che lo proteggano e lo rassicurino”.
L’uomo di oggi sente anche lui la necessità di evadere dal mondo, di superare l’immediatezza del vivere che altrimenti lo porterebbe alla crisi, alla follia e alla morte. L’uomo d’oggi, come afferma Lévi-Strauss, vuole sapere il perché della propria infelicità, comprendere il senso del proprio limite e il naufragare della proprie volontà. Pochi sono disposti, però, ad affrontare il cammino pericoloso verso l’umanità. Solo esseri eccezionali possono essere generosi disinteressatamente verso i propri simili. Il Che è uno di questi.
La sua azione non è mossa da una logica utilitaristica, il dono della sua vita non ha né un valore d’uso né un valore di scambio. Offrendo la propria vita all’umanità senza chiedere niente in cambio, apprende delle verità ignorate dai profani, viene contrassegnato da un suggello che gli altri non possiedono. Così facendo, ribadisce Sole, “vince sullo spazio e sul tempo, si eleva al di sopra dell’umanità, appartiene alla schiera degli eletti”.
Ora, questa proiezione divina della figura del Che o questa sua potenziale divinità, è stata oggetto di profonda discussione. Un saggio in particolar modo sembra degno di maggiore riflessione, vale a dire quello scritto dal critico Nicola Bottiglieri ed intitolato "Il mito Che Guevara", soprattutto perché introduce un discorso più approfondito su questa sovrumanità del Che, riprendendo anche teorie originali espresse in passato.
Che Guevara, afferma Bottiglieri, divenne il mito che rappresentava la gioventù, la lotta per la libertà, la rivolta contro le istituzioni, ma soprattutto la vittoria dell’ideale, la supremazia dello spirito sulla materia, della fede contro le tentazioni, la vittoria della vita contro la morte; una vittoria che egli riportò più volte durante la vita, sopravvivendo quasi divinamente a pallottole, bombe, assalti, congiure, fino al 9 ottobre 1967.
Oggi è forse l’ultimo brandello di quelle figure barbute quasi eroiche che si addensarono sui Caraibi dal 1500 e che furono celebrate attraverso la letteratura dai vari Salgari, Verne ed Hemingway. A partire dagli anni ’80 poi Che Guevara ha subito un processo di beatificazione “fino ad essere assunto nel cielo dei santi senza religione, degli eroi senza patria, dei valorosi senza esercito, finendo in quello spazio segreto del paradiso, il Walhalla, dove si incontrano i guerrieri di tutto il mondo, i martiri di ogni ideale”.
Inoltre, come ogni santo che si rispetti, ebbe in vita il dono dell’ubiquità (infatti negli ultimi tempi veniva avvistato in tre, quattro posti diversi), mentre, da morto, una vera e propria leggenda metropolitana e rurale è fiorita intorno all’idea che possa ritornare dal luogo misterioso in cui si trova.
Vissuto all’interno della cultura cattolica, poi, Guevara è stato visto anche come un martire, perciò viene venerato attraverso le reliquie: intenso è il pellegrinaggio al paesino di Vallegrande in Bolivia, vicino al quale fu ucciso, e soprattutto all’ospedale Señor de Malta, un edificio ad un solo piano nella cui lavanderia fu deposto. Noto è anche l’aneddoto secondo cui le sue mani furono tagliate e portate a Cuba, come accadde al grande poeta modernista latinoamericano Rubén Darío, a cui la formazione culturale di Guevara deve molto.
Bottiglieri rimarca anche come nonostante sia stata più conosciuta l’immagine del Che che non il suo pensiero, egli ebbe la capacità di parlare ai giovani sintetizzando le sue idee in slogan, frasi, motti che facevano capire subito da che parte stare e che oggi sono ancora diffusissimi. Oltre a saper parlare con gli occhi, con la musica e con il cuore, conosceva la forza e l’onore del sangue, ed il sangue, afferma il critico, non è violenza, anzi,

"il sangue è capace di sublimare la barbarie della violenza, perché i valori del sangue attingono allo spirito, non al corpo; il sangue è il liquido della vita, l’unica moneta in grado di pagare i valori come l’amicizia, la patria, l’ideale. Inoltre i rapporti cementati dal sangue sono al di sopra di qualsiasi giudizio e hanno validità perenne."

