¡No al golpe, sí a la Revolución!

¡La lucha se intensificará! Nuestra lucha es una lucha hasta la muerte: ¡Patria o muerte! Ernesto "Che" Guevara

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Il panfilo Granma raggiunge le coste cubane il 2 dicembre 1956. Tre giorni dopo i membri della spedizione, attaccati di sorpresa, sono decimati. Sotto una pioggia di pallottole il Che, che era stato arruolato come medico della spedizione, si trova, come egli stesso ricorda, alle prese con un dilemma, quello tra professione e rivoluzione: "Avevo davanti a me - egli racconta - uno zaino pieno di medicinali e una cassetta di pallottole. Pesavano troppo per trasportarli tutte e due; ho preso la cassetta, lasciando lo zaino".
In seguito il Che, più che medico, sarà guerrigliero. Alla fine, degli ottantadue componenti la spedizione non più di una decina sarà ancora in grado di combattere. Inoltre lo sbarco avrebbe dovuto essere sostenuto da una sollevazione generale dell'isola, ma una sommossa ci sarà solo a Santiago, dove i miliziani comandati da Frank Paìs occupano alcuni quartieri della città; alla fine però, privi di ogni appoggio, sono costretti a ritirarsi.
Comunque Fidel, che si dirige adesso verso la Sierra Maestra, ha potuto constatare che la popolazione della zona solidarizza con lui, e ciò vale soprattutto per il leader dei contadini precaristas, Crescencio Pérez.
E' un sostegno che si spiega anche con la situazione contingente. I precaristas sono stati testé oggetto di espulsioni in massa a opera di gruppi di latifondisti produttori di caffè: provvedimenti che si aggiungono alla loro miseria secolare, al penoso circolo vizioso del "tiempo muerto". A completare il quadro delle loro disgrazie, é venuto l'ordine di togliersi dai piedi.
Crescencio Pérez, uomo pronto alla lotta armata e che si e forgiato in quella per la terra, ha bisogno dell'aiuto militare di Fidel; e il giovane di origine cittadina, dalle idee radicali, si presta di buon grado alla bisogna. E' da questa congiunzione che nascono la guerriglia e la sua bandiera, la riforma agraria.
La guerriglia inaugura anche per altra via un dialogo col resto del paese. A parte i due primi mesi, in seguito essa non sarà più isolata. Il Che ricorda che proprio quando un reportage giornalistico era più importante di una vittoria militare, il "New York Times" ha pubblicato la serie di articoli di un suo prestigioso collaboratore, Herbert Matthews, che si era recato al persona nella Sierra Maestra.
Attraverso la rivista "Bohemia", che riproduce gli articoli, Cuba viene così a sapere che Fidel Castro è vivo e continua la lotta e, come se non bastasse, la guerriglia ha avuto l'avallo della parte liberale dell'opinione pubblica statunitense, rappresentata dal grande foglio newyorkese.
Viene così creandosi un clima favorevole alla solidarietà civile, agli aiuti economici, alla propaganda e all'afflusso, nelle file dei guerriglieri, di volontari giunti dalle città.
Il turbine si sposta subito dopo all'Avana, dove ha luogo un fallito attentato contro Fulgencio Batista. Il Directorio Revolucionario, organizzazione formata da universitari e che è estranea al movimento di Fidel, decide di sferrare l'assalto al palazzo presidenziale; nel corso dell'azione cadono parecchi dei suoi aderenti, tra i quali il presidente della Federaciòn Estudiantil Universitaria, Josè Antonio Echeverrìa.
E quello stesso giorno, nel quadro di una nuova ondata repressiva lanciata dalla dittatura, viene assassinato il presidente del Partito Ortodosso (liberale e di opposizione) Pelayo Cuervo.
Due mesi dopo, il fulcro degli avvenimenti diviene Santiago, dove è in corso il processo a carico de i partecipanti alla spedizione del Granma caduti in mano all'esercito. II giudice Manuel Urrutia (e questo suo atteggiamento gli assicurerà due anni dopo, caduta la dittatura, la presidenza della repubblica) fa propria l'opinione della minoranza dei giurati e pronuncia un verdetto di assoluzione, proclamando il diritto dei detenuti di ribellarsi alla dittatura.
Si sono appena spenti gli echi dell'inaspettata sentenza, quando a prendere la parola è la Sierra: al termine di un combattimento durato varie ore, la guarnigione militare dell'Uvero è messa in rotta. Anche in precedenza si erano avuti scontri con l'esercito, ma questo è il primo di una certa entità. Sul piano politico, in un momento in cui la censura sulla stampa e stata sospesa, la risonanza di questa vittoria dei ribelli è enorme in tutto il paese.