Proprio partendo da questo ragionamento Bottiglieri introduce un discorso molto importante e significativo su come e perché Ernesto Guevara è diventato una proiezione divina, soprattutto per le popolazioni latinoamericane. Cita infatti un’originale considerazione dello scrittore Gonzalo Bethencourt, che, nel suo saggio "Muerte y sepulcro del Che", riflette su una marcata somiglianza, nelle gesta e negli ideali, con altri due personaggi eroici dell’America Latina: il meticcio Emiliano Zapata e l’indigeno Geronimo.
Entrambi, sostiene, hanno diverse radici culturali (il primo fu un allevatore di cavalli in Messico, il secondo un indigeno delle riserve negli Stati Uniti), ma come il Che rappresentano una cultura legata alla terra, al passato, una cultura che non sapeva scrivere. Zapata lottò per dare validità all’appartenenza ai contadini della terra usurpata loro dai latifondisti di Porfirio Diaz, mentre Geronimo difese il territorio degli indiani dall’invasione dei bianchi. Zapata e Geronimo sono dunque figure di frontiera, simboli di resistenza che lottano per salvare un mondo assediato: il mondo indio; e proprio indios e indiani furono rispettivamente aiutati. La difesa del territorio diventa così un forte elemento di comunanza tra questi tre uomini. Del resto lo stesso Che disse: “l’unica terra che è tua è quella bagnata dalle gocce del tuo sangue”.
Inizia proprio da questo punto un particolare profilo divino di Ernesto Guevara. Da molti latinoamericani il Che con il fucile in spalla che si materializzava da una boscaglia con i suoi guerriglieri ed espandendo la guerra rivoluzionaria liberava villaggio dopo villaggio, veniva visto come un liberatore, come un eroe che riconquistava i territori restituendo le terre ai contadini.
Come ricorda Rosalba Campra nel suo libro "America Latina: l’identità e la maschera", quattro secoli di immutato sfruttamento subito dall’America Latina insinuavano nella popolazione una prima risposta all’assillante domanda sul proprio essere: si è il risultato di questo sfruttamento; una risposta che si faceva largo tra i lavoratori di caucciù e della yerba mate inghiottititi per sempre dalla selva, tra i neri soffocati dalle piantagioni di cotone e canna da zucchero.

"Nella cultura india il possesso della terra acquista un significato particolare: dalla terra deriva l’essere dell’uomo. […] La spoliazione della terra, vista come perdita del proprio passato, può estendere i suoi effetti devastanti su molteplici piani, e così anche la possibilità di esprimere se stessi si frantuma."

Già un romanzo molto caro al Che (ed importante come detto per la sua formazione culturale), affrontava e interpretava questo argomento: si tratta de "El mundo es ancho y ajeno" di Ciro Alegría, dove il tema fondamentale del racconto è la spoliazione di una comunità indigena Rumi, spinta dall’avidità dei latifondisti verso terre deserte e aride.
Lo scrittore José Carlos Mariátegui, come ricorda la Campra, già nel 1928 insisteva su questo aspetto:

"La repubblica ha significato per l’indio l’ascesa di una nuova classe dominante che si è appropriata sistematicamente delle sue terre. In una razza per abitudine e per spirito legata strettamente alla terra, come l’indigena, questa spoliazione è stata causa di disgregazione materiale e morale. Per l’indio, la terra è sempre stata la felicità. L’indio ha sposato la terra. Sente che “la vita viene dalla terra” e torna alla terra. Pertanto può essere indifferente a tutto, ma non al possesso della terra che il suo respiro e le sue mani lavorano e fecondano religiosamente."

Appare dunque chiaro che per l’indio dalla terra deriva l’essere dell’uomo e che la sua privazione è una perdita d’identità. Rivendicarne il possesso significa riprendersi l’essere. Ecco allora evidente come il Che, che libera e restituisce la terra, e che per questo rappresenta la terra stessa, assurge rapidamente nel popolo latinoamericano a divinità eroica di discendenza maya, inca o azteca, che riporta libertà ma soprattutto identità, poiché restituisce ai nativi quella terra che è sinonimo di essere, di pensiero, di esistenza personale. E’ questa una prima concreta dimostrazione del carattere divino del mito di Che Guevara.
Una seconda tesi ci viene offerta ancora da Nicola Bottiglieri nel suo già citato saggio. In realtà egli riprende le considerazioni che nel 1968 fece lo studioso cubano Jesus Soto Acosta nel saggio "Che, una vida y un ejemplo".
Ebbene, all’indomani della sua morte, Acosta evidenziò come il Che, per la vita e gli ideali che ebbe, somigliava molto alla figura mitica di Ariel, spirito che vive nell’aria, perennemente in lotta con Calibano, gnomo mostruoso e maligno, figlio di una strega e di un demone. Entrambi corrispondono agli omonimi personaggi de "La tempesta" di Shakespeare.
Ariel era stato il titolo di una delle opere più importanti della letteratura ispanoamericana, in particolare della corrente del modernismo, appunto l’Ariel scritto nel 1900 da José Enrique Rodó. Nel simbolismo dell’opera Ariel rappresentava per Rodó i valori ideali e Calibano gli istinti dell’uomo, in contrasto tra loro. Secondo Rodó così la parte migliore dell’uomo riusciva a superare gli istinti presenti in ciascuno di noi, ed imparava ad agire disinteressatamente, perseguendo i più alti ideali. Egli riteneva infatti che la selezione naturale avrebbe incoraggiato lo sviluppo di questo genere superiore di esseri umani, secondo quanto è detto nella sua definizione di Ariel:

"Ariel es el imperio de la razón y el sentimiento sobre los bajos estímulos de la irracionalidad; es el entusiasmo generoso, el móvil alto y desinteresado en la acción, la espiritualidad de la cultura, la vivacidad y la gracia de la inteligencia - el término ideal a que asciende la selección humana, rectificando en el hombre superior los tenaces vestigios de Calibán, símbolo de sensualidad y de torpeza, con el cincel perseverante de la vida."

"Ariel è il dominio della ragione e del sentimento sopra i bassi impulsi della razionalità; è l’entusiasmo generoso, il movente alto e disinteressato dell’azione, la spiritualità della cultura, la vivacità e la grazia dell’intelligenza - il termine ideale cui ascende la selezione umana, rettificando nell’uomo superiore le tenaci orme di Calibano, simbolo della sensualità e del torpore, con il perseverante cesello della vita."

Vediamo ora come tali principi vennero applicati in un contesto americano.
Ciò che Rodó auspicava era che il continente perseguisse uno scopo più alto che non fosse l’aspirazione puramente egoistica alla prosperità e alla ricchezza. Pur non essendo contrario al benessere materiale, egli riteneva inutile dedicare ad esso tutte le ragioni dell’individuo e additava gli Stati Uniti come esempio di ciò che poteva accadere quando una nazione si propone fini puramente utilitaristici. Malgrado tutta la loro efficienza tecnica, gli Stati Uniti non avevano arricchito il patrimonio della cultura mondiale con capolavori artistici o con enunciazioni di leggi scientifiche, dato che vivono per la realtà immediata del presente e perciò subordinano tutta la loro attività all’egoismo del benessere personale e collettivo.
L’America Latina invece, secondo Rodó, era destinata a fare qualcosa di meglio, poiché essa affondava le radici nelle grandi civiltà mediterranee da una parte e indigene dall’altra, civiltà che avevano coltivato l’amore per la bellezza. Se questi stati latini, affermava, si basassero ora su principi democratici che dessero a tutti uguali possibilità di istruzione, allora inevitabilmente l’uomo migliore emergerebbe fino a raggiungere il grado più elevato e guiderebbe il continente verso un glorioso futuro.
Ecco allora che sulla base di questi concetti Nicola Bottiglieri arriva a definire Che Guevara

"un Ariel barbuto della lotta di classe a livello planetario: egli lottò a fianco del terzo mondo, in Africa, in Oriente, in America Latina contro le barbarie dell’imperialismo degli Stati Uniti, che corrispondono alla figura di Calibano. In questa lotta infatti privilegiò sempre i valori dello spirito sul corpo, mentre pensò addirittura che in quell’isola socialista, primo territorio libero d’America, fosse possibile far nascere persino un “uomo nuovo”. Questo uomo nuovo costruito nell’isola di Cuba si proiettava nel futuro, stimolando la nascita di altri uomini nuovi nel mondo, grazie alla “coscienza rivoluzionaria”, la grande scoperta politica e rivoluzionaria di quegli anni."

Per la coscienza rivoluzionaria lo spirito è sempre più forte della materia; Ariel, ossia l’arte, la bellezza, l’ideale, potranno sempre sconfiggere Calibano, e il rivoluzionario, il poeta, il guerrigliero antimperialista vinceranno sempre sui bassi istinti capitalistici dell’uomo. E se Rubén Darío aveva teorizzato l’esistenza di una torre d’avorio nella società moderna, nonché della funzione purificatrice della poesia, così il marxista Che Guevara parlava di una società ideale in un'isola dei Caraibi, dove i rapporti umani sono improntati a generosità e sacrificio, dove il guerrigliero è poeta, soldato e politico.
Appare dunque evidente, conclude Bottiglieri, come il Che finisca con l’incarnare naturalmente quei valori e quei concetti espressi da José Rodó nel suo Ariel. In particolare ne sottolinea quattro: l’identificazione degli Stati Uniti con il concetto di utilitarismo e, all’opposto, l’identificazione dell’America Latina con un ideale di continente più nobile; il concetto che le nazioni dell’America Latina formano un’unità culturale profonda; il concetto che il compito dell’intellettuale è quello di porsi come esempio nella sfera morale oltre che in quella culturale; il concetto che l’intellettuale ha il compito non solo di creare una cultura latinoamericana, ma anche di preservare la cultura del passato.
Di conseguenza risulta ancora una volta chiara la capacità o il ruolo del Che come portatore di una identità nell’America Latina, una prerogativa in parte attribuitagli, in parte vissuta, forse inconsciamente, dallo stesso Guevara.
Non mancano tuttavia altre interpretazioni della sua “parvenza” divina.
Una, per certi versi ancora più originale, ci viene da un grande scrittore cubano: José Lezama Lima. Oltretutto la sua produzione letteraria è sempre stata contraddistinta da un grande impiego di miti e tradizioni che a suo avviso rispecchiano la visione metafisica del mondo stesso. Era quindi inevitabile che all’indomani della sua morte, nel 1968, tributasse al Che un articolo intitolato "Ernesto Guevara: Comandante nuestro", contribuendo così ad alimentare la sua dimensione mitica.
Lezama Lima infatti, in questo articolo, sostiene che il Che aveva tutte le caratteristiche naturali del mito e, come avviene per le figure eroiche, “la morte lo andò a cercare”. Nella sua vita guerrigliera saltava dai maggesi all’albero, dall’aquileida, cavallo parlante, all’amaca, dove l’india, con il suo secchio che coagula i sogni, lo dondola, ricordando le imprese di Túpac Amaru e quelle di Simón Bolivár, che risvegliarono in lui le origini, la febbre e i segreti dell’eterno andare.