Ma gli effetti sono cospicui anche sul piano militare: di fronte all'impossibilità di difendere le sue guarnigioni isolate tra le montagne, l'esercito evacua una vasta zona che passa sotto il controllo dei guerriglieri, cosa questa che assicurerà loro una fase di relativa tranquillità, di cui approfitteranno per promuovere un'azione sociale a beneficio delle popolazioni rurali: assistenza medica e didattica, confisca dei raccolti ai proprietari terrieri conniventi con la dittatura.
Avviene così che molti contadini per la prima volta mangino carne, per la prima volta sappiano che cos'è un medico, che finalmente imparino a leggere e a scrivere. Si costituisce un battaglione di donne volontarie, il cui valore non è certo da meno di quello degli uomini; ciononostante, all'inizio ci sono proteste da parte dei guerriglieri: le donne, dicono questi, possono essere impiegate come infermiere o cuoche, ma la guerra non è per loro. Fidel tuttavia insiste; e del resto ha i suoi buoni motivi per farlo: nessun cubano tollererebbe che una donna gli sia superiore. E dimostra di aver ragione: la presenza femminile serve da incentivo ed esempio durante i combattimenti.
Nel frattempo, la guerriglia va sempre più affermandosi. Era una situazione che Fulgencio Batista non poteva tollerare. E la sua reazione fu proporzionale alle sue possibilità e alla sua mentalità. Nell'intento di isolare la guerriglia, ordinò la "reconcentraciòn campesina", vale a dire il concentramento dei contadini. Fu un vero e proprio esodo: migliaia di persone per un'ampia regione attorno alla Sierra Maestra furono cacciate dalle loro case e dai loro campi col ricorso alle bombe incendiarie, per essere quindi rinchiuse tra barriere di filo spinato.
La risposta delle città, in particolare Santiago dove giunsero alcuni contingenti dei contadini costretti ad abbandonare le terre, fu di tale vigore da obbligare la dittatura a far marcia indietro e da rinunciare alla reconcentracion campesina; ed é facile immaginare con che animo i contadini tornarono alle loro case: sembrava che i latifondisti prima e ora la dittatura avessero fatto e facessero del loro meglio per gettarli in braccio alla rivoluzione, e che questa non avesse bisogno di andare a cercarli nelle loro case, perché li trovava già in marcia.
Nel pieno del caos prodotto dalla repressione, la guerriglia appariva come l'unica certezza. Ma la città non era solo l'alleata della Sierra: essa influiva anche per proprio conto sul corso degli eventi, e lo dimostra quel che accadde a Santiago a partire dal 30 luglio 1957, giorno in cui le pallottole della polizia falciarono Frank Paìs, capo della resistenza della provincia di Oriente.
All'epoca, Frank aveva soltanto ventitrè anni ed era uno dei giovani più benvoluti di Santiago; e la città intera se ne sentì ferita. Due giorni dopo, quando si tennero i funerali che furono seguiti da una moltitudine enorme, gli operai abbandonarono le fabbriche, i bottegai abbassarono le saracinesche. La repressione non riesce a impedirlo: é lo sciopero generale che, per cinque giorni, si estende all'intero paese.
Il governo non cade, ma traballa. E non riuscirà più a riprendersi. Se, tra le montagne le masse rurali hanno fatto fronte comune con un settore radicaleggiante della piccola borghesia, ora é il grosso della classe rurale e dei lavoratori urbani a unirsi al processo rivoluzionario. E con che vigore!
A Santiago, la risposta alla uccisione di Frank Paìs non ha bisogno del pretesto di rivendicazioni corporativistiche nè delle parole d'ordine di una qualsiasi organizzazione. E' il "Basta!" gridato alla dittatura da un popolo intero.
Lo sciopero generale rivoluzionario diviene così una possibilità concreta. Tuttavia, è impossibile riprodurre a volontà l'impatto emozionale, nè d'altra parte si può sostituirlo con parole d'ordine che non siano il frutto della stretta collaborazione di tutte le organizzazioni antibatistiane e non solo del Movimento 26 de julio, com'è stato chiamato in ricordo dell'assalto, guidato da Fidel, alla caserma Moncada.