"Volle fare delle Ande disabitate, la casa dei segreti. Il fuso del trascorso, l’olio albeggiante, il carboncino che si trasforma in magico intruglio. Quel che si occultava e si lasciava vedere era niente meno che il sole, circondato da mezzelune incaiche, dalle sirene del seguito di Viracocha, sirene con le loro grandi chitarre. Il mezzalunaro Viracocha che trasforma le pietre in guerrieri ed i guerrieri in pietre. Innalzando attraverso il sogno e le invocazioni la città delle muraglie e delle armature. Novello Viracocha, da lui ci aspettavamo tutte le saette della possibilità ed ora ci aspettiamo tutti i prodigi del sogno."

Come si vede, ed è l’aspetto più significativo dell’articolo, Lezama Lima paragona il Che a Viracocha. Si tratta di un paragone particolare, se consideriamo che Viracocha era un dio del pantheon Inca, creatore del cielo, della terra e di tutti gli dei, e che, dopo averli creati, rimase in cielo senza più interferire nelle vicende umane. Nella sua figura sono poi confluiti i tratti di un eroe culturale di origine preinca, proprio di molte genti dell’altopiano del Perù.
Anche il poeta cubano di conseguenza insiste su come il Che venga considerato tra la popolazione latinoamericana, soprattutto indigena, un personaggio divino, data la straordinarietà delle sue gesta, un rappresentante della loro origine ed un protettore della loro cultura. E’ nel Che infatti che la popolazione semplice, lavoratrice, povera, rispecchia le proprie sofferenze, ma anche le proprie speranze, ed è in lui, soprattutto, che l’identità india, (elemento principale di quel meticciato costitutivo di cui si è parlato), trova una forte configurazione proprio attraverso la dimensione mitica del personaggio.
Del resto, conclude Lezama Lima, questo carattere sovrumano è stato proprio il frutto delle sue imprese, delle sue sofferenze, dei suoi desideri, delle sue terribili prove che ne hanno preparato, con la loro grandezza, la trasfigurazione.
Per ultimo, a conclusione di queste numerose interpretazioni, mi sembra legittimo soffermarmi su una poesia particolarmente significativa, in quanto riassume e conclude il discorso intrapreso in questi due paragrafi. Si tratta de "El libro de la historia del Che", scritta da Leonel Rugama, giovane poeta latinoamericano la cui tragica vita può offrirci una chiave di lettura più agevole dei suoi versi.
In questa poesia Rugama ripercorre, attraverso la citazione dei personaggi più importanti ed eroici, la storia dell’America Latina dal 1492, data di avvio del processo di occidentalizzazione del continente, fino ai nostri giorni. Tutti i personaggi citati rappresentano una voce, un elemento, una dimensione, diverse tra loro, ma che hanno contribuito a creare e difendere una identità latinoamericana. Essi sono collegati attraverso una ipotetica discendenza che li lega l’uno all’altro e che trova nel Che l’ultimo anello di una catena interminabile che riassume quelle teorie di identità tracciate da Josè Martí in "Nuestra America".
Rugama inizia il suo ideale viaggio nel tempo ricordando via via Lautaro, capo indio che sconfisse gli spagnoli, Caupolicán, l’arciere del cielo, Oropello, Túpac Amaru, Adiact, leggendario capo indio, Xochitl Acatl, Moctezuma, Geronimo, Cavallo Pazzo e Toro Seduto, che ha generato Simón Bolivár. A questo punto scrive Rugama:

"Bolívar engendró a Sucre;
Sucre engendró a José de San Martín;
José de San Martín engendró a José Estrada;
José Estrada engendró a Josè Martí;
José Martí engendró a Joaquín Murieta;
Joaquín Murieta engendró a Javier Mina;
Javier Mina engendró a Emiliano Zapata;
Emiliano Zapata engendró a Guerrero;
Guerrero engendró a Ortiz;
Ortiz engendró a Sandino
Hermano de Juan Gregorio Colindres
y de Juan Miguel Angel Ortez
y de Juan Umanzor
y de Francisco Estrada
y de Sócrates Sandino
y de Ramón Raudales
y de Rufus Marín
y cuando hablaba decía:
“Nuestra causa triunfará
porque es la causa de la
justicia,
porque es la causa del amor”
y otras veces decía :
“Yo me haré morir
con los pocos que me acompañan
porque es preferible
hacernos morir como rebeldes
y non vivir como esclavos”.
Sandino engendró a Bayo
el esposo de Adelita
del cual nacío el Che
que se llama Ernesto.
leonel rugama
gozó de la tierra prometida
en el mes más crudo de
la siembra
sin más alternativa que la lucha
."

"Bolívar ha generato Sucre
Sucre ha generato José de San Martín
José de San Martín ha generato José Estrada
José Estrada ha generato José Martí
José Martí ha generato Joaquín Murieta
Joaquín Murieta ha generato Javier Mina
Javier Mina ha generato Emiliano Zapata
Emiliano Zapata ha generato Guerrerro
Guerrerro ha generato Ortiz
Ortiz ha generato Sandino
Augusto Cesar Sandino
fratello di Juan Gregorio Colindres
e di Juan Miguel Angel Ortez
e di Juan Umanzor
e di Francisco Estrada
e di Sócrates Sandino
e di Ramón Raudales
e di Rufus Marín
che quando parlava diceva
“la nostra causa trionferà
perché è la causa della
giustizia
perché è la causa dell’amore”
e altre volte diceva
“Mi lascerò morire
con quei pochi che mi seguono
perché è preferibile
lasciarsi morire come ribelli
che vivere da schiavi”
Sandino ha generato Bayo
marito dell’Adelita
da cui è nato il Che
che si chiama Ernesto
leonel rugama
ha goduto della terra promessa
nel mese più duro
della semina
e come unica alternativa di lotta."

Come si capisce chiaramente da questi versi tutti i personaggi citati rappresentano, attraverso la loro vita eroica e le loro imprese sovrumane, un elemento diverso di quel meticciato costitutivo inteso come patrimonio e marchio di riconoscimento dell’America Latina, e che trova in Ernesto Guevara il mito principale e simbolico di tutte le varie leggende latinoamericane.



Il Che: uomo straordinario ed eroe tragico

In questo capitolo ho parlato finora della dimensione mitica della figura di Ernesto Guevara. Con la parola mito però si tende di solito ad inglobare in un unico significato sfumature o aspetti diversi tra loro, i quali, accomunati comunque da un carattere “non totalmente umano”, rientrano in un più generale contesto o in una più generica definizione mitica.
In realtà questi diversi aspetti andrebbero separati e messi in risalto in maniera articolata, perché nascondono significati e interpretazioni sicuramente diversi. Questa premessa, e questo distinguo, vanno sicuramente fatti soprattutto quando si definisce il Che contemporaneamente mito ed eroe, senza nessuna distinzione.
A ben guardare sono molti coloro che hanno definito il Che un eroe, e più propriamente un eroe tragico, ma vedremo come la parola “eroe” non sia sinonimo di “mito”, ma un termine specifico che, nell’ambito di un contesto mitico, ne mette in risalto un aspetto particolare.
Proprio con questa precisa volontà alcuni interpreti hanno affrontato il discorso dell’eroe Ernesto Guevara; Secondo Giovanni Sole, nel già citato saggio "Considerazioni sul mito guevariano", l’eroe, in genere, è l’espressione di una comunità e in lui si realizzano, nella forma più nobile, le virtù ideali di una intera nazione; concretizza con l’agire ciò che nella gente è solo una idea. Il Che, per ciò che lo riguarda, era coerente con il suo essere rivoluzionario anche nella vita di tutti i giorni.

"L’eroe non esita ma, una volta raggiunto lo scopo, come compenso delle imprese, si concede una vita comoda. Guevara invece, non utilizzava il suo prestigio per ottenere privilegi per se, la sua famiglia o i suoi amici. Non voleva tenere un tenore di vita diverso da quello del popolo."