Per tale motivo lo sciopero fallisce quando, il 9 aprile 1958, viene prematuramente indetto; ma l'esperienza fatta in tale occasione favorirà d'ora in poi la formazione di un ampio fronte antidittatoriale. A fianco del Movimento 26 de julio si schiererà così il grosso dei politici liberali, i quali non possono restare insensibili alle istanze sociali: non sono solo le masse ad abbracciare la causa della rivoluzione, ma accade che una corrente della grossa borghesia zuccheriera cessi di prestare il proprio appoggio a Fulgencio Batista, irritata dalle sue misure di politica economica.
E scenderanno in campo anche i comunisti, che hanno riaffermato la propria influenza in seno al movimento operaio (un tempo lo dirigevano: quando contavano tra le loro fila uomini come Jesùs Menéndez, leader dei lavoratori dello zucchero, assassinato nel 1948); e con essi il Directorio Revolucionario che rinuncia alla lotta armata nelle città e organizza la guerriglia nella provincia di Las Villas, e ancora sacerdoti protestanti e cattolici, questi ultimi mettendosi in conflitto con le alte gerarchie ecclesiastiche. Ormai si é avviato un processo unitario.
Nel periodo tra lo sciopero spontaneo seguito all'uccisione di Frank Paìs e il fallito sciopero del 9 aprile, il ciclone non ha cessato di imperversare. Oggi, rendendo evidente il malessere che regna in seno alle forze armate, si solleva un reparto di marina, domani é la guerriglia che dopo aver inflitto una serie di sconfitte all'esercito sulla Sierra, investe la pianura con efficaci e fulminee incursioni, la cui audacia impone all'attenzione generale il nome di Camilo Cienfuegos.
Al comando di Raul Castro si apre un secondo fronte in un altro settore montagnoso della provincia di Oriente, la Sierra Cristal; qui l'aviazione nemica concentrerà le proprie incursioni, ma la volontà dei contadini di una regione in cui i comunisti conservano la propria influenza dall'epoca delle lotte agrarie degli anni '30 è più forte delle bombe: si organizza la difesa antiaerea, l'intera regione e messa sul piede di guerra sotto la guida civile e militare di Raul Castro.
Finalmente la dittatura decide di scatenare un'offensiva generale contro la Sierra Maestra: diecimila regolari vengono lanciati contro trecento guerriglieri, i quali finiscono per essere accerchiati in una zona del diametro di sette chilometri. E' una battaglia decisiva, che si svolge lungo l'arco di due mesi, dal giugno al luglio del 1958.
Ma l'offensiva della dittatura fallisce al momento dell'assalto decisivo: l'inettitudine dei capi militari, la deficienza dei rifornimenti, che aumenta a mano a mano che le truppe si allontanano dalla pianura, l'aperta ostilità dei contadini, l'altissimo morale dei ribelli, le caratteristiche del terreno, il fatto che quello è il periodo delle piogge, le capacità militari di Fidel, sono altrettanti fattori che hanno certamente una cospicua influenza; ma a conti fatti, se trecento uomini riescono a metterne in rotta diecimila, è perché questi non hanno nessuna intenzione di impegnarsi a fondo.
L'impeto delle masse in rivolta, le quali finora non sono riuscite a rovesciare il regime solo perché mancavano di armi, e la cui espressione più eloquente si è avuta a Santiago, durante i funerali di Frank Paìs, mina il morale degli organi repressivi della dittatura. "Non si può negare che l'esercito sia stato battuto dalla fatica, dalle insidie dei guerriglieri e, soprattutto, dalla demoralizzazione... la quale raggiunse vette tali da indurre le truppe a ritirarsi su posizioni difensive", questa l'ammissione fatta, qualche anno dopo, da due collaboratori del regime, Jorge Garcìa Montez e Antonio Alonso Àvila.
Il ciclone rivoluzionario ha ormai travolto il paese intero. La pianura e le città, indignate dai crimini e dal terrore, si schierano con la montagna. E ancora una volta, come già in occasione della "reconcentraciòn campesina", il regime si rivela impotente: la sua grande offensiva "finale" contro la Sierra Maestra si risolve in una sconfitta perché la crescente resistenza delle masse, per quanto ancora disarmate, lo obbliga a far marcia indietro.
A partire dalla provincia di Oriente, e sviluppandosi lungo l'asse Sierra Maestra-Santiago, la rivoluzione avanza verso la parte occidentale dell'isola, alla volta dell'Avana. Su questa convergono le colonne dell'Esercito ribelle al comando del Che e di Camilo Cienfuegos. Quasi senza incontrare resistenza, a marce forzate i guerriglieri giungono nella provincia di Las Villas, al centro, dell'isola.