Molti infatti si battevano coraggiosamente per cambiare il mondo, ma una volta al potere si dimenticavano degli ideali per cui avevano lottato e vivevano una vita opposta a quella che avevano predicato. Lui era diverso: non solo parlava in modo giusto, ma viveva anche in modo giusto, rifiutando ogni dipendenza nei confronti dell’autorità.
Sin da giovane aveva sfidato la società di cui faceva parte rinunciando spontaneamente alle sicurezze della famiglia e ai privilegi della sua classe di appartenenza. Quel giovane argentino, sostiene Sole, non aveva paura di nessuno. La sua immagine si delineava come quella di un eroe che combatte per tutta la vita contro le ingiustizie, lo sfruttamento e ogni forma di sopraffazione; la sua vita era volta al fine di riaffermare l’umano sulla terra e di restituire agli uomini la loro dignità, per creare così un uomo nuovo.
Infatti è indiscutibile che la sua figura doni agli uomini un’energia vitale, un alimento per la loro stessa esistenza. “L’ammirazione per gli eroi è un rifocillarsi e rinnovarsi, è superare le dissonanze della vita. La purezza e il coraggio del Che danno una sensazione di speranza e di forza ad anime inaridite”.
In pratica Giovanni Sole dimostra come ad una immagine mitica , cioè sovrumana (trattata nella prima parte del suo saggio), se ne affianchi e contrapponga una più eroica che non mitica, cioè umana. Vale a dire che il Che ha avuto la forza, per l’epicità delle sue imprese, di proiettarsi in una dimensione quasi divina, ma al contempo, per la semplicità, l’umanità e la sensibilità delle sue azioni e della sua vita, ha avuto anche la grandezza di apparire un uomo normale, in carne ed ossa, presente nella vita di tutti i giorni, a contatto con la gente e realmente vicino a tutta la popolazione.
In questo senso lo si può giustamente definire più eroe che non mito, perché assume una dimensione a più vicina, più visibile, più vera e presente nell’immaginario della gente comune. Non diventa infatti un'immagine astratta e fuggente, come lo possono essere una divinità o una figura mitologica, che spesso sono sinonimi di inavvicinabilità. Del resto sono innumerevoli le testimonianze dei compagni di Guevara, o di chi lo ha conosciuto, su questo suo profondo carattere “umano”.
Lo studioso cubano Froilán González ha scritto un intero libro a questo proposito, ("Entre nosotros"), in cui sono appunto raccolte una serie di testimonianze che raccontano gli aspetti più umani di Ernesto Guevara. In particolare è da ricordare la testimonianza di un ex tenente batistiano, Evelio Laferté Pérez, che racconta un episodio oramai divenuto famoso:

"Una volta che stavamo andando verso il combattimento di Las Mercedes, arrivammo alla casa di un "gallego" [a Cuba vengono chiamati così tutti gli spagnoli] che cominciò subito a prepararci da mangiare. Faceva molto freddo, stava piovendo, eravamo inzuppati, molto stanchi e affamati. Il gallego chiamò il Che perché vedesse quello che stava cucinando… Era un pentolone con fricassea di tacchino. Egli chiese se bastava per tutti. La risposta fu: “No, hombre, no, non ce n’è per tutti, questo è solo per lei e per gli ufficiali, per i soldati sto preparando una caldaia di zuppa di riso con le interiora e le zampe del tacchino”. Il Che con due compagni prese la pentola della fricassea e la rovesciò nella caldaia della zuppa dicendo: “Gallego, ora puoi cominciare a servire, cominciando dalla truppa”.

A supporto di quanto affermato finora su questa doppia dimensione del Che, credo però che valga la pena citare una delle poesie più famose a lui dedicate: "Consternados, rabiosos" di Mario Benedetti.
In questa poesia infatti Benedetti mette a fuoco sia il carattere mitico che quello eroico del Che, ricorrendo, per quest’ultimo aspetto, a paragoni, frasi e situazioni strettamente legate alla vita quotidiana. Di conseguenza, la particolarità dei suoi versi sta proprio nell’alternare il contesto mitico con quello umano, riportando la figura del Che, ferme restando l’epica delle parole e la leggendarietà del personaggio, in una dimensione terrena.
Così gli esempi creati, i ricordi semplici, legati alla vita di ogni giorno, pur nella sua grandezza mitica, rendono il Che un compagno, una persona umana sempre vicina a noi.

"Así estamos
consternados
rabiosos
aunque esta muerte sea
uno de los absurdos previsibles
de vergüenza mirar
los cuadros
los sillones
las alfombras
sacar una botella del refrigerador
teclear las tres letras mundiales de tu nombre
en la rígida máquina
que nunca
nunca estuvo
con la cinta tan pálida
verguenza tener frío
y arrimarse a la estufa como siempre
tener hambre y comer
esa cosa tan simple
abrir el tocadiscos y escuchar en silencio
sobre todo si es un cuarteto de Mozart
[…]
estás muerto
estás vivo
estás cayendo
estás nube
estás lluvia
estás estrella
[…]
donde estés
si es que estás
si estás llegando
será una pena que no exista Dios
pero habrá otros
claro que habrá otros
dignos de recibirte
comandante
."

"Così siamo
costernati
rabbiosi
sebbene questa morte sia
uno degli assurdi prevedibili
ci si vergogna di guardare
i quadri
le poltrone
i tappeti
prendere dal frigorifero una bottiglia
comporre le tre lettere mondiali del tuo nome
sui tasti della rigida macchina da scrivere
che mai
mai ha avuto
un nastro così pallido
ci si vergogna di aver freddo
di avvicinarsi come sempre alla stufa
di aver fame e di mangiare
una cosa così semplice
di accendere il giradischi e ascoltare in silenzio
soprattutto se è un quartetto di Mozart
[…]
sei morto
sei vivo
sei caduto
sei nuvola
sei pioggia
sei stella
[…]
ovunque tu sia
se ci sei
se sei in arrivo
sarà un
peccato che non esista Dio
ma ci saranno altri
certo che ci saranno altri
degni di riceverti
comandante."

In pratica Mario Benedetti teorizza un grande e veritiero assunto, che risolve in modo naturale l’opposizione tra le due diverse dimensioni della figura di Ernesto Guevara: il mito è stato alimentato proprio dal suo essere per certi versi un uomo comune.
Si è accennato prima alla possibile identificazione del Che come un eroe tragico, e questa definizione esula chiaramente dal discorso appena concluso, dato che l’eroe tragico rientra a pieno titolo nel contesto e nei significati della parola mito.
Su questa nuova immagine del Che interviene ancora una volta Giovanni Sole, ma occorre dire che le sue riflessioni sono molto simili a quelle esposte da Rodolfo Walsh nel 1968, nell’articolo intitolato "Guevara".
In questo caso poi i pensieri espressi acquistano maggiore valenza se consideriamo, come nel caso di Leonel Rugama, i risvolti drammatici della sua vita. In pratica entrambi sostengono che il Che è il simbolo della speranza, ma anche della sconfitta.
La sua storia è appunto quella degli eroi tragici, i quali, con un gruppo di uomini fidati, armati dal coraggio e dall’onestà, lottano e perdono contro forze malvagie e più forti. Lanciandosi nel suo drammatico destino egli sfida il buon senso fino al momento estremo in cui sarà soppresso dall’avversario. Animato dalla passione di lottare contro un ordine ingiusto, cade per mano di chi lo difende.
In Bolivia, nella sua ultima impresa, il Che non riesce ad annientare le forze del male e a liberare gli oppressi dalla distruzione e dall’annientamento: così la sua morte per loro rappresenta la sconfitta della causa per cui si era battuto. Sole insiste sempre su questo aspetto:

"In quanto eroe tragico, il Che agisce ma viene anche agito; aveva scelto di partire nonostante fosse consapevole del suo destino ineluttabile. Molti pensano che a spingerlo verso il viaggio senza ritorno, oltre al suo temperamento, sia stata anche una forza alla quale non riusciva a sottrarsi. Il suo agire era frutto non solo della sua volontà, ma anche di una potenza superiore che si imponeva a lui e lo governava; a volte sembrava scegliere deliberatamente la sua sorte, altre volte sembrava esserci costretto. Il divino in lui conviveva con l’umano."

E’ opinione diffusa che, per quante battaglie poteva combattere e vincere, il Che, non avendo nessuna intenzione di rinunciare ai suoi ideali e lottando contro forze invincibili, era votato ad una inevitabile sconfitta.
Molti hanno detto che egli era consapevole della sua disfatta, che si preparava ad una tragica fine da lui deliberatamente scelta. Hanno anche detto che in Bolivia, cosa che emerge dal suo stesso diario, la sua era una colonna di fantasmi, senza possibilità di successo.
Egli è un eroe tragico e l’ultimo atto della biografia di un eroe tragico è quello della partenza e della morte. In questo senso è riassunto tutto il senso della sua vita”. La sua sconfitta così è quella di chi cerca invano di battersi contro l’egoismo dell’uomo; gli uomini, sostiene Sole, nel fondo del loro animo, sono fortemente pessimisti e nel mondo dimoreranno sempre l’egoismo, la menzogna e le ingiustizie sociali, i forti vinceranno sui deboli, l’inumano sull’umano. L’umano era stato carpito agli uomini dagli dei e portato in cielo, e non appena qualcuno cercava di riportarlo sulla terra, veniva punito. "Il Che, tentando con il suo coraggio di riaffermare sulla terra un ordine umano, si rendeva colpevole di un furto fondatore, di un sacrilegio primordiale e perciò doveva essere punito".
Dopotutto, secondo Sole e Walsh, gli uomini, come lo stesso Guevara, amano l’umano, si identificano con esso, ma sono tuttavia consapevoli che non possono esserlo fino in fondo. Hanno una predilizione per gli eroi che combattono in nome di un idea nobile e non riescono a realizzare i loro obiettivi.
L’eroe tragico, che difende tenacemente una causa giusta che però perde, dà prova della sua onestà morale proprio perché viene sconfitto. Gli uomini riconoscono la grandezza d’animo di coloro che la purezza di intenti ha condannato ad un duro viaggio verso il disastro finale.
Come afferma Campbell, “un vero eroe diventerebbe un tiranno se non si crocefigge da se oggi” ed è tale perché cade in battaglia in nome degli ideali per cui si è battuto. Tuttavia, conclude Giovanni Sole, non è la “bella morte” degli antichi eroi.