Ormai è la guerra civile. Ma Fulgencio Batista tenta ancora una manovra, convocando le elezioni presidenziali: lui non si presenterà candidato, si riserva solo di indicare il proprio successore. Ma il tentativo risulta vano: il successore di Fulgencio Batista non riuscirà mai ad assumere l'incarico. E il prezzo che la dittatura paga si rivela subito esorbitante: il popolo boicotta le elezioni, Batista e i suoi si trovano attorno il vuoto, hanno la precisa sensazione che per essi sia finita.
Quella che segue, non è che la resistenza disperata di alcuni dei suoi reparti militari. Si combattono due battaglie: una a Guisa, nella provincia di Oriente, dove Fidel sconfigge un nemico dotato di carri armati, e una a Santa Clara, capoluogo della provincia di Las Villas, che vede il trionfo del Che il quale intercetta un treno blindato.
Entrambe le battaglie, in certi momenti assai accanite, si concludono allo stesso modo: la resa o la fuga dei reparti regolari tra l'ostilità di una popolazione che si è convertita in massa alla causa dei ribelli. L'1 gennaio 1959 Fidel lancia, dalla Sierra Maestra, la parola d'ordine dello sciopero generale rivoluzionario, che per sei giorni paralizza il paese.
La parola d'ordine suona: "Tutto il potere all'Esercito ribelle!" E l'alba del mattino dopo, le sue colonne entrano all'Avana, che il crollo del regime e lo sciopero generale permettono di conquistare senza colpo ferire.
La Rivouzione è finalmente al potere!
E' difficile che oggi turisti statunitensi mettano piede all'Avana, e se lo fanno non sono più quelli di un tempo, attratti dagli sgargianti manifesti e dalle allusioni sussurrate.
Oggi, i viaggiatori che giungono all'isola sono mossi da un preciso intento, quello di assistere a un esperimento sociale. Non trovano chiasso, le automobili sono poche, le vetrine non traboccano di merci. C'è una sola maniera per affrontare i mali di sempre, la miseria e il "tiempo muerto", l'analfabetismo e la corruzione, ed essa é consistita e consiste nell'abolire il privilegio e quindi lavorare, lavorare duramente.
L'Avana ha cessato così di essere la Bengodi dei turisti, il luogo dove il piacere e il divertimento non conoscevano soste. Che le rivoluzioni, giunte al potere, debbano fare i conti con una realtà meno rosea di quella sognata dai suoi dirigenti, costituisce forse una regola. Comunque, la rivoluzione cubana presenta una curva di sviluppo senza precedenti.
I giovani che quasi vent'anni fa parteciparono all'assalto contro la caserma Moncada, credettero di individuare il loro programma nella autodifesa pronunciata da Fidel davanti al tribunale, La storia mi assolverà.
Si trattava, come s'è detto, di un programma di nazionalismo avanzato, nel quale facevano spicco la riforma agraria e la nazionalizzazione dei monopoli elettrici e telefonici statunitensi. Il turbine del 1957/58 travolse anche il programma di Fidel.
I documenti di quegli anni, e soprattutto le dichiarazioni rese da Fidel alla stampa nordamericana, o non facevano parola o addirittura apertamente revocavano le nazionalizzazioni; la riforma agraria non era dimenticata, ma se ne limitavano gli effetti e l'accento era posto sulle elezioni da convocarsi una volta abbattuta la dittatura. A che cosa si doveva questa mitigazione del programma?
Alla necessità di coinvolgere tutte le forze, compresa la grande borghesia zuccheriera, nella battaglia contro Fulgencio Batista. L'ora della ridefinizione dei programmi suonò quando la rivoluzione fu al potere; la grande borghesia zuccheriera l'intendeva a modo suo, e lo stesso facevano gli Stati Uniti; l'esercito ribelle formato da poveri contadini, lavoratori rurali ed urbani, giovani rappresentanti radicalizzati della classe media avevano anch'essi la loro idea della rivoluzione.
Le conseguenze sono ben note. Una intera fase venne "saltata" con stupefacente rapidità, accantonando il programma di nazionalismo avanzato esposto ne La Storia mi assolverà. Fu il "grande balzo" degli anni 1959-61: la proprietà terriera venne abolita, i capitali USA espropriati insieme ai possedimenti della grande borghesia zuccheriera e della borghesia industriale.
E lo scontro fu inevitabile, fino al tentativo di invasione organizzato all'estero e del quale il presidente Kennedy si dichiarerà pubblicamente responsabile: il vano tentativo controrivoluzionario, lo sbarco a Playa Giròn.
E venne la crisi cubana, quando l'URSS installò sull'isola rampe di missili nucleari che in un secondo tempo ritirò.
E ancora il blocco economico, i sabotaggi, gli incidenti organizzati a partire dalla base navale che gli USA continuano a tenere a Guantanamo, in territorio cubano.
In tale contesto, che e virtualmente uno stato dì guerra, risultava difficile pensare alle elezioni; inoltre, da un lato il governo rivoluzionario ereditava dalla struttura politica preesistente uno strumento elettorale viziato in partenza, dall'altro la maggior parte dei politici, benchè si fossero lasciati indurre ad affrontare la dittatura, non parevano più disposti a rinnovare l'alleanza con la rivoluzione ora che questa, conquistato il potere, si stava dando un programma degno di lei. E come un secolo prima avevano fatto i loro colleghi francesi, quando c'era stata la Comune di Parigi, gli uomini politici imitarono i rappresentanti della classe di cui erano dopo tutto i portavoce, la grande borghesia zuccheriera, e se la svignarono alla volta di Miami. E lì rimasero.
Il biennio 1959-1961 vide compiersi il grande balzo: riforma agraria, nazionalizzazioni, campagna contro l'analfabetismo, il tentativo di invasione a Playa Giròn fatto fallire nel giro di settantadue ore, la proclamazione del carattere socialista della rivoluzione.
Fu il "grande balzo", furono le grandi illusioni. Cuba, vetrina del mondo nuovo, Cuba, avanguardia della rivoluzione continentale.
Ma alle grandi illusioni non ha fatto seguito la delusione, salvo in coloro che, in buona fede, sognavano la rivoluzione pura e in coloro che sognavano una Cuba contrapposta all'Unione Sovietica.
Sull'isola, una presa di coscienza nuova rimpiazzò le illusioni, imponendo l'aperto riconoscimento delle difficolttà e degli errori commessi. Ed è a questo livello che la rivoluzione cubana si integra nel contesto del fenomeno rivoluzionario generale: la realtà impone assai spesso mete più modeste di quelle desiderate o previste dai leader.
E ciò spiega i discorsi autocritici di Fidel o quelli da lui pronunciati verso la fine del 1971, in Cile: discorsi non meno rivoluzionari di quelli a suo tempo fatti dal giovane tutto proteso verso la lotta armata.
E' questa, semplicemente, la risposta dell'esistenza stessa, la inappellabile risposta dei fatti.
Anche nell'America centrale e meridionale, durante gli anni '60, le illusioni seguirono una strada e i fatti invece ne seguirono un'altra. Un'intera generazione, uscita per lo più dalle fila della classe media, fece proprie quelle aspettative.
Sì, la rivoluzione cubana costituisce certo un esempio di lotta, non però un modello da esportare. La lezione costò vite di valorosi, tra esse quella dell'argentino che un giorno partì a bordo del Granma deciso a battersi per la libertà dei cubani, Ernesto Che Guevara.
Questo certo non basta a togliere alla rivoluzione cubana l'importanza che le spetta nel processo storico. Da tempo era noto che nell'America centrale e meridionale qualcosa poteva esser fatto. Ma, ahimè, i risultati erano stati assai scarsi: la rivoluzione messicana era stata messa in frigorifero, quella boliviana s'era risolta con un processo involutivo, la guatemalteca era stata schiacciata. E più di recente, ecco la rivoluzione cubana che ha inaugurato un nuovo ciclo nel quale rientrano le esperienze tuttora in corso, il Fronte Popolare cileno, i militari nazionalisti di sinistra del Perù, i nuovi atteggiamenti positivi di una serie di paesi del continente nei confronti degli Stati Uniti.
E a sua volta la rivoluzione cubana rivela tratti singolari, inediti, per la maniera con cui si inserisce nel processo rivoluzionario contemporaneo dal punto di vista geografico, dal momento che non ha frontiere in comune con nessun altro paese socialista, e insieme storico, perché non trae origine né direttamente né indirettamente dalla congiuntura di una guerra mondiale, e infine ideologico perché affonda radici nel nazionalismo.
Ecco, questa è Cuba, la prima repubblica socialista dell'America.


Fonti: Marcos Vinocour

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