"Il suo corpo non viene adagiato su un letto funebre, ma su una barella, non viene lavato, ma rimane pieno di polvere e di sangue, non viene offerto al compianto dei suoi familiari, ma trattenuto dal nemico, non viene conservato in un urna e sepolto solennemente, ma mutilato e sotterrato in un luogo sconosciuto."

Nonostante ciò la sua immagine resiste e la sua figura rimane integra nell’immaginario dei popoli.
Le considerazioni di Sole e Walsh non rimangono naturalmente isolate. Al contrario, in ambito strettamente poetico, c’è chi ha approfondito questa visione di eroe tragico del Che.
E’ il caso di René Depestre che, nella "Cantata de octubre a la vida y a la muerte del Comandante Ernesto Che Guevara", affronta questo aspetto particolare offrendoci situazioni e paragoni senz’altro originali.
La prima parte della cantata ricorda la vita eroica e le azioni valorose del Che, nonché le significative parole di Fidel Castro secondo cui il pensiero politico e rivoluzionario del Che, il valore delle sue idee, le sue pure virtù morali, la sua insuperabile sensibilità umana, avranno sempre un valore universale.
Ma sicuramente più interessante è la seconda parte. In essa, infatti, Depestre paragona il Che ad Ulisse, definendolo proprio un Ulisse d’America, che dopo tanto peregrinare e tanto cercare trova finalmente la sua Itaca, vale a dire Cuba, mentre la rivoluzione ha rappresentato la sua Penelope. Come Ulisse egli ha raggiunto la terra cercata su una nave, il Granma, e come Ulisse ha liberato la sua terra dagli impostori e dai tiranni che se ne erano impadroniti. Ma soprattutto, afferma il poeta cubano, come Ulisse il Che, insoddisfatto della terra agognata, della vita indenne, degli affetti conquistati, sempre alla ricerca di altro e dell’ “altro”, o più semplicemente della verità, ha continuato a viaggiare, finché la volontà divina non ha punito questa presunzione con la morte.
Mi sembra opportuno a questo punto riportare un frammento, con le parole più salienti, di questa seconda parte della cantata, intitolata proprio "Un Ulises de América, las lineas de su mano!"

El recitante:
El era un corazón en el corazón de América!
La recitante:
Y ese corazón era un navío rápido
Nacido para los vientos elementales del continente!
El coro:
El Che era un Ulises de América!
El recitante:
Desde todas partes nuevas tierras
Le hacían senas con la mano!
La recitante:
Su fraternidad era sin fronteras!
El coro:
En la Sierra cubana
Había encontrado su deslumbrante Itaca!
El recitante:
Había encontrado su raíz mayor!
La recitante:
Había encontrado a su Penelope!
El recitante:
Y era la Revolución!
El coro:
El Che era su propio Ulises
A bordo del Granma en ruta
Hacia la Itaca de Cuba!
El recitante:
Y Fidel estaba al timón!


Il recitante:
Egli era un cuore nel cuore dell’America!
La recitante:
E questo cuore era un vascello rapido
Spuntato attraverso i venti deboli del continente!
Il coro:
Il Che era un Ulisse d’America!
Il recitante:
Da tutte le parti nuove terre
Gli facevano segno con la mano!
La recitante:
La sua fratellanza era senza frontiere!
Il coro:
Nella Sierra cubana
ha incontrato la sua affascinante Itaca!
Il recitante:
Ha incontrato la sua ragione di vita!
La recitante:
Ha incontrato la sua Penelope!
Il recitante:
Ed era la Rivoluzione!
Il coro:
Il Che era proprio come Ulisse
A bordo del Granma in rotta
verso l’Itaca di Cuba!
Il recitante:
E Fidel era al timone!


In questo capitolo è stato analizzato il mito del Che secondo le più approfondite e riconosciute interpretazioni; ugualmente ne sono emersi anche i principali aspetti e le più diverse sfumature.
Considerando il mito Che Guevara in generale due mi sembrano gli aspetti più ricorrenti, ben delineati oltretutto dai vari intellettuali, critici e poeti citati, e che possono esserne definiti gli aspetti dominanti. Innanzitutto il concetto di una identità latinoamericana impressa in ogni azione del Che, in ogni sua parola, in ogni sua immagine (che finiscono inevitabilmente con il mitizzarsi), identità che assurge in modo naturale ad un suo segno di riconoscimento.
In secondo luogo l’aspetto indigeno, inteso come elemento originario e primordiale della cultura latinoamericana (e commisto poi con altre culture), che si impone sempre come punto di partenza e come fonte perenne di questa identità.
Si tratta dunque di due concetti fondamentali la cui importanza verrà dimostrata e analizzata meglio nel successivo capitolo.

Marco Galice

Parte precedente : Ernesto "Che" Guevara (1 pt.)


